Il bambù, la rosa e… la tazza

Oggi pensavo al bambù che tengo sullo scaffale del bagno. Vive bene sulla stessa acqua stagnante. Il bambù è rigoglioso se l’acqua che lo nutre rimane sempre quella, non va cambiata, semmai solo aggiunta. Tempo fa ho rischiato di farlo morire perché per una settimana cambiavo sempre l’acqua che teneva ammollo le sue radici. Quell’acqua va solo rabboccata. Il bambù è una pianta dallo stile esotico ma secondo me è fortemente democristiana. Ha bisogno di rabbocchi costanti, ma non deve essere mai cambiata. Mi piace il bambù anche se preferisco, in cuor mio la bellezza estrema della rosa, oppure il profumo intenso della lavanda, o ancora l’inebriante carezza olfattiva del glicine.

A pensarci bene quella stecca verde con il ciuffetto non odora, sta li, fa arredo in bagno, è un suppellettile globalista, lo compri arricciato in qualsiasi supermercato, è parte di una bellezza standard, piatta senza emotività, stagnante come l’acqua che lo nutre. In fondo siamo tutti un po’ bambù, chiediamo tutti il cambiamento ma poi, appena ci dicono di cambiare di una virgola le nostre abitutidini, iniziamo ad appassire, ad aver paura, a pensare che forse quel che vogliamo è solo un sorso di acqua nuova. Per non rischiare di affogare pensiamo a sopravvivere, senza renderci conto che, nel frattempo, vivono gli altri al posto nostro. Siamo come il mio bambù del bagno, incazzati e ricurvi sopra la tavoletta del cesso a declamare post come se non ci fosse un domani.

Senza passato senza futuro, in mezzo ad uno stagno finto, di fronte al cesso, modellati a piacere dal potente di turno. Mi alzo dalla tazza, con glutei e quadricipiti addormentati ed indolenziti, tiro lo sciacquone, penso al prossimo commento,  mentre sogno di essere una rosa, di quelle nere, quelle che profumano l’aria. Cerco di afferrare la vita per raggiungere un angolo di felicità.

Qui sotto una delle più belle interpretazioni di Michele Placido in un film che è una fotografia puntuale del nostro Paese, e non solo.

Lintulì lapperlà… è da provà!

“Lintulì Lapperlà”, come “tu là, lapperdelì”, sono indicazioni dialettali certamente, ma da oggi campeggiano ondose anche sull’insegna di un localino molto interessante e, soprattutto con un buon rapporto di qualità e prezzo.

Un piccolo locale che ha rispolverato un modo di dare indicazioni in un dialetto a cavallo fra la zona dell’anconetano ed il maceratese. Un gioco di parole ballerino che ne racchiude la volontà di ritrovare prodotti genuini, di prossimità e buona qualità… magari proprio chissà …la per là.

Semplice ed ospitale, un ristorantino dove si può tranquillamente passare la pausa pranzo del lavoro o cenare, sentendosi quasi a casa. La scelta di Eleonora Monteverde, titolare della piccola Osteria e del cuoco Carlo, è la territorialità, ritrovare un rapporto autentico con i produttori, la salsiccia del salumiere a pochi passi da lì, i vini locali non esageratamente assortiti ma ben scelti. E’ piacevole sapere che sia nato questo nuovo locale anche per un motivo semplice ma secondo me essenziale.

Matelica sta vivendo una depressione del centro storico disarmante, sono esagerate le serrande abbassate sul corso principale, quello che era fino a dieci anni fa un punto di riferimento per la “movida”, chiamata in zona “la vasca”, cioè la passeggiata sul corso di tutta la zona circostante, oggi sembra essere un paese addormentato dietro un provincialismo cieco ed un sempre più crescente isolamento sociale.

Maschera simpatica di sole e luna all'ingresso della saletta da pranzo
Maschera simpatica di sole e luna all’ingresso della saletta da pranzo

In questo senso, una nuova attività che riprende vita con l’orgoglio di essere parte attiva nella ricostruzione della società è una scelta di coraggio e quella serranda che viene rialzata ogni mattina infonde un briciolo di speranza a tutti. La voglia di ricominciare nonostante tutto. Esiste ancora forza di volontà per affrontare un viaggio avventuroso attraverso i sapori ed i gusti di questo straordinario territorio. La speranza è che sia un buon viaggio di sapori dove poter ritornare a rifugiarsi ogni tanto… la per là.

Info: Lintulì Lapperlà – corso Vitt. Emanuele, 134 – 62024 Matelica – tel. 348 2687101 – (pagina Facebook)

Chi rimette a noi i nostri debiti?

Chi rimette i nostri debiti? Me lo domando dall’altro giorno, non so perché ma ad un certo punto sono andato in fissa per cercare di trovare una spiegazione a quella frase del Padre Nostro che dice “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Da discreto bestemmiatore e laico dubbioso ma che, nel contempo, della curiosità ne fa ragione di vita cercando significati e qualche risposta, mi sono imbattuto in una parabola, quella del “re buono e del servo spietato”, dove, in sostanza, il re condona interamente enormi debiti al servo, che a sua volta, viceversa ne chiede comunque la riscossione verso i suoi debitori.

Ora mettiamo il caso improbabile, ma non impossibile, che il “re buono” siano i grandi gruppi finanziari e “il servo spietato” i politici. Lo so che molti penseranno adesso che non esistono “re buoni”, ma se ci pensate il debito pubblico dei paesi del terzo mondo è stato azzerato, i governanti hanno continuato lo stesso a svendere materie, prime, ricchezze fino a far rimanere poveri lo stesso i loro popoli. Quindi mettiamo il caso che la banca centrale o il fondo monetario per primi dovessero mostrare magnanimità verso il popolo cercando di sanare il debito pubblico. Chi garantirebbe che i politici eletti rimettano sul serio il debito verso noi cittadini, abbassando i costi dei servizi e marchette connesse, senza chiedere indietro i soldi lo stesso?

Tra qualche giorno andremo a votare e io mi sono fatto un’opinione chiara e netta quest’anno. Se non farò astensionismo attivo per l’ennesima volta, (pubblicai una norma di riferimento tempo fa, link qui, mi raccomando di non creare problemi ai seggi, soprattutto quest’anno che il voto ha meccanismi elettronici di convalida) metterò la croce su chi ha dimostrato fattivamente di rimettere i debiti con intelligenza e caparbietà, agendo nella tutela della pubblica amministrazione. Sono le persone intelligenti e caparbie quelle in grado di migliorare le cose perché a cambiarle solamente, soprattutto in peggio, sono bravi tutti.

Quindi quando mi recherò al seggio il 4 marzo, esprimerò il mio voto sulla base del significato racchiuso in quelle parole, perché dietro c’è nascosto un principio di economia semplice e al contempo rivoluzionario ma di estrema solidarietà.

Consiglio questo metodo come terapia anche a tutti quelli che la domenica mattina vanno a messa e chissà che non scoprano di essere addirittura estremisti.

Fabrizio De Andrè scrisse una canzone intitolata “Preghiera di Gennaio” che in una strofa recita così:

Signori benpensanti spero non vi dispiaccia

se in cielo in mezzo ai Santi Dio, fra le sue braccia

soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte

che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte.