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“Felici sono quelli”

Quando Camille dal Brasile mi invia una sua poesia io sono sempre contentissimo per due motivi: il primo è che scrive in italiano meglio di me, il secondo è che le sue frasi sono leggere come il vento. Grazie.

Felici sono quelli che amano ancora.
che sanno amare per amare,
Senza pretese, 
Con buone intenzioni.

Felici sono quelli
Che donano la loro compagnia,
E si approfittano di questa, 
Per i sorrisi e gli abbracci scambiati.

Felici sono quelli,
Che non sarebbero mai rimasti al telefono in compagnia,
Non sarebbero mai scortesi,
Perché conoscono il dolce sapore di essere gentili. 

Felici sono quelli che sanno condividere. 
Che rispettano la parte dell’altro,
Che rispettano lo spazio dell’altro,
E sono consapevoli di ciò. 

Felici sono coloro che tengono in considerazione 
le parole ascoltate e quelle dette, 
Anche se in una stupida conversazione.

Felici sono quelli che sbagliano. 
Comunque, va bene… 
Riconoscono i loro errori
Con dignità.

Felici sono quelli che insegnano,
E hanno sete di imparare. 
Che “decostruiscono”, che costruiscono, 
Che ricostruiscono. 
 
Felici sono quelli,
Quelli, siamo noi.
Noi, siamo felici. 
 
Camille Relvas.

Di seguito il testo in Portoghese.

“Felizes são Aqueles”.
 
Felizes são aqueles que ainda amam. 
Que sabem amar por amar,
Despretensiosamente, 
Com boas intenções. 
 
Felizes são aqueles 
Que doam sua companhia, 
E que se aproveitam desta, 
Pelos sorrisos e abraços trocados. 
 
Felizes são aqueles, 
Que jamais ficariam ao celular em companhia, 
Jamais seriam indelicados para tanto,
Pois conhecem o doce sabor da gentileza. 
 
Felizes são aqueles que sabem dividir, 
Respeitam a parte do outro, 
Que respeitam o espaço do outro,
E sabem a importância disso. 
 
Felizes são aqueles que têm consideração
pelas palavras escutadas
E as ditas, 
Mesmo que, em uma conversa boba. 
 
Felizes são aqueles que erram, 
Mas tudo bem… 
Eles reconhecem seus erros
Com dignidade. 
 
Felizes são aqueles que ensinam, 
E têm sede de aprender 
Que desconstroem, que constroem, 
Que reconstroem. 
 
Felizes,
São aqueles,
Aqueles, somos nós
Nós, somos felizes. 
 
Camille Relvas.
La felicità sono quei bambini che giocano con tutto.
La felicità sono quei bambini che giocano con tutto.

Visso in Rinascita

L’altro giorno è stata inaugurata la struttura “NeroGiardini” e “CariVerona” a Visso e questa è una bella notizia. Un gesto di solidarietà da parte di un imprenditore marchigiano che si è sentito in dovere di aiutare contribuendo a far rinascere un gruppo di artigiani e commercianti, un bel gesto, il secondo a Visso dopo i fatti del sisma 2016, perché una cosa simile denominata “La compagnia dei maestri artigiani” (link al sito) fu fatta costruire qualche mese fa dal gruppo Loro Piana insieme ad una cordata di 34 aziende. Giorgio un maestro norcino acclamato in Italia, ha ritrovato provvisoriamente la sua casa e la sua bottega, dopo un anno passato in  trasferta a Matelica (link al racconto) infatti, è tornato a far salumi nella sua Visso.

Una panoramica delle "strutture gemelle" inaugurate a Visso.
Una panoramica delle "strutture gemelle" inaugurate a Visso.

Per un territorio martoriato dal terremoto che si è portato dietro, oltre allo sciame sismico, anche uno sciame di burocrazia, sciacallaggi più o meno evidenti, il conseguente spopolamento, la depressione delle persone, in molti casi, l’abbandono forzato di questi luoghi, le due strutture oggi sono evidentemente il segno di una ripresa lenta, ma che ridà per lo meno un tetto ed una dignità a tutte quelle botteghe artigianali e commerciali che fino a pochi giorni fa stavano ancora dentro sedi provvisorie, furgoncini attrezzati come quello di Ambra e Stefano che conosco e di cui ho parlato (link al pezzo) e quello di Giuseppe Tarragoni un artista dei salumi insieme a sua moglie che ancora sognano la loro bottega prossima a via del Bargello, nel centro storico di Visso ancora e per molto, zona rossa.

L’inaugurazione è avvenuta domenica mattina, per caso o per volontà, è stata anche la domenica delle Palme. Motivi di Rinascita, voglia di restare per far tornare a vivere questi luoghi, farli ricrescere, nonostante tutto e nonostante un sistema di obblighi e vincoli spesso in eccessiva contraddizione fra loro.

L'ortolano dei Sibillini nella nuova struttura "NeroGiardini" di Visso.
L'ortolano dei Sibillini nella nuova struttura "NeroGiardini" di Visso.

Questa “Domenica delle Palme” per me è stata significativa. Ho potuto notare negli occhi della gente una contentezza spontanea, la volontà di tornare a sognare e crederci ancora in quelle radici da cui provengono.

Un albero pieno di fiocchi, di ovetti e di colori sovrasta il prato che sta crescendo fra le due “strutture gemelle” appena inaugurate e che sono state donate per l’esattezza, una da “NeroGiardini” e l’altra da “CariVerona”,  si percepisce il richiamo alla pace, alla coesione, ed anche un rinnovato senso di fratellanza di cui oggi se ne sente quanto mai il bisogno. Il senso della Pasqua, della Primavera, della Rinascita.

Se andrete a visitare queste nuove botteghe di Visso, non aspettatevi un classico “centro commerciale”, perché non troverete alcun sorriso obbligato, ma respirerete una felicità genuina, come quella che ho annusato domenica, semplice e ruvida di chi fa le cose con il cuore e di certo non guarda molto l’apparenza. Il risultato si vede nei prodotti offerti e nei rapporti che divengono sinceri per forza di cose.

Andateci a Visso a fare un giro fuori porta che fa più bene a voi che a loro.

Il Bancone recuperato da Giuseppe Tarragoni e sua moglie della "Salumeria Pettacci" con a prima vista il "Fiore di Finocchio" nella nuova struttura "CariVerona" a Visso.
Il Bancone recuperato da Giuseppe Tarragoni e sua moglie della "Salumeria Pettacci" con a prima vista il "Fiore di Finocchio" nella nuova struttura "CariVerona" a Visso.

Anche se non entrerete più dentro quel paesino grazioso e fiabesco perché è ancora zona rossa, troverete lo stesso la spontaneità genuina di chi lentamente torna a far rivivere questi luoghi. Vedrete un territorio fatto di artigiani, oggi, dislocati ancora fuori dal centro storico ma pieni di storie e di identità da condividere. Gente ruvida ma di parola, con la voglia di tornare ad essere se stessi, con la nostalgia di quel borgo, certo, ma in tutti quanti, la costanza nel voler ricominciare, che oggi è ancora più forte di prima.  

Prima della "Zona Rossa" a Visso.
Prima della "Zona Rossa" a Visso.
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Dolce, Suono, Ideale

Dentro il borghetto di Piane, la frazione di Matelica, appena uscito dalla bottega di Moreno e, su suo consiglio, esco e mi reco verso una casa a pochi metri, trovo un piccolo cancello in legno con un’insegna dove c’è scritto GrooveMaster, alcuni vasi e altri piccoli oggetti sobri, ma che comunicano in maniera inconfondibile che dietro quel cancello ci abita un artista.


Suono e poco dopo si affaccia dalla finestra Roberto, che subito con un sorriso davvero spontaneo e sornione, mi dice di entrare perché con piacere vorrebbe raccontarmi la sua storia, che poi scopro essere il suo sogno di sempre e la sua passione.


Lui dal 1995 suona, ripara e sistema bassi elettrici e mi confida che da tantissimo tempo aveva l’idea e la volontà di farli da zero, iniziare dal pezzo di legno grezzo fino a realizzare lo strumento finito, creando una sua linea, che si potesse distinguersi dai soliti cloni che si trovano in commercio.

Ingresso della Casa/Bottega di Roberto Dolce
Ingresso della Casa/Bottega di Roberto Dolce
Curve sinuose dei pezzi in attesa di assemblaggio
Curve sinuose dei pezzi in attesa di assemblaggio

Dentro la sua piccola stanza, tra i disegni e gli strumenti da lavoro, intravedo le forme di alcuni dei pezzi che crea. Gli elementi completi, soprattutto, descrivono la sua mano inconfondibile, quella di un artista che si fa artigiano per cercare di avvicinarsi il può possibile alla sua visione dello strumento perfetto, quasi “ideale”.


In effetti da qualche anno ci riesce benissimo a creare bassi elettrici professionali di altissimo pregio, tanto che la voce di stima come Liutaio si è già sparsa in Italia, anche se, per rispetto e stima degli altri grandi Maestri Liutai italiani, lui ama definirsi più semplicemente “artigiano della musica”.

Un disegno di Basso Elettrico firmato Roberto Dolce.
Un basso da completare dove Roberto ha intarsiato 3 cerchietti a simboleggiare il tricolore italiano e vero Made in Italy

Non conoscevo molto bene Roberto, ma posso dire davvero che la visita del suo laboratorio mi ha stupito sul serio.
I bassi sono composti da diversi tipi di legno che conferiscono linee eleganti e particolari. Tutti sono veri e propri capolavori costruiti completamente a mano, alcuni costruiti sul legno pieno, mentre altri, addirittura con le camere tonali che definiscono al meglio il suono che si vuole ottenere dallo strumento diminuendo, allo stesso tempo, il peso che grava sulle spalle del musicista ed è valore aggiunto e soprattutto un elemento che caratterizza l’alta manualità dell’artista che li produce. Gli strumenti che Roberto costruisce variano dai classici 4 corde a bassi senza tasti fino a “mostri” pluricorda e multiscala fino a 7/9 corde. Ho avuto la possibilità anche di vedere un personale tendicorda in alluminio aeronautico ed ottone che sta ultimando per rendere del tutto unici i modelli del suo brand GrooveMaster.

Tendicorda prototipo progettato e realizzato da Roberto.
Tendicorda prototipo progettato e realizzato da Roberto.
Basso in costruzione con le camere tonali, assemblato con diversi tipi di legno che danno un aspetto ed una eleganza unica allo strumento.
Basso in costruzione con le camere tonali, assemblato con diversi tipi di legno che danno un aspetto ed una eleganza unica allo strumento.

Dalle parole di Roberto si percepisce la passione con cui produce questi strumenti, l’amore incondizionato per la musica è certamente l’elemento primario che rende attraenti i suoi strumenti a musicisti affermati che hanno segnato parti importanti della storia musicale italiana suonata dal vivo degli ultimi 40 anni come il bassista della PFM Patrick Djivas, che da indiscrezioni dell’ultimo momento, sembra suonerà con lo strumento che Roberto ha costruito x lui alla chiusura del tour attuale della PFM

Dentro la casa bottega di Roberto si avverte palese l’animo swing, la sua passione per l’arte della musica profuma l’atmosfera di Rock anche senza il giradischi acceso.

Roberto Dolce e una sua creazione "GrooveMaster"
Roberto Dolce e una sua creazione "GrooveMaster"
Un basso che inizia a prendere forma.
Un basso che inizia a prendere forma.

Roberto seleziona i legni per i suoi bassi in maniera maniacale, utilizza Ebano, Sequoia, mogano,Acero,e per quanto riguarda le parti elettroniche si affida a fidati partner artigiani italiani,sempre x mantenere quanto più possibile lo strumento altamente esclusivo.

Insomma Roberto Dolce per me è stata una grande bella scoperta, orgoglio marchigiano e di “Made in Italy” reale. 

Inoltre posso dire che Piane è uno di quei borghi che non ti aspetti, una bella boccata d’aria, di natura e di arte ai piedi del monte San Vicino.

Modelli completi o in via di completamento
Modelli completi o in via di completamento
Particolare di un basso pronto per essere suonato.
Particolare di un basso pronto per essere suonato.

Maggiori informazioni sul sito internet GrooveMasterlab

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Mobilità sostenibile ed elegante

C’è una frazione vicino casa mia che mi ha stupito molto. Si chiama Piane.
Fino a poco tempo fa la consideravo poco più di un incrocio con una chiesetta utilizzata giusto per qualche cerimonia religiosa oppure per qualche festa. 
Invece il piccolo borgo, nonostante gli effetti evidenti provocati dallo spopolamento, palazzi antichi lasciati come rovine di un tempo che fu, un vecchio ufficio postale ancora aperto ma con turni ridotti, ospita al suo interno alcuni spunti per una piccola visita fuori porta con qualche bella sorpresa inaspettata.
Il cartello che indica la graziosa frazione Piane di Matelica.
Il cartello che indica la graziosa frazione Piane di Matelica.
Una bicicletta speciale che luccica sul prato.
Una bicicletta speciale che luccica sul prato.
Come esempio di contrasto tra antico e moderno, proprio nel mezzo del borghetto, c’è un artigiano delle biciclette, uno di quelli che ci sanno fare con le mani per davvero. 
 
Moreno Mosciatti è un esperto di moto custom e, una decina di anni fa si è inventato un lavoro davvero originale che ha una notevole caratterizzazione artistica: la creazione di biciclette sul modello delle mitiche moto americane. 
 
Questo è uno di quei mestieri davvero originali. Certamente l’idea e lo spunto principale rievoca il mito delle moto americane, la visione di queste biciclette ci riporta senza dubbio con la mente oltre oceano, richiamano il sogno americano. 
Tuttavia proprio qui dentro questa frazione di poche anime, nel pieno cuore dell’italia centrale, in mezzo a colline sinuose di verde e di vigne, c’è un artista del ferro che non ti aspetti, uno che con stile, classe e rispetto per l’ambiente, crea vere e proprie opere d’arte. 
Lavoro di mani saldature e sapienza.
Lavoro di mani saldature e sapienza.
Moreno Mosciatti a lavoro
Moreno Mosciatti a lavoro

Moreno forgia interamente a mano i telai delle sue biciclette e le dota di un’innovazione da lui creata e brevettata; il serbatoio che ospita il vano per l’impianto elettrico e la batteria per la pedalata assistita, donando stile ed unicità ad ogni modello che può, anzi deve, rimanere unico.

Un lavoro che parte quasi interamente da zero con il modellamento del telaio, fino alla messa in strada di veri e propri capolavori di eleganza che a mio parere possono donare un grande valore aggiunto al concetto stesso della mobilità sostenibile, che oggi rappresenta un aspetto di grande importanza ed interesse.
 

Dal suo laboratorio artigiano escono fuori dei veri e propri pezzi unici e di valore artistico richiesti anche all’estero, tutti ovviamente marchiati More Cycles (link al sito).

Moreno Mosciatti e le sue More Cycles rappresentano un bel valore aggiunto a questi luoghi e potrebbero dare anche un servizio davvero importante di mobilità sostenibile. Sarebbe bello un giorno poter tornare a vivere queste campagne e riscoprirle viaggiando, magari proprio in sella a queste eccezionali biciclette elettriche, frutto dell’amore e della manualità di un artigiano ingegnoso e competente come lui.

Il viaggio fuori porta a Piane di Matelica non finisce qui, ma di questo ne parlerò sul prossimo pezzo…. Stay Tuned.

Il "particolare" di una forcella molto particolare
Il "particolare" di una forcella molto particolare
Il posteriore di una bicicletta ed il logo More Cycles.
Il posteriore di una bicicletta ed il logo More Cycles.
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Inseguire la Felicità

Oggi è la giornata mondiale della felicità. Proclamata dall’Onu nel 2012, questo giorno non cade a caso proprio il 20 marzo durante l’equinozio di Primavera.

Voglio dedicare due righe alla felicità perché la diamo troppo spesso per scontata ma in realtà non lo è affatto.

Ci sono guerre nel mondo praticate dall’ipocrisia, ci sono falsi miti, vengono sconfitti gli ideali dalle logiche della convenienza, sembra che per vivere bene oggi bisogna essere solamente furfanti, ladri, delinquenti e comunque mai se stessi.

Se cerchi la parola felicità su google come primo risultato in assoluto viene fuori il brano di Albano, proprio lui che la cantava la felicità, è stato messo al bando dall’Ucraina come personaggio non gradito. Al di là del contenuto di questa notizia, dove non voglio entrar nel merito, visto il risalto mediatico ed il gossip che ha avuto, quello che stride, a mio avviso è che oggi sembriamo essere messi da parte se ci operiamo anche solo a cercare di essere felici.

Sembra che tutto debba incardinarsi in regole precise, dentro un marketing della vita che ci sdoppia col nostro apparire, per cui diviene sempre più difficile tornare ad essere se stessi.

L’oggi convertito nell’apparenza ad ogni costo, senza cercare nemmeno più di essere quello che siamo, con i difetti, gli errori e magari qualche virtù. 

Catalogare è la parola d’ordine, sorridere sempre, fare finta di essere allegri, gioiosi, tenaci, mentre essere autentici non è una voce in catalogo e questo per me non va bene.

Felicità. I primi tulipani in terrazzo
Felicità. I primi tulipani in terrazzo

C’è tanta rassegnazione in giro, nonostante la tecnologia che avanza, noi uomini sembriamo avere sempre più paura. 

Forse l’interconnessione nevrotica che c’è nel mondo genera cortocircuiti strani che ci fanno vedere solo il peggio di quello che siamo, ma sono sicuro, che in fondo, questa proiezione alla fine sia solo fittizia che la vita non sia poi così come siamo portati a credere, piena di stress, di ansie e falsi sorrisi, perché se ci pensiamo bene, siamo noi a impacchettarcela così il più delle volte.

Ci fanno credere che gli obblighi siano indispensabili per vivere meglio, senza considerare quali sono invece i risultati positivi delle azioni che facciamo ogni giorno. Così siamo pronti a vivere per girare sempre inconsapevoli dentro la stessa ruota manco fossimo criceti. Chi cerca attimi di libertà magari nelle piccole cose, quelle che trovi dentro un sorriso sincero, un abbraccio sentito, viene additato come una specie di outsider, uno fuori luogo, uno da emarginare, al massimo “un fannullone” citando De Andrè.

Invece sapete cosa penso? La felicità è l’unica azione di ricerca individuale per cui vale la pena vivere, magari anche solo per avvicinarla e chissà forse raggiungerla, non esistono ricette di mercato, filantropi o santoni, in questa ricerca ci siamo solo noi stessi.

Cercare di fare il minor male possibile, il rispetto verso il prossimo, la franchezza e la gratitudine sincera forse sono l’unico motivo per essere davvero se stessi e sorridere alla vita.

Smettere di lasciarsi invasare da frivolezze inutili è il modo per vivere degnamente. Smettiamo di correre senza motivo tornando ad essere autentici e meno di plastica prima che sia troppo tardi per tentare di essere felici.

P.s. Scrissi un altro articolo su questo argomento tempo fa, ecco il link.

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Bassano, non solo Grappa

Ci sono luoghi dell’Italia che ti rendono orgoglioso di appartenere ad un Paese così ricco di storia e di orgoglio, perché guardano al futuro partendo dal passato. In questi luoghi trovi coscienza di quello che li caratterizza che li rende unici e irripetibili, consci di essere appetibili per coloro che li visitano, in modo semplice, diretto e sincero.

Per me Bassano del Grappa è uno di quei paesi in cui si attesta lo spirito di identità, fatto di pezzi di storia che hanno contribuito a farci divenire una nazione unita, grande e rispettata nel mondo.

Hemingway in un'opera in cera all'interno del museo.
Hemingway in un'opera in cera all'interno del museo.
La villa dove è posto il museo di Hemingway e della Grande Guerra.

Bassano non è solo Grappa, nonostante l’estrema professionalità, gentilezza e “savoir faire” che trovi, ad esempio, all’interno della distilleria Nardini o nei piccoli produttori di peculiarità oltre che nella cultura della distillazione, messa a sistema in un museo come quello di Poli, che ho raccontato qui.

Bassano è anche tradizione, rispetto dell’identità locale, una serie di suggestioni che richiamano alla mente luoghi, dove si intersecano storie ed emozioni che non possono far altro che rimanere impresse nella mente di chi le visita. Il museo di Hemingway e della grande guerra posto in 5 ambienti della villa dove il famosissimo scrittore statunitense si stabilì in alcune fasi della sua vita, considerando proprio quelle zone ai piedi del monte Grappa, Bassano una sua seconda casa.

E’ probabile che proprio qui iniziò a scrivere il suo celebre romanzo intitolato “Addio alle Armi”, che in Italia per un ostacolo posto dalla censura fascista trovò la possibilità di essere divulgato solo dopo la caduta del regime.

Bassano è il luogo dove il ricordo di quello che è l’Italia diviene lucido, dove c’è un’accoglienza che si apre ai visitatori con la consapevolezza di dare agli altri qualcosa che possa rimanere per se stessi le sue vie piene di riferimenti autentici alle tradizioni. Il passeggio serale sul ponte degli alpini, che ha bisogno di restauro, ha di sera una piccola “movida” di giovani intorno al cocktail bar della distilleria Nardini. Le temperature di questo periodo scoraggiano passeggiate vere e proprie ma il vin brulé o gli altri alcolici, uniti ad una buona compagnia riscaldano lo stesso, corpo e cuore.

Facciata del Comune di Bassano, con le bandiere ed il grande orologio centrale.
Caffè Danieli, particolare interno del locale.
Caffè Danieli, particolare interno del locale.

Ho potuto fare una passeggiata a Bassano in un giorno di inverno, con stupore mentre facevo colazione nel Caffè Danieli, dagli interni classici e tipici, posto sulla piazza, vicino alla chiesa, ho notato la gente seduta ai tavoli con la calma di chi si gode l’inizio della domenica. 

In questo periodo dove non ci sono molti turisti fermarsi in questo posto regala tranquillità, aggiunge motivazione a chi cerca di capire l’autenticità di ciò che si osserva, lasciandosi coinvolgere da tanta straordinaria autenticità.

Ho mangiato in uno di quei locali storici del paese, la Birreria Ottone, dove si assaggiano bocconi di una provincia vicentina orgogliosa di preservare una propria e vigorosa economia reale anche nel cibo. Ho pernottato presso Palazzo Zelosi Guest House, una bella struttura accogliente e ben gestita dalla sua Manager Silvia, soprattutto centrale, con un buon rapporto qualità/prezzo, utilissima per visitare il centro del paese.

Insomma ho potuto vedere orgoglioso, uno spaccato dell’italia fatta di consapevolezza e genuinità, di persone autentiche, gentili e con un’accoglienza spontanea e sincera che da belle sensazioni.

P.S. Per questo pezzo ringrazio Sara Panizzon per avermi guidato nei luoghi di Bassano, il suo blog si chiama Triportrek

Interno della birreria Ottone, ambiente classico e richiami di stile.
Baccalà alla Vicentina e polenta.
Baccalà alla Vicentina e polenta.
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In viaggio con gli occhi di Venus.

Chissà cosa avrà pensato la piccola Venus mentre affrontava questa avventura in diversi stati insieme a me ed Andrea?

Elegante, contenta, sorniona, allegra, vivace ma ubbidiente, Venus sembra una piccola principessa, è stata bravissima durante questo viaggio verso la Serbia, il suo sguardo attento disegna sentimento, descrive emozioni, in un certo senso, è prolisso di espressioni che ti guidano ad osservare le piccole cose, quelle che di solito, noi umani, presi dalla fretta, siamo troppo avvezzi a tralasciare.

Molto probabilmente non dimenticherò con facilità quel momento in cui si è affacciata dal muretto lungo il fiume Danubio ad osservare, quasi meravigliata, il panorama del fiume sovrastato, sulla sponda opposta, dalla maestosa eleganza gotica del palazzo del Parlamento Ungherese.

Venus sembra proprio quanto di più vicino all’uomo, un cane possa trasmettere.

Il merito di una selezione di razza, fatta di una conoscenza specifica e speciale sulle caratteristiche della specie, mantengono identità alla razza canina, danno carattere e stabilità emotiva, sicurezza e dolcezza.

Merito principale è dell’allevatore che vive in simbiosi con loro, fa una scelta di vita coraggiosa, mista a passione, conoscenza ma soprattutto amore. Selezionare il cane perfetto non vuol dire creare chissà quali alchimie o genetiche particolari, non ha nulla a che fare con l’idea “ariana” della perfezione, è solo passione, costanza e conoscenza delle varie genealogie di cane, allenamento, e continua ricerca (se volete avere maggiori informazioni link all’allevamento DINADOB).

Per questo siamo arrivati fino in Serbia per migliorare e mantenere, preservare e far progredire una biodiversità canina nel modo più naturale, con l’accoppiamento volontario. Un atto d’amore dove l’uomo guida il suo migliore amico a migliorare la sua progenie ed in cambio viene supportato ogni giorno a casa, per compagnia, lavoro, utilità e anche per difesa.

Venus che osserva il panorama sulla sponda del Danubio.
Venus che osserva il panorama sulla sponda del Danubio.
Io e Andrea, sul Ponte delle catene, a Budapest, durante il viaggio di ritorno.
Io e Andrea, sul Ponte delle catene, a Budapest, durante il viaggio di ritorno.

Venus è un Dobermann di due anni e mezzo ed io in questo viaggio sono stato chiamato dal mio amico d’infanzia Andrea per fargli compagnia e raccontare quale fosse il significato di vivere insieme ad un Dobermann oggi, con uno sguardo esterno osservare, capire e comprendere.

Tanto è il lavoro che c’è dietro all’allevare un cucciolo di cane, soprattutto è ardua e consapevole la scelta di vita che si compie nel momento in cui si decide di viverci in simbiosi con questa fantastica specie. Il Dobermann purtroppo è stato spesso al centro di molte discussioni in passato, perché davano l’idea di essere troppo aggressivi, eccessivamente instabili. Mi sono reso conto invece, che oggi, proprio questa specie risulta essere di grande stabilità emotiva ed equilibrio caratteriale, grazie a tutti gli esami caratteriali, il lavoro sul campo, gli allenamenti e l’osservazione, la vicinanza all’animale, fanno di questa specie. una delle migliori al mondo.

 

Venus mi ha fatto anche capire però che il Dobermann non è per tutti, come ogni cane del resto.

Questo viaggio mi ha insegnato quanto amore ci sia dietro la cura di un animale, i sacrifici ed il coraggio di farne una missione di vita. In Serbia a Gornji Milanovac abbiamo incontrato Branko e Evgenia allevatori anche loro. Sono stato molto colpito dalla loro identica passione nel vivere in simbiosi con i loro cuccioli, la stessa di Andrea anche se a migliaia di chilometri di distanza.

Cena con Branko ed Evgenia a Gornij Milanovac in Serbia.
Cena con Branko ed Evgenia a Gornij Milanovac in Serbia.

Subito si è percepita la bellezza di un’intesa attraverso la passione per i cani che è scaturita in un’amicizia, fatta, in primo luogo, di conoscenza e rispetto per gli animali.

Ho provato una bella sensazione anche nel ritorno in Italia, dove ho potuto conoscere altri componenti dell’Associazione di tutela della razza AIAD, una realtà che tiene legate le persone da un aspetto fondamentale, l’amore per questo genere di cani, persone diverse unite da una passione straordinariamente autentica, fatta di amore e solidarietà verso questa specie di cani esemplare.

Un viaggio che mi ha insegnato che la dolcezza e la competenza migliorano il mondo. Attraverso lo sguardo di Venus, dei suoi atteggiamenti quotidiani, dai più semplici ai più complessi, ne ho avuto conferma ogni giorno.

Maggiori informazioni: sito internet ufficiale – Pagina Facebook: Allevamento DINADOB

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L’identità non è (solo) questione di documenti.

L’identità non è questione di documenti.

L’identità non si raggiunge solo perseguendo la logica imposta dal pensiero unico che sembra dominare tutto e tutti. Non si raggiunge parlando sempre dello stesso argomento.

Tutelare l’identità non è tornare ad essere razzisti, ma viceversa è l’idea di preservare “le piccole realtà particolari” come diceva Pasolini, distrutte dall’omologazione imposta dalla “società dei consumi”.

Un video di Pasolini trovato in rete molto tempo fa e che mi diede uno spunto per scrivere.

Guardiamoci attorno nei piccoli paesi desertificati con l’avvento dei grandi centri di consumo.

Nelle zone dove vivo, ho visto che oramai sono 3 inverni che tutto è rimasto più o meno immobile. Una gestione “post terremoto” che vede ancora tutto fermo o quasi. Casette provvisorie che marciscono, silenzi e paura, chi ci riesce fa come può e per se stesso.

Intanto le piccole identità muoiono, non solo per catastrofi naturali, ma per un sistema che distrugge tradizioni lunghe centinaia di anni, insieme a quelli che non hanno la forza di reagire, sono costretti a trovare altri luoghi in cui vivere dove essere sradicati anche per convenienza volontaria, ma non so fino a che punto sia per volontà propria.

Interi territori presi sempre e solo come mega spot pubblicitari per propagande elettorali permanenti.

Chi persevera e rimane al passo con lo stile di vita dominante, diventa qualcuno, chi non lo è, viene calpestato. Non si accendono mai i riflettori sulla tutela ben fatta di una buona economia locale, si cercano sempre spot su noncuranza e menefreghismo.

E’ per questo che mi hanno molto toccato le parole di Camille Relvas che anche se vive dall’altra parte del mondo, proprio ieri mi ha mandato un suo piccolo scritto che tratta di stile di vita.

Evidentemente non è solo una questione di catastrofi naturali, ma anche e soprattutto, di un’idea totalitaria di gestione economica, politica e sociale.

Camille Relvas, è traduttrice, ha una passione per le scienze sociali e sta raggiungendo l’abilitazione professionale per l’insegnamento della sociologia nei licei brasiliani.

Mi ha mandato queste righe che parlano di stile di vita. Parole che condivido e sono felice di mettere a disposizione di quanti vorranno leggerle. Camille ha già scritto qualcosa per il mio blog in passato (link qui e qui)e trovo molto positivo avere punti di vista comuni anche se si è distanti geograficamente.

Di seguito inserisco il suo scritto.

"Stile di Vita?"

Lo stile di vita, il vecchio ed il nuovo ‘American Way of Life’, è un’offesa alle culture dei differenti soggetti, è cancellare le loro identità. Quell’espressione è mondialista, intenzionale e causa innumerevoli danni.

Nella misura in cui l’individuo non adotta un determinato stile di vita, il così detto: della ‘società dello spettacolo’, lo stesso non è considerato una “buona persona”, addirittura, nemmeno un “buon cittadino”. Quel imperativo è totalitario, con finalità di omogeneizzare i popoli. Il perfetto culto al consumismo, all’individualismo ed all’alienazione.

Togliere la cultura di una persona e/o di un popolo, li rende xenofobi, toglie la possibilità della stranezza e della curiosità costruttiva.

Toglie l’interesse di conoscere realtà diverse e rispettarle.

Toglie l’interesse di assaggiare nuovi colori e sapori, di provare nuovi pensieri ed idee, altri modi di essere e di agire.

Occorre che ciascuno possa riflettere sul perché e com’è assurdo l’abbandono di sé stesso, dimenticando le proprie radici, le proprie origini, le proprie abitudini, la propria cucina, il proprio modo di vestirsi “non imposto dal mercato”, le proprie caratteristiche, anche fisiche, senza modificarle con l’intervento chirurgico che va di moda.

E’ imperativo accettare se stessi. Siamo persone, non merci.

Camille Relvas.

Camille nei pressi di un area archeologica in Italia

Inserisco di seguito anche il testo originale in Portoghese, perché richiamo identitario e segno di rispetto per la sua terra.

"Estilo de vida?"

“Estilo de vida”, o velho e o novo “American Way of Life”, é uma ofensa às culturas dos diversos sujeitos, é roubar suas identidades. Essa expressão é mundialista, intencional e causa inúmeros danos.

Na medida em que tal indivíduo não adota determinado estilo de vida, imperativo, da assim dita: ‘sociedade do espetáculo’, o mesmo não é visto como uma “boa pessoa” ou, até mesmo, um “bom cidadão”. Esses determinismos são totalitários, a fim de homogeneizar os povos. Um perfeito culto ao consumismo, ao individualismo e à alienação de massa.

Tolher a cultura de uma pessoa e/ou povo, faz deles xenófobos, tolhe a possibilidade do estranhamento e curiosidade construtiva. Tolhe o interesse em conhecer realidades diferentes e de respeitá-las. Tolhe, em acréscimo, o interesse em experimentar cores e sabores, de experimentar novos pensamentos e ideias, outros modos de ser, de existir e de agir.

Cabe a cada um, refletir por que e quão absurdo é o abandono de si mesmo, em esquecer as próprias raízes, origens, os próprios costumes, culinária, o modo “fora da moda” de se vestir, as próprias características, que sejam elas físicas, sem modificá-las com o intervento cirúrgico da vez.

Aceite-se. Somos pessoas, não mercadorias.

Camille Relvas.

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Quando il Gilet è più usato del Bidet

Sono tornato da Parigi e faccio qualche considerazione.

Innanzitutto voglio condividere una domanda ironica che rimarrà senza risposta. Come mai il bidet nonostante sia una parola di origine francese, proprio nella sua patria non ce n’è nemmeno l’ombra?

Una cosa certa è che oltralpe non ci badano molto a trovare una risposta a questa domanda, buon per loro. Ma passiamo subito a qualche considerazione riguardo questo piccolo viaggio.

Passeggiando per Parigi, soprattutto nelle zone non eccessivamente turistiche si nota una forte attenzione alla tutela della propria cultura soprattutto dal punto di vista enogastronomico ed artistico. Mediamente ho notato che la vita a Parigi costa mediamente circa un 20% in più rispetto all’Italia. Maggiore costo che è compensato da un livello salariale che di media è probabilmente più alto oltre ad un livello maggiore di efficienza nei servizi anche se le rivolte di questi giorni che chiedono un innalzamento al minimo dei salari a circa 1300 euro sembrano comunicarci il contrario. Queste cose a mio avviso, unite al fatto di un popolo che i propri diritti quando li rivendica fa sul serio, compensano di molto il fatto che il Paese sia privo del piccolo lavabo da bagno. Chiaramente non voglio fare un’analisi statistica, i dati non sono sufficienti per poter specificare quale sia la situazione nei dettagli, ma attraverso un’occhiata veloce, qualcosa sono riuscito a vederla. In primo luogo è lampante l’idea nazionalista dei francesi, loro sono patria al di là delle diverse posizioni partitocratiche di destra o sinistra.

Questa cosa l’ho percepita molto bene e la si nota evidente nella tutela delle caratteristiche che connotano anche le loro iniziative, siano esse culturali, enogastronomiche o artistiche. Parigi è una città multietnica anche per effetto delle attività coloniali e questo non deve essere considerato un elemento di secondaria importanza anche sul livello di occupazione delle genti di duplice nazionalità. 

All'ombra della torre. Una piccola analisi di un popolo che non si fa mettere i piedi in testa facilmente.
All'ombra della torre. Una piccola analisi di un popolo che non si fa mettere i piedi in testa facilmente.
La vista dalla Torre un cannocchiale e la Senna
La vista dalla Torre un cannocchiale e la Senna

Parigi mostra con orgoglio la propria diversità, la mette a sistema e riesce a veicolare una serie di suggestioni interessanti, dal cibo a quant’altro, in un marketing diretto che evoca l’idea di un Paese che, in primo luogo, attraverso i suoi abitanti, non si svende all’Europa. In questo senso risulta naturale che al di là delle posizioni politiche, nascano proprio oltralpe i gilet gialli, perché la benzina deve rimanere ad un costo accessibile e questo è fuori da ogni dibattito. 

Simpaticamente, non me ne vogliano quei francesi che mi leggono, si potrebbe dire che ai francesi “pizzica il culo” a differenza di noi italiani che troppo spesso ricorriamo alla comodità di un bidet per farci passare sopra tranquillamente i vezzi di una classe dirigente che, troppo spesso, viene messa li per farci prendere per quel profondo prepuzio. C’è in quel paese una cultura diretta all’economia reale che non è eccessivamente vessata da balzelli spesso controproducenti come qui da noi, gli artigiani vengono percepiti come mestieri culturali da difendere, insieme alla stessa cultura del vino, dei formaggi, la frollatura delle carni, il rapporto col territorio non è vessato da eccessive attività spesso eccessivamente disciplinate e che alla fine, snaturano l’essenza territoriale delle produzioni, il concetto di terroir è qualcosa che parte dalla coscienza dei francesi e poi diviene processo produttivo. 

Qui nel Bel Paese, invece, troppo spesso in questi ultimi anni è successo e succede il contrario. 

Sono tornato in Italia con la convinzione che forse stiamo diventando purtroppo un popolo peggiore dei francesi, dove la protesta passa solo per la rete e non nei fatti come accade in questo periodo in Francia. Forse, con una più attenta vicinanza alla realtà dell’economia e della società, potremmo mantenere e rilanciare la straordinaria diversità locale di cui la nostra penisola è punteggiata e ritornare ad essere quella nazione che eravamo. 

Chissà che non sia proprio colpa del bidet se ci abbandoniamo intermittenti a questa pigrizia del non c’è più niente da fare?

Link a seguire sugli altri pezzi del mio piccolo viaggio a Parigi.

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Amare la terra, nonostante tutto.

Questo fine settimana si è conclusa la Rassegna Agricola del Centro Italia, ci ho fatto un giro e, devo dire che ho appreso una bella lezione. Ho imparato a capire da dove inizia un sorriso. Semplice, genuino, ruvido ma fatto col cuore. Ho sentito la spontaneità di quella gente che lavora la terra e che sa quanto vale stargli appresso, senza delegare, con addosso tutta la responsabilità di cercare di tirare fuori il meglio dalla loro fatica.

Si perché stare in mezzo al campo è faticoso ed è ovvio quindi, che debba almeno riuscire a farti vivere egregiamente. “La terra è di chi la lavora”, mi tornano in mente le parole dell’anziano presidente contadino dell’Uruguay Josè Mujica, che ha reso giustizia ad un settore come quello agricolo, troppo disprezzato fino a poco tempo fa. Ho visto nei volti degli agricoltori una nuova consapevolezza, che sta nell’orgoglio di concepire il proprio lavoro come una missione di libertà. Una presa di coscienza sulle piccole colture intese come nicchie fondamentali del tessuto agricolo.

Show cooking spazio Coldiretti
Lo Show cooking nello spazio Coldiretti tenuto da Marco Pacella.

Gente solida animata anche da un sano e allegro menefreghismo endemico (molto caratteristico da queste parti) che li porta a far spallucce spesso sui discorsi insensati dei politicanti, perché in fin dei conti, si deve andare avanti lo stesso, con la consapevolezza che comunque il proprio futuro dipende da quanto si riesce a fare, troppo spesso da soli. Nitida è la voglia di portare avanti la propria identità anche se spesso scoraggiata da tutta la centrifuga finanziaria, che come gli avvoltoi ruota attorno a tutti ma che, si spera in questo ambiente di piccole realtà, quindi sano per lo più, possa rimanere ancora marginale. I giovani con speranza e tanta voglia, si mettono in moto per ridare linfa vitale al tessuto agricolo, lampante è la certezza di voler essere dipendenti esclusivamente delle proprie radici e ricominciare a coltivarle.

Ce ne sono ancora tanti di buoni contadini in questa provincia, molti di loro esperti di tecniche agricole e non più chini solamente a lavorare la terra, ma impegnati, con passione a ripristinare il valore proprio della ruralità, che non c’entra nulla con l’agricoltura intensiva e che, soprattutto, non guarda solo al profitto come unica missione d’impresa, ma è attento a preservarne “in primis” la biodiversità. Purtroppo il sistema di oggi non riconosce ancora adeguatamente il valore di questa gente, ed è un peccato, perché saranno queste le realtà del futuro. L’economia buona dei prodotti della terra, che dovranno ritrovare faticosamente la loro naturale connotazione territoriale.

Luca Tombesi e il gruppo di giornalisti/fotografi/agricoltori di #ripartidaisibillinipress
Luca Tombesi e il gruppo di giornalisti/fotografi/agricoltori di #ripartidaisibillinipress

Certamente degna di nota l’iniziativa ideata da Luca Tombesi #ripartidaisibillini e #ripartidaisibillinipress, hashtag da seguire perché già subito dopo le prime scosse di terremoto, ha radunato in maniera volontaria una serie di blogger, fotografi e influencers, arrivando, quest’anno a coinvolgere anche le principali testate nazionali, attraverso il racconto di storie che hanno descritto gli eroi del necessario, con il merito di tenere alta l’attenzione mediatica su queste zone.

Per quanto mi riguarda, ciò che ho cercato di imparare a comprendere da questa rassegna è stato il sorriso genuino dei contadini, quelli che ti fanno sentire come a casa, che non cercano di venderti nulla, ma condividono quello che hanno nella maniera più naturale possibile e questa, è la sensazione più bella.

Uno splendido esemplare di Frisone col suo cavaliere
Uno splendido esemplare di Frisone col suo cavaliere

Il settore agricolo del maceratese, specialmente nell’entroterra, rimane comunque uno dei pochi, che nonostante la crisi, il terremoto e una burocrazia asfissiante, sembra reggere ancora, anche perché in certe zone è l’unica risorsa da mettere in gioco e per questo va protetta con le unghie e con i denti, sostenendo il più possibile la ripresa di colture identitarie che sono la principale possibilità di rilancio di questi luoghi.

“I partigiani fanno il danno e tagliano la corda, i contadini rimangono sul posto e pagano.” Ernest Hamingway