Giro di vite e vigneti bruciati

Vivo in un paese che forse non ha mai avuto un rapporto di stretta connessione e di orgoglio tra prodotti e territorio.
Il concetto di filiera forse proprio per eccesso di individualismo è stato sempre un problema astratto. Da qualche anno a questa parte mi domando spesso, quando vado a mangiare in un ristorante, ma anche quando faccio la spesa dal bottegaio o al supermercato, da dove arrivi il cibo che mangio o il vino che bevo. D’altronde chi non si pone mai queste domande, quasi tutto il marketing ci bombarda di km-0 e altre strategie.
Sui vini, locali però ho sempre avuto una discreta fiducia, vivo in mezzo ad un luogo di produzione che è giudicato di “eccellenza nazionale e internazionale” al di là di ogni ragionevole dubbio, fino a poco tempo fa mi fidavo soprattutto di quello che bevevo perché locale ci sono le vigne sai chi lì produce e come.
Ultimamente però sto iniziando ad osservare diverse questioni riguardo alla mentalità con cui si produce e si propone il vino di eccellenza locale, il verdicchio, che mi sollevano altrettante domande. 
Si perché stanno accadendo fatti che, se in un primo momento avevo intenzione di tenere per me, e riporli in quell’account mentale dei “chissà”, oggi penso sia opportuno, viceversa discuterli insieme o magari solo portarli alla luce.
I recinti che delineano la nuova strada passano sopra uno dei primi vigneti della DOC Verdicchio di Matelica
I recinti che delineano la nuova strada passano sopra uno dei primi vigneti della DOC Verdicchio di Matelica
Quindi per chi vorrà leggere, senza preconcetti, per ragionarci sopra, anche smentire motivatamente, oppure, questione più probabile, cercare una soluzione, purché sia realistica.
 
Mi domando in sostanza il motivo per il quale, dopo anni di tutela e salvaguardia dell’uvaggio autoctono “verdicchio di Matelica” perché proprio nel periodo in cui il mondo (o parte di esso) volge gli occhi proprio a Matelica, con premi e recensioni da parte delle testate più “autorevoli” del settore, passa del tutto inosservata l’estirpazione e la “messa al rogo” di una delle prime e principali zone vocate alla produzione di questo vino autoctono, il verdicchio di Matelica? 

Vi racconto i fatti. Ieri sono stato contattato dalla proprietaria di questi terreni la quale essendo contraria da anni all’esproprio di quei pezzi di terreno, la stessa era molto allarmata per via  di interventi di taglio e bruciatura dei tralci di vite da parte di gruppi autorizzati alla realizzazione della nuova strada pedemontana. 
Viti tralciate
Viti tralciate
Premetto che la titolare di suddetti terreni è da diversi anni che si batte contro l’attuale percorso della strada. Al di là di pacifici interessi di parte relativi a eventuali e mancati pagamenti della parte di terreno espropriata, stiamo parlando, vale la pena di ripeterlo e sottolinearlo, di una delle prime zone di produzione del Verdicchio, viti piantate forse, addirittura prima della nascita della DOC, un patrimonio di biodiversità che andrebbe bruciato per dare spazio ad una strada, che intanto inizia ma poi siamo proprio sicuri se terminerà ? 
Se il gruppo di società fa capo alla stessa struttura che sta operando fra Borgo Tufico e Serra San Quirico, che oramai ha più l’aspetto di un’incompiuta piuttosto che di un cantiere aperto, siamo certi che non stiamo regalando pezzi di vocazione territoriale per niente? 
Quello che mi fa nascere diversi interrogativi è come mai tutto passa tranquillamente in sordina, come mai non si è creata nel tempo una catena di solidarietà attorno a questa situazione a dir poco imbarazzante?
Viti estirpate e arse.
Viti estirpate e arse.
Mi domando perché l’Amministrazione Comunale, le associazioni ambientalistiche, l’associazione dei produttori del Verdicchio, Slow food, l’Istituto di Tutela Vini delle Marche non intervengano a scudo, tutela della biodiversità ed interesse dell’azienda agricola proprietaria del terreno? 
 
Perché nel frattempo e viceversa, sembrano essere tutti coesi fra produttori locali rispetto all’iter per togliere addirittura il nome Verdicchio dalla Denominazione di Origine Controllata? Come verrà stilato il nuovo disciplinare di produzione? Quali saranno gli “scienziati” coinvolti a questo iter, gli stessi dei disciplinari flop scritti negli ultimi anni? 

Quando si inizierà a fare una politica vera e più sostanziale verso la tutela, lo sviluppo sostenibile dell’identità di questo territorio, senza blasoni e falsi miti? 
Attendo risposte mentre le viti stanno bruciando. 
Mi dispiace solo pensando a tutto questo, che forse, dovrò smettere di bere… il “Verdicchio di Matelica”. 

Altro articolo sull’argomento su “Itidealia” – link qui –

Iscriviti al blog tramite email

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog, e ricevere via e-mail le notifiche di nuovi post.

Facebook Comments

Melting Pot e identità

Il Melting Pot è inevitabile, sta alle persone e alle istituzioni dove esse risiedono la possibilità, il dovere civico e morale di promulgare regole, leggi e metodi utili a scegliere quali siano i valori da salvaguardare per preservare la propria identità, la propria tradizione e darne modo di poterla promuovere preservandone la propria economia e se possibile rilanciarla su scala globale.

Anni fa si parlava di pensiero locale ed azione globale, oggi tutto questo non si accenna nemmeno più, sembra essere divenuto anacronistico. Oggi la questione in gioco sembra essere solo a riguardo di idee passate, a mio avviso, che fanno da traino alla “bile” peggiore del popolo, quelli che spesso celano le proprie ignoranze buttandola in baruffa, una guerra verbale dove gli unici a rimetterci sono quelli che cercano i fatti e i problemi da risolvere.

Melting Pot e identità: le differenze non stanno bene solo nella parete del salone.
Melting Pot e identità: le differenze non stanno bene solo nella parete del salone.
Il compito per salvaguardare e far uscire da questo guado infinito tutta la società civile non è facile ma di certo atteggiamenti di guerriglia verbale non aiutano e le soluzioni, spero che passino attraverso scelte oculate ed utili ad emancipare le persone e ad accompagnare le comunità verso il domani, evitandone la loro dispersione, ed in molti casi, il proprio sradicamento soprattutto se involontario.
Io qualche idea la salvaguardo a mie spese per un mio senso di libertà e spero di utilità sociale, da qualche anno, quando ne ho voglia e tempo sul mio blog.
 
Tutto il resto, le pulsioni di odio, le estreme contrapposizioni fra neo fascisti e antifascisti, sono tutte questioni estremamente anacronistiche!
Chiamateli strumenti utili al manovratore o al mercato, ma la sostanza non manca è il rigurgito della bile repressa di una società che ha perso il suo orizzonte, che ingoia il sopruso quotidiano, mette la testa sotto terra e poi lo trasforma in odio, paritetico da una parte e dall’altra.
 
Il pericolo che vedo più imminente è che la gente di oggi vive per dogmi, e non sfama più la sua curiosità, internet sta diventando una Bibbia dove vince chi urla di più o imposta la strategia migliore. Da piattaforma democratica di scambio dei contenuti, a trampolino di lancio per il successo degli urlatori seriali.
 
Poi la società civile imbarbarisce e diventa irragionevole e tende ad estremizzare tutto. Per questi motivi trovo molto interessante il post scritto su Itidealia. Vi invito a leggerlo, è scritto molto bene e soprattutto la narrazione è di un uomo che gran parte della sua vita l’ha passata viaggiando.
Iscriviti al blog tramite email

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog, e ricevere via e-mail le notifiche di nuovi post.

Facebook Comments

Vorrei…

Vorrei vedere le labbra accendersi nell’allegria,

il giorno splendere di luce nuova sui tuoi capelli,

 

vorrei essere mille volte capace di capire le persone,

capire me stesso, riuscire a farmi piacere questa faccia.

 

Vorrei volare, specchiarmi dentro agli occhi del mondo,

veleggiare sopra le onde leggere della felicità.

 

Vorrei essere me stesso anche quando mi vergogno,

divorare la pigrizia e farne uno scudo di energia.

 

Vorrei dimenticare tutto e tornare ad essere nuovo,

infiammare l’animo di quelli che hanno un ideale spento.

 

Vorrei sorridere alla vita vestendomi di coraggio,

salire sopra il punto più alto per urlare che esisto.

 

Vorrei chiudere gli occhi per tornare a sognare.

 

Posso farlo, non manca niente occorre essere.

Iscriviti al blog tramite email

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog, e ricevere via e-mail le notifiche di nuovi post.

Facebook Comments

vendemmia, vernaccia e passiti

Vendemmia, Vernaccia e Passiti, soprattutto lavoro in vigna, passione ed identità. 

Lo scorso anno sono andato a trovare Dante Duri e scrissi due righe su di lui perché i suoi vini mi erano piaciuti molto, soprattutto perché mi aveva incuriosito molto l’idea di un agricoltore che si metteva a lavorare in vigna in maniera quasi maniacale. 

Purtroppo la vendemmia era finita ma scrissi lo stesso di lui e del suo lavoro perché davvero meritevole in questo articolo qui.

Vendemmia, Vernaccia e Passiti. Dante Duri in vigna
Vendemmia, Vernaccia e Passiti. Dante Duri in vigna

Quest’anno invece sono andato a trovarlo di sorpresa e ho voluto documentare la sua dedizione alla vendemmia.

Ne è uscito fuori un video auto prodotto per Itidealia una piattaforma di cui vi parlerò più avanti ma che vi invito a conoscere.

Intanto qui di seguito metto il link al video e non nego che mi piacerebbe avere le vostre impressioni tra i commenti.

Poi è uscito fuori anche un bel pezzo su Serrapetrona, un paesino molto affascinante, noto per la sua Vernaccia rossa spumante unica in Italia e nel mondo per il suo metodo di preparazione e questo uvaggio autoctono da preservare e valorizzare.

Un luogo dove soprattutto la qualità della vendemmia dalla cura della vite fino alla selezione dei grappoli diviene sintesi di una passione che ruota attorno a questo lavoro in stretto contatto con la natura, donando agli occhi del viaggiatore, paesaggi di campagna bellissimi e ben curati. 

Qui metto anche il link al pezzo che ho scritto su Serrapetrona, sempre per Itidealia.

Buona lettura e buon fine settimana.

Di seguito qualche foto scattata a Serrapetrona, dove la Vendemmia è soprattutto passione, Vernaccia e passiti.

Iscriviti al blog tramite email

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog, e ricevere via e-mail le notifiche di nuovi post.

Facebook Comments

Pensieri e domande.

Quando siamo bambini tendiamo a vedere il lato semplice delle cose, spesso quello più vero.

Lo stupore, la meraviglia, l’affetto e l’amore da bambini ci rendono felici, poi quando si diventa adulti non è che ci rattristiamo, ma diamo tutto un po’ più per scontato, abbiamo altro a cui pensare, ci facciamo appiattire dall’abitudine.

Questa foto l’ho scattata qualche tempo fa a Lubiana in Slovenia durante una divertentissima vacanza con due amici miei.
Per me questa immagine è piena di significato, nemmeno a farlo apposta sopra ai bambini c’è un cuoricino disegnato.

Penso che quel giorno abbia avuto una gran bella botta di culo a immortalare sto momento qua.

Poi ho deciso di utilizzarla sul blog per la poesia sulla felicità di Camille Rv.
Perché in fondo, cos’è la felicità se non il bambino che siamo e che ci urla di farla, ogni tanto, una risata in faccia al caos della vita.

Perché cos’è la felicità? come possiamo conquistarla se non ci fermiamo ad ascoltarlo quel bambino quando ci indica la meraviglia nelle piccole cose…?
Come riusciamo a sperare che il mondo possa migliorare se, dentro di noi, non abbiamo più tempo di vederlo limpido il mondo, perché nel frattempo, siamo troppo impegnati a distruggerlo…?
Come possiamo essere felici se ogni giorno siamo presi a diventare chi non siamo?

Buona notte a tutti!
#smettiamodicorreresenzamotivo

Felici sono quelli

Facebook Comments

piccolo viaggio tra arte e zafferano.

Queste ultime giornate calde di autunno me le sto godendo davvero.

Con il sole in faccia, percorro qualche chilometro da casa, e arrivo a Braccano, dove il sole illumina con tagli netti i murales dipinti sulle facciate delle case del borgo. 

Queste opere d’arte ogni anno sono sempre più numerose e sempre più colorate. 

Soprattutto percepisco l’aria di paese, quel senso dello stare insieme che è proprio della campagna, il volere genuino di essere comunità di persone. 

Penso a quante cose vicine ci sfuggono troppo spesso di mente, quanta meraviglia semplice si dischiude in un borgo colorato a pochi passi da dove abito. 

Sono belli anche gli itinerari da solcare continuando per la montagna dove è splendida, in questo periodo, la vista del panorama autunnale della faggeta di Canfaito, di cui ho parlato qui. Ma oggi il giro che farò sarà un altro e parte proprio da Braccano.

Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Il lupo ritratto in prospettiva nell'angolo di una casa.
Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Il lupo ritratto in prospettiva nell'angolo di una casa.

Questa idea artistica di dare spazio all’arte urbana, ha permesso una nuova vita alla frazione, evitandole lo spopolamento rivestendola di colori e contenuti, accendendo anche un piccolo trend che l’ha fatta diventare una piccola meta turistica ambientale. 

Guardando ed osservando le opere, penso ad una donna, Anna Maria Tempestini, che con la sua caparbietà e la sua tenacia decisionista ruvida ma gentile, è stata perno nel far fiorire questa bellezza.

Un murales nel borghetto di Braccano realizzato del 2016
Un murales nel borghetto di Braccano realizzato del 2016

Passato il borgo colorato d’arte contemporanea, arrivo ad una strada stretta che va leggermente in salita, il sole filtra tra i rami che iniziano a spogliarsi delle foglie gialle d’autunno; raggiungo una piccola collinetta, completamente assolata, dove c’è la coltivazione dei fiori di Crocus Sativus. 

Noto subito una cosa molto affascinante, per quanto involontaria; l’esposizione della collinetta è verso il paesino, e sembra quasi che i fiori violetti che stanno sbocciando stiano lì ad osservarlo.

Quegli stessi fiori con gli stimmi aromatici rosso fuoco che Riccardo raccoglie, e che ora sono posti ad asciugare lentamente perché il loro profumo e il loro sapore, possa mantenere tutte le migliori qualità dello Zafferano di Matelica “Metelis”.  

Piccolo viaggio tra arte e zafferano: un ape che mi guarda mentre fa il suo lavoro.
Piccolo viaggio tra arte e zafferano: un ape che mi guarda mentre fa il suo lavoro.

Riccardo e Matteo sono due fratelli con una passione comune, quella per l’agricoltura di qualità. Il loro campo di zafferano si trova poco sopra la caratteristica frazione “dipinta” di Matelica. La fioritura dello zafferano già è di per se una bella esperienza, dura pochissimi giorni ma ha bisogno di un lavoro di metodologia accurata soprattutto del rispetto dei tempi di messa a dimora, e di raccolta. 

Infatti è importante rendere il terreno di coltivazione sempre morbido ed avere una buona qualità della terra e, anche l’esposizione è importante che riesca a catturare una giusta quantità di raggi solari. 

Questi luoghi riparati dalle montagne hanno tutte le caratteristiche per dare un prodotto di ottima qualità.

Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Una fila di fiori pronti per essere raccolti.
Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Una fila di fiori pronti per essere raccolti.

Tuttavia per la verifica di questi aspetti legati al clima, al terreno, e alla possibilità che questo luogo sia adatto ad una tale coltura, i fratelli Gentilucci hanno fatto un lavoro di ricerca attraverso le carte storiche degli archivi notarili di Camerino, sezione di Matelica, ritrovando descrizione di una compravendita di Zafferano proveniente proprio dal territorio di Braccano risalente al 1400. Buona anche la selezione dei prodotti a base di zafferano , come la birra artigianale. Merita una menzione anche il sito internet sia per la costruzione che per la buona sezione delle ricette.

Piccolo viaggio tra arte e zafferano. L'atto di compravendita della seconda metà del 1400
Piccolo viaggio tra arte e zafferano. L'atto di compravendita della seconda metà del 1400

Vista l’autorevolezza del documento, non fu difficile trovare un terreno appropriato per una futura coltivazione, e tra il 2015 e il 2016 hanno iniziato l’avventura proprio in una collina a sud est della caratteristica frazione matelicese.

Nelle mattine di fine ottobre in quel piccolo appezzamento di terreno oggi ripristinato a coltivazione di Zafferano come ai tempi di Cristoforo Colombo, si respira un aria profumata di giallo, dagli ultimi raggi caldi del sole di autunno e dal sentore aromatico degli stimmi dei fiori di zafferano pronti per essere raccolti e messi a seccare.

Un gran lavoro di tempo, pazienza ed accuratezza, un modo per ripristinare identità locale, favorendo in questo caso, un’ulteriore proposta locale come accadeva oltre 500 anni fa, a dimostrazione di una diversificata e non univoca varietà di colture agricole.  

Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Il campo di zafferano in fioritura che guarda al paesino di Braccano.

Colori accesi mescolati di arte e natura, profumi decisi d’autunno conditi con il tocco nobile del profumo di Zafferano. Una mezza giornata di relax fra eleganti armonie di paesaggi e di bellezza.

Piccolo viaggio tra arte e Zafferano. Un Murales che rappresenta la preghiera e la speranza.
Piccolo viaggio tra arte e Zafferano. Un Murales che rappresenta la preghiera e la speranza.

Informazioni.

Braccano – sito internet del borghetto –

Metelis – Sito internet dell’azienda agricola – 

Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Riccardo con il suo raccolto
Iscriviti al blog tramite email

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog, e ricevere via e-mail le notifiche di nuovi post.

Facebook Comments

La petriola, cantina d’arte

La Petriola è una cantina dell’arte perché c‘è quell’atmosfera bohemien in quell’angolo di piazza Mattei, che rimane la parte più bella ed elegante, per quanto ancora ferita e con tutti i segni intatti di quell’evento catastrofico e naturale di 3 anni fa.

La petriola, cantina d'arte. un opera esposta all'ingresso.
La petriola, cantina d'arte. un opera esposta all'ingresso.

C’è quell’atmosfera calma di accoglienza verso ogni bellezza, che sia essa una forma d’arte, musicale o pittorica, è uno di quei luoghi che stimola il pensiero. Insomma una formula azzeccata quella di Daria e Carla, perché ricca di riferimenti al territorio.

E’ un locale che richiama un po’ la formula del Bistrot francese, ma deriva da una tradizione estremamente locale, quella delle cantine. 

La Petriola, cantina d'arte. Un'opera esposta.
La Petriola, cantina d'arte. Un'opera esposta.

Le cantine come in ogni paese erano piccoli luoghi di “ristoro” antesignani dei bar, dove la gente andava per un bicchiere di vino nelle pause di lavoro o al ritorno dai campi. 

 

Mio nonno e mio zio mi hanno sempre raccontato con molta simpatia la cantina di Marietta, che stava proprio in fondo al vicolo di casa nei pressi di porta Campamante. 

La Petriola, cantina d'arte. Saletta con mostra.
La Petriola, cantina d'arte. Saletta con mostra.

Conosceva tutti i suoi clienti, teneva diversi tipi di vino, qualcuno anche “annacquato” per quelli che erano solito alzare troppo il gomito. Quello delle cantine era lo specchio di una società rurale, più povera ma serena e lavoratrice. Forse lo specchio più reale del paese. Per questi motivo mi piace bere ogni tanto e responsabilmente per quanto possibile, un bicchiere da “La Petriola”. Innanzitutto il nome, che significa “imbuto” in dialetto matelicese, ed è stato ideato, non a caso da un grande artigiano e musicista locale, Roberto Dolce (di cui ho già parlato qui). 

 

La Petriola, cantina d'arte. Riflessi artistici allo specchio
La Petriola, cantina d'arte. Riflessi artistici allo specchio

Inoltre, e questo ne raddoppia il valore di una sosta, ora cioè durante il periodo di vendemmia c’è la contaminazione dell’arte di un pittore locale, Mauro Falcioni, che si sta affermando meritatamente in Italia, con i suoi gatti immaginari che fanno riflettere, e sono un viatico per comprendere la psiche umana ed il nostro essere interiore. Mauro ha sempre disegnato con costanza fin da bambino, ricordo le sue immagini fantasy che rifiniva quasi ogni mattina sull’autobus per andare a scuola. Disegna e dipinge da sempre, tra una battuta e l’altra, sotto quel berretto a coppola crea momenti immaginari fiabeschi che, appunto come le favole, trasferiscono una morale ed aiutano a riflettere.

La Petriola, cantina d'arte. L'artista Mauro Falcioni.
La Petriola, cantina d'arte. L'artista Mauro Falcioni.

Sorriso intelligente, occhi buoni che mirano comportamenti e li immagazzinano in sensazioni trasferiti su tela, Mauro riesce a dare forma così all’immaginario, lo dipinge in un racconto che stimola il pensiero e ci da la possibilità, per un attimo di riconsiderare quel che siamo.

In questo bistrot nostrano, che richiama in se le caratteristiche di genuinità del nostro territorio, si respira soprattutto l’aria fresca di un’identità locale certamente di Provincia ma di sicuro non provinciale.

I vini, quasi tutti di territorio, sono sempre accompagnati da un buffet che ha sempre un costante richiamo alla tradizione, riadattata chiaramente al finger food, ma per quanto possibile con un occhio votato creativamente all’essenza territoriale, senza mai tralasciare le contaminazioni; in questo senso è assolutamente da provare la sangria di Verdicchio.

La Petriola cantina d'arte. Codamozza è ormai la mascotte del locale.
La Petriola cantina d'arte. Codamozza è ormai la mascotte del locale.

Insomma in quell’angolo di Matelica c’è da più di un anno, c’è un piccolo spazio di vita, che per effetto del succo della vite, accomuna un po’ tutti i matelicesi, dall’artista all’impiegato, passando per l’imprenditore ed il medico. Inoltre da lì si può anche vedere la piazza da un punto di vista differente, non solo per prospettiva e spazi, ma anche per un’altra angolatura della mente.

La Petriola, cantina d'arte. La piazza di Matelica.
La Petriola, cantina d'arte. La piazza di Matelica.
Iscriviti al blog tramite email

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog, e ricevere via e-mail le notifiche di nuovi post.

Facebook Comments

“Felici sono quelli”

Quando Camille dal Brasile mi invia una sua poesia io sono sempre contentissimo per due motivi: il primo è che scrive in italiano meglio di me, il secondo è che le sue frasi sono leggere come il vento. Grazie.

Felici sono quelli che amano ancora.
che sanno amare per amare,
Senza pretese, 
Con buone intenzioni.

Felici sono quelli
Che donano la loro compagnia,
E si approfittano di questa, 
Per i sorrisi e gli abbracci scambiati.

Felici sono quelli,
Che non sarebbero mai rimasti al telefono in compagnia,
Non sarebbero mai scortesi,
Perché conoscono il dolce sapore di essere gentili. 

Felici sono quelli che sanno condividere. 
Che rispettano la parte dell’altro,
Che rispettano lo spazio dell’altro,
E sono consapevoli di ciò. 

Felici sono coloro che tengono in considerazione 
le parole ascoltate e quelle dette, 
Anche se in una stupida conversazione.

Felici sono quelli che sbagliano. 
Comunque, va bene… 
Riconoscono i loro errori
Con dignità.

Felici sono quelli che insegnano,
E hanno sete di imparare. 
Che “decostruiscono”, che costruiscono, 
Che ricostruiscono. 
 
Felici sono quelli,
Quelli, siamo noi.
Noi, siamo felici. 
 
Camille Relvas.

Di seguito il testo in Portoghese.

“Felizes são Aqueles”.
 
Felizes são aqueles que ainda amam. 
Que sabem amar por amar,
Despretensiosamente, 
Com boas intenções. 
 
Felizes são aqueles 
Que doam sua companhia, 
E que se aproveitam desta, 
Pelos sorrisos e abraços trocados. 
 
Felizes são aqueles, 
Que jamais ficariam ao celular em companhia, 
Jamais seriam indelicados para tanto,
Pois conhecem o doce sabor da gentileza. 
 
Felizes são aqueles que sabem dividir, 
Respeitam a parte do outro, 
Que respeitam o espaço do outro,
E sabem a importância disso. 
 
Felizes são aqueles que têm consideração
pelas palavras escutadas
E as ditas, 
Mesmo que, em uma conversa boba. 
 
Felizes são aqueles que erram, 
Mas tudo bem… 
Eles reconhecem seus erros
Com dignidade. 
 
Felizes são aqueles que ensinam, 
E têm sede de aprender 
Que desconstroem, que constroem, 
Que reconstroem. 
 
Felizes,
São aqueles,
Aqueles, somos nós
Nós, somos felizes. 
 
Camille Relvas.
La felicità sono quei bambini che giocano con tutto.
La felicità sono quei bambini che giocano con tutto.
Facebook Comments

L’Italia del buco

Siamo l’Italia del buco, la nazione di quelli che prima l’identità, se non fosse che poi, l’unica cosa buona diviene scannarsi su razzismo, fascismo e antifascismo, con metodiche da stadio, nessuna analisi razionale delle possibili salvaguardie territoriali, baluardi dei territori, nessuna domanda su quale sia il significato di tutela dell’identità, su quali possano essere le azioni solide e semplici per uno sviluppo locale sostenibile, dove c’entra di più la tutela della biodiversità, la tutela del patrimonio artistico e culturale e chi in questo ci lavora ma spesso viene sfruttato, sia esso bianco, giallo o nero, piuttosto che emigrante. Essere sovranisti in assenza di idee su cosa sia il concetto di sovranità popolare è sempre troppo comodo.
Ecco che allora assistiamo a scontri fantomatici tra finta destra contro finta sinistra che non presenta fatti, ragionamenti o proposte.
 
Insomma siamo disposti ad andare dietro al primo che alza la voce, se ne costruisce attorno un’aurea di protesta progressiva e strutturata solo nella sua comunicazione individuale e poi, alla resa dei conti, rimane con un pugno di mosche in mano, e fa saltare il tavolo. E’ sempre così, è il giro tondo italiano, il motivo per cui non siamo più credibili agli occhi del mondo perché i pensieri nobili o sensati vengono subissati dalle questioni di pancia, dai vuoti mentali, da nessuna lettura del territorio in termini d’identità. Ci troviamo con strade nuove spesso inutili, nessuna lettura contestuale del territorio, parliamo di democrazia e ci troviamo ad eleggere, ormai troppo spesso, “yes men” senza sostanza.
 
Siamo diventati la gente di borgata che vuole tutto ed il contrario di tutto, tifa e non pensa, ma troppo spesso, purtroppo, si accontenta di un rutto. 
Siamo sapientemente ignoranti, logorroici sostenitori di tifoserie partitocratiche, pieni di frasi patetiche come “senza se e senza ma”, “ampio respiro”, “larghe vedute” ed “aree vaste” popolate di nullità e “chi più ne ha più ne metta”. 
Nemmeno uno straccio di visione reale e a lungo termine, progetti coinvolgenti, tutto enfatizzato nell’ideologia del “fare tanto per fare”, senza nemmeno più cercare di “agire per essere efficaci”. Così tiriamo a campare dentro una gabbia di criceto, dando la colpa a tutto e al contrario di tutto, ci tiriamo dentro anche l’economia, la esasperiamo dopandola con la finanza, giochiamo in borsa se ce lo possiamo permettere, e poi, se diventiamo poveri, allora vanno bene le slot machine, che tanto vince sempre chi intuisce l’algoritmo giusto.
 
Vediamo la politica come il calcio, viviamo di tifoserie e non di metodi efficaci per “agire bene” che tanto a fare male sono buoni tutti, così finiamo per stare dietro al più furbo di turno, accreditando qualsiasi politico che ci promette un bengodi di boiate senza prospettive, contenti di marcare il cartellino, lavorare conto terzi, in una spirale sempre più fantozziana dove il ricco è progressista ed il pezzente, per controbilanciare diventa fascista o liberista, ma entrambi, depressi e contenti postano gattini rossi e neri su un Social Network il giorno dopo.
 
Intanto chi ci ruba la vita, chi fa i soldi è proprio quel social network che fattura miliardi grazie alla nostra sudditanza repressa, diviene padrone e ci tiene tutti sotto scacco mentre quel buco rimane li e non lo sistema più nessuno.
Le priorità sono sempre altre e fintamente più alte, senza logica, perdiamo le nostre radici per sfinimento, disossando avidamente, scomodando Pasolini, ogni “realtà particolare”; vediamo le risorse economiche impegnate sempre di più in massicce quantità per giustificare investimenti megalomani senza futuro.
L'Italia del buco. Un buco su una via di un centro storico dove in questo caso ci pensa la piuma sopra la ragnatela a donargli quasi eleganza.
L'Italia del buco. Un buco su una via di un centro storico dove in questo caso ci pensa la piuma sopra la ragnatela a donargli quasi eleganza.
Ma a noi che ce ne frega siamo il popolo del cazzaro rosso, verde o chissà, forse un giorno anche bianco, giallo o nero. Svendiamo piano piano tutto il paese al soldo di colpi di governo, finto nazionalismo e sovranismo ormai perduto dietro ai teatranti della politica col sottofondo delle tifoserie da stadio, senza guardare alcuna proposta, inseguendo solo il comodo tornaconto d’immagine. 

Per questo dobbiamo renderci conto che non meritiamo rappresentanza che gli italiani sono la banda del buco e che “non è difficile governarli ma inutile” e questa è l’unica cosa condivisibile da parte mia che disse il Duce.

Non si riesce a divenire società, ognuno va verso la propria e progressiva smania di egocentrismo, esasperato senza logica tanto che per avere un Presidente del Consiglio presentabile, si è dovuto sceglierlo a caso tra i “non politici”. 
Il trionfo della banda del buco, che apprezza e poi svende, che tifa e non ragiona, che esclama senza conoscere, perché tanto qualcuno che gli sta dietro a tifarlo ci rimarrà sempre, con “testa e cuore”, se non fosse che l’una è marcia e l’altro è impietrito.
 
Non riusciamo a restaurare centri storici millenari devastati da un sisma di oltre tre anni fa, non si contano quanti siano stati i soldi già spesi, ma siamo li a delegare responsabilità a chi dimostra, ormai troppo spesso incompetenza scansando serietà e pragmatismo.
Ci facciamo prendere dal senso di appartenenza a partiti post-ideologici che al massimo hanno 10 anni, e denigriamo i comunisti, i poveri, o tutti quelli che la pensano diversamente, ma andiamo tutti a messa la domenica per purificarci un’anima che non abbiamo neanche più. 
Ci guardiamo allo specchio senza osservarci, convinti che lo sgorbio sociale che siamo diventati, rappresenti il meglio dell’essere umano, mentre è la plasticità del nostro sopravvivere da parassiti, l’unica cosa che riusciamo a nascondere bene sotto al botox.
 
Siamo lobotomizzati dai post, mentre ci lasciamo mangiare la vita vera da qualche capopopolo che ci prende di pancia, perché tanto siamo così, un popolo di tifosi che tengono per la propria squadra, che vinca nonostante tutto anche se non c’è più un campionato vero, tanto tutto è virtualmente connesso e umanamente disconnesso. 
 

Va bene qualsiasi cosa in questo girone di perdenti, anche comprarsi la partita, basta che si arrivi prima avendo i numeri per vincere e governare questo Paese costruito sul “fantacalcio mercato” di una politica che ci manda tutti in fuori gioco. 

Buona vita, a tutti nonostante tutto gente, tranquilli tanto quel buco rimarrà così lo stesso. Palla al centro, sperando che non finisca in quel…buco.
Iscriviti al blog tramite email

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog, e ricevere via e-mail le notifiche di nuovi post.

Facebook Comments

Sogno Coraggio

Sogno coraggio, che è quello che manca a molti oggi, forse a tutti.

Ultimamente incontro parecchia gente dirmi che faccio bene a scrivere quello che penso, gli rispondo, se posso, con un grazie, ma non lo dico mai a nessuno che quello che cerco anche io, in realtà, è il coraggio. Scrivo per coerenza, motivazione e sentimento, e soprattutto perché questo mi aiuta a trovare la forza per andare avanti, avere un senso per non andar correndo senza motivo. Ma il coraggio anche e soprattutto di scrivere quello che penso, lo cerco più in me stesso che negli altri, senza paure e senza pretese.

 

In questo terzo anno dopo le scosse attorno a me vedo quella che prima era caparbietà, tramutarsi in furbizia, spirito di sopravvivenza, l’idea di cercare modi per sopravvivere, facendosi furbi invece che intelligenti.

Così rimane tutto fermo, immobile, distrutto, sepolto sotto il chiacchiericcio dei politici e dei media.

Allora mi chiedo come possa non essere evidente questa mancanza di coraggio la mancanza di unità fra le persone, mi chiedo perché obiettivi comuni e semplici diventano i più improbabili da perseguire? Perché ci rassegniamo all’utopico e dimentichiamo l’ovvio? L’ovvio in primo luogo di ricominciare a credere nella persona sul serio e non attraverso gli slogan.

 

Spesso ultimamente arrivo alla conclusione che siamo diventati un Paese di instancabili sognatori da telenovela o da reality.

L’effetto è quello e, psicologicamente ci fa bene perché catartico, quasi ci conforta vedere un Salvini oppure un Renzi o un Di Maio che dicono tutto ed il contrario di tutto. Fanno la politica delle larghe vedute da slogan di 3 secondi; un controsenso in termini. 

Ma noi ci affezioniamo, come abbiamo fatto 20 anni con Silvione oppure con il “sempreverde” sindaco di paese. Siamo fatti così, ci piace urlare alla luna, e poi fare spallucce di fronte al potente di turno, autogiustificandoci con un “come fai a non volergli bene?”

Sono sempre più convinto che siamo un popolo di sognatori rassegnati, avere queste figure imperfette ci piace, ci evita di pensare, ma possiamo criticarle, aumentandone la loro popolarità (“purché se ne parli”) e poi sono confortanti, perché possiamo dire che sono un po’ come noi e di rassicuriamo dentro a questo pensiero.

Sogno Coraggio. Questa farfalla l'altro giorno ha spiccato il volo dal terrazzo, ha trovato il coraggio di volare.
Sogno Coraggio. Questa farfalla l'altro giorno ha spiccato il volo dal terrazzo, ha trovato il coraggio di volare.

Pensando alle figure del governo mi viene da dire che uno come Conte per l’italiano medio sia troppo perfetto, ed alla fine ci avrebbe deluso come tutti, quindi tanto vale che sia andata così, lasciamoli direttamente perdere quelli che ambiscono ad essere migliori ad essere migliori nei modi e negli atteggiamenti, affoghiamo nella nostra mediocrità assoluta, perché è meglio chi ci fa ragionare di pancia, il burattino, il fenomeno da discoteca, l’ignorante. Siamo adulatori del correre senza obiettivi, motivazioni e finalità, programmiamo esistenze subordinate a “si” di comodo, fino al punto di arrivare, a nostra insaputa a declinare “democrazia” in “dittatura per pigrizia”. Allora ci meritiamo l’aumento di tutte le imposte, la guerra del Fondo Monetario e tutte le misure lacrime e sangue perché ci adagiamo nel nostro individualismo da “supermercato” ed essere presi a calci nel culo ci fa bene.

 

Noi italiani siamo un popolo di sognatori senza coraggio, me compreso, la media che osservo è quella di chi ti dice di andare avanti, tanto la società ci mette un secondo a dirti che sei matto e a lasciarti a piedi oppure a darti del matto rubandoti le idee cambiare idea e perseguire quello che è più comodo. Lasciare a piedi è facile, disattendere è d’obbligo e porta consenso paradossalmente, lo stesso vale quando si cerca di scimmiottare l’idea di qualcun altro, perché dobbiamo essere tutti mediocri allo stesso livello, burocrati del nulla in un Paese che ha perso coscienza di se stesso.

 

Quindi seguendo questa linea diventa ovvio che l’Amazzonia, la Siberia oppure l’Africa (qui quanto ho visto) non faccia nemmeno notizia, parlarne è una cosa da radical chic. Nel piccolo diviene ovvio che le strade del centro storico con l’asfalto buttato a sfregio sopra ai sampietrini siano meglio di niente, perché non conviene risanare la bellezza, costa troppo impegno, meglio costruire strade nuove, magari inutili che non ti portano da nessuna parte.

 

Fa più comodo rimanere camaleontici e sempre gli stessi dietro agli altri, dietro agli slogan sulla crisi di governo, e su chi viene prima (ma prima di chi?), ma siamo fatti così.

In fondo anche quello che ci sta attorno tendiamo a dimenticarlo, guardate la ricostruzione dopo il terremoto, continuiamo a correre dentro la gabbia del criceto, incazzati ma senza proposte, senza curiosità di sperimentare altrimenti, non ci chiediamo più se dietro un’etichetta ci sia un contenuto di valore, tanto ci fidiamo perché ci sta la scritta sul cartello. 

Superficiali senza Essere per la troppa smania di avere, dimentichiamo di vivere l’oggi a forza di cercare un domani che non arriva mai.

 

Accattoni del marketing, facinorosi dell’apparenza. Voglio raccattare coraggio, spero nel sogno, che ci volete fare…? sono fatto così, buona vita.

Sogno coraggio anche da solo, grazie !

Sogno Coraggio. Eccola la farfalla, mentre dispiega le ali poco prima di volare via.
Sogno Coraggio. Eccola la farfalla, mentre dispiega le ali poco prima di volare via.
Facebook Comments

…smettiamo di correre senza motivo!

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com