Archivi categoria: globalizzazione e identità

vendemmia, vernaccia e passiti

Vendemmia, Vernaccia e Passiti, soprattutto lavoro in vigna, passione ed identità. 

Lo scorso anno sono andato a trovare Dante Duri e scrissi due righe su di lui perché i suoi vini mi erano piaciuti molto, soprattutto perché mi aveva incuriosito molto l’idea di un agricoltore che si metteva a lavorare in vigna in maniera quasi maniacale. 

Purtroppo la vendemmia era finita ma scrissi lo stesso di lui e del suo lavoro perché davvero meritevole in questo articolo qui.

Vendemmia, Vernaccia e Passiti. Dante Duri in vigna
Vendemmia, Vernaccia e Passiti. Dante Duri in vigna

Quest’anno invece sono andato a trovarlo di sorpresa e ho voluto documentare la sua dedizione alla vendemmia.

Ne è uscito fuori un video auto prodotto per Itidealia una piattaforma di cui vi parlerò più avanti ma che vi invito a conoscere.

Intanto qui di seguito metto il link al video e non nego che mi piacerebbe avere le vostre impressioni tra i commenti.

Poi è uscito fuori anche un bel pezzo su Serrapetrona, un paesino molto affascinante, noto per la sua Vernaccia rossa spumante unica in Italia e nel mondo per il suo metodo di preparazione e questo uvaggio autoctono da preservare e valorizzare.

Un luogo dove soprattutto la qualità della vendemmia dalla cura della vite fino alla selezione dei grappoli diviene sintesi di una passione che ruota attorno a questo lavoro in stretto contatto con la natura, donando agli occhi del viaggiatore, paesaggi di campagna bellissimi e ben curati. 

Qui metto anche il link al pezzo che ho scritto su Serrapetrona, sempre per Itidealia.

Buona lettura e buon fine settimana.

Di seguito qualche foto scattata a Serrapetrona, dove la Vendemmia è soprattutto passione, Vernaccia e passiti.

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piccolo viaggio tra arte e zafferano.

Queste ultime giornate calde di autunno me le sto godendo davvero.

Con il sole in faccia, percorro qualche chilometro da casa, e arrivo a Braccano, dove il sole illumina con tagli netti i murales dipinti sulle facciate delle case del borgo. 

Queste opere d’arte ogni anno sono sempre più numerose e sempre più colorate. 

Soprattutto percepisco l’aria di paese, quel senso dello stare insieme che è proprio della campagna, il volere genuino di essere comunità di persone. 

Penso a quante cose vicine ci sfuggono troppo spesso di mente, quanta meraviglia semplice si dischiude in un borgo colorato a pochi passi da dove abito. 

Sono belli anche gli itinerari da solcare continuando per la montagna dove è splendida, in questo periodo, la vista del panorama autunnale della faggeta di Canfaito, di cui ho parlato qui. Ma oggi il giro che farò sarà un altro e parte proprio da Braccano.

Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Il lupo ritratto in prospettiva nell'angolo di una casa.
Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Il lupo ritratto in prospettiva nell'angolo di una casa.

Questa idea artistica di dare spazio all’arte urbana, ha permesso una nuova vita alla frazione, evitandole lo spopolamento rivestendola di colori e contenuti, accendendo anche un piccolo trend che l’ha fatta diventare una piccola meta turistica ambientale. 

Guardando ed osservando le opere, penso ad una donna, Anna Maria Tempestini, che con la sua caparbietà e la sua tenacia decisionista ruvida ma gentile, è stata perno nel far fiorire questa bellezza.

Un murales nel borghetto di Braccano realizzato del 2016
Un murales nel borghetto di Braccano realizzato del 2016

Passato il borgo colorato d’arte contemporanea, arrivo ad una strada stretta che va leggermente in salita, il sole filtra tra i rami che iniziano a spogliarsi delle foglie gialle d’autunno; raggiungo una piccola collinetta, completamente assolata, dove c’è la coltivazione dei fiori di Crocus Sativus. 

Noto subito una cosa molto affascinante, per quanto involontaria; l’esposizione della collinetta è verso il paesino, e sembra quasi che i fiori violetti che stanno sbocciando stiano lì ad osservarlo.

Quegli stessi fiori con gli stimmi aromatici rosso fuoco che Riccardo raccoglie, e che ora sono posti ad asciugare lentamente perché il loro profumo e il loro sapore, possa mantenere tutte le migliori qualità dello Zafferano di Matelica “Metelis”.  

Piccolo viaggio tra arte e zafferano: un ape che mi guarda mentre fa il suo lavoro.
Piccolo viaggio tra arte e zafferano: un ape che mi guarda mentre fa il suo lavoro.

Riccardo e Matteo sono due fratelli con una passione comune, quella per l’agricoltura di qualità. Il loro campo di zafferano si trova poco sopra la caratteristica frazione “dipinta” di Matelica. La fioritura dello zafferano già è di per se una bella esperienza, dura pochissimi giorni ma ha bisogno di un lavoro di metodologia accurata soprattutto del rispetto dei tempi di messa a dimora, e di raccolta. 

Infatti è importante rendere il terreno di coltivazione sempre morbido ed avere una buona qualità della terra e, anche l’esposizione è importante che riesca a catturare una giusta quantità di raggi solari. 

Questi luoghi riparati dalle montagne hanno tutte le caratteristiche per dare un prodotto di ottima qualità.

Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Una fila di fiori pronti per essere raccolti.
Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Una fila di fiori pronti per essere raccolti.

Tuttavia per la verifica di questi aspetti legati al clima, al terreno, e alla possibilità che questo luogo sia adatto ad una tale coltura, i fratelli Gentilucci hanno fatto un lavoro di ricerca attraverso le carte storiche degli archivi notarili di Camerino, sezione di Matelica, ritrovando descrizione di una compravendita di Zafferano proveniente proprio dal territorio di Braccano risalente al 1400. Buona anche la selezione dei prodotti a base di zafferano , come la birra artigianale. Merita una menzione anche il sito internet sia per la costruzione che per la buona sezione delle ricette.

Piccolo viaggio tra arte e zafferano. L'atto di compravendita della seconda metà del 1400
Piccolo viaggio tra arte e zafferano. L'atto di compravendita della seconda metà del 1400

Vista l’autorevolezza del documento, non fu difficile trovare un terreno appropriato per una futura coltivazione, e tra il 2015 e il 2016 hanno iniziato l’avventura proprio in una collina a sud est della caratteristica frazione matelicese.

Nelle mattine di fine ottobre in quel piccolo appezzamento di terreno oggi ripristinato a coltivazione di Zafferano come ai tempi di Cristoforo Colombo, si respira un aria profumata di giallo, dagli ultimi raggi caldi del sole di autunno e dal sentore aromatico degli stimmi dei fiori di zafferano pronti per essere raccolti e messi a seccare.

Un gran lavoro di tempo, pazienza ed accuratezza, un modo per ripristinare identità locale, favorendo in questo caso, un’ulteriore proposta locale come accadeva oltre 500 anni fa, a dimostrazione di una diversificata e non univoca varietà di colture agricole.  

Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Il campo di zafferano in fioritura che guarda al paesino di Braccano.

Colori accesi mescolati di arte e natura, profumi decisi d’autunno conditi con il tocco nobile del profumo di Zafferano. Una mezza giornata di relax fra eleganti armonie di paesaggi e di bellezza.

Piccolo viaggio tra arte e Zafferano. Un Murales che rappresenta la preghiera e la speranza.
Piccolo viaggio tra arte e Zafferano. Un Murales che rappresenta la preghiera e la speranza.

Informazioni.

Braccano – sito internet del borghetto –

Metelis – Sito internet dell’azienda agricola – 

Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Riccardo con il suo raccolto
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La petriola, cantina d’arte

La Petriola è una cantina dell’arte perché c‘è quell’atmosfera bohemien in quell’angolo di piazza Mattei, che rimane la parte più bella ed elegante, per quanto ancora ferita e con tutti i segni intatti di quell’evento catastrofico e naturale di 3 anni fa.

La petriola, cantina d'arte. un opera esposta all'ingresso.
La petriola, cantina d'arte. un opera esposta all'ingresso.

C’è quell’atmosfera calma di accoglienza verso ogni bellezza, che sia essa una forma d’arte, musicale o pittorica, è uno di quei luoghi che stimola il pensiero. Insomma una formula azzeccata quella di Daria e Carla, perché ricca di riferimenti al territorio.

E’ un locale che richiama un po’ la formula del Bistrot francese, ma deriva da una tradizione estremamente locale, quella delle cantine. 

La Petriola, cantina d'arte. Un'opera esposta.
La Petriola, cantina d'arte. Un'opera esposta.

Le cantine come in ogni paese erano piccoli luoghi di “ristoro” antesignani dei bar, dove la gente andava per un bicchiere di vino nelle pause di lavoro o al ritorno dai campi. 

 

Mio nonno e mio zio mi hanno sempre raccontato con molta simpatia la cantina di Marietta, che stava proprio in fondo al vicolo di casa nei pressi di porta Campamante. 

La Petriola, cantina d'arte. Saletta con mostra.
La Petriola, cantina d'arte. Saletta con mostra.

Conosceva tutti i suoi clienti, teneva diversi tipi di vino, qualcuno anche “annacquato” per quelli che erano solito alzare troppo il gomito. Quello delle cantine era lo specchio di una società rurale, più povera ma serena e lavoratrice. Forse lo specchio più reale del paese. Per questi motivo mi piace bere ogni tanto e responsabilmente per quanto possibile, un bicchiere da “La Petriola”. Innanzitutto il nome, che significa “imbuto” in dialetto matelicese, ed è stato ideato, non a caso da un grande artigiano e musicista locale, Roberto Dolce (di cui ho già parlato qui). 

 

La Petriola, cantina d'arte. Riflessi artistici allo specchio
La Petriola, cantina d'arte. Riflessi artistici allo specchio

Inoltre, e questo ne raddoppia il valore di una sosta, ora cioè durante il periodo di vendemmia c’è la contaminazione dell’arte di un pittore locale, Mauro Falcioni, che si sta affermando meritatamente in Italia, con i suoi gatti immaginari che fanno riflettere, e sono un viatico per comprendere la psiche umana ed il nostro essere interiore. Mauro ha sempre disegnato con costanza fin da bambino, ricordo le sue immagini fantasy che rifiniva quasi ogni mattina sull’autobus per andare a scuola. Disegna e dipinge da sempre, tra una battuta e l’altra, sotto quel berretto a coppola crea momenti immaginari fiabeschi che, appunto come le favole, trasferiscono una morale ed aiutano a riflettere.

La Petriola, cantina d'arte. L'artista Mauro Falcioni.
La Petriola, cantina d'arte. L'artista Mauro Falcioni.

Sorriso intelligente, occhi buoni che mirano comportamenti e li immagazzinano in sensazioni trasferiti su tela, Mauro riesce a dare forma così all’immaginario, lo dipinge in un racconto che stimola il pensiero e ci da la possibilità, per un attimo di riconsiderare quel che siamo.

In questo bistrot nostrano, che richiama in se le caratteristiche di genuinità del nostro territorio, si respira soprattutto l’aria fresca di un’identità locale certamente di Provincia ma di sicuro non provinciale.

I vini, quasi tutti di territorio, sono sempre accompagnati da un buffet che ha sempre un costante richiamo alla tradizione, riadattata chiaramente al finger food, ma per quanto possibile con un occhio votato creativamente all’essenza territoriale, senza mai tralasciare le contaminazioni; in questo senso è assolutamente da provare la sangria di Verdicchio.

La Petriola cantina d'arte. Codamozza è ormai la mascotte del locale.
La Petriola cantina d'arte. Codamozza è ormai la mascotte del locale.

Insomma in quell’angolo di Matelica c’è da più di un anno, c’è un piccolo spazio di vita, che per effetto del succo della vite, accomuna un po’ tutti i matelicesi, dall’artista all’impiegato, passando per l’imprenditore ed il medico. Inoltre da lì si può anche vedere la piazza da un punto di vista differente, non solo per prospettiva e spazi, ma anche per un’altra angolatura della mente.

La Petriola, cantina d'arte. La piazza di Matelica.
La Petriola, cantina d'arte. La piazza di Matelica.
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L’Italia del buco

Siamo l’Italia del buco, la nazione di quelli che prima l’identità, se non fosse che poi, l’unica cosa buona diviene scannarsi su razzismo, fascismo e antifascismo, con metodiche da stadio, nessuna analisi razionale delle possibili salvaguardie territoriali, baluardi dei territori, nessuna domanda su quale sia il significato di tutela dell’identità, su quali possano essere le azioni solide e semplici per uno sviluppo locale sostenibile, dove c’entra di più la tutela della biodiversità, la tutela del patrimonio artistico e culturale e chi in questo ci lavora ma spesso viene sfruttato, sia esso bianco, giallo o nero, piuttosto che emigrante. Essere sovranisti in assenza di idee su cosa sia il concetto di sovranità popolare è sempre troppo comodo.
Ecco che allora assistiamo a scontri fantomatici tra finta destra contro finta sinistra che non presenta fatti, ragionamenti o proposte.
 
Insomma siamo disposti ad andare dietro al primo che alza la voce, se ne costruisce attorno un’aurea di protesta progressiva e strutturata solo nella sua comunicazione individuale e poi, alla resa dei conti, rimane con un pugno di mosche in mano, e fa saltare il tavolo. E’ sempre così, è il giro tondo italiano, il motivo per cui non siamo più credibili agli occhi del mondo perché i pensieri nobili o sensati vengono subissati dalle questioni di pancia, dai vuoti mentali, da nessuna lettura del territorio in termini d’identità. Ci troviamo con strade nuove spesso inutili, nessuna lettura contestuale del territorio, parliamo di democrazia e ci troviamo ad eleggere, ormai troppo spesso, “yes men” senza sostanza.
 
Siamo diventati la gente di borgata che vuole tutto ed il contrario di tutto, tifa e non pensa, ma troppo spesso, purtroppo, si accontenta di un rutto. 
Siamo sapientemente ignoranti, logorroici sostenitori di tifoserie partitocratiche, pieni di frasi patetiche come “senza se e senza ma”, “ampio respiro”, “larghe vedute” ed “aree vaste” popolate di nullità e “chi più ne ha più ne metta”. 
Nemmeno uno straccio di visione reale e a lungo termine, progetti coinvolgenti, tutto enfatizzato nell’ideologia del “fare tanto per fare”, senza nemmeno più cercare di “agire per essere efficaci”. Così tiriamo a campare dentro una gabbia di criceto, dando la colpa a tutto e al contrario di tutto, ci tiriamo dentro anche l’economia, la esasperiamo dopandola con la finanza, giochiamo in borsa se ce lo possiamo permettere, e poi, se diventiamo poveri, allora vanno bene le slot machine, che tanto vince sempre chi intuisce l’algoritmo giusto.
 
Vediamo la politica come il calcio, viviamo di tifoserie e non di metodi efficaci per “agire bene” che tanto a fare male sono buoni tutti, così finiamo per stare dietro al più furbo di turno, accreditando qualsiasi politico che ci promette un bengodi di boiate senza prospettive, contenti di marcare il cartellino, lavorare conto terzi, in una spirale sempre più fantozziana dove il ricco è progressista ed il pezzente, per controbilanciare diventa fascista o liberista, ma entrambi, depressi e contenti postano gattini rossi e neri su un Social Network il giorno dopo.
 
Intanto chi ci ruba la vita, chi fa i soldi è proprio quel social network che fattura miliardi grazie alla nostra sudditanza repressa, diviene padrone e ci tiene tutti sotto scacco mentre quel buco rimane li e non lo sistema più nessuno.
Le priorità sono sempre altre e fintamente più alte, senza logica, perdiamo le nostre radici per sfinimento, disossando avidamente, scomodando Pasolini, ogni “realtà particolare”; vediamo le risorse economiche impegnate sempre di più in massicce quantità per giustificare investimenti megalomani senza futuro.
L'Italia del buco. Un buco su una via di un centro storico dove in questo caso ci pensa la piuma sopra la ragnatela a donargli quasi eleganza.
L'Italia del buco. Un buco su una via di un centro storico dove in questo caso ci pensa la piuma sopra la ragnatela a donargli quasi eleganza.
Ma a noi che ce ne frega siamo il popolo del cazzaro rosso, verde o chissà, forse un giorno anche bianco, giallo o nero. Svendiamo piano piano tutto il paese al soldo di colpi di governo, finto nazionalismo e sovranismo ormai perduto dietro ai teatranti della politica col sottofondo delle tifoserie da stadio, senza guardare alcuna proposta, inseguendo solo il comodo tornaconto d’immagine. 

Per questo dobbiamo renderci conto che non meritiamo rappresentanza che gli italiani sono la banda del buco e che “non è difficile governarli ma inutile” e questa è l’unica cosa condivisibile da parte mia che disse il Duce.

Non si riesce a divenire società, ognuno va verso la propria e progressiva smania di egocentrismo, esasperato senza logica tanto che per avere un Presidente del Consiglio presentabile, si è dovuto sceglierlo a caso tra i “non politici”. 
Il trionfo della banda del buco, che apprezza e poi svende, che tifa e non ragiona, che esclama senza conoscere, perché tanto qualcuno che gli sta dietro a tifarlo ci rimarrà sempre, con “testa e cuore”, se non fosse che l’una è marcia e l’altro è impietrito.
 
Non riusciamo a restaurare centri storici millenari devastati da un sisma di oltre tre anni fa, non si contano quanti siano stati i soldi già spesi, ma siamo li a delegare responsabilità a chi dimostra, ormai troppo spesso incompetenza scansando serietà e pragmatismo.
Ci facciamo prendere dal senso di appartenenza a partiti post-ideologici che al massimo hanno 10 anni, e denigriamo i comunisti, i poveri, o tutti quelli che la pensano diversamente, ma andiamo tutti a messa la domenica per purificarci un’anima che non abbiamo neanche più. 
Ci guardiamo allo specchio senza osservarci, convinti che lo sgorbio sociale che siamo diventati, rappresenti il meglio dell’essere umano, mentre è la plasticità del nostro sopravvivere da parassiti, l’unica cosa che riusciamo a nascondere bene sotto al botox.
 
Siamo lobotomizzati dai post, mentre ci lasciamo mangiare la vita vera da qualche capopopolo che ci prende di pancia, perché tanto siamo così, un popolo di tifosi che tengono per la propria squadra, che vinca nonostante tutto anche se non c’è più un campionato vero, tanto tutto è virtualmente connesso e umanamente disconnesso. 
 

Va bene qualsiasi cosa in questo girone di perdenti, anche comprarsi la partita, basta che si arrivi prima avendo i numeri per vincere e governare questo Paese costruito sul “fantacalcio mercato” di una politica che ci manda tutti in fuori gioco. 

Buona vita, a tutti nonostante tutto gente, tranquilli tanto quel buco rimarrà così lo stesso. Palla al centro, sperando che non finisca in quel…buco.
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Sogno Coraggio

Sogno coraggio, che è quello che manca a molti oggi, forse a tutti.

Ultimamente incontro parecchia gente dirmi che faccio bene a scrivere quello che penso, gli rispondo, se posso, con un grazie, ma non lo dico mai a nessuno che quello che cerco anche io, in realtà, è il coraggio. Scrivo per coerenza, motivazione e sentimento, e soprattutto perché questo mi aiuta a trovare la forza per andare avanti, avere un senso per non andar correndo senza motivo. Ma il coraggio anche e soprattutto di scrivere quello che penso, lo cerco più in me stesso che negli altri, senza paure e senza pretese.

 

In questo terzo anno dopo le scosse attorno a me vedo quella che prima era caparbietà, tramutarsi in furbizia, spirito di sopravvivenza, l’idea di cercare modi per sopravvivere, facendosi furbi invece che intelligenti.

Così rimane tutto fermo, immobile, distrutto, sepolto sotto il chiacchiericcio dei politici e dei media.

Allora mi chiedo come possa non essere evidente questa mancanza di coraggio la mancanza di unità fra le persone, mi chiedo perché obiettivi comuni e semplici diventano i più improbabili da perseguire? Perché ci rassegniamo all’utopico e dimentichiamo l’ovvio? L’ovvio in primo luogo di ricominciare a credere nella persona sul serio e non attraverso gli slogan.

 

Spesso ultimamente arrivo alla conclusione che siamo diventati un Paese di instancabili sognatori da telenovela o da reality.

L’effetto è quello e, psicologicamente ci fa bene perché catartico, quasi ci conforta vedere un Salvini oppure un Renzi o un Di Maio che dicono tutto ed il contrario di tutto. Fanno la politica delle larghe vedute da slogan di 3 secondi; un controsenso in termini. 

Ma noi ci affezioniamo, come abbiamo fatto 20 anni con Silvione oppure con il “sempreverde” sindaco di paese. Siamo fatti così, ci piace urlare alla luna, e poi fare spallucce di fronte al potente di turno, autogiustificandoci con un “come fai a non volergli bene?”

Sono sempre più convinto che siamo un popolo di sognatori rassegnati, avere queste figure imperfette ci piace, ci evita di pensare, ma possiamo criticarle, aumentandone la loro popolarità (“purché se ne parli”) e poi sono confortanti, perché possiamo dire che sono un po’ come noi e di rassicuriamo dentro a questo pensiero.

Sogno Coraggio. Questa farfalla l'altro giorno ha spiccato il volo dal terrazzo, ha trovato il coraggio di volare.
Sogno Coraggio. Questa farfalla l'altro giorno ha spiccato il volo dal terrazzo, ha trovato il coraggio di volare.

Pensando alle figure del governo mi viene da dire che uno come Conte per l’italiano medio sia troppo perfetto, ed alla fine ci avrebbe deluso come tutti, quindi tanto vale che sia andata così, lasciamoli direttamente perdere quelli che ambiscono ad essere migliori ad essere migliori nei modi e negli atteggiamenti, affoghiamo nella nostra mediocrità assoluta, perché è meglio chi ci fa ragionare di pancia, il burattino, il fenomeno da discoteca, l’ignorante. Siamo adulatori del correre senza obiettivi, motivazioni e finalità, programmiamo esistenze subordinate a “si” di comodo, fino al punto di arrivare, a nostra insaputa a declinare “democrazia” in “dittatura per pigrizia”. Allora ci meritiamo l’aumento di tutte le imposte, la guerra del Fondo Monetario e tutte le misure lacrime e sangue perché ci adagiamo nel nostro individualismo da “supermercato” ed essere presi a calci nel culo ci fa bene.

 

Noi italiani siamo un popolo di sognatori senza coraggio, me compreso, la media che osservo è quella di chi ti dice di andare avanti, tanto la società ci mette un secondo a dirti che sei matto e a lasciarti a piedi oppure a darti del matto rubandoti le idee cambiare idea e perseguire quello che è più comodo. Lasciare a piedi è facile, disattendere è d’obbligo e porta consenso paradossalmente, lo stesso vale quando si cerca di scimmiottare l’idea di qualcun altro, perché dobbiamo essere tutti mediocri allo stesso livello, burocrati del nulla in un Paese che ha perso coscienza di se stesso.

 

Quindi seguendo questa linea diventa ovvio che l’Amazzonia, la Siberia oppure l’Africa (qui quanto ho visto) non faccia nemmeno notizia, parlarne è una cosa da radical chic. Nel piccolo diviene ovvio che le strade del centro storico con l’asfalto buttato a sfregio sopra ai sampietrini siano meglio di niente, perché non conviene risanare la bellezza, costa troppo impegno, meglio costruire strade nuove, magari inutili che non ti portano da nessuna parte.

 

Fa più comodo rimanere camaleontici e sempre gli stessi dietro agli altri, dietro agli slogan sulla crisi di governo, e su chi viene prima (ma prima di chi?), ma siamo fatti così.

In fondo anche quello che ci sta attorno tendiamo a dimenticarlo, guardate la ricostruzione dopo il terremoto, continuiamo a correre dentro la gabbia del criceto, incazzati ma senza proposte, senza curiosità di sperimentare altrimenti, non ci chiediamo più se dietro un’etichetta ci sia un contenuto di valore, tanto ci fidiamo perché ci sta la scritta sul cartello. 

Superficiali senza Essere per la troppa smania di avere, dimentichiamo di vivere l’oggi a forza di cercare un domani che non arriva mai.

 

Accattoni del marketing, facinorosi dell’apparenza. Voglio raccattare coraggio, spero nel sogno, che ci volete fare…? sono fatto così, buona vita.

Sogno coraggio anche da solo, grazie !

Sogno Coraggio. Eccola la farfalla, mentre dispiega le ali poco prima di volare via.
Sogno Coraggio. Eccola la farfalla, mentre dispiega le ali poco prima di volare via.

Affile è beglio che è anche meglio.

Domenica sono ripartito tardi da Affile. La sera prima ad Affilando il Gusto c’è stata tanta gente fino a tardi, erano persone di tutte le età, amalgamate dentro al sogno di un’identità da rivalutare, far apprezzare e conoscere, per questo avevano ragione tutti quei ragazzi ad urlare “Affile è beglio” che è anche meglio. 

Affile è “beglio” che vuol dire in dialetto che è bello il paese, un invito a ritornare fra quei vicoli dove si respira l’aria genuina di una tradizione che ogni anno si rinnova (cit. grz a Giampiero 🙂 )

Mi sono divertito a vedere tanti sorrisi di buoni produttori di vini e manutentori di gusti locali, sogni da continuare a far vivere e rivalutare. “Affile è beglio” è l’urlo spontaneo di tutti i ragazzi che aiutano la manifestazione, di Giampiero il vice Sindaco che l’ha fatta nascere e crescere, Lorenzo il giovanissimo Presidente della ProLoco di Affile che ha il merito di aver organizzato un gruppo di ragazzi coesi e davvero instancabili, senza tanti fronzoli, strategie fantomatiche di marketing o testimonials milionari.

Affile è meglio. La passeggiata tra i vicoli.
Affile è meglio. La passeggiata tra i vicoli.
Affile è meglio. Il sole del tramonto fra le viuzze.
Affile è meglio. Il sole del tramonto fra le viuzze.

 

“Affilando il Gusto” ha visto anche la partecipazione di 5 piccole aziende maceratesi, davvero molto particolari, scelte per l’accurato lavoro di tutte nella coltura e nella lavorazione delle materie prime, inoltre per il fatto che sono aggregate in una rete d’impresa; al loro interno, hanno un piccolo grande vignaiolo che sta ottenendo buonissimi risultati col suo lavoro in vigna, rinsaldando una tradizione di qualità nella produzione di vini soprattutto da uve di Vernaccia nera.

Ovviamente anche gli altri produttori sono sintesi rappresentativa di tutto il territorio dell’entroterra maceratese; il miele delle arnie poste nelle colline Vissane, dove da quasi tre anni si cerca di ripartire ancora a fatica dagli eventi del 2016, poi il vino cotto di Loro Piceno che è il prodotto-riassunto dell’idea di tradizione familiare e simbolo di quel paesino dell’entroterra maceratese, il ciauscolo di “fattura agricola” che delimita di fatto la sua produzione di alta qualità nelle montagne maceratesi fino ad arrivare in Umbria nella Norcia del Santo Patrono d’Europa. Il territorio in cui vivo è stato rappresentato da una sintesi d’intesa agricola fatta di piccolissime produzioni che spero, abbiano avuto in cambio un piccolo margine di visibilità.

Affile è meglio. Affilando il Gusto la sera.
Affile è meglio. Affilando il Gusto la sera.

Sono felice di come sia andato l’evento perché quella genuinità paesana, fatta di adulti e giovanissimi l’ho respirata a pieni polmoni in una serata piacevole e ventilata d’estate.

Quello slogan “Affile è beglio” sintetizza la genuina spontaneità basata su quegli atteggiamenti particolari della gente di un territorio dell’entroterra romano che racchiude la tradizione e l’orgoglio paesano fatto di modi semplici e autentici e spontanei.

Forse è proprio questa enfasi di atmosfera paesana ma non provinciale, il segreto del successo di questo piccolo grande evento di quel paesino incastonato fra le montagne dell’appennino laziale. Inoltre Affile da lustro al sogno popolare di una tradizione monastica ripristinata all’inizio del nuovo millennio; testimonianza di una cultura ispirata alla regola dell’Ora et Labora di San Benedetto che proprio qui risiede la testimonianza del suo primo miracolo. A pochi passi da Subiaco dalla magnificenza del Sacro Speco, una delle opere d’arte più affascinanti e sconosciute d’Italia, c’è l’idea innovativa e oramai radicata di voler continuare a dar lustro al frutto di una terra che ogni anno riesce a migliorare. Un vino dalla tradizione antica, il Cesanese, che viene prodotto in mezzo a luoghi non adatti al turismo di massa, e che per questo, fortunatamente, mantengono tutto il fascino e la genuinità che meritano.

Affile è meglio. I prodotti del maceratese
Affile è meglio. I prodotti del maceratese
Affile è meglio. La banda che suona.
Affile è meglio. La banda che suona.

 

 

Quest’anno, la quinta edizione dell’evento ha visto la partecipazione di molta gente appassionata e tanti produttori di Cesanese provenienti anche delle altre zone di produzione di Olevano e Piglio.

Il segno di rispetto per la storia che diviene motivo di nuova economia reale e sociale, il contributo che parte da un gruppo di monaci che sono riusciti a lasciare un segno nei tempi, quello di una metodologia agricola nel coltivar la vite che questa zona oggi rivive come parte di una nuova economia. Quindi Affile è “beglio” soprattutto perché testimonia la storia che si rinnova, con la voglia di far partire nuove esperienze agricole, molti giovani si mettono in gioco credendo nella ricchezza della loro terra e per questo merita di essere raccontata.

 

Altro su Affile – link –

Affile, la piazza
Affile, la piazza
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Castelluccio e nient’altro.

La voglia di chi ama questo paese lo tiene in vita, per questa gente è Castelluccio e nient’altro. Gli sguardi malinconici dei produttori che espongono i loro prodotti dentro a quello che rimane di un paese egualmente fantastico per i suoi altipiani e le sue suggestioni, ma che, altrimenti, sarebbe il fantasma di se stesso. Scomodamente adagiato sul disfacimento di una ricostruzione pigra, un’emergenza interminabile che non da soluzioni, ma espone macerie su macerie, fisiche, sociali ed umane.

 

Castelluccio e nient'altro - Pian Perduto
Castelluccio e nient'altro - Pian Perduto
Castelluccio e nient'altro - Sullo sfondo il Paese.
Castelluccio e nient'altro - Sullo sfondo il Paese.

 

L’ho raggiunta domenica partendo da Matelica, il mio paese, dove iniziano a vedersi i primi segni del terremoto 2016 che poi, diventano sempre più evidenti per la strada che conduce a Castelraimondo e a Camerino, col suo centro storico dai contorni di una skyline medievale, che all’imbrunire, rimane ombra di se stessa, sdraiata e dormiente sul niente declinato all’ennesima politica.

Continuo verso Muccia, passo alcune sistemazioni di emergenza, poi Pieve Torina, completamente trasferita in una piccola “new town” poco distante al centro storico che fu. Stessa immagine per Visso dove gli artigiani coraggiosi, (link anche qui) per fortuna loro, rianimano il paese con storie di ordinaria tenacia, perché quella è gente solida di montagna.

Vado avanti fino a Castel Sant’Angelo sul Nera, il centro storico è ancora impraticabile, è zona rossa. Per fortuna però, la strada per Castelluccio, ha i cancelli aperti oggi, ci sono motociclisti e appassionati di montagna per la strada, c’è la consapevolezza della gente che non dimentica e queste meraviglie, le viene a visitare comunque.

 

 

Castelluccio e nient'altro - Da sempre ci sono queste scritte sulla piazza bassa del paese
Castelluccio e nient'altro - Da sempre ci sono queste scritte sulla piazza bassa del paese
Castelluccio e nient'altro - Il cartello con le mille etichette di chi è arrivato fin qui da tutto il mondo.
Castelluccio e nient'altro - Il cartello con le mille etichette di chi è arrivato fin qui da tutto il mondo.

I sensi unici alternati e scanditi da semafori interminabili, danno l’idea della catastrofe che fu e di quanto sia difficoltoso ricostruire anche parti di strada dove la terra ha dimostrato tutta la sua furia. Dopo le curve, quasi arrivati sulla piana, uno sbalzo della strada oramai sistemato, da l’idea di quanto sia stato il distacco fra le faglie che, anche se in qualche modo sono state ripristinate con catrame e cemento, sul manto stradale, continuano ad evidenziare, disarmante l’immagine della violenza che la Terra abbia dato di se stessa, nel muoversi, in quei giorni d’inferno, di quasi tre anni fa.

Pian perduto si apre nel suo chiarore estivo dopo la salita e i disastri, che per un momento, non mostrano altre cicatrici a cambiarne il panorama.

Castelluccio è lassù a determinare un confine nitido tra i due altipiani, sembra intatta, immobile e sorniona. 

Si arriva sulla piazzetta, c’è il mercato degli agricoltori, consegnatari di una identità culturale ruvida e forte, mansueta e coraggiosa. Le bancarelle espongono i frutti di questa terra. La lenticchia, la Roveja ed altri legumi, descritti con quella devozione rispettosa verso le fasi del tempo e per il lavoro che si dedica alla loro raccolta.

Castelluccio e nient'altro - Strozzapreti Roveja e Barbaia.
Castelluccio e nient'altro - Strozzapreti Roveja e Barbaia.
Castelluccio e nient'altro - Pappardelle alla Castellucciana.
Castelluccio e nient'altro - Pappardelle alla Castellucciana.

Decido di fermarmi in una delle osterie del nuovo “Deltaplano” una struttura che ospita la maggior parte delle locande che stavano prima dentro al paese. Al di la delle critiche e dell’erbetta su quel tetto, che sembra non voler crescere mai, sopra quello stabile nuovo, almeno i locali trovano un tetto dove lavorare.

Non ci riesco a non chiedere perché si costruisca da nuovo invece di riprendere subito quelle costruzioni storiche, che in qualche caso, hanno retto bene anche sopra gli epicentri; è la domanda di tutti e la risposta di nessuno.

Mangiamo alla locanda “Lu socciu”, strozzapreti con la roveja e la barbaia di maiale e pappardalle alla Castellucciana. Due primi fantastici. Materie prime di alta tradizione abbinate a una creatività semplice ma efficace annaffiate da un buon mezzo litro di vino rosso. 

 

 

Castelluccio e nient'altro - Lilly che guarda gli ospiti.
Castelluccio e nient'altro - Lilly che guarda gli ospiti.
Castelluccio e nient'altro - La fetta di torta. Bottega in piedi sotto al paese, prodotti buonissimi.
Castelluccio e nient'altro - La fetta di torta. Bottega in piedi sotto al paese, prodotti buonissimi.

Arriva Lilly. Lei è la cagnolina di tutti li attorno al “deltaplano”, si fa il giro dei bar e dei ristoranti. Sembra stanca nell’osservare, forse ha qualche anno e di cose anche lei ne ha viste tante, ma è vispa e di sicuro tutto quello che succede in quei posti lei lo sa, ma lo tiene per se. Mi ha colpito anche un passerotto che è ospite fisso della locanda mi racconta il cameriere, è sempre lo stesso, quasi che aiuta per pulire. Lavora col sorriso la gente in quei locali, acceso e reale di chi ancora sa che può recuperare le proprie radici. Sono schietti, ci credono a voler rinascere, loro, ed è bello davvero passare del tempo in quei posti e soprattutto in estate.

Castelluccio e nient'altro - Ruderi in attesa di ricostruzione.
Castelluccio e nient'altro - Ruderi in attesa di ricostruzione.
Castelluccio e nient'altro - Panorama
Castelluccio e nient'altro - Panorama

Non nascondono nervosismi giustificati contro una classe dirigente completamente inadeguata vista l’estrema lungaggine di una ricostruzione che ancora non c’è. Il bancomat al Deltaplano non lo hanno ancora collegato, non si sa il perché. La locandiera però è gentile e anche adeguata alle nuove tecnologie, quindi mi da comunque la possibilità di pagare elettronicamente, è la prima volta in Italia che pago con Paypal. E’ stato un pomeriggio paradossalmente edificante. Torno al paese, o quello che ne è rimasto, arrivo in una bottega, che sembra, dalla struttura, una fetta di torta di quelle che rimangono, alla fine di una festa, con tutte le briciole attorno. Il proprietario mi spiega che lo ha rinforzato quel locale a sue spese, prima del 2016, è rimasto in piedi solo lui; intorno, briciole di altre macerie. Porto a casa ricotta, salumi e biscottini. 

Torno a casa con la contentezza di aver visitato luoghi devastati ma popolati da persone semplici e coraggiose. Sono fiducioso, prima o poi questa gente riuscirà. Lo vedo, è stampato negli occhi di quella gente dove c’è Castelluccio e nient’altro.

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Ancona, quando il sole tramonta ad Est.

C’è una zona di Ancona dove il sole tramonta sul mare dando l’idea che si nasconda ad Est. E’ strano perché notoriamente sull’Adriatico il sole in quel punto ci sorge, almeno sulla costa italiana, perché esposta a Levante.

In realtà si tratta di una sorta di “inganno” geografico, perché ad osservarla bene, quel tratto di costa si arriccia verso nord, proprio dove sorge la città, formando un golfo che ha il suo porto, per questo motivo l’impressione è che, in alcuni luoghi di Ancona, il sole scenda sul mare.

Una bella sensazione, quella del tramonto che si può notare da alcune zone del porto, raggiungibili percorrendo le strade del centro all’imbrunire fino ad attraversare il teatro delle Muse ed il palazzo della Rai.

Ancona, quando il sole tramonta ad Est - San Ciriaco al tramonto
Ancona, quando il sole tramonta ad Est - San Ciriaco al tramonto
Ancona, quando il sole tramonta ad Est - San Ciriaco di giorno
Ancona, quando il sole tramonta ad Est - San Ciriaco di giorno

In quelle ore, quando il sole illumina i palazzi, saluta San Ciriaco il duomo, colorandolo di un arancio acceso, l’aperitivo o la cena da queste parti, danno la vera dimensione marinara di una città timida e sorniona, che non si scopre ma si fa osservare.

Si accendono di luce calda le navi da crociera, insieme ai cantieri di colossi in costruzione dietro l’arco di Traiano, che appena superato, da accesso ad un piccolo percorso sopra le vecchie mura del porto, inusuale, stretto e caratteristico. 

La passeggiata in questi luoghi del capoluogo marchigiano è fatta di un miscuglio di semplicità complesse e momenti che appagano i sensi; l’odore del mare, il frastuono leggero delle onde, i rumori dei ferri che cigolano mossi dal vento e dall’acqua enfatizzano tutto l’ambiente, colorando di emozioni i pensieri. 

In una giornata di sole un giro in questi luoghi è rigenerante, si può arrivare fino alla Mole ma è consigliabile fare il percorso a piedi perché l’area è portuale.

Ancona, quando il sole tramonta ad Est - Arco di Traiano con sullo sfondo il duomo.
Ancona, quando il sole tramonta ad Est - Arco di Traiano con sullo sfondo il duomo.
Ancona, quando il sole tramonta ad Est - Tramonto sui trabocchi
Ancona, quando il sole tramonta ad Est - Tramonto sui trabocchi

Uscendo dal porto e mirando verso nord, si arriva alla zona dei trabocchi verso Palombina e Falconara, una zona anche questa da vivere e soprattutto da scoprire perché ricolma di suggestioni intrinseche che non si notano a primo impatto. Un panorama che rimane nascosto e speciale perché tagliato, costretto e ristretto dalla strada e dalla ferrovia che nascondono queste palafitte scenografiche e vegliarde ancora in piedi, dove si pescava e forse in qualche caso ancora vengono presi i frutti più autentici dell’Adriatico. 

Al tramonto, la zona dei trabocchi è spettacolare, e c’è un locale che sintetizza il panorama, coniugando semplicità e buona materia in cucina. Si chiama “la Vecchia Pesca”, una palafitta sul mare, un ambiente dove il tramonto emana suggestioni semplici e spettacolari, dove è possibile vedere il silenzio del mare rotto solo dal rumore delle onde, sul piccolo molo frangiflutti che si staglia parallelo agli altri trabocchi, infuocati dal rosso del sole che scende.

Ancona, quando il sole tramonta ad Est - trabucco al tramonto
Ancona, quando il sole tramonta ad Est - trabucco al tramonto
Ancona, quando il sole tramonta ad Est - Tramonto sui Trabocchi
Ancona, quando il sole tramonta ad Est - Tramonto sui Trabocchi

Un posto per pensare e per star bene nella semplice e creativa esperienza gastronomica dorica, interpretata bene dal cuoco del locale Stefano. In questa palafitta, circondata da mare, c’è pensiero e senso di libertà, chiaro è il richiamo alla semplicità della tradizione, le raguse (frutti di mare tipici di Ancona) al sugo con il finocchietto, per me sono un must interpretato alla perfezione e rispecchiano i modi di fare lenti e concreti, un piatto che viene preparato nel rispetto del tempo, un fuoco lento acceso fin dalla mattina presto. Semplicità e simpatica accoglienza in un posto invaso della luce del tramonto e dal profumo del mare. Il panorama, la semplice e diretta accoglienza di Nino e di tutto lo staff è esemplificativa della schiettezza di un casa sospesa sul mare, che rispecchia la naturalezza, forse un po’ scomposta, ma sempre autentica, degli anconetani. 

 

 

Insomma già a colpo d’occhio la prima sorpresa è quella di vedere il sole che tramonta ad est, poi la curiosità spinge a trovare un mondo di bellezza, panorami e genuinità che colorano l’animo di bei pensieri, e li coniuga verso il senso di cercare sempre la nota positiva nelle piccole cose.

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Overshoot day. Risorse finite.

Oggi è l’Overshoot Day, abbiamo finito le risorse, ne parlavo anni fa (qui), ed oggi cosa è cambiato? 

Solo che ne parlano tutti e che avviene un mese prima rispetto a 10 anni fa.

 

Viviamo in un pianeta che non ci regge più e questo non è difficile da capire. In chiave ambientale si comprendono anche le migrazioni, spesso provocate da deforestazione selvaggia, istituzioni nate per proteggere le diverse identità locali di paesi come l’Africa che invece di promuovere e produrre uno sviluppo lento e sensato per quei popoli, ne vengono fuori con il peggio di quello che ha prodotto proprio l’occidente.

 

L’idea verde di un’economia legata ai fabbisogni oggi è di fatto ridotta alle chiacchiere. 

Nonostante internet e le grandi opportunità di messa in rete delle informazioni sulle identità locali, rappresentate dalla biodiversità, la possibilità reale di lavorare tutti e lavorare meno è rimasto uno slogan, il business della rincorsa alla produzione e alla crescita mettono in secondo piano la sostenibilità reale dell’ambiente.

 

Si fanno le cose in nome di un’efficienza che troppo spesso ormai, si può tradurre in deficienza.

 

Non occorre arrivare fino in Africa per capire come si stiano appiattendo le varie diversità locali, come stiamo distruggendo le micro economie locali, basta solo visitare i paesini spopolati d’Italia, come viene gestita ad esempio l’acqua pubblica, sempre più privata e sempre più diretta a soddisfare i fabbisogni di metropoli caotiche e imbarbarite.

 

Guardiamo i paesi colpiti dal sisma 2016, mi ha colpito l’altro giorno un mio amico di Visso a cui ho chiesto se avesse pane cotto a legna, mi ha risposto, che li è rimasta solo la legna, ma che allo stesso tempo non la possono nemmeno più bruciare perché non esistono più i forni a legna.

 

 

Prima della
Prima della "Zona Rossa" a Visso.
una porta dietro al niente o al tutto
una porta dietro al niente o al tutto

Questa esclamazione mi ha letteralmente spiazzato, sembra impossibile che una società di montagna possa reggersi senza la legna da ardere, eppure oggi è così non ci sono più le case coi camini e questo non è un vantaggio per l’equilibrio ambientale di quei luoghi. 

 

E’ un segno anche questo di come tutta quella economia naturale in equilibrio con quei posti, è saltata, sostituita da moduli abitativi provvisori che non hanno bisogno di spiegazioni.

 

Allora in maniera volutamente provocatoria, penso che servirebbe una “start up” che faccia iniziare ad usare la testa a quanti abbiano smesso di farla funzionare, sedotti dal niente di un consumismo fasullo, fatto solo di compravendita, speculativa, eccessiva ed esasperante.

 

Un parassitismo umano senza logica, cultura, fantasia, rispetto di tradizione ed etica. Intanto acceleriamo sempre di più seduti nel vagone “sgarrupato” e mal ridotto di questo treno in corsa col motore in fuori giri, su rotaie arrugginite dal nostro chiedere senza mai dare.

 

Sembra girare sempre più veloce questa centrifuga che ci porta verso il baratro naturale. 

 

Non occorrono tanti accorgimenti per capire che questa purtroppo è la realtà. Fatta la tara dei vari mutamenti climatici in atto, e dei post inutili sui social, forse anche miei, mi sono sempre reso conto di quanto sia inutile, oggi, il meccanismo di sovra produzione in atto nel mondo. 

Carnevale di Viareggio. La bocca della Balena piena di incrostazioni e di rifiuti un grande messaggio ambientale.
Carnevale di Viareggio. La bocca della Balena piena di incrostazioni e di rifiuti un grande messaggio ambientale.
Alberi stroncati dal vento in Val di Sella (TN), ci sono stato qualche tempo fa
Alberi stroncati dal vento in Val di Sella (TN), ci sono stato qualche tempo fa

Favoriamo con la nostra competizione giornaliera asfissiante la creazione di un divario sociale fatto da pochi ricchissimi e sempre più poveracci, intimoriti da uno “status quo” alienante che disarma e annienta, per cui da una parte la noia e dall’altra la fame, divengono sempre più spesso questioni fatali.

 

Un gioco al massacro delle materie prime che sono finite, terminate, le stiamo sfruttando in debito. 

 

Secondo il Global footprint network (link) stiamo consumando le risorse per il 75 per cento in più di quelle che la terra riesce a rigenerare, occorrerebbero di fatto 1,75 pianeti terra per soddisfare il consumo di risorse che consumiamo ogni anno. Siamo parassiti del pianeta e non ce ne rendiamo conto. 

 

Perché questo, secondo alcuni è ancora l’unico modo di vivere possibile, l’unica via dell’esistere, l’iper consumo; criceti in gabbia o rane bollite.

 

E’ incredibile come questo aspetto di economia distorta su scala globale, che porta a sprechi insensati sia paradossalmente ancora idolatrato come unico modus vivendi di una popolazione globale che sta soffocando per colpa dell’economia della competizione che si è imposta da sola. 

 

Siamo le vittime delle offerte speciali, degli sconti del supermarket del tutto e subito, senza nessun interesse per il domani, come se fossimo in fondo, tutti coscienti di non averlo per niente un futuro domani.

Overshoot day. A Fiastra colpisce come l'arte sia esempio di collaborazione tra uomo e natura.
Overshoot day. A Fiastra colpisce come l'arte sia esempio di collaborazione tra uomo e natura.
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Il bel Tempo di Fiastra.

Il bel tempo di Fiastra lo noti dal sole che accende il lago di uno spicchio di cielo.

L’altro giorno mi contatta Agata una figlia dell’ormai famosa nonna d’Italia, Peppina Fattori dicendomi che Lunedì avrebbero iniziato le demolizioni dei palazzi inagibili a San Martino dove è tornata finalmente sua madre, per tutti, Nonna Peppina (ulteriori post qui e qui). 

 

Decido di partire perché seguire la questione solo quando tutti ne parlano è facile ma è bene interessarsi anche quando soprattutto quando i riflettori si spengono. 

 

Vado e la situazione che trovo, nei fatti è la stessa di quando nonna Peppina iniziò il suo calvario burocratico e mediatico, con l’unica differenza che l’ultra novantenne, succube di una delle strumentalizzazioni mediatico-politiche più grandi del dopo sisma, è tornata nella sua “casetta” e finalmente nella sua San Martino. 

 

Tuttavia le demolizioni lunedì le hanno rinviate, con ulteriore allungamento dei tempi, siamo a 3 anni dal sisma e questa gente ormai ci è abituata, queste foto sono quello che ho visto andando sul posto.

San Martino di Fiastra - La casetta di Legno di Nonna Peppina
San Martino di Fiastra - La casetta di Legno di Nonna Peppina
San Martino di Fiastra - Striscioni per la ricostruzione.
San Martino di Fiastra - Striscioni per la ricostruzione.
San Martino di Fiastra - L'ingresso alla "Zona Rossa"
San Martino di Fiastra - L'ingresso alla "Zona Rossa"

Decido di proseguire perché il tempo è buono, bella luce e bei colori, arrivo a Fiegni dove mi fermo dietro una piccola chiesetta chiusa perché inagibile anche se non vedo le impalcature di sostegno, comunque prendo un panino con la lonza locale e il pecorino di Cupi, un sapore fantastico, veloce da spettacolo puro.

 

Continuo verso il lago, sul belvedere che lo domina tutto, una meraviglia di acque limpide e calme, quiete e speranza, la natura immutata e spettacolare che mantiene intatto lo splendore di se stessa anzi lo esalta per chi sa coglierne la sua essenza. 

 

Qualcuno a riva con i piedi a bagno ma nessuno più in la della riva perché, si sa, le acque del lago sono calme e pericolose.

Lago di Fiastra - Punto Panoramico attrezzato.
Lago di Fiastra - Punto Panoramico attrezzato.
Lago di Fiastra - Panorama
Lago di Fiastra - Panorama
Lago di Fiastra - Azzurro delle acque contornate dalla Collina
Lago di Fiastra - Azzurro delle acque contornate dalla Collina

Arrivo fino a Fiastra, lo faccio seguendo la strada di Fiegni. 

 

Vedo una piccola abazia di campagna, curatissima, quasi fantastica, fiori, lavanda, edere ben tenute, una chiesetta di campagna fatta erigere intorno al 1200 un luogo di riferimento per la zona perché la struttura è importante,e chiaramente riconducibile a quel periodo, le due navate asimmetriche la rendono unica e particolare, anche se la mancanza di una terza navata sottrae parziale maestosità alla facciata, la presenza delle case abitate del Parroco e della “corte”, compensano l’idea romantica di un luogo dove ancora tutto esiste, è vitale e rigoglioso.

Quei cortili con le chiavi appese ai portoni ne sono la testimonianza, una spontaneità di accoglienza locale, viva e vegeta, il segno di un’italianità semplice ed elegante, che ancora è chiara in quei vasi e tra quei piccoli angoli suggestivi e ben curati da chi li abita. 

 

Quella chiesetta è intitolata al Beato Ugolino (maggiori Info in questo sito).

Lago di Fiastra - Beato Ugolino ed il lago sul fondo
Lago di Fiastra - Beato Ugolino ed il lago sul fondo
Fiastra - Chiesa del Beato Ugolino
Fiastra - Chiesa del Beato Ugolino
Fiastra - Chiesa del Beato Ugolino, interno

Continuo verso il lago, ma non mi fermo, proseguo su fino al paese di Fiastra, arrivo nella zona delle prime SAE, dei servizi, la caserma, i bar, una farmacia, la banca, tutti nei conteiners, la voglia di ricostruire affissa su striscioni immobili, pesanti dell’ormai troppa inconcludenza decisionale con cui si è gestita questa storia del sisma. 

Mi hanno colpito i sorrisi malinconici ma sinceri che ho visto, la gente che ci crede ancora. Incrocio per caso un mio amico che sta prendendo l’acqua da una fontanella, ci scambiamo due battute, e vado via. 

Per questo è importante che oggi ci sia stato bel tempo a Fiastra, perché la natura rimane la prima fonte di bellezza e di richiamo in queste terre e la gente che questi posti li abita, di sicuro lo sa, e quando c’è il sole, sorride lo stesso.

Fiastra - La natura e l'uomo formano un albero
Fiastra - La natura e l'uomo formano un albero
Fiastra - L'incrocio di entrata al paese con le attività e gli uffici sulle SAE
Fiastra - L'incrocio di entrata al paese con le attività e gli uffici sulle SAE

Maggiori Informazioni: Comune di Fiastra sito istituzionale

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