L’irrefrenabile costanza dei sogni

Si sfioravano le labbra ad occhi chiusi, come nei sogni. Più del sesso che si accendeva tra di loro, c’era quell’atmosfera di calore, di cose dolci, di un posto sicuro, ovunque. Perché in quei baci si celava il profumo dolce di casa. In qualsiasi parte del mondo se li fossero scambiati, la dolcezza di quei momenti era sublime e costante. Un momento di delicata essenza del vivere per sognare.

Mary era lì di fronte a John, in un tempo indeterminato di un posto qualunque nel mondo, consapevoli della sola volontà di riprendersi la loro vita. Ad ogni costo, inseguire quella pragmatica utopia di essere felici. In fondo, dentro quei baci erano racchiusi momenti che avrebbero lasciato un sapore indelebile nelle loro anime.

La forza di quel volersi entrambi, nonostante tutto, era irrefrenabile, accarezzava i loro cuori portandoli dentro un volo di sola andata per la felicità. Mozzafiato, la costante volontà di incrociare di nuovo i loro sguardi, dare aria ai loro gemiti, per riuscire a nutrire un’irrefrenabile voglia di respirare la vita a pieni polmoni.

times square

Una sfumatura ‘italiana’ a Greenwich!

Una bella camminata verso Greenwich village.

Con alle spalle il Washington square park, attraversando la sesta strada, arrivo fino a Bleecker Street, al n.305, mentre New York cambia aspetto. I grattacieli diventano palazzi, la città si abbassa e sicuramente assume un aspetto più a misura d’uomo. Una punteggiatura di piccoli negozi e ristoranti adorna i viali abbastanza ben tenuti di questo villaggio che in passato, come ora, è stato la casa degli artisti come Bob Dylan oltre che la culla del movimento hippy degli anni sessanta e settanta.

Proprio al ‘Village’, mi cadono gli occhi su una vetrina che a primo impatto mi sembra essere una specie di minimarket.

Leggo tra gli scaffali Campofilone,

italianità americana
italianità americana

il rimando diretto va alla pasta di Enzo Rossi, l’imprenditore che ha fatto notizia in Italia per aver aumentato lo stipendio a tutti i suoi dipendenti di qualche centinaia di euro, alcuni anni fa. Anche se non sono una novità i maccheroncini di Campofilone a New York, mi viene da pensare a quanto, invece, quelli di Enzo per un certo periodo di tempo, abbiano dato un’aria rinnovata, non tanto e non solo al sapore della pasta, ma soprattutto al concetto d’impresa etico-sociale, un sentore certamente non decifrabile di solidarietà, quasi un tentativo di riaccostamento fra classi sociali. Ritrovarli in America, la patria del liberismo assoluto, mi ha fatto un certo effetto. Ho subito pensato che chi avesse fatto quella ricerca di materie prime da vendere, in un tutt’uno con le motivazioni immateriali di un senso d’italianità troppo spesso falsato in quei luoghi, avesse conosciuto l’Italia o, per lo meno quello che ne rimane del Paese più bello del mondo. Entro in quella bottega per curiosità, per quel paniere di prodotti ben selezionati che non enfatizzavano solamente i nomi degli ingredienti italiani, nessun ‘ravioli tricolore’ o ‘italian’s pizza’ per capirci. Niente ‘Amatriciana per Amatrice’ come ad ‘Eataly’ dove viceversa, non ho trovato alcun cameriere che avesse il benché minimo lontano accento sforzato che ricordasse l’Italia. Dentro quella bottega gestita da Steve, credo un americano di famiglia, invece, ho conosciuto Luigi, un immigrato siciliano che Greenwich la conosce bene come l’italiano, e l’Italia si vede che la tiene con se, nel cuore. Luigi sentendomi chiedere del cibo nel mio inglese …’italico’, mi risponde senza tanti giri di parole con un ‘vuoi mangiare qualche cosa?’. Inizia a descrivermi i prodotti e farmeli assaggiare, scelgo un bel panino e prendo l’occasione per chiedergli del posto mentre lui farcisce il pane con prosciutto di Parma, vero, poi inizia a parlarmi della sua avventura in America, di quando lo stile della bottega lo aveva importato trent’anni fa proprio nella New York difficile di quei tempi. Mentre affetta un san marzano e una mozzarella, mi racconta di come le cose avessero avuto alti e bassi per lui come per molti immigrati italiani, mi dice che New York è cambiata come d’altronde anche l’Italia, parla della sua vita nella grande mela Luigi. A più di sessantanni a reinventarsi un’italianità troppo spesso scippata da una guerra tra poveri, diversi immigrati che svendono un finto belpaese pur di lavorare. Ha ancora la luce dell’avventura americana negli occhi Luigi. Quella foglia di basilico a chiudere quel pezzo di pane ripieno e quel cartoccio semplice ed elegante sono stati per me una grande sintesi di cosa significasse essere italiani nel mondo. L’autenticità delle cose fatte col cuore nonostante tutto.

Se passate per il Greenwich village, in quella bottega l’Italia lì la trovate!

Sito Internet e contatti: Suprema Provisions

il bancone
il bancone

-Errata Corrige- Il marchio La Campofilone (link) a New York lo trovate ad Eataly nelle sedi del World Trade Center (link) e nel Flatiron (link). Il marchio che ho trovato da Suprema Provisions è L’Antica Pasta di Campofilone (link). Mi scuso con le aziende e spero che questo frainteso contribuisca a rendere sempre più appetibile il nome di un territorio nella sua interezza che sa ancora fare prodotti di ottima qualità grazie alla grande sapienza artigiana.

Per quanto riguarda la mia impressione su Eataly specifico che, nonostante l’indiscussa qualità di selezione dei prodotti proposti, la sensazione che ho avuto rispetto all’iniziativa di amatriciana solidale rimane la stessa.

Quando la terra trema, spicca gente autentica!

Benvenuti a Grisciano il paese della pasta alla Griscia
Benvenuti a Grisciano il paese della pasta alla Griscia

Il satellitare sembra essere più curioso di me. Io che dopo un’attacco di adrenalina, appena sentita la scossa, accertato che l’epicentro fosse tra Amatrice e Accumoli, sarei partito. Alle quattro di notte, due ore e più di strada per vedere cosa fosse successo e rendermi utile, in qualche modo. Non l’ho fatto il 24 agosto, ed è stato meglio così perché avrei creato solo impiccio. Oggi però ad una settimana esatta Google map, impostata destinazione ‘casa’, traccia l’itinerario in direzione di Castelluccio di Norcia, con tutta la striscia blu evidenziata sulla statale che collega Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto. Strade che conosco e che faccio spesso, anche e soprattutto senza satellitare, ma oggi no, oggi volevo essere sicuro se fossero possibili altre vie, invece no. Imperterrita, quella riga blu mi diceva di passare in quei luoghi, scossi dalla terra fino a dentro le anime. Mi arrendo e seguo quel laccio digitale. Più mi avvicino al disastro più vedo camionette dei vigili del fuoco, carabinieri e mezzi di soccorso vari e, non pochi, automezzi dell’esercito. Tre quarti della protezione civile nazionale si è radunata in queste zone per il soccorso. La parte buona d’Italia. Un nastro giallo dietro ad una pattuglia chiude l’ingresso al paese di Amatrice, pochi metri prima il cartellone in basso rilievo, che è quasi una scultura di metallo, evidenzia tutte le sue parti arrugginite a cui la settimana prima non facevi caso, ma oggi si, oggi solo le parti brutte sembrano far da sfondo alla scritta “Benvenuti nelle Terre Amatriciane”. Dietro il cielo plumbeo, sta per piovere. Continuo, oggi fra l’altro ci sono i funerali delle vittime, il sindaco ha deciso di celebrare qui le esequie, la gente -“è morta perché amava questa terra!”- ha detto. Nonostante i tantissimi mezzi che vedo in strada, il traffico è regolare, passo Amatrice e scorgo qualche casa, ma più che altro ci sono tende di fianco a case incrinate o aperte a formare cornici che sembrano surreali, ma che, purtroppo, rappresentano il tremendo ritratto dell’accaduto. Continuo e a sinistra scorgo il centro storico di un paese che ricordavo diverso, con altri palazzi e campanili, oggi più basso, nascosto, quasi disteso fra la vegetazione che sale da sotto la collina. È Accumoli. Più avanti, una semi curva, una diretta e una fila di auto parcheggiate; qualche segnale stradale si alterna chiamando il pericolo o i lavori in corso. Quella fila di auto ha l’aspetto di quei codoni dei parcheggi che si formano quando ci stanno le sagre di paese, ma qui non scendono famigliole allegre, solo silenzio, assordante. Uno striscione appeso di fianco ad una casina sventrata recita: “Benvenuti a Grisciano, paese della pasta alla Griscia”, una ricetta che è mamma della famosa e oggi troppo speculata amatriciana. Dietro solo case vuote e pericolanti. Poco oltre, l’unico ristorante, “La vecchia ruota” dove un paio di volte mi sono fermato quando per lavoro sono stato in questi posti, è quasi coperto dalle tende blu e bianche dalla protezione civile. Il giardinetto, il campo e il parcheggio sono gli spazi per gli sfollati. Lungo il margine della strada riconosco sotto al casco di sicurezza la barba del proprietario, ci si incrociano gli sguardi, come a dire, noi ci conosciamo. Faccio cento metri pensando, vado oltre poi inchiodo, ci ripenso, torno indietro, mi fermo appresso ad una delle macchine parcheggiate come alle sagre, scendo gli vado incontro, mi sorride, contento, ho avuto un presentimento giusto. Se avessi continuato, sarei stato solo un egoista.

Gli chiedo -‘come stai?’- mi risponde -‘da sfollato ma io sto bene! Qui solo un morto c’è stato!’ – ‘La tua famiglia?’- ‘Babbo quarant’anni fa ha fatto le cose per bene, ci lavorava, il tetto è in travi di legno, la struttura ha qualche crepa, adesso è inagibile ma non è crollata. La notte del terremoto, ho aperto la porta con una spallata, sono andato ad aprire ai miei. Siamo usciti. Adesso fanno i sopralluoghi. Ma siamo vivi.’ – chiedo – ‘il ristorante?- mi risponde -‘sta li, vedi? Intorno alle tende, io vorrei aprire ma dicono che non è sicuro finché non finiscono i sopralluoghi!’

A questo punto penso alle facce patinate col bronzo di tutti i grandi chef che fanno l’amatriciana solidale per avere visibilità, che se poi magari gli chiedi una Griscia potrebbero anche morire di panico e vedo Giampiero che sta li, a Grisciano, il paese da dove è nata questa ricetta semplice e tosta come la transumanza dei pastori, gente che quella terra l’ha percorsa, rendendo famoso nel mondo questo must della cucina italiana, vedo lui che sta lì col casco da speleologo, nella speranza che finisca quest’incubo. Lui ha l’unico ristorante proprio a Grisciano paese, ci sono stato prima del sisma, spendi meno di venti euro per un menù completo, se prendi solo una Griscia acqua e vino, magari manco arrivi a dieci. Ne parlavamo lo scorso anno, “come mai ‘sta frazione ha solo te?”, gli chiesi con la mia solita faccia da c…, mi rispose che non c’erano frotte di turisti per la Griscia e che la storia di questo piatto andrebbe comunicata meglio. “Magari vanno da Cracco e compagnia bella…”, dico tra me e me, pensando alle lezioni di marketing territoriale di Carlo Cambi, del mio vecchio lavoro e poi inizio a vedere chiari i motivi per cui la vecchia cooperativa dei “promotori del territorio” abbia chiuso. Seguivamo solo un sogno che, come tale, non avrebbe retto contro tutta questa ipocrisia, ma questa è un’altra storia. Oggi in mezzo alle macerie vedo lucidi gli occhi di Giampiero ma pieni della voglia di rialzarsi, vorrei dirgli che quello che sta facendo vale più di mille euro a Griscia se servita da lui, che la sua riapertura vorrebbe dire tutelare proponendo nel suo luogo di origine un bene culturale ancora prima di un piatto, vorrei dirgli che siamo un paese di pecore, per cui potrebbe fare tranquillamente a meno di metterci il pecorino sulla Griscia. Invece mi taccio e lo saluto con uno scambio di sguardi e un sommesso in bocca al lupo.

info: La Vecchia Ruota