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Tramonto facile

Il tramonto facile, l’idea di essere fascisti o antifascisti in questo periodo di profonda crisi sociale mi fa ridere, perché puoi parlare di razzismo e comunque, in qualsiasi caso, questa sarebbe solo una via superficiale per dar spazio ai problemi futili, messi in circolo da quattro idioti che non sanno nemmeno dove vivono.
Le questioni, quelle vere, dei deportati dall’Africa, dei missionari devoti o laici che siano, delle persone semplici che faticano ad arrivare a fine mese, e spesso ancora senza casa, sono celate dietro queste buffonate “vintage” che fanno esaltare solo gli estremisti ignoranti, che sbandierano fatti forse raccontati dai nonni.
Ideologie fittizie perché tirate fuori solo insieme alla bandiera e riposte, insieme ad essa, subito dopo. Spesso celano interessi di bottega, strumentali ed utili solo a confondere le masse, sempre più rincretinite dietro i post dei politicanti di carriera che difendono i loro sponsor, senza capire nemmeno, il più delle volte, che stanno facendo solo marchette!
Sdrammatizzo, immerso in questo niente di pensieri, sorrido perché se mi metto a riflettere seriamente, dovrei piangere nel vedere la stupidità profonda di cui si anima la gente in questo periodo, su come ti additano le masse informi di ignoranti, per come appari. L’apparire è tutto in questa massa inutile di idiozie ammucchiate sopra le rovine della burocrazia trionfante.
Ambientalisti a frotte che giustificano lo smantellamento delle montagne per un pezzo di carta firmato dall’autorità del momento. Giustifichiamo canzoni già sentite come inedite, accettiamo una classe dirigente ammuffita, rozza, marcia, basta che abbia un altro simbolo o cambi stile nel linguaggio.
Siamo talmente social addicted che ci facciamo portare per il culo anche nei nostri spazi pseudo privati, contenti di rimanere nella schiavitù neoliberista del pensiero unico del “cambiamo tutto ma solo di domenica dalle due alle quattro”, così tutto rimane uguale a se stesso, domani avremo ancora un motivo per continuare a lamentarci.
Senza senso dentro un pensiero globalista in cui i pazzi diventano idoli e gli artisti sono sempre più soli.
Sono razzista anche io, odio gli stupidi!
Vorrei che ci si spogliasse di questo velo ipocrita per scongiurare un tramonto (a)sociale fin troppo facile perché privo di sogni, ma che non ha nulla di semplice, al contrario di questo disegno, fatto di colori probabilmente troppo densi, forse anche vecchi, ma, almeno loro,  liberi dai “tubetti”.

Le parole che non scrivo.

Le parole che non scrivo non sono solo bestemmie, spesso quello che non scrivo, sono le cose più profonde.

Certe volte le frasi non riesco a metterle sul foglio perché mi rimangono incastrate dentro l’anima, e poi mica è facile scastrarle, specie se sono attimi, che se non li prendi al volo, non li ritrovi più.

Quello che non scrivo lo tengo per me, è una forma di gelosia, qualcosa che voglio far rimanere in me stesso, tenermi dentro l’emozione di un attimo, che quando è passata si porta via anche il pensiero che l’ha procurata e non me la ricordo più. Dovrei prendere appunti, ma come fai a fermare i sentimenti…

Le frasi rimaste dentro sono quelle profonde che riempiono l’anima, sono gli sguardi disillusi dei bambini che giocano. Le frasi che ti rimangono dentro al cuore sono come barche sull’oceano. Vaga speranza di riuscire a tacere quando occorre, perché il silenzio diventi assordante in mezzo a tutte le notizie, di economie fasulle, pubblicità progresso, politici corrotti e personaggi di cartongesso che solo a guardarli sbriciolano da soli.

Le parole che non scrivo sono gusto e pigrizia. Un senso di libertà nel non dire ciò che voglio, non dare quel piacere effimero a chi non merita di accaparrarsi i miei pensieri, seppur semplici, ma di certo solo miei. Le parole sono quelle che regalo e più o meno tutte mi vengono dal cuore, sia quelle corrette che quelle tremendamente sgrammaticate.

Il senso di libertà nel raccontare cose semplici o complesse, pur sempre antri di vita, sguardi che osservano il mondo; scrivo ciò che voglio per chi mi legge, senza particolari strategie o particolari regole e prescrizioni di consulenti, venditori, ruffiani, portaborse o galoppini.

Scrivo quando voglio della mia ruota che gira a volte molto piano altre volte più forte. Mi distraggo dal mondo mentre inizio la mia storia, mi confondo dentro un mistero strano, una riflessione appagante, una cazzata oppure un’ingiustizia. Il mio scrivere è la voglia di dare un senso a quel che vivo. Un momento di libertà che oggi è così e domani forse cambia.

Vorrei poter trovare il tempo per starci più appresso a queste parole, vorrei trovare il tempo per coltivare la bellezza dei momenti, dipingerla coi colori di una bella giornata, raccontarla e dedicarmi solo alle cose belle, solo quelle che abbiano un senso almeno per me.

Vorrei smettere io per primo di correre senza motivo, ma è probabile che proprio per quel che non dico, per pigrizia e svogliatezza, spesso mi ritrovo ad essere un criceto dentro una ruota che gira troppo veloce per potersi muovere sul serio.

E’ ora di rallentare e ricominciare a mettere a fuoco gli scopi, puntarci dritto con passo lento ma deciso, mentre tutti gli altri corrono, corrono, corrono e chissà dove andranno…

 

Il Presepio a modo mio.

Mi piace il Presepio perché mi fa sporcare le mani nel costruire qualcosa di fantastico, che paradossalmente va al di la della religione. Mettere insieme quei pastori di coccio, spesso tramandati in famiglia, significa ricordare momenti unici. Un pezzo di storia mia e di tante altre famiglie di questa parte d’Italia vicina a San Francesco, disastrata da eventi naturali e catastrofi politiche. Mi piace mettere insieme quelle casette “sgarrupate” una affianco all’altra per un senso di rispetto verso la tradizione. La bellezza mostrata timidamente fra le cose semplici, la manualità che diviene esperienza creativa, armonia di paesaggi immutabili, luccichio negli occhi dei bambini.

Fare il Presepe va oltre l’essere cristiano, è un modo per me di ricercare me stesso, un viaggio continuo ad immaginare paesi quasi surreali che forse esistono solo nella fantasia. Quel che è certo però al di la di ogni “geografia” reale o fantastica è il racconto straordinario del viaggio di una famiglia umile, artigiani per eccellenza, che fanno accadere il miracolo appena fuori dal paese che li ignora. Anche per questo è bello il presepio, perché è il ricordo delle periferie di ogni angolo del mondo, quel Bambino “border line” nato fuori dalla bambagia del conformismo ci induce anche a capire tutte le periferie, soprattutto quelle dell’anima. Un messaggio di pace che non muore mai perché estremamente umile e coraggioso. Va oltre la fede religiosa anche per un bestemmiatore come me che a messa non ci va quasi mai. Ecco perché (secondo me che non sono un prete, un politico o un filosofo) raccontare il miracolo semplice di un uomo umile, come Gesù riesce a sommare pace, bellezza, armonia e, mi fa ricordare quanto sia importante fare le cose per dare un senso alla propria vita.

Penso ai versi di Trilussa, “…che lo fate a fa er presepe? Si poi ve odiate, si de st’amore nun capite gnente… pè st’amore so nato e poi so morto… ma la parola mia pare na voce sperduta ner deserto senza ascolto…!” Ne condivido ogni sillaba e sento un frivolo d’orgoglio, perché di peccati ne faccio a bizzeffe, ma l’invidia e l’odio non m’attaccano; per questo ringrazio Dio anche se troppo spesso impreco, perché di vizi ne posso contare una marea, ma questi due non me li ha dati.

Sopra ai tetti ci ho messo il campanile del paese mio quest’anno, perché simbolo di dove sono nato, gente che ha bisogno ritrovare la fiducia in se stessi, tornare ad essere comunità di persone semplici e per questo uniche al di fuori di stereotipi ed inutili imposizioni. Il Presepio emana quel senso di calore, un modo per riflettere con se stessi, un rinnovato senso artistico perché stimolo di riflessione silenziosa. Mi fa ricordare l’infanzia, quella che non ho mai abbandonato. Una piccola cosa che mi riempie di emozione.

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Punto alla luna!

Punto alla luna!

Bisognerebbe ricominciare ad inseguirla sul serio la luna, con i sogni di un bambino, la volontà di un sognatore, la caparbietà di un contadino, la tenacia di un pastore.

Prendere per la gonnella questa realtà stuprata da un’incoscienza virtuale e televisiva, togliere le maschere e mirare lassù, curiosi ed avari di conoscere, ignari di quello che può riservarci il futuro, ma coscienti delle esperienze che ci portano ad essere incoscienti per natura. Colmi di profonda umanità, elementi di un insieme di ricchezze uniche. Riflessi limpidi di identità nascoste e reali, concreti, semplici e per questo straordinariamente forti.

Basterebbe la consapevolezza di un momento vissuto nella piena essenza di ciò che siamo per arrivarci in un momento alla luna, ma chi ha un momento oggi? In quanti possiamo permetterci il lusso di un momento senza fermarci?

Allora fermiamoci a pensare, caparbi nel tenere a cuore momenti passati in luoghi conosciuti bene fino a dentro l’anima, scossi ma non distrutti. Vorrei tornare ad indicarla la luna senza nessuno che mi tiri per la giacchetta di quella ipocrisia ignorante, agonizzante nell’aridità omogenea della rincorsa al possedere. La regalerei quella giacchetta, tanto per la luna non ne ho bisogno.

A lei occorre solo l’animo ingenuo di un bambino e dolce di un innamorato sotto le stelle, diventerebbe portatrice di messaggi da nasconderci dentro, il sogno di chi la testa la tiene sopra le nuvole perché dall’alto tutto si vede tutto meglio.

Creatività razionale, contro ignoranza razzista, vorrei si specchiassero nello stagno dei sogni tutte le ranocchie gracchianti parole alla rinfusa, mentre io cerco di raccogliere quelle buone, dargli un senso e farci sopra un racconto, una serie di storie, vere, messaggi di vita, vissuta, attimi da ripetere perché esemplari riflessi di ciò che siamo, oltre l’apparenza piatta dentro una sfumatura sfuocata che ci annebbia di conformismo e stupidità la vita.

Ho deciso. Da stasera punto alla luna!

9/11 la grande mela, mia nonna e la tv

9/11 nella Grande Mela vista da lontano. Era il 2001, mi ricordo mia nonna tra una faccenda e l’altra con la TV accesa. Mi ricordo come se fosse ieri, di averle chiesto da quando avesse iniziato a preferire i film d’azione sul genere delle americanate alla “Die Hard”, rispetto alle serie TV come Beautiful o similari, che vedeva, diceva lei, “giusto perché fa compagnia”, soprattutto a quell’ora mentre riassettava le cose del pranzo. Infatti le abitudini televisive non le aveva cambiate; la TV stava su RAI UNO e quello non era un film americano, ma l’edizione straordinaria del TG1, un aereo era finito dentro ad uno dei grattacieli più alti del mondo. Poco dopo, il secondo aereo, tutto documentato in diretta, lei mi guarda e mi dice, “s’è ammattitu lu munnu!” (il mondo è diventato matto). Mia nonna, che aveva vissuto la guerra attraverso nonno, prigioniero in Germania, che non so quanta strada avesse fatto, a piedi per tornare a casa, lei una donna del dopoguerra, forte e calma che tanti conoscevano in paese, era per me e per tutti in famiglia, la semplicità rassicurante della “vergara marchigiana”. Il suo sguardo sbigottito verso l’assurdo di due aerei dall’altra parte del mondo, finiti dentro due grattacieli di una città a lei sconosciuta e anche a me come a tanti altri. “Tu zio c’è stato li dentro …” mi disse un po’ sommessa, chissà cosa nascondesse quel suo sguardo? Forse un brivido nascosto, forse l’idea che quell’insicurezza dall’odore amaro della guerra potesse ritornare in qualche modo, in maniera più subdola, terroristica. Di certo posso dire solo che quello sguardo mi è rimasto impresso, è stata la descrizione limpida della saggezza degli anziani, la semplicità di due frasi, la sintesi esatta di tutto quello che poi è stato. “Me pare che è diventati tutti matti!” aveva sottolineato. Nel 2004 e nel 2005 sono tornato nella grande mela, però non ne ho parlato molto (forse solo questo articolo).
La nuova stazione del WTC e la Freedom Tower
La nuova stazione del WTC e la Freedom Tower
Poi ancora sono tornato lo scorso anno, l’undici settembre l’ho passato lì. Ho notato una costante nell’atteggiamento generale dei newyorkesi e alcune differenze. La costante è il ricordo di stragi che hanno segnato un popolo nell’animo, nelle villette del New Jersey campeggiano ogni anno, in questa ricorrenza le candele o i ceri alle finestre in segno di rispetto per chi ha sacrificato la vita involontariamente in quel cambio di paradigma sociale. Al di la di conformismi vari, le differenze che ho potuto verificare stanno nell’idea stessa di un popolo che ha voluto capire di voler andare più piano, forse di imparare a smettere di correre senza motivo, cercando il significato della vita che esiste oltre al mercato. Forse non è stato un caso se da li a pochi anni siano scoppiate le più grandi bolle finanziarie che l’economia moderna possa ricordare. Dal lutto alla crisi del sistema economico mondiale. Il tiro al bersaglio su quelle torri, forse, ha portato a riflettere il popolo americano verso l’idea di ricostruzione della società, in maniera tecnologica certo, vedi l’espansione dei social network da quegli anni li, ma soprattutto in un modo più riflessivo, forse più autentico e paradossalmente, se consideriamo che questa è l’America, meno plasticato. Nonostante l’economia iperliberista da cui è avvolto il Paese, l’idea di cercare un’identità oltre alla bandiera è il cambiamento graduale che ho potuto osservare in queste visite, seppur sporadiche nella Grande Mela. Lo scorso anno ho visitato anche “ground zero”, quel luogo che era di rispetto ed assoluto silenzio nel 2004 – 2005, dopo l’apertura del museo l’ho trovato esageratamente rivolto al “marketing del dolore”. A mio avviso è un’esaltazione estrema alla visibilità di quanto sia accaduto. La giustificazione, che però ho trovato nei confronti di questa mercificazione del dolore, sta in una spiegazione proprio sui cimeli esposti, appartenuti alle vittime che, credo siano stati, in moltissimi casi, pagati come vere opere d’arte ai familiari delle vittime dalle stesse banche o fondazioni che hanno finanziato la “galleria”. Una consolazione in termini di valore economico, seppur di scambio, che ha in se uno schema di ragionamento un po’ distante dai canoni del pensiero “classico” mediterraneo. Tuttavia è vero che New York rimane la città dai mille volti, un luogo pieno di emozioni diverse e distanti. Un posto da vivere con la consapevolezza distaccata che si ha con gli sconosciuti, nonostante quell’aria cinematografica che la rende, allo stesso tempo, estremamente familiare.
La grazia ed il senso di sicurezza della donna delle libertà
La grazia ed il senso di sicurezza della donna delle libertà
Scrivendo queste poche righe mi è salita un po’ di nostalgia, ma non tanto perché non sto a New York oggi, quanto per gli sguardi, i gesti rassicuranti di mia nonna. Lo scorso anno, guardando la statua della Libertà, mi è tornata in mente lei, nonna Adriana, la robustezza di una donna di altri tempi, protezione e traguardo della libertà. Modi di tempi passati, che anche dall’altra parte del mondo, mi hanno fatto ricordare chi sono.
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I miei tagliolini tra Matelica e Cetara.

ingredienti che ho utilizzato
gli ingredienti che ho utilizzato

Tagliolini con la colatura di alici, a metà tra Matelica e Cetara. Qualcuno mi ha chiesto di postare una ricetta. Giusto l’altra sera ne ho reinventata una dopo essere tornato dalla costiera amalfitana. Ho visitato Cetara, magari in un prossimo pezzo racconto anche le tante cose interessanti che ho visto in quelle zone. In questo pezzo invece racconto come ho cercato di reinterpretare e coniugare i gusti di due zone d’Italia, Cetara e Matelica. Non esistono motivazioni storiche o particolari, li accosto solo perché in un posto ci vivo, mentre l’altro è davvero affascinante. Gli ingredienti sono semplici e facilmente reperibili, forse la colatura di alici se non siete di Cetara avrete difficoltà a reperirla anche se si trova su internet, comunque io l’ho presa sul posto, e comunque qualche negozio specializzato la tiene anche in altre zone fuori dalla “Costiera”. Apparte questo ho utilizzato una pasta lunga all’uovo, di solito a casa mi preparo da solo le tagliatelle ma siccome ho promesso facilità, ho utilizzato le caserecce all’uovo Mosconi, per due motivi, buon rapporto qualità prezzo, soprattutto per la loro rugosità, aggrappano molto bene il sapore del sugo e poi sono matelicesi. Poi ho usato pomodorini freschi, meglio se Pachino, germogli di Vitalbe o Viticchi, rubati dietro la fratta della Tipografia Francia, che poi, siccome lì sono terminati perché li ho presi tutti io, vi posto la foto così potete raccoglierli dove volete senza disturbare il tipografo, che lui deve stampare. Poi occorre, l’olio extravergine di oliva, possibilmente italiano e di produttore fidato, peperoncino fresco, se diavolicchio calabrese o jalapeno meglio ancora; il peperoncino non deve essere estremamente piccante, altrimenti rovinate tutto. Alla fine deve venire fuori un piatto delicato e le sfumature di sapore, se si eccede in piccantezza, se ne andrebbero a quel paese. Non da ultimo, il prezzemolo e, appunto, queste vitalbe.

vitalbe o viticchi germogli
vitalbe o viticchi, germogli

A proposito, per chi non avesse ancora capito che cosa siano questi strani germogli, chiedete ai vostri genitori o comunque a qualcuno che era adolescente tra gli anni 60 e 70, fate proprio questa domanda “dove stanno le (“vitalle” – per quelli del centro Italia) piante rampicanti (per gli altri) che vi fumavate?”.

Sono sicuro che in questo modo non avrete problemi a riconoscerle, tra l’altro sono buone anche nella frittata, mentre la parte del tronchetto era utile per l’altro scopo sessantottino… Tornando alla ricetta, ho utilizzato anche qualche mandorla e una schiacciata di un forno locale.

Adesso che avete l’occorrente togliete l’animella all’aglio, tagliatelo a pezzettini e fatelo soffriggere a fuoco bassissimo con l’olio, nel frattempo mettete a bollire l’acqua senza salarla. Tagliate a pezzetti o a spicchi i pomodorini e appena inizia a soffriggere l’aglio aggiungeteli insieme al trito di prezzemolo e viticchi per 4 o 5 minuti, il tempo di cottura della pasta che nel frattempo avrete gettato in pentola perché l’acqua è arrivata a bollitura.

Scolate la pasta e fatela saltare nella padella calda non più di un minuto, se occorre aggiungete acqua di cottura. Mi raccomando aggiungete la colatura di alici solo alla fine, senza fuoco sotto la padella perché “altrimenti il sapore del mare se ne scappa” come dicono a Cetara. Alla fine si può aggiungere la sbriciolatura grossolana di mandorle e la schiacciata del forno. Un filo di olio a crudo che sta sempre bene e buon appetito.

Di vino io ho bevuto un rosso Canovaccio dell’azienda agricola Colpaola, che è stata una piacevole scoperta, ma andrebbe benissimo un verdicchio o un buon bianco campano non eccessivamente corposo, e soprattutto che sia fatto… solo …con l’uva.

Per questo pezzo ringrazio Gianluca D’uva ed il suo chef Stefano Cavaliere un grandissimo in bocca a lupo per la nuova bottega del gusto ‘Alici come prima’ proprio a Cetara, hanno aperto solo da qualche giorno. Bravi e simpaticissimi i loro spaghettoni alla colatura coi taralli quaresimali e cavolfiori, mi hanno ispirato il pezzo.

Buona Pasqua… più di sempre!

Buona Pasqua a chi ti fa ridere, alle lacrime di gioia, alle piccole cose belle.

Buona Pasqua ai miei genitori che se mi guardo dentro, quanto mi hanno dato nella vita.

Buona Pasqua ai parenti, agli ex colleghi e a quelli attuali.

Buona Pasqua a quelli che mi vogliono bene, quelli che mi stimano e quelli che… si però anche no…

Buona Pasqua a chi non vedo da molto, qualcuno rimane nel cuore e qualche altro invece no.

Buona Pasqua a chi è musulmano, induista, animista, buddhista, laico e comunista. Buona Pasqua a chi ha il cuore tenero; a chi è stronzo invece no.

Buona Pasqua ai timidi agli ottimisti, ai sinceri, agli audaci, ai paurosi, ai nerd e ai timidi, buona Pasqua ai vincenti e ai perdenti. Agli ipocriti invece no!

Buona Pasqua a quelli costanti, li invidio, buona Pasqua ai creativi, ai disobbedienti, agli ultimi e buona Pasqua anche ai miscredenti. Ai falsi e agli indifferenti invece no.

Buona Pasqua a chi amo e a chi ho amato, buona Pasqua ai miei egoismi, che, spero di riuscire a mettere da parte un giorno o l’altro.

Buona Pasqua a chi crede che la sofferenza di quello lì nel quadro gche ho dipinto circa dieci anni fa), sia un esempio di altruismo universale prima che una predica cristiana solo domenicale.

Buona Pasqua a chi preferisce la ‘Felicità interna lorda’ al ‘Prodotto interno lordo’ e non sorride ignaro pensando che sia solo un gioco di parole, perché non lo è! (link)

Buona Pasqua a chi l’Italia ripudia la guerra, e a chi ‘…però le bombe possono essere utili…’, invece no! Perché la cosa peggiore non è la paura di morire, ma avere la colpa di non vedere più rifiorire una rosa.

Buona Pasqua a chi secrede lo merita, buona Pasqua, forse, anche a me.

sogni in scatola

Sfollati che sbarcano a Lampedusa o in altri posti delle frontiere del sud. Africani deportati, emigranti voluti da popoli bulimici, occidentalismi esasperati di stati che spolpano ancora il continente nero, sotto l’ipocrisia solidale dell’Unione Europea.

Il paradosso è che in questa spartizione di materie prime non mi pare ci sia l’Italia, che è probabilmente ancora ferma a pagare il dazio al pensiero unico dell’iperliberismo del profitto ad ogni costo. Denazionalizzati per aver inventato e fatto funzionare la “terza via”, quella del dialogo con quei popoli. Che tristezza essere circondato da miopie politiche astratte, soprattutto vivendo nella terra di Enrico Mattei, che di quella via ne fu il fautore.

Siamo un’ex nazione in balia di governanti farlocchi, camerieri pilotati dall’alta finanza, che in nome di una dittatura travestita da democrazia, indossano il vestito buono della solidarietà per convenienza.

Abbiamo rimosso Gheddafi, qualche idiota lo ha voluto morto, e adesso siamo tutti a piangere per i troppi barconi che arrivano in frontiera, ora ne paghiamo tutti le conseguenze.

Siamo colpevoli volenti o nolenti di aver esportato il nostro vile modello occidentale all’equatore, abbiamo rincoglionito l’Africa con un “Occidentalis Karma” fatto di stress, tv, auto con i catalizzatori rotti, olio di palma per l’industria del cibo spazzatura e telefonini usati.

Dovremmo avvertire quei popoli che non conviene barattare la rincorsa agli “status symbol” con la pienezza di una “vita propria”.

I paesi moderni fanno la finta gara con i protocolli internazionali per abbassare le emissioni di CO2, mentre i paesi in via di sviluppo diventano immense discariche di quello che non usano più i primi. Un popolo lento per natura e concezioni di vita è stato “dopato” di modernismo per generazioni, addestrati a diventare consumatori depensanti e adesso ci si meraviglia se vengono a frotte sui barconi per invaderci. Fa paura vedere come siano nervose queste genti nelle grandi baraccopoli importate sul modello dei paesi sviluppati.

Ho disegnato un bambino al palo che si diverte. Potrebbe fare l’altalena con la leva del pozzo dell’acqua, oppure immaginare che quel travetto, possa essere trampolino di sogni; di fianco ho messo un computer che nonostante tutto è uno strumento di innovazione tecnologica prima di essere oggetto di consumo. La speranza è che sia anche uno strumento per liberare la mente da falsi miti di un occidente che non riesce nemmeno a curarsi da solo.

L’ho chiamato “Sogni in scatola”, la speranza è che la scatola tecnologica possa iniziare a servire per evolvere e non involvere l’uomo.

P.S. Grazie ad organizzazioni come www.agapeonlus.it  e all’umanità e forza di volontà di grandi persone come Padre Sergio Ianeselli www.promhandicam.org si potrebbe sul serio rimettere questi popoli sulla via di uno sviluppo sostenibile e autonomo.

La paura di creare.

Essere creativi oggi sembra quasi un problema, essere se stessi pare che sia pericoloso, dare un senso al proprio ‘io’ costruendo qualcosa di originale, risulta provocante all’anticonformismo ‘regolato’ dal sistema.

Animali ‘social’ col disagio verso chi ci sta intorno nel reale, magari sotto il raggio di due metri. Una società perfettamente in linea col pensiero unico, anarchici e rivoluzionari ma solo dentro al recinto dorato della coscienza di massa.

Creatività e talento permessi esclusivamente come oggetto di ritorni personali immediati. Per quanto mi riguarda, si esprime arte quando arriva quella carica dentro che urla, implorando di uscire fuori ed essere immortalata in un dipinto, in una ricetta, in una foto, oppure in uno scritto.

Fare le cose se e solo se arriva l’ispirazione, genuina, spontanea, artistica e mai artefatta. Nel momento in cui si crea non ci si deve sentire obbligati a far cose per forza, ma si cerca di essere liberi a mostrare e condividere parti di se stessi con gli altri.

Fare rotta verso il molo più impervio, quello della propria vita.

L’mmagine che ho scelto per il pezzo è un acquerello, china e matita, che in maniera astratta, cerca di illustrare l’instabilità del vivere contemporaneo, di avere e, soprattutto mantenere una casa, cercare di enfatizzare ai limiti del ridicolo, l’immagine decorosamente fittizia dell’uomo che lavora, corre e vaga alla ricerca di qualcosa che il più delle volte non arriva.

Io ci vedo queste cose qui, per voi magari saranno solo scarabocchi.

Pulp Sisma (2) Il festival degli orrori!

-parte seconda-antipopolare (qui la parte prima)
Aiuti in playback e canzoni dal vivo. L’aiuto che si proclama ma non si vede. Sindaci sull’orlo della disperazione nelle zone colpite dal sisma. Una sovraesposizione mediatica ma solo “per sentito dire”, al soldo del pensiero unico per una terra che non c’è più. Crozza stavolta la spara grossa sull’irpef degli aiuti per i terremotati.
La zona franca dovrebbe essere lontano da Sanremo!
Mentre fuori da qui il nulla, alle porte di Camerino, tra poco potranno metterci un cartello con scritto “the End” perché scrivere “da qui si va per le città dolenti” sarebbe scomodare poesia aulica che un ammasso di analfabeti funzionali, eccetto l’Università, non potrebbe mai capire.
Tutti guardano Sanremo mentre Michele s’impicca senza provare nemmeno ad arrivare “nel mezzo del cammin della sua vita”, già perso da anni nella selva oscura della precarietà obsoleta, di una civiltà idiota che dal divano della sala ti dice di startene zitto perché balla Ricky Martin.
Nella prigione dorata, di un sistema a senso unico, se non paghi l’irpef sei uno sfigato perché non contribuisci all’ennesimo stipendio inutile al parlamentare fancazzista di turno. Però stiamo tutti zitti che Albano stecca, non ha più la voce, è invecchiato come quel sindaco che urla imprecazioni contro istituzioni farlocche ma potenti e anche contro il suo popolo coglione che gli chiede raccomandazioni, che, anche se senza casa si fa sempre più suddito di una democrazia strappata dall’ennesima droga televisiva, che mostra scintillante tutta l’ipocrisia della società dove rischiamo di soffocare. “Meglio Sanremo della politica!” senti dire nei commenti dei bar rimasti aperti, la Raggi è “depensante” anche per Grillo mentre parla con Sgarbi e poi chiede di smentirlo, chissà se sarebbe tornata utile una polizza sulla vita anche alla mamma che urlava scappando di casa in quella serata di pioggia a fine ottobre mentre veniva giù tutto.
Allora vai con l’essemmesse solidale perché fa figo essere elemosinanti da divano, totalmente ipocriti, in questo teatro dell’assurdo pieno di matasse talmente intrecciate che non ha più senso districare.
M’impongo di scrivere la mia incomprensione perché forse non ci arrivo a capirle le cose, ci ho provato anche ieri a capire qualcosa, ma a dir la verità sono rimasto sulla tazza del cesso per mezz’ora, solo, a riflettere quanto faccia cagare questo sistema ingolfato su se stesso. Alla fine ho evacuato e quanto vorrei evacuare da qui. Voglio lasciarlo scritto qui, nel mio diario digitale, il fatto che non riesco più a dare un senso ai controsensi che vedo ogni giorno.
Ho sentito che canta anche Gigi, è stato a Civitanova a fine anno, vicino ma non troppo, al cratere della catastrofe naturale più grande da due secoli. Tutti cantano Sanremo anche gli animali, tranne quelli senza stalla, rimasti gelati sotto la neve, mi viene in mente l’asino che canta la promo di questa “sagra nazionale della canzone italiana”. Quanti super ospiti nel cratere della sciagura, che qualcuno vorrebbe farci anche un programma, “l’isola dei terremotati”, ma preferirei “roulotte da incubo”, anche se Errani non ha proprio il piglio di Gordon Ramsey. Il contributo per l’autonoma sistemazione sembra che non sia ancora arrivato a nessuno, mentre l’emblema del dipendente modello che da 30 anni non ha preso nemmeno un giorno di malattia, sta li scintillante sul palco dell’Ariston a consacrare l’imperialismo travestito da democrazia e lo share ha raggiunto il 50% facendo saltare il jackpot della raccolta pubblicitaria a mamma Rai.
Sui social la mia foto di Accumoli di circa un anno e mezzo fa è diventata un pezzo unico, non l’ho mai nemmeno stampata, l’ho fatta prima che quel posto venisse giù e fosse conosciuto dal resto del mondo dopo la sua caduta, eppure una società di gente attenta a quel che mangia, almeno la frazione di Grisciano avrebbe dovuto conoscerla da prima dello scorso anno, almeno dai radical chic Eataliani, perchè la Griscia nasce lì, invece niente, anche se la mangiano tutti senza nemmeno sapere da dove deriva.
Sei visite del capo dello stato sui luoghi della catastrofe. Parole di sostegno per una forza esortativa come dice lui, verso un transatlantico di rovine. A sentire le dichiarazioni di alcuni senatori come D’anna, sembra quasi che questa vicinanza si traduca in  semplice noia e voglia di prendere e iniziare con l’up-load del vaffanculo, ossia i calci nel culo.
Tutto il resto è noia, canta: Franco Califano che non c’è più, purtroppo, a differenza dell’immenso mare di politica inconcludente in uno stato che proclama e poi non fa nulla, ingessato verso pseudo debiti di istituti finanziari antitetici alla coerenza sociale, nessuno che sappia cosa fare, tutti invocano elemosina e volontariato mentre sembra che l’appalto per le casette di legno l’abbia vinto gente vicina a “mafia capitale” e che costino più delle case nuove che non arriveranno mai come mai sembra finisca questa chermesse di lustrini in tv, proclami e sorrisi falsi.
Zitti che tra poco cantano gli Zero Assoluto, ma non è il gruppo, è quello che sta accadendo qui vicino a me. Io ho spento la tv, questa prigionia è asfissiante, questo paese non merita la cultura e la bellezza di cui è invaso!