Campodonico, la Pineta dell’autenticità!

Siamo inondati dal vintage, dalle proposte a marchio di qualità fino al “vegan friendly”, che spesso sono solo un continuo inseguire tendenze. Lontano anni luce dal vero ‘stare bene’ che te lo fanno rincorrere senza raggiungerlo mai, senza mai darti l’impressione di vivere fino in fondo momenti e sensazioni, in maniera semplice e autentica, chiara e consapevole.

Mi sono fatto spesso domande su cosa mangio e da dove viene quello che mangio, o sul come mai certi posti, falsamente vintage ti fanno aspettare un ora prima di sederti a tavola e poi, sui blocchi di pietra “scenografica” ti servono agnello scozzese, oppure, su un vetro a forma di tronco d’albero freddissimo, l’Angus argentino che nel frattempo si è raffreddato anche lui. Spesso mi sono chiesto quale sia la maledizione che porta l’italiano medio a consacrare ed elevare a templi del “food and beverage” locali asettici, senza storia, cultura del cibo, conoscenza del prodotto e connessione con il territorio. Spesso mi chiedo come mai sia sempre più frequente questa volontà di rincorrere la ricerca del contorno scenografico (e non mi riferisco all’insalata) rispetto alla sostanza della materia prima.
Di sicuro trovare un compromesso tra ‘forma e sostanza’ è abbastanza difficoltoso, quel che è certo però è che, purtroppo, la ‘forma’ ricercata sta divenendo tristemente il sostituto più redditizio della ‘sostanza’ vera, semplice, genuina e rincorsa con fatica. A volte penso seriamente che stiamo andando contro ad un inesorabile appiattimento entropico, anche nelle sfumature organolettiche del cibo, è come se le papille gustative non riescano più a determinare certi gusti, soprattutto nei sentori più spiccati, sembra esistere una vera e propria ritrosia organolettica, soprattutto nelle nuove generazioni verso ciò che viene semplicemente, dalla tradizione, dalla buona cura degli allevamenti, quelli dove non si abusa di ‘sostanze’ ma si lavora con ‘sostanza’.

A volte mi chiedo il perché di queste file ottuse radical chic, quanto sia viva ancora la voglia di conoscenza alimentare e quanto sia indotta, viceversa, la volontà di essere succubi involontari di condizionamenti indotti, dal marketing, compreso quello sul “prodotto tipico”. A volte vado alla ricerca del valore che ha il cibo, mentre in troppi, oggi purtroppo, valutano, in definitiva solamente i costi.

coratella d'agnello del Pineta
coratella d’agnello del Pineta

In questa mia condizione, disadatta rispetto alla massa, anche se normale per me, mi riscopro anticonformista e mi sorprendo quando scopro equilibri fatti di cordiale autenticità, prodotti esaustivi nella loro completezza semplice ed in armonia con una tradizione immutata nel tempo. Mi sorprendo quando trovo morbidezza in un piatto di fagioli con le cotiche, oppure quando trovo leggerezza e rotondità di sapore in una coratella di agnello, mi stupisco quando le papille gustative si accendono rimandandomi ai ricordi della cucina delle mie nonne, che riuscivano ad infondere un’impareggiabile leggerezza in pietanze così corpose. Insomma è facile esprimere leggerezza ed equilibrio di sapori in un’insalata, ma provate a fare la stessa cosa con le cotiche o con le interiora e ditemi se ci riuscite.

cotiche e fagioli, Pineta
cotiche e fagioli, Pineta

Questi ricordi d’infanzia, i giochi di sapori armoniosi, sono la conferma di conoscenze messe in pratica in cucina, rispettose dei canoni tradizionali e con sapiente utilizzo delle materie prime. Infatti poi capita che quella percezione trova conferma proprio in quella materia prima, l’agnello ad esempio, che scopri essere, non solo di razza fabrianese, quasi in via di estinzione, ma che addirittura proviene dall’allevamento di famiglia e va da se che il rapporto di Qualità delle costolette allo “scottadito” con i soli (si fa per dire) odori della montagna diviene di 20 a uno rispetto all’import scozzese oggi sempre più presente nei ristoranti. Secondo me insomma è importante sottolineare che al Pineta ho trovato autenticità, rispetto per il territorio e richiamo netto, ma non auto imposto alla tradizione, alla genuina riscoperta di quello che offre quella terra ruvida, ma fertile sotto tutti i punti di vista. Ho riscoperto il valore di un’esperienza che solca in qualche modo gli anni 70 nostrani, le scampagnate in compagnia, o le cerimonie in famiglia, la voglia di stare insieme in modo semplicemente conviviale, reale e con un richiamo vintage autentico, senza finzioni ma con suggestioni fatte di semplice genuinità.

A Campodonico, poco lontano da Fabriano, sulle montagne basse che collegano due regioni e tre province, l’hotel Pineta è uno di quei pochi posti rimasti che mi ha ricordato tutto questo; il luogo di cerimonie importanti per molta gente nei miei dintorni e anche della mia famiglia, i ricordi vivaci della mia infanzia, il matrimonio di mio zio Patrizio, quando stare insieme era semplice motivo di felicità e mai rincorsa contro un tempo libero che non torna mai.

Il Pineta è uno di quei luoghi che ti devi meritare, devi dedicargli il tempo ma ne vale la pena. Dista circa 10 chilometri dai centri urbani, si apre a margine di un collegamento fra luoghi diversi, interessanti e non privi di quell’autorevolezza contadina, ruvida ma solidale e, per fortuna è immerso in una terra ancora genuina e autentica.
E’ il sogno e la passione di Francesco Dell’Uomo divenuti realtà nel 1962 quando finisce di costruire con le sue mani quella che oggi è la struttura principale di tutto il complesso turistico. Caparbietà di raggiungere un traguardo per un artigiano antesignano del turismo, una mano sapiente atta a valorizzare, senza distorcerlo il sapore autentico di questi luoghi, in perenne simbiosi con la natura. Checco per i suoi amici, insieme alla sua famiglia, sono riusciti negli anni a trasformare il concetto di “comunanza agraria” in una sorta di “comunanza dell’accoglienza”, sono l’elemento fondamentale oggi per quel territorio per rinfrancare il legame con quel bosco sotto la montagna, il senso di aprire al mondo la condivisione rispettosa delle identità legate a quel paesaggio. Al Pineta è evidente il senso di un successo costante nel tempo grazie ad una lettura non distorsiva di quei posti e la capacità di evidenziarne gli aspetti più veri. Una passione nell’accogliere gli ospiti e raccontare loro il territorio la noti nella spontaneità elegante di Tiziana che dolcemente racconta emozionata la sua famiglia e questo sogno, Valeria, sua figlia, la rinnova con la creatività e l’avanguardia della wedding planner. Una equipe in generale di professionalità competenti e gentili.

Il “gusto di tornare all’autentico” è per me il messaggio silenziosamente eloquente di quel focolare fatto con pietre porose ricavate proprio da quelle montagne che ogni giorno rinnovano un patto di convivenza e gratitudine reciproca. Al Pineta lo sanno e per questo sorridono.

 

 

Info: Hotel Pineta

 

A Pollenza … chi Vespa mangia… sano !

Pollenza interessante per “chi Vespa…” e non solo.

Un bellissimo centro storico, ricco di momenti autentici, storia preservata nelle piccole botteghe artigianali del restauro dei mobili, una graziosa passeggiata lungo il perimetro delle mura ed un centro storico urbano molto interessante, conservato in maniera ottimale.

A Pollenza respiri viva l’essenza della provincia che si frappone all’autenticità della campagna. Pochi chilometri la divide da Macerata, il centro della marca, poca distanza fra i campanili che oggi, si spera, possano mutare da centri di concorrenza territoriale a presidi di tutela identitaria. Il suo nome antico è stato Montemilone fino al 1862, proprio in onore del condottiero Milone che, come raccontano le cronache dell’epoca l’ha ricostruita dalle macerie intorno all’anno mille. Pollenza oggi vive e sopravvive di una caratteristica e piccola imprenditorialità agricola e artigianale che è forza identitaria da preservare e rilanciare.

uno sguardo anticamente contemporaneo
uno sguardo anticamente contemporaneo

Gradevole la passeggiata organizzata da Luca e igersMarche, qualche giorno fa perché ho potuto scoprire l’essenza di una mentalità umile ma pervasa di cultura storica, agricola e paesana, conoscenze miste alla voglia di fare e conservare autenticità. Quasi devozionale la passione che si può sentire appena solcato l’uscio della bottega di restauro di Nardi, una volontà assidua nel trasferire valore aggiunto agli oggetti di antiquariato da cui deriva la nostra contemporaneità.

Tuttavia il punto focale e che può essere volano d’immagine promozionale per tutto il paese, nasce dalla passione di Marco Romiti nel collezionare oggetti unici della mitica Vespa Piaggio, simbolo d’italianità nel mondo ed ancora oggi emblema di design e di suggestioni spensierate alla ricerca di momenti di fuga dalla città, simbolo e collante fra innovazione e voglia di vivere la natura.

Oltre che per la straordinaria selezione di modelli, alcuni unici al mondo, gli oggetti di design e lo stile italiano dell’epoca che la rendono una collezione davvero invidiabile sotto ogni punto di vista, il museo sembra infonderti la voglia di scoperta, di saltar in sella alla Vespa per scoprire le campagne circostanti, sembra volerti dire “salta su, esci ed ammira la dolcezza delle campagne circostanti”, in questo senso, si spiega da solo il motivo del successo dello slogan creato da Gilberto Filippetti della non lontana Jesi, un claim di “rottura” nel manifesto che ha fatto furore per tutti gli anni 70, “Chi Vespa mangia le mele” successivamente messo a simbolo di anticonformismo da Vasco Rossi in “Bollicine”.

La varietà delle colture agricole che ancora e per fortuna, caratterizzano le zone circostanti di questo piccolo paese, dalla vicina Treia ad Appignano, da San Severino Marche fino alla stessa Macerata, ricalca i passi di un certo anticonformismo rispetto alla tendenza utopica di perseguire l’idea che sia possibile inserire tipicità su larga scala nei supermarket. In maniera atipica e con la caparbietà dei contadini, ma quelli seri di cui ti puoi fidare, queste campagne meritano di essere vissute perché sono scrigno di bellezza e storie ancora e, per fortuna, abbastanza vivaci.

Enzo Angeletti
Enzo Angeletti

Enzo Angeletti è di certo uno fra i produttori interessanti che ho potuto visitare ed assaggiare nel tour campagnolo intorno a Pollenza. La sua selezione di suini che comprende capi di razze autoctone, dove cerca di inserire la controtendenza a ritrovare esemplari di qualità più che di “peso”, nel suo allevamento. Diversi sono i capi di “mora romagnola”, il tipo di mangimi utilizzati inoltre rispecchia una qualità selezionata e non da ingrasso “forzato” che è un altro aspetto in antitesi alla produzione industriale, anche di marchio IGP (come ad esempio il Ciauscolo, dove si da la possibilità di utilizzare addirittura la manioca che è tipica si, ma delle zone equatoriali). Con tutte le difficoltà del caso, le chiusure del mercato a prezzi sempre più bassi, il tipo di allevamento è allo stato semi brado e l’azienda ha una conduzione familiare. I salumi ricordano il sapore autentico dei prodotti di una volta.

 

Dante Duri
Dante Duri

Altro produttore degno di nota è Dante Duri, agricoltore e vignaiolo Settempedano nella DOC di Serrapetrona che per una scelta di tutela identitaria, ha voluto ricavare parte del suo vino da antichi filari (vigne di circa 60 anni) e che persegue l’idea, anticonformista per quella zona, di vinificare vini fermi usando uve di Vernaccia nera rigorosamente selezionate a mano e vinificate in purezza. Il suo lavoro verte principalmente nella diffusione e conoscenza di questo vitigno inconfondibile nel bouquet di aromi e profumi, il livello minimale di solfiti ed il tasso alcolico sui 13° contribuisce alla sua gradevolezza complessiva. Gli aspetti organolettici li lascio agli amanti dei confronti con le spezie. Peculiare è per me la percezione che riesce a trasferire, attraverso i vini, nel mantenere e rinsaldare la continuità con la tradizione agricola.

 

Questi sono solo alcuni dei motivi per cui “…chi Vespa mangia … sano” nelle colline maceratesi, gli altri scopriteli voi.

Info museo della Vespa: – Vivipollenza.it

Info produttori: – Angeletti – fattoriaduri.com

INPS e busta paga pesante.

INPS e busta paga pesante si richiedono i contributi messi in sospensione, i danni e le beffe… a bizzeffe.

Rispettabile Gabriella di Michele sono un semplice dipendente di un’azienda immersa nel cratere del sisma più grande che la storia recente ricordi. Per passione, scrivo in questo mio blog personale da qualche anno, raccontando per lo più di artigiani e gente che, nonostante tutto, tira a campare credendoci ancora nel voler migliorare questo sistema intriso di “marketing della burocrazia” che ci rende tutti schiavi.

Ho parlato certo di terremoto in alcuni miei pezzi ma sempre cercando di non specularci sopra perché spesso risulta facile avere l’effetto del tam tam giocando con la vita degli altri, quindi anche se estremamente più difficile, parlo di quello che reputo prioritario per il mio modo di vedere le cose, e forse, fatta la tara dei miei tanti errori, è proprio per questo che il mestiere di scrivere non è mai diventato un lavoro redditizio almeno nel mio caso.

Tuttavia a 38 anni suonati e con una busta paga di un semplice operaio, mi pongo domande come molti dei miei coetanei su quanto andrò a percepire di pensione alla soglia di improbabili 67-70 anni di contributi versati. Da buon marchigiano che fa i conti sui propri risparmi (anche se in realtà non ho niente in banca) ho dato il mio assenso alla sospensiva dei contributi pensionistici visto che le misure di emergenza lo permettevano.

Oggi con mio rammarico vengo a conoscenza di una circolare fatta girare in azienda riguardo ad un messaggio INPS da lei firmato, che in un passaggio mi è parso un vero e proprio insulto alla dignità di chi in questi luoghi, nonostante la totale assenza delle istituzioni abbia scelto di continuare ancora a viverci.

Vengo al punto; nel messaggio n. 4080 da lei firmato in data 19/10/2017 ricorda in un capoverso cheè appena il caso di rammentare che i contributi previdenziali e assistenziali, oggetto della sospensione ex art. 48, comma 13, del D.L. n. 189/2016, sono quelli con scadenza legale di adempimento e di versamento nell’arco temporale decorrente dalla data dell’evento sismico al 30 settembre 2017, vale a dire, per le aziende DM, sino al periodo di paga di agosto 2017.”

L’effetto della mia azienda, che ha sede nel cratere e che aveva inteso erroneamente come molte altre, che si trattasse di scadenza reale e non fiscale, cioè che le ritenute sospese di settembre potessero rimanere sospese comunque e non versate, visto appunto che si tratta di una situazione emergenziale. Mi perdoni sig.ra Gabriella per il mio linguaggio non perfettamente in linea con i “tecnicismi di finanza previdenziale”, ma è opportuno allo stesso modo che le faccia qualche considerazione.

Sig.ra Gabriella è appena il caso di rammentare che il suo messaggio è datato 19/10/2017, nonostante che qui siamo ancora in piena emergenza e che la prospettiva, vista la completa inefficienza degli apparati statali, dovrebbe essere quella di prorogare la sospensiva di eventuali adempimenti e non di rammentarli come fa lei, con il piglio del professore bacchettone in una nota, fra l’altro, emanata anche in ritardo rispetto alla scadenza, in questo caso le assicuro, che le aziende che hanno inteso allungare la data di sospensiva lo hanno fatto perché si sono rese conto della miseria in cui vivono le persone di questi territori.

Neo direttrice dell’INPS è appena il caso di rammentarle che questo suo messaggio n. 4080 sta provocando un prelievo doppio rispetto al normale prelievo contributivo, per carità parliamo di circa 180 euro nel mio caso, che però si sommeranno il 10 di novembre a quelli di ottobre e qui ancora stiamo in piena emergenza.

Penso che sia appena il caso di rammentare che oggi Mattarella in queste zone ci è venuto con l’elicottero e ha pontificato l’ennesimo “non vi lasceremo soli” ma evidentemente lei era troppo impegnata a far quadrare i nuovi piani di ammortamento previdenziali o forse, in cuor suo e qui mi troverebbe d’accordo, non ci crede più nemmeno lei alle promesse dei politici.

Però le vorrei ricordare, ma giusto perché è appena il caso di rammentarglielo, che i giornali parlano di innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni e che io speravo fosse sul serio una fake news, invece ho dovuto ricredermi e avendone 38 di anni, è probabile che quei soldi non li rivedrò mai indietro perché forse morirò prima, ma faccio le corna mentre scrivo e mi auto censuro nella descrizione degli altri scongiuri perché penso che questi, per educazione, non sia il caso di rammentarglieli.

Illustrissima, è appena il caso di rammentare che le SAE ancora le stanno finendo di montare e in qualche caso sono volati via anche i tetti.

Neo direttrice Generale è appena il caso di rammentare come l’esasperata applicazione di norme, regole e codicilli sia diventata una barzelletta, per cui quando hai concluso tutto l’iter per il foglio di carta “autorizzativo” se ti chiami regione, provincia, comune ecc. sei legittimato a distruggere interi paesaggi magari interni a parchi nazionali perché anche se passa il tempo, l’emergenza resta in questo caso giustifica tutto mentre se ti fai una casetta di legno invisibile, perché a 95 anni reclami il diritto di morire dove hai le tue radici e sei anche “cliente” dell’Istituto da lei diretto, le istituzioni se ne fregano e per la precisa applicazione di norme e codicilli, ti fanno passare alla stesso livello degli abusivi.

Quindi egregia neo direttrice Gabriella, lei non crede che sia appena il caso di rammentare che dovete smetterla di prenderci per quegli attributi che ho appena stretto per scaramanzia?

Direttrice Di Michele, penso ai fatti delle ditte di subappalto che lavorano per Arcale, alle polemiche sopite a riguardo dei sindacati ecc, non conviene con me che sia il caso di rammentare a chi dirige la baracca della ricostruzione delle baracche (mi passi il gioco tetro di parole) che si dovrebbero fare le cose in maniera più proficua, se non altro per cercare di rendere migliore la vita delle persone, anziché bandire prelievi forzosi con messaggi come il suo, inviati in punta di penna?

Gentilissima direttrice, anche se non ci conosciamo, penso che sia appena il caso di ricordarle che qui c’è un popolo costantemente vessato dall’applicazione di norme che si fanno spregio della qualità della vita delle persone. Mediamente sig.ra direttrice, da maggio prossimo, con la rateizzazione nel rimborso, si potrebbero verificare situazioni per cui le persone andrebbero a percepire meno di mille euro al mese se rimangono così le cose.

Questo è sicuramente il caso di rammentare!

P.s. ho messo la foto di una porta che da sulle macerie del terremoto, è emblematica riguardo a quello che sento, macerie e porte chiuse, anzi sbattute in faccia ai più deboli!

Punto alla luna!

Punto alla luna!

Bisognerebbe ricominciare ad inseguirla sul serio la luna, con i sogni di un bambino, la volontà di un sognatore, la caparbietà di un contadino, la tenacia di un pastore.

Prendere per la gonnella questa realtà stuprata da un’incoscienza virtuale e televisiva, togliere le maschere e mirare lassù, curiosi ed avari di conoscere, ignari di quello che può riservarci il futuro, ma coscienti delle esperienze che ci portano ad essere incoscienti per natura. Colmi di profonda umanità, elementi di un insieme di ricchezze uniche. Riflessi limpidi di identità nascoste e reali, concreti, semplici e per questo straordinariamente forti.

Basterebbe la consapevolezza di un momento vissuto nella piena essenza di ciò che siamo per arrivarci in un momento alla luna, ma chi ha un momento oggi? In quanti possiamo permetterci il lusso di un momento senza fermarci?

Allora fermiamoci a pensare, caparbi nel tenere a cuore momenti passati in luoghi conosciuti bene fino a dentro l’anima, scossi ma non distrutti. Vorrei tornare ad indicarla la luna senza nessuno che mi tiri per la giacchetta di quella ipocrisia ignorante, agonizzante nell’aridità omogenea della rincorsa al possedere. La regalerei quella giacchetta, tanto per la luna non ne ho bisogno.

A lei occorre solo l’animo ingenuo di un bambino e dolce di un innamorato sotto le stelle, diventerebbe portatrice di messaggi da nasconderci dentro, il sogno di chi la testa la tiene sopra le nuvole perché dall’alto tutto si vede tutto meglio.

Creatività razionale, contro ignoranza razzista, vorrei si specchiassero nello stagno dei sogni tutte le ranocchie gracchianti parole alla rinfusa, mentre io cerco di raccogliere quelle buone, dargli un senso e farci sopra un racconto, una serie di storie, vere, messaggi di vita, vissuta, attimi da ripetere perché esemplari riflessi di ciò che siamo, oltre l’apparenza piatta dentro una sfumatura sfuocata che ci annebbia di conformismo e stupidità la vita.

Ho deciso. Da stasera punto alla luna!