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la festa dei matti? Scimmiottata!

Era la fine dell’estate del 2002 quando con Matteo Aringoli e un gruppo di amici decidemmo di dare vita alla festa dei matti. Prima e unica edizione, unica regola, divertirsi. Poi si immersero nel programma i giornali, le vicende di paese, la politica e altro, ma sul palco c’eravamo noi, colorati, sognatori, folli.

Nel 2005 Steve Jobs pronunciò a Stanford la celebre frase “stay hungry stay foolish” e in quel preciso istante capimmo che noi invece eravamo “stay rincoglioniti” perché immersi nel provincialismo più becero e miope di un paese che si atteggia a quello che non è, e per fortuna che non lo è. L’idea dietro a quello slogan dell’unica regola divertirsi era quella di giocare e riflettere su quei momenti di pazzia che porta l’uomo alle scelte più avventate, verso le scoperte più lungimiranti, la festa dei matti doveva essere l’elogio continuo di una città/paese che non confonde la propria radice del nome con una demenza culturale, perché siamo a Matelica non a Scemelica o Cretinilica.

Matti avrebbe dovuto racchiudere il sogno realizzato di Enrico Mattei che, guarda caso, ne aveva la stessa radice nel cognome, confidando con la ragione di un popolo in cerca di autonomia energetica, subito dopo la seconda guerra mondiale, riuscì ad aprire le porte del futuro all’Italia. Era un gioco di parole che sarebbe dovuto divenire stimolo di creatività e non invidia palese di politicanti in erba o, ancor peggio, sussidio politico per depensanti in cerca di polemiche. Purtroppo a seguito di quella prima edizione vinsero i depensanti, e vincono ancora oggi perché la ripropongono come novità gli stessi (come appare nei dispacci), che al tempo la snobbarono del tutto, senza un progetto oltre ai sette giri intorno alla fontana di piazza, di cui ne disegnai gratuitamente una ristampa. Allora ecco che non esiste riconoscenza delle idee, perché sono dei rompicoglioni quelli che le propongono le idee, perché deve valere la ragione di provincia, del facciamo così perché si è sempre fatto, almeno facciamo qualcosa, quel qualcosa stracolmo di niente che vale al massimo una cinquantina di bestemmie senza senso, tirate verso le istituzioni che non ti aiutano a fare un cazzo se non a prendersi i meriti di quelle stesse idee che loro non avranno mai. Scimmiottare e non chiamare mai perché colmi di quell’apatica aureola colma di ipocrita visibilità localistica.

matti che spiegano, semiseriamente - festa dei matti - 2002
matti che spiegano, semi seriamente – festa dei matti – 2002

Allora mi meraviglio di come si possa non considerare la possibilità di progettare un’idea come quella di dare un senso ai “percorsi matti” del nostro territorio per comunicare qualcosa di più dei 7 giri intorno alla fontana di piazza. Perché dopo anni si riconsideri sempre una novità qualcosa che, invece, a quest’ora sarebbe potuta divenire, con il sostegno delle istituzioni, un argomento tale da innescare interesse, magari anche motivo di viaggio per qualche giorno a vedere cosa s’inventano “quei matti di Matelica” al loro festival quest’anno. Invece no!

Tutto tace dietro la rievocazione pseudo storica di 7 giri intorno alla fontana di piazza, che fra l’altro i depensanti, omettono di dirlo, ma li si faceva fare per conclamare il fallimento o comunque la perdita a “pubblico ludibrio” della propria credibilità. Ecco, con questa bella novità, che non è assolutamente una novità, voi sempre gli stessi parrucconi, sempre sulla cresta dell’onda, decretate il vostro fallimento, il fallimento di una politica che da inclusiva è diventata esclusiva ed intoccabile, piena di astio in chiunque proponga qualcosa al di fuori del vostro cerchio di cortigiani. Il fallimento, purtroppo, anche di una società china dietro le vostre ipocrisie e quindi complice, perché arresa alle vostre belle smorfie che fanno spallucce, il fallimento mio che nonostante tutto, non trovo ancora il coraggio di fregarmene di voi borghesi piccoli piccoli e di mandarvi pubblicamente affanculo !

Insostenibile IPOCRISIA dell’essere UMANO!

“L’Urlo”

A volte, periodicamente e, oramai sempre più di frequente, mi trovo a sprofondare in mezzo all’insostenibile ipocrisia dell’essere umano. Mi sento un alieno, li osservo li ascolto e non capisco i loro atteggiamenti, quasi sempre illogici, inappropriati e superficiali.

Uno cerca di fare la cosa migliore, la fai e gli altri non ti capiscono. Vivo in un paradosso surreale. Sempre più spesso mi capita di vedere questo. Di vivere l’illogico e l’irrazionale come se fosse la realtà. Mi sembra tutto un “pressapoco” un “andiamo avanti perché bisogna tirare a campare”.

Allora mi domando, che senso abbia, il campare se non si cerca il vivere…!

Poi però riaffondo in un urlo muto, come se tutto scorre senza che nessuno possa accorgersi dell’immane niente che ci lasciamo alle spalle.

Come se potessimo vivere tranquillamente, come se non fosse niente, ….immersi nelle nostre convenienze.

Frastuono arido

Raffaello in maschera
Raffaello in maschera

Circondati dagli stupri della bellezza, dall’assordante peso dei rapporti umani, dai social network, dalla comunicazione di massa,

ci si ritrova a rinnegare il senso leggero di un sorriso, di una risata, di quattro chiacchiere, del riflesso inestimabile di un’opera d’arte, della manualità di un mestiere, delle radici del passato.

Affannati ed in corsa per un traguardo che non c’è, si generano vizi come cancri imbevuti di malaffare,

ipocrisie nefaste che sciupano la parte buona dell’anima.

Certi di un’autorità maturata su questo terreno arido, ci si autoalimenta nella convinzione di una via falsamente giusta, come viziati da una sempre più incolmabile lacuna dell’anima.

Soffocati dalla comunicazione indotta del peggio del nostro tempo.

Rimessi a lustro da anni di inefficaci guerre di potere fra chi logora e chi si fa logorare.

Inermi in tutto ciò gli uomini divengono i nuovi schiavi dei tempi moderni.

Il problema non è il risultato del voto, ma l’ipocrisia.

Piazza che vai, vita che trovi
Con la curiosità di un bambino – foto di Marco Costarelli

Ho scritto un pezzo riguardo gli esiti delle elezioni, una risposta a chi per strada mi ferma e mi critica riguardo al mio rifiuto della scheda elettorale.

Ho scritto di un popolo che non ha il coraggio di protestare, di alzare la testa perché troppo coinvolto dentro le sue false debolezze.

Ho scritto di un trentasettenne capo del Governo che ha la fiducia di chi è oramai artefatto in usi, costumi e gesti, ed al quale fa specchio una serie di sindaci eletti con lo stesso suo modo di infondere (in)sicurezze virtuali.

Volevo far passare la colpa al mondo, sulla scia della frase di George Orwell “Un popolo che elegge corrotti, impostori ladri e traditori non è vittima. E’ complice”.

Poi mi sono visto allo specchio ed ho riflettuto sulla mia vita, le mie scelte passate. Poi ho risposto al cellulare, ho visto la PlayStation spenta in sala di fianco al tv a led 3D e mi sono detto. “Ma che cazzo scrivo? Alla fine sono come tutti gli altri, magari solo un po’ più masochista.” Mi sono chiesto che senso avesse riportare una lamentela come se io fossi qualcos’altro rispetto al sistema.

Io faccio parte di questo ordine di cose, quindi che cambia se critico ma non faccio più niente per cambiarle? Che senso ha se non cambio io per primo?

Ho cancellato tutto!

Ho ripensato a quando, qualche anno fa, arrancavo per arrivare alla fine del mese, però mi sentivo ripagato dal sorriso di un gruppo di bambini e di ragazzi in cui ci vedevo la voglia di esserci, di esprimere le proprie convinzioni, incanalare nel verso giusto le emozioni. Riuscivo quasi a sentire i loro animi, mi sentivo parte di un processo di crescita sana. Nutrivano una freschezza contagiosa. Sentivo che quel ruolo conquistato a forza, era utile ed poteva essere esemplare per migliorare gli altri. Oggi no. Per carità sono più tranquillo economicamente, ho il posto e lo stipendio (finché dura) a fine mese e forse, anche 80 euro in più, ma posso dire onestamente con me stesso di essere felice? Dico che campo nel costante tentativo, a volte mal riuscito di frenare le emozioni. Ma forse la felicità è qualcosa di altro. E’ nella dolce freschezza di un abbraccio, un sentimento del cuore, un gesto che ti scalda l’anima che proviene da una frase, da uno sguardo di affetto, da una risata.

Forse ho solo paura che quella freschezza la stia perdendo piano piano per rincorrere una sicurezza “beffarda” anche io come gli altri.

Poi però ti capitano delle magie inaspettate, qualcuno che quel colore acceso negli occhi ancora ce l’ha, identico a quello che vedevo negli sguardi di quei bambini tempo fa, quella brillantezza iridescente che hai solo quando fai le cose in cui credi.

Per un attimo sono tornato a crederci, a credere nella possibilità di riconquistare più umanità, di riprendermi la voglia di dimostrare che cambiare il mondo in meglio in fondo non sia poi così impossibile.

Forse la vera rivoluzione sta nell’abbattere il potere dell’ipocrisia.