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Vorrei…

Vorrei vedere le labbra accendersi nell’allegria,

il giorno splendere di luce nuova sui tuoi capelli,

 

vorrei essere mille volte capace di capire le persone,

capire me stesso, riuscire a farmi piacere questa faccia.

 

Vorrei volare, specchiarmi dentro agli occhi del mondo,

veleggiare sopra le onde leggere della felicità.

 

Vorrei essere me stesso anche quando mi vergogno,

divorare la pigrizia e farne uno scudo di energia.

 

Vorrei dimenticare tutto e tornare ad essere nuovo,

infiammare l’animo di quelli che hanno un ideale spento.

 

Vorrei sorridere alla vita vestendomi di coraggio,

salire sopra il punto più alto per urlare che esisto.

 

Vorrei chiudere gli occhi per tornare a sognare.

 

Posso farlo, non manca niente occorre essere.

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Pensieri e domande.

Quando siamo bambini tendiamo a vedere il lato semplice delle cose, spesso quello più vero.

Lo stupore, la meraviglia, l’affetto e l’amore da bambini ci rendono felici, poi quando si diventa adulti non è che ci rattristiamo, ma diamo tutto un po’ più per scontato, abbiamo altro a cui pensare, ci facciamo appiattire dall’abitudine.

Questa foto l’ho scattata qualche tempo fa a Lubiana in Slovenia durante una divertentissima vacanza con due amici miei.
Per me questa immagine è piena di significato, nemmeno a farlo apposta sopra ai bambini c’è un cuoricino disegnato.

Penso che quel giorno abbia avuto una gran bella botta di culo a immortalare sto momento qua.

Poi ho deciso di utilizzarla sul blog per la poesia sulla felicità di Camille Rv.
Perché in fondo, cos’è la felicità se non il bambino che siamo e che ci urla di farla, ogni tanto, una risata in faccia al caos della vita.

Perché cos’è la felicità? come possiamo conquistarla se non ci fermiamo ad ascoltarlo quel bambino quando ci indica la meraviglia nelle piccole cose…?
Come riusciamo a sperare che il mondo possa migliorare se, dentro di noi, non abbiamo più tempo di vederlo limpido il mondo, perché nel frattempo, siamo troppo impegnati a distruggerlo…?
Come possiamo essere felici se ogni giorno siamo presi a diventare chi non siamo?

Buona notte a tutti!
#smettiamodicorreresenzamotivo

Felici sono quelli

In viaggio con gli occhi di Venus.

Chissà cosa avrà pensato la piccola Venus mentre affrontava questa avventura in diversi stati insieme a me ed Andrea?

Elegante, contenta, sorniona, allegra, vivace ma ubbidiente, Venus sembra una piccola principessa, è stata bravissima durante questo viaggio verso la Serbia, il suo sguardo attento disegna sentimento, descrive emozioni, in un certo senso, è prolisso di espressioni che ti guidano ad osservare le piccole cose, quelle che di solito, noi umani, presi dalla fretta, siamo troppo avvezzi a tralasciare.

Molto probabilmente non dimenticherò con facilità quel momento in cui si è affacciata dal muretto lungo il fiume Danubio ad osservare, quasi meravigliata, il panorama del fiume sovrastato, sulla sponda opposta, dalla maestosa eleganza gotica del palazzo del Parlamento Ungherese.

Venus sembra proprio quanto di più vicino all’uomo, un cane possa trasmettere.

Il merito di una selezione di razza, fatta di una conoscenza specifica e speciale sulle caratteristiche della specie, mantengono identità alla razza canina, danno carattere e stabilità emotiva, sicurezza e dolcezza.

Merito principale è dell’allevatore che vive in simbiosi con loro, fa una scelta di vita coraggiosa, mista a passione, conoscenza ma soprattutto amore. Selezionare il cane perfetto non vuol dire creare chissà quali alchimie o genetiche particolari, non ha nulla a che fare con l’idea “ariana” della perfezione, è solo passione, costanza e conoscenza delle varie genealogie di cane, allenamento, e continua ricerca (se volete avere maggiori informazioni link all’allevamento DINADOB).

Per questo siamo arrivati fino in Serbia per migliorare e mantenere, preservare e far progredire una biodiversità canina nel modo più naturale, con l’accoppiamento volontario. Un atto d’amore dove l’uomo guida il suo migliore amico a migliorare la sua progenie ed in cambio viene supportato ogni giorno a casa, per compagnia, lavoro, utilità e anche per difesa.

Venus che osserva il panorama sulla sponda del Danubio.
Venus che osserva il panorama sulla sponda del Danubio.
Io e Andrea, sul Ponte delle catene, a Budapest, durante il viaggio di ritorno.
Io e Andrea, sul Ponte delle catene, a Budapest, durante il viaggio di ritorno.

Venus è un Dobermann di due anni e mezzo ed io in questo viaggio sono stato chiamato dal mio amico d’infanzia Andrea per fargli compagnia e raccontare quale fosse il significato di vivere insieme ad un Dobermann oggi, con uno sguardo esterno osservare, capire e comprendere.

Tanto è il lavoro che c’è dietro all’allevare un cucciolo di cane, soprattutto è ardua e consapevole la scelta di vita che si compie nel momento in cui si decide di viverci in simbiosi con questa fantastica specie. Il Dobermann purtroppo è stato spesso al centro di molte discussioni in passato, perché davano l’idea di essere troppo aggressivi, eccessivamente instabili. Mi sono reso conto invece, che oggi, proprio questa specie risulta essere di grande stabilità emotiva ed equilibrio caratteriale, grazie a tutti gli esami caratteriali, il lavoro sul campo, gli allenamenti e l’osservazione, la vicinanza all’animale, fanno di questa specie. una delle migliori al mondo.

 

Venus mi ha fatto anche capire però che il Dobermann non è per tutti, come ogni cane del resto.

Questo viaggio mi ha insegnato quanto amore ci sia dietro la cura di un animale, i sacrifici ed il coraggio di farne una missione di vita. In Serbia a Gornji Milanovac abbiamo incontrato Branko e Evgenia allevatori anche loro. Sono stato molto colpito dalla loro identica passione nel vivere in simbiosi con i loro cuccioli, la stessa di Andrea anche se a migliaia di chilometri di distanza.

Cena con Branko ed Evgenia a Gornij Milanovac in Serbia.
Cena con Branko ed Evgenia a Gornij Milanovac in Serbia.

Subito si è percepita la bellezza di un’intesa attraverso la passione per i cani che è scaturita in un’amicizia, fatta, in primo luogo, di conoscenza e rispetto per gli animali.

Ho provato una bella sensazione anche nel ritorno in Italia, dove ho potuto conoscere altri componenti dell’Associazione di tutela della razza AIAD, una realtà che tiene legate le persone da un aspetto fondamentale, l’amore per questo genere di cani, persone diverse unite da una passione straordinariamente autentica, fatta di amore e solidarietà verso questa specie di cani esemplare.

Un viaggio che mi ha insegnato che la dolcezza e la competenza migliorano il mondo. Attraverso lo sguardo di Venus, dei suoi atteggiamenti quotidiani, dai più semplici ai più complessi, ne ho avuto conferma ogni giorno.

Maggiori informazioni: sito internet ufficiale – Pagina Facebook: Allevamento DINADOB

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Sogni percepiti, amati, inseguiti

I sogni li percepisci quando dormi, ma li ami anche dopo.

I sogni li vedi ad occhi aperti, li desideri con un sorriso.

I sogni sono il riflesso negli occhi di chi ami.

I sogni li prendi quando si realizzano, sono speranza e motivazione.

I sogni sono un angolo di infinito, forse si avverano se quel angolo lo trovi.

I sogni si realizzano se hai culo certo, ma rimangono lo stesso senza confini.

I sogni se dormi iniziano a sfuggire, ma quando sei sveglio li rincorri.

I sogni sono speranza di vita, non costano nulla perché non hanno prezzo. 

I sogni sono anche i pesi più ingombranti che ti fanno fare i conti con te stesso. 

Ma se vuoi portarli con te, se ci credi, mutano in leggerezza e semplicità.

P.S.: La foto mi è stata scattata nel Giardino Magico di Philadelphia (link al sito internet), ci sono stato nel 2016, lì c’è un artista, Isaiah Zagar che di sogni se ne intende.

I sogni del giardino magico
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Solstizio d’Inverno in percentuale

Oggi è il solstizio d’inverno ma le percentuali sono molto basse. Sembra quasi che il Padreterno, Madre Natura o chi per loro dovessero verificare come sia lo spread per far cambiare stagione. Il mondo non vive in base ad esigenze economiche, gira finché non si stanca di sopportarci senza tenere conto del deficit delle democrazie o di altri regimi più o meno popolari o populisti che cercano di orientare gli scenari economici.

Questa storia delle percentuali del 2,4% e del 2.04% mi ha stancato sul serio.

Nella fattispecie ho paura che dietro a tutto questo ci sia, da una parte la solita politichetta italiana che gioca a dadi con l’Europa e, dall’altra, una serie di gruppi finanziari affamati di speculazioni. 
In mezzo, incastrata come in una morsa da meccanico, c’è l’economia reale, fatta di piccole e piccolissime realtà che fanno fatica a decollare come le startup, o che continuano a scomparire come le botteghe artigiane, perché prese in giro in modo incessante da un sistema sempre più convinto di poter fare a meno di tutto e tutti.
Facciamo un giro nei piccoli paesi morenti per renderci conto di come continuano a spopolarsi, poi andiamo a vedere come ‘scoppiano’ in tutti i sensi le grandi città. 

Quante iniziative inutili vengono finanziate alla carlona, in special modo se parlano di salvaguardia dei piccoli territori, quanti sono i progetti di rilancio che funzionano in tutta la penisola…? 

A furia di chiacchierare di Europa, di Pil, di deficit e di crescita, stiamo perdendo ‘valore reale’ ogni giorno, e questo valore perso non si recupera più, perché si chiama “abilità manuale” e si declina nella sapienza di “saper fare prodotti di qualità”. Ma a forza di fasciarci la testa per imparare ad usare una stampante 3d, non si trovano più prodotti durevoli e soprattutto Mestieri (con la M maiuscola) come i tornitori, gli stagnini, i sarti oppure i muratori professionisti che non vengono nemmeno considerati (su questi ultimi, vedi ricostruzione post “PulpSisma”). Tutto diventa sempre più approssimativo, fatto di corsa, fatto male, deve durare poco, dobbiamo correre. 
 

Il paradosso è che tutto quello che ci danno a bere, alla maggior parte della massa sta bene, perché è ammaestrata ormai, oppure demotivata e compra tutto quello che fa tendenza anche se non vale un cazzo. 

La stessa cosa vale per il cibo. Guardate la miriade di cultivar che stiamo perdendo, siamo sicuri di averne così tante ancora?

Ho paura quando vedo un prodotto ‘di nicchia’ in un supermercato perché, anche se costa come l’oro, non può reggere il sistema elevato di produzione in numeri da scaffale.

Da qualche tempo mi sono preso la briga di leggermi alcuni disciplinari di produzione DOP, IGP ecc… (chi mi conosce sa bene la mia estrema criticità all’IGP del Ciauscolo, metto il link ad un mio articolo di molto tempo fa), dopo un po’ che vado avanti a leggerne gli articoli, mi prende sul serio la voglia di bere il detersivo per i piatti e, vi assicuro, che non sono autolesionista, quindi magari opto per una “coca cola” almeno so di non sapere cosa bevo….

Oggi tutto viene reso estremamente immateriale e liquido da un capitalismo fatto di soli utili e da una politica che guarda esclusivamente l’immagine. 
Sembra che non ci sia più spazio per chi tenta di essere pragmatico nel risolvere questioni in molti casi anche estremamente semplici da sistemare, che magari, aiuterebbero a sopravvivere senza debiti o ansie. 

Cazzo oggi sono andato da un artigiano, uno bravo che il suo lavoro lo sa fare, sembrava fosse esaurito dietro una serie interminabile di questioni burocratiche. 
Per me è da questa stupida corsa all’immagine inutile ed utopica che derivano tutti i problemi di Pil deficit e di altra economia che non riguarda la sopravvivenza dignitosa delle persone ma solo il loro apparire belli fuori e vuoti dentro, per galleggiare in una società omologata e omologante.

Spesso quando finisco a pensare a queste cose qui, alzo lo sguardo, vedo la mattera in cucina che è di fine ottocento e mi rendo conto che è il mobile più antico della stanza e che però il suo lavoro di mobile lo fa meglio di tutti gli altri arredi più giovani e anche ‘componibili’. 
Non sono un economista e non voglio neanche esserlo, ma sono convinto che il consumo a tutti i costi sia l’unica delle ideologie che continuiamo a perseguire, di sicuro è anche l’unica più catastrofica ed inattuabile. Smettiamo di correre senza motivo prima che sia troppo tardi. Intanto il Natale arriva lo stesso insieme con la corsa accorata allo shopping, mentre dentro al significato di quella “Grotta” non ci guarda più nessuno, se non per farci speculazione di bassa politica.
Alberi stroncati dal vento in Val di Sella (TN), ci sono stato qualche giorno fa
Alberi stroncati dal vento in Val di Sella (TN), ci sono stato qualche giorno fa
Alberi stroncati dal vento in Val di Sella (TN), ci sono stato qualche tempo fa
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Siamo come i porci nel fango

Mentre in Italia ci rendiamo conto che esistono cantanti trap che sanno più di trash solo quando arrivano i morti in una discoteca che non doveva contenere tutta quella gente;

mentre diamo la colpa del cambiamento climatico a satana;

mentre ce la prendiamo col prossimo e decidiamo che il populismo sia da considerare un insulto.

Mentre denigriamo per questioni di tifoserie partitocratiche la nostra identità, la nostra storia e quello che è stata in passato questa Penisola.

Mentre rimaniamo così schifosamente superficiali;

mentre mostriamo sensibilità solo quando andiamo dietro al culo di una soubrette o della più figa del paese.

Mentre noi siamo attenti solo a migliorare il nostro status sociale leccando il culo a tutti e schiacciando il prossimo pur di arrivare ad essere quello che non saremo mai.

Mentre in montagna a pochi passi da me si è alle porte di un Natale colmo ancora di sofferenze, strutture abitative marce e promesse non mantenute.

Mentre accade tutto questo siamo immobili a far spallucce e nemmeno ci rendiamo più conto che la società è ormai alla deriva.

Da qualche altra parte c’è un popolo che si compatta per riavere dignità, ma a noi non importa, noi siamo diventati questa merda qui e ci piace nuotarci dentro come…

… i porci nel fango.

Un porco dal muso simpatico
Porci nel fango, questo almeno si affaccia ed ha il muso simpatico. 😀

“Siamo tutti rifugiati” è stata vera.

“Siamo tutti rifugiati” è il titolo bizzarro di una mostra fotografica che ha preso spunto da un viaggio che ho fatto in Camerun con altre 3 mie ex colleghe a maggio del 2015.

Dopo tre anni da quel viaggio sono cambiate molte cose ma la caparbietà mia e di altre persone a me vicine è rimasta la stessa.

In molti dopo le scosse del terremoto del 2016 si sono ritrovati nella condizione di rifugiati e parlare di aiuti solo all’Africa, in tutta onestà, considerando le sofferenze interne che si continuano a patire qui, non sembrava opportuno.

Padre Sergio con un bambino in cura nella missione
Padre Sergio con un bambino in cura nella missione

Così in un pomeriggio d’estate nella tipografia di un mio amico d’infanzia, Enea che è rimasto rifugiato anche lui dopo le scosse di ottobre, abbiamo deciso di riproporre quell’esperienza, consapevoli però di vivere in prima persona, una realtà molto simile, quantomeno nei metodi, a quella che ho potuto vedere laggiù.

Così abbiamo deciso di preparare le parti della mostra con pezzi fatti di materiale di recupero e con le foto stampate nella sua tipografia. Ci siamo detti che se solidarietà doveva essere ci si doveva preparare ad essere sodali noi per primi. Così è stato.

Abbiamo fatto lavorare la fantasia per questo evento a budget zero, ma i risultati alla fine sono arrivati lo stesso, le persone hanno capito lo spirito dell’iniziativa ed il tutto ci ha riempito di orgoglio.

“Siamo tutti rifugiati” è stata fatta ad Esanatoglia presso le fontane di San Martino perché quelle lì sono fontane speciali che, al di là della leggenda, per cui chi beve quell’acqua s’innamora di Esanatoglia, c’è da dire che quelle sono fonti di acqua surgiva che escono direttamente da una presa di roccia sotto al paese e di certo, chi si innamora di Esanatoglia probabilmente lo fa per la sua gente veramente disponibile e cordiale.

Si è deciso di chiamare quindi per l’inaugurazione, tutti i protagonisti diretti ed indiretti di quel viaggio che ha ruotato intorno alla missione di padre Sergio Ianeselli di cui ho parlato qui prima di adesso. E’ stato davvero un onore per me poter ospitare una persona della statura di Sergio Ianeselli, per la sua coerenza, per la sua dedizione e per la sua forza d’animo, oltre che per il concetto di carità cristiana che dimostra di portare avanti coi fatti.

Ho provato un piacere immenso nel rivedere Cristiana Consalvi e Daniele Ortolani compagni romani di quel viaggio nel cuore dell’Africa. Una bella emozione sfogliare le foto ed essermi ritrovato ad Esanatoglia con le mie compagne di avventura Monia Bregallini e Santina Barboni, e non nascondo che mi ha fatto piacere anche la presenza e l’intervento di Giovanni Ciccolini che da sempre sostiene l’opera in Camerun e che promosse quel viaggio.

Una Finestra sull'Africa foto scattata a Kribi. La presentiamo io ed Enea Francia.
Una Finestra sull’Africa foto scattata a Kribi. La presentiamo io ed Enea Francia.

Grazie al sindaco Luigi Bartocci che ha creduto in questa mostra concedendo gratuitamente gli spazi e intervenendo con un saluto sincero all’inaugurazione; sono stato davvero felice di aver potuto incontrare persone molto disponibili come Debora Brugnola, Jenny Ruggeri, Michele Romani, Samuele Fratoni e Luigino Giordani oltre alla mia compagna e a mia madre che hanno dimostrato una collaborazione fattiva e concreta.

Per questo “Siamo tutti Rifugiati” ha avuto un successo oltre ogni aspettativa, per la qualità soprattutto delle persone e di quanto hanno mostrato di essere sensibili all’argomento. Il legame tra i rifugiati del centro Africa, lo sguardo di nonna Peppina, molto simile a quello di una donna pigmea fotografata laggiù un anno prima del sisma, il fatto che alla fine viviamo in tempi dove chi è più debole spesso diviene capro espiatorio dei mass media, se sta in occidente, oppure perisce inosservato se sta dentro la foresta, ed in questi casi non ci sono mai magliette colorate.

“Siamo tutti rifugiati” è stata la possibilità di creare un momento di vicende prese alla “fonte” da chi le ha vissute o le vive in prima persona, con sullo sfondo, i sorrisi di una missione che dura da 45 anni, gli occhi dei bambini, ed in platea chi quella condizione la vive in maniera più o meno traumatica dal 2016.

Grazie ad Agata Turchetti per la testimonianza su tua madre “Nonna Peppina” per tutto il mondo, che spero possa rimettersi in forze, grazie Barbara Bonifazi per la caparbietà con cui porti avanti la tua “Rinascita” agricola in quel di Sellano con lo sguardo meraviglioso rivolto verso il profilo sul cielo di una Camerino ancora tanto sofferente.

“Siamo tutti Rifugiati” ma con la speranza di ricominciare e la voglia di esserci comunque.

Sorridere Sempre
Sorridere Sempre

P.S. Chi intendesse fare donazioni alla missione di Padre Sergio Ianeselli, inserisco qui di seguito le coordinate dirette.

Intestatario: Padre Sergio Ianeselli
Causale: ‘Ex voto’
Unicredit – PIAZZA IRNERIO, 65 – ROMA 00165
IBAN: IT68C0200805037000400740294

Il Roccone di Esanatoglia e l’integrazione

Oggi vi racconto una storia un po’ particolare che relaziona due aspetti, il restauro e l’integrazione culturale.
Panorama di Esanatoglia dal Roccone
Panorama di Esanatoglia dal Roccone

Ad Esanatoglia, paesino a pochi km da Matelica c’è un mastio difensivo che poggia in una collinetta poco al di sopra del centro abitato.

Certamente era una torre di avvistamento appartenente al sistema della cinta muraria difensiva trecentesca dell’antico complesso di Sant’Anatolia. Soprannominato da tutti “il Roccone” o “Lu Roccone”, è stato recentemente restaurato ad opera del comune stesso ed oggi risulta abbastanza raggiungibile.
Il progetto finale però è quello di piantare un ulivo nel mezzo del Roccone che fosse simbolo di convivenza pacifica fra i Paesi. Sotto l’ulivo la possibilità di lasciare testimonianza di passaggio delle esperienze di viaggio delle genti che passano per il piccolo paese dell’entroterra marchigiano. Lasciare un piccolo segno del passaggio, una bustina di terra prelevata dai luoghi nativi, un modo per confrontare le diverse identità, nel rispetto e nel dialogo.

Le mura e il paese...
Le mura e il paese…
Me ne parlò Pino ideatore del progetto di recupero e referente del comune, che per ora è stato effettuato solo in parte e sotto l’aspetto edilizio, manca quello della conoscenza, mi ha detto, quello del racconto di esperienze, di scambio nel rispetto fra le culture del mondo.
Il progetto finito oltre all’ulivo delle “terre del mondo” prevede anche una sorta di anfiteatro all’aperto intorno a quell’area.
E’ stata una bella sorpresa scoprire a pochi passi da casa, soprattutto in un periodo come questo, la volontà di confrontare diverse culture, diversi stili di vita, un mondo migliore da coltivare insieme nel rispetto delle proprie identità.
Approfondire le motivazioni e le cause di chi affronta viaggi. Apprendere il perché oggi sembra essere sempre più difficile rimanere aggrappati alle proprie origini. Quell’area è interessante per il fine che prospetta un luogo utile all’uomo, al suo confrontar se stesso con l’altro mantenendo le proprie radici ed il rispetto, nel confronto con le altre culture.
Per smettere di sentirci tutti rifugiati.

Il segna labbro

Il segna labbro, non è un segna libro.

Si perché se il segna libro serve per tenere il segno di uno scritto, di un’opera letteraria, il segna labbro invece dovrebbe tenere a mente le parole dette oppure anche quelle postate. Me lo immagino come uno strumento elettronico in grado di capire il senso di coerenza della gente. Un modo per verificare se quello che uno diceva ieri, possa mostrare coerenza anche oggi.

Il funzionamento dovrebbe essere più o meno così: andrebbe apposto sulle labbra del ‘capoccione di turno’, internamente dovrebbe avere uno strumento a taglio o stick collegato con un piccolo software in grado di tracciare le parole dette nell’arco degli ultimi 15 giorni.

Qualora il software dovesse notare anomalie di coerenza nei discorsi, cioè dire una cosa per farne un’altra o, comunque il soggetto si dovesse contraddire, il dispositivo entrerebbe in funzione azionando un taglierino, che premendo sulle labbra ne farebbe una piccola incisione, giusto un piccolo segno, nemmeno tanto profondo.

Certo si potrebbe anche fare che in base alla stronzata che si racconta il taglio potrebbe essere più profondo, ma poi diventerebbe una punizione spartana o inquisitoria. Esagerato.

Niente di tutto questo, piccoli segni per far capire all’interlocutore che hai davanti a che punto si è arrivati a raccontar fandonie.

Secondo me funzionerebbe alla grande, certo avrebbe contro tutto il sindacato dei capoccioni, politici, dirigenti e alte cariche, ma forse darebbe dignità al popolo, soprattutto d’estate. Si perché d’inverno quei taglietti se possono confondere con quelli causati dal freddo, ma d’estate no.

Con il segna labbro non andremmo a colpevolizzare o punire chi commette quel reato, ma viceversa, tutti potremmo sapere chi le spara più grosse, basterebbe guardarsi in viso e dai taglietti capire che “tizio” le dice più grosse di “caio” e così via.

Come il segna libro il segna labbro, per vedere a che punto siamo arrivati a dir cazzate.

Scusate per questo pezzo ma proprio oggi mi è venuto l’herpes, chissà forse è un “segna labbro” anche lui?

Parole in silenzio

Le parole che rimangono silenti sono quelle più profonde.

Le frasi non riesco sempre a metterle sul foglio perché mi rimangono incastrate dentro l’anima, è difficile liberarle, spesso sono attimi, che se non li prendi al volo, non li ritrovi più.

Quello che tengo dentro non lo scrivo, per una forma di gelosia, qualcosa che voglio far tacere, l’emozione di un attimo, che passa e porta via tutto. Dovrei prendere appunti, ma i sentimenti li ferma solo silenzio.

Le frasi rimaste dentro sono quelle che riempiono l’anima, sono gli sguardi disillusi dei bambini che giocano. Le frasi che ti rimangono dentro al cuore sono come barche sull’oceano. Vaga speranza di riuscire a tacere quando occorre, perché il silenzio diventi assordante in mezzo a tutte le notizie, di economie fasulle, pubblicità progresso, politici corrotti e personaggi di cartongesso che solo a guardarli si sbriciolano da soli.

Le parole del silenzio sono gusto e pigrizia. Un senso di libertà nel non dire ciò che non voglio, non dare quel piacere effimero a chi non merita di condividere i miei pensieri, seppur semplici, ma di certo solo miei. Le parole sono quelle che regalo e anche le peggiori provengono dal cuore.

Senso di libertà, racconto di cose semplici o complesse, antri di vita, sguardi che osservano il mondo; scrivo ciò che voglio, senza strategie, regole, venditori, ruffiani, portaborse o galoppini. Il silenzio compagno di viaggio.

La mia ruota gira lo stesso. Mi distraggo dal mondo mentre inizio la mia storia, mi confondo dentro un mistero strano, una riflessione appagante, una stupidaggine oppure un’ingiustizia. Il mio scrivere è la voglia di dare un senso a quel che vivo. Un momento di libertà che oggi è così e domani forse cambia.

Vorrei trovare il tempo per starci di più insieme a queste parole mute, vorrei trovare il tempo per coltivarne la bellezza dei momenti, dipingerla coi colori di una bella giornata, dedicarmi solo alle cose belle, solo a quelle che abbiano un senso.
Vorrei smettere di correre senza motivo, ma è proprio per quello che non dico, per pigrizia e svogliatezza, che spesso mi ritrovo ad essere criceto in una ruota troppo veloce per muoversi sul serio.

Quindi rallento, metto a fuoco gli scopi, scrivo in silenzio, mentre tutti gli altri corrono, corrono, e chissà dove andranno…

 

Di seguito la traduzione del testo in Inglese a cura di Leanne Mc Kinnon che ringrazio di cuore.

Silent words.

The most profound words are those that remain silent.
I am not always able to form sentences on paper; they remain trapped within my soul. It is difficult to free them. They are often moments, if you don’t capture them on the hop you will never find them again.
I don’t write down that which I hold inside, out of a type of jealousy, it’s something that I want to render silent, the emotion of a moment that passes and takes all in its path. I should take notes, but my feelings are blocked solely by silence.
The sentences that remain within are those that fill the soul, they are the disenchanted looks of children playing. The sentences that remain within your heart like boats afloat on the sea. The vague hope of being able to remain silent when required, as silence is deafening in the midst of all the news, false economies, public service announcements, corrupt politicians and plasterboard figures that crumble on their own with just a glance.
Silent words are delight and indolence. A feeling of freedom in not saying that which I want to say, not giving that ephemeral pleasure to those who are not worthy of sharing thoughts, even if simple, that are undoubtedly mine alone. The words expressed are those that I donate and even the worst of these are from the heart.
A feeling of freedom, I speak of simple or complex things, slithers of life, gazes that take in the world. I write what I want, without strategies, rules, sellers, pimps, lackeys or dogsbodies. Silence that is my travel buddy.
My wheel keeps turning all the same. I switch off from the world as I start my story. I lose myself within a strange mystery, a gratifying reflection, a triviality or an injustice. My writing is the desire to bring meaning to my experience. A moment of freedom that is the way it is today and may change by tomorrow.
I would like to find the time to be with these mute words for longer. I would like to find the time to cultivate the beauty of moments, to paint it with the colours of a glorious day, to dedicate myself only to that which is wonderful, to that which is meaningful.
I want to stop running meaninglessly, but it is often exactly because of what I do not say, out of laziness or apathy, that makes me feel like a hamster on a wheel that is spinning too fast to allow me to really move.
So I slow down, take my aim, write in silence, whilst everyone else keeps running and running and who knows where they’ll end up.