Il marciapiede status symbol

Gli alberi dei giardini pubblici

Il marciapiede è rotto, ci sto sopra con i piedi. Ci penso su e dico fra me e me che forse pensare troppo fa male. A volte è opportuno non fare un cazzo se fare qualcosa vuol dire farla male, o peggio, per finta. Vivo nel mondo del post facile, degli youtuber, dei gattini postati su facebook e della difesa fasciocomunista dell’immagine ad ogni costo.

Questo è un ragionamento che faccio in primo luogo a me stesso. La domanda principale totalitaria di oggi è sempre come apparire un consumatore migliore agli occhi dell’altro. Il più delle volte non ci si accetta mai. Siamo tutti pronti ad indossare una maglietta colorata poi ci stupiamo se crollano i ponti o che stia per arrivare una deriva neo fascista, neo comunista senza pensare che questi siano solo neologismi presi in prestito dal passato perché ci vergogniamo di avere a cuore solo il nostro “status symbol” ma non abbiamo più obiettivi sociali veri da perseguire e qualora li avessimo, ce li buttiamo alle spalle o peggio, li deleghiamo a qualcun altro perché troppo difficili da raggiungere. Si vive per cercare i soldi che inevitabilmente spendiamo a forza di minchiate per raggiungere il superfluo. 

Sempre indignati col potente di turno, sempre a dare spazio a chi fa una cazzata incoscienti che parlarne non faccia altro che aumentare la visibilità
del cazzaro di turno. Tirare fuori quel poco di bellezza che rimane è sempre più difficile sembra quasi impossibile a volte. Siamo immersi in un mondo di ipocriti menefreghisti sempre pronti a fregarsi a vicenda. E’ la regola del Marketing. Ne siamo consapevoli ma oramai presi dal vizio di questa droga che fa più male del fumo ci sentiamo quasi in dovere di trattenerci quando ci accorgiamo che le persone più umili sono quelle che trasmettono la parte bella della vita.

Come ogni fine estate ricomincia la diatriba politica, la critica sul governo, le responsabilità, il debito pubblico e quello dei privati che sono oramai sempre più privati di tutto. Scandali, indagini barconi, sfollati veri e sfollati finti, ladri veri e ladri finti, ricchi e poveri, farabutti e onesti, cambia solo la scorza che devi avere per affrontare la vita. L’informazione fai da te, i problemi irrisolti di chi non arriva a fine mese per cui non esiste nient’altro che soccombere. Il lavoro che nobilita l’uomo che lo sfrutta ingannando o cercando di farlo, che tanto se hai il pelo sullo stomaco, alla fine la scampi comunque e via discorrendo.

Tutta la tecnologia ci rende schiavi di polemiche infinite su come emanciparsi, su come tutelare la privacy della foto che metti in rete che è sempre più un ossimoro se ce l’hai messa tu. 

Il problema grosso è che non c’è più coraggio di dissentire dalla voce del padrone di turno. La gravità è che si va dove vanno tutti, siamo pieni di motivatori e scarsi di motivi ma questo non lo dice mai nessuno perché non conviene dirlo.

L’unica legge è quella di essere deboli coi forti e forti con i deboli. L’Italia, ma forse il mondo è retto su una logica di dominazione totalitaria che non è nemmeno a buon mercato. Ieri mi sono fermato a parlare con un amico d’infanzia sotto ai giardini del mio paese. Diciotto anni fa dicevamo che senso aveva parlare di fazioni
politiche se poi i servizi principali utili alla società non venivano erogati comunque.

Che senso avevano le fazioni se quel marciapiede non veniva ristrutturato invece che rattoppato alla meglio. A distanza di anni, quel marciapiede ancora sta così con le buche e tutte le toppe al seguito però ci riempiamo la bocca col sostegno ai più deboli senza renderci conto che sono sempre loro ad essere i veri capri espiatori.

Mi inorridisce l’opulenza effimera di ogni giorno, mostrata senza nemmeno tanti mezzi termini la lotta contro le classi povere. Deboli coi forti e forti coi deboli, questa è la società che meritiamo, questa la “governance de noantri”. La distruzione della società del pensiero a favore di quella dei consumi. Che ci vuoi fare? Da solo non puoi fare niente. Ma rendersene conto è già qualcosa. Decido di superare quel vecchio marciapiede rotto e immergermi dentro la bellezza dei giardini. Così non ci penso più e magari respiro meglio.

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7 commenti su “Il marciapiede status symbol

  1. Il sistema è molto corazzato contro i coraggiosi, te lo assicuro. Chi non sta zitto paga prezzi altissimi, la stagnazione non è solo indifferenza perché la diffusione degli intoccabili fedelissimi al sistema è capillare e risale a moltissimi anni or sono, così la ribellione è difficile, se non eroica e gli storici alleati della gente comune si sono alleati col potere.

    1. È un periodo che questa cosa mi frulla sempre di più per la testa. Spesso quando cammino per strada e parlo con la gente noto una forma di rassegnazione verso quello che spesso dovrebbe essere ovvio. Ne parlavo poco fa anche con un amico col quale insieme ad altri, mossi dall’idea di fare qualcosa di utile alla società fondammo una onlus che chiamammo “Convergenza” sull’idea, era la fine degli anni 90, che fosse importante fare il necessario come rimettere apposto ad esempio quel marciapiede. Fummo presi per il culo dai politici di allora perché il nome era assoggettabile ad un gruppo di gommisti. Facemmo diverse iniziative che poi altri scimmiottarono con risultati devastanti. Oggi quel marciapiede sta ancora lì con le buche e tutto il resto.

      1. È molto doloroso ed é difficile non scoraggiarsi. A monte di ogni problema, io ritengo importantissimo educare i figli secondo un modello che vada oltre alla fruizione di beni effimeri, come l’aperitivo, la pizza, lo smartphone e si allarghi su onestà, senso critico, coraggio

  2. Ottima descrizione del presente.
    La cruda realtà, travestita o mal celata, ha sempre accompagnato i miseri esseri umani, che siamo Noi, nei decenni…
    …siamo gli autori e nel contempo le vittime…
    Aspettiamo che qualcuno provveda ” a raccogliere il latte che Noi abbiamo versato ”
    E aspettiamo senza far nulla il Cambiamento…
    Forse è giunto il momento di combattere seriamente questa ” schizofrenia sociale ” diventando gli psichiatri/culturali prima di noi stessi e poi, dandone l’esempio, degli altri…

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