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Qualche appunto di viaggio dei momenti vissuti in Camerun

Pigmei…una società parallela

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14 maggio, Djoum, Camerun.

Stanno nei villaggi. La loro casa di rami intrecciati e foglie di palma e banano si chiama Angulum.
Il capo villaggio è la figura di riferimento dell’intera comunità. Il più anziano, quindi reputato il più saggio.
I villaggi più interessanti, qui in Camerun, sono all’estremo sud.
Per incontrarli bisogna andare dentro la foresta, oltre la città di Djoum, che non è collegata al resto del Paese con una vera e propria strada come la intendiamo noi dei paesi cosiddetti ‘sviluppati’.
140 km di sterrato in mezzo alla foresta equatoriale, sempre più vicini al parallelo centrale che divide il mondo tra nord e sud. L’estremo centro del nostro pianeta. I saliscendi di terra rossa disegnano percorsi quasi impossibili. Ho avuto la fortuna di passarli in auto, con le mie compagne di avventure, in un off-road che chiamarlo impegnativo è davvero riduttivo.
In questo caso da laico, ammetto, che qui, forse, la Provvidenza Divina ci sia venuta in soccorso, oltre ovviamente ai consigli su come guidare di Padre Sergio che, con Lei, sembra lavorarci gomito a gomito.
‘Il Don’ come lo chiamiamo noi, che per 40 anni ha seguito i Pigmei, ne ha imparato le tradizioni la lingua, ha tradotto la lingua dei Betì, ‘il bulu’ fino a scriverne un vocabolario specifico che oggi è uno dei rarissimi documenti a preservare questa tradizione linguistica che prima era solo orale oltre ad identificare molti vocaboli del più arcaico linguaggio pigmeo dei ‘bakà’.

Lungo il viaggio parliamo dello spirito di condivisione di queste genti, mi viene spontaneo chiedere il significato della parola ‘Ubuntu’…mi risponde che non è ‘bulu’ ma ‘swahili’, una lingua composta da alcuni grammatici anglosassoni ad inizio del secolo scorso, un insieme di più lingue bantù locali della costa ad ovest del continente.
Quindi ‘condividere’, in ‘bulu’ si dice ‘bo akap’ e anche nei Pigmei è un concetto inversamente proporzionale all’occidentalizzazione e all’arrivo del denaro, di alcol e consumi importati dall’uomo moderno che stanno aumentando i livelli di egoismo disperdendo valori ancora praticati. Tuttavia le missioni cattoliche e anche laiche (zercaylejos ne è una spagnola che abbiamo visto operare tramite Ginebra Penā, una loro volontaria) in questi luoghi, cercano per lo più di curare le infezioni (perché incapaci di curarsi da soli con rimedi naturali) e tutelare la propria identità, instaurando piccole scuole per le basi di un dialogo con il resto del mondo.

La deforestazione e le attività estrattive intense, stanno evidentemente plasmando questa parte di Africa, un popolo che, purtroppo, sta acquisendo il peggio dell’Occidente dal neo colonialismo intercontinentale, che ne amplifica gli aspetti negativi, e fa abbandonare a queste genti le proprie caratteristiche umane di convivenza armoniosa con la natura equatoriale.

Entrando a contatto con i Pigmei, spontanee si presentano le domande sul senso della vita, se siamo noi ‘civilizzati’ che lo abbiamo perso, se questi popoli abbiano bisogno di evolversi o, se sia realmente possibile una ‘terza via’ dove si cresce reciprocamente soprattutto nella ricerca di una prospettiva dentro ognuno di noi.

Sicuramente se ci fossero meno speculazioni e visioni distorte di questa parte di mondo, tutto sarebbe più facilmente comprensibile.

…a Sangmelima ….quando i bambini fanno ooooh!

Camerun, Sangmelima, 13 maggio 2015

Iniziata dall’opera dell’instancabile ‘mon pére’ Sergio Ianeselli, a Sangmelima i volontari di Agape sostengono un orfanotrofio. Suor Christine è la coordinatrice anziana. Una donna che ha iniziato il suo cammino spirituale aiutando i piccoli bambini abbandonati dentro la propria casa oramai 30 anni or sono.

Riguardo l’abbandono dei minori, bisogna sottolineare che, la tradizione animista di questi paesi dell’Africa nera, non lo concepiva.

bambini che suonano e si divertono ad accoglierci
bambini che suonano e si divertono ad accoglierci

Nei villaggi infatti, avevano la tradizione della ‘famiglia allargata’ per cui la solidarietà di sostegno ai più piccoli in caso di necessità, era dovuta per religione e legge. Poi agli inizi dell’ottocento sono arrivati i coloni, per lo più, tedeschi e francesi, hanno impiantato i grandi agglomerati urbani, con i loro problemi conosciuti anche nei cosiddetti paesi evoluti, compreso l’abbandono.
Oggi sono quasi 50 i bambini ospitati completamente presso la struttura di Sangmelima.

Qui Daniele Ortolani e Cristiana Consalvi fanno un grande lavoro di supervisione dall’Italia con Agape, attraverso viaggi costanti in Africa, cercando donazioni, istituendo adozioni a distanza e iniziative di propaganda diretta in Italia, per l’ausilio e il sostegno alla casa di accoglienza.
Sangmelima trasferisce l’allegria consapevole di una sofferenza passata da piccoli esseri umani.

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Ebolowa, dove i bambini sordomuti riescono a ballare.

Scuola di Ebolowa - Bambino ft. M.C.
Scuola di Ebolowa – Bambino ft. M.C.

Venerdì 8 maggio Ebolowa – Camerun

Siamo nella scuola per sordomuti, abbiamo percorso circa 120 chilometri a sud di Yaunde.

Qui visitiamo una struttura scolastica di bambini sordomuti.

Ce ne sono più o meno un centinaio, tra i 4 e i 16 anni alloggiati nel Foyer (viene chiamata così la struttura di ricovero e assistenza). Le classi sono molto ridotte, per motivi oggettivi non possono essere più grandi di 10 o 12 alunni per ogni stanza, piccolissime se confrontate a quelle delle scuole pubbliche che arrivano ad avere oltre 100 bambini ognuna.

Nella scuola ci sono; il direttore Thaddeus, una coordinatrice scolastica che insegna, un fisioterapista, dottori locali e vari insegnanti, che oltre a far lezione ai bambini si prendono cura di loro.

I costi annui effettivi, per mantenere tutta la struttura, sono di circa 30 mila euro. Se consideriamo che alcuni bambini pagano una retta annua, la cui somma copre di quasi 10 mila euro i costi totali, si deduce facilmente, quanto gli aiuti esterni siano davvero irrisori. Comunque a fine anno mancano ugualmente circa 5 mila euro per chiudere in pareggio.

Quando tocchi con mano queste realtà, viene da chiedersi dove possano perdersi gli aiuti umanitari delle grandi organizzazioni istituzionali e internazionali. Personalmente mi domando se chi permette questa dispersione, possa riuscire a guardarsi allo specchio quando si alza al mattino.

Comunque qui oltre al denaro, servirebbe molto altro; gli apparecchi acustici per alcuni bambini, ad esempio, potrebbero essere un buon aiuto per farli iniziare a parlare, ma stiamo in un posto del mondo, che è mancante di un sistema sanitario nazionale, e quindi è impossibile per queste genti potersi permettere l’acquisto di certa attrezzatura, se consideriamo poi che anche nel “Bel Paese” gli apparecchi acustici costano moltissimo.

Nonostante tutto qui i bambini svolgono moltissime attività con pochissimi mezzi a disposizione. Li ho visti leggere e scrivere e, addirittura ballare, cercando di stare a ritmo grazie alle semplici “vibrazioni” del suono riflesse negli oggetti che li circonda.

Anche se non riescono ad ascoltarla, la musica, la sentono!

Vedere lo stupore negli occhi dei bambini che ti osservano perché semplicemente diversi nel fisico, più scuri e più fragili, ma sicuramente con un chiarore limpido nell’animo che per un attimo rischiara anche i nostri sentimenti. Ricevere abbracci così forti e calorosi da questi dolci e fragili creature, ci ha trasferito una carica d’affetto indescrivibile ed infuso un calore umano indecifrabile.

In questo senso ci siamo sentiti dei privilegiati per essere li con loro, anche se per un giorno solo.

Insomma, qui ad Ebolowa, in mezzo a questi bambini, quando li vedi sorridere, con l’affetto che ti trasferiscono, ci lasci un pezzo di cuore.

Il Camerun, Yaunde. Un immersione nei forti contrasti.

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Partire con una grande curiosità addosso. Non sapere cosa aspettarsi una volta arrivati a destinazione.

Siamo decollati da Fiumicino alle 6 e trenta insieme a Monia Bregallini, Santina Barboni e Monia Pecchia di Halley informatica, e gli altri partiti con noi dell’associazione Agape Daniele Ortolani, Cristiana Consalvi e Francesca Cuccu. Ci hanno introdotto nella mentalità che avremmo incontrato nel cuore del continente nero.

Appena scesi a Yaunde, dopo due scali a Bruxelles a Duala e circa dodici ore di viaggio, siamo stati accolti da uno splendido tramonto africano. Qui la notte scende presto, alle 18 e 30 è già sera. Finiti i controlli aeroportuali per l’ingresso in Paese, non molti in realtà come si può immaginare, il cielo si è scurito.

Padre Sergio era lì, ci ha preso in consegna, siamo in Africa. La mia prima impressione è stata quella di essere ospite di una figura importante, per cosa sta affrontando in queste terre con coraggio e vocazione, una missione d’amore per il prossimo.

Oggi è il secondo giorno, e già abbiamo visto molte cose. Siamo nella struttura di Padre Sergio, un’oasi per i bambini di Yaunde, li abbiamo visti andare a scuola, alcuni, a dire il vero ricoverati e controllati per alcune malattie, più o meno gravi, altri in fisio terapia per cercare di tenere sotto controllo sindromi di spasticismo.

C’è ancheun laboratorio di ottica curato e gestito da un’italiana, Sonia Gasperini.

Nel pomeriggio di oggi, siamo stati in visita presso le strutture ricettive universitarie che Padre Sergio ha fatto costruire qualche anno fa vicino Yaunde. Toccando con mano la realtà di questi territori, divengono chiare anche le difficoltà da superare, per cercare di aiutare e sostenere queste popolazioni. Un italiano medio come me, sarebbe portato a chiedersi “Ma chi glielo fa fare?”

La risposta e il sollievo dell’anima arriva dopo nello sguardo e nel sorriso commosso di quei giovani aiutati a crescere ed essere istruiti anche se non potrebbero permetterselo come nel caso di Elù, una giovane Camerunense che all’arrivo di Daniele e Cristiana li ha travolti letteralmente di abbracci.

E’ lontano il Camerun. Strana la sensazione di sentirsi “quello diverso” in terra straniera. Mi era successo in Germania non molto tempo fa a Dusseldorf dove ero l’unico moro in mezzo a tutti pallidi. Qui è un po’ diverso, i colori sono differenti ma i sorrisi, quando ci sono, hanno il potere di rafforzare una tavolozza multiculturale di straordinaria bellezza.

Per le strade l’imbarazzo nel colore della mia pelle, per quanto in queste zone, noi bianchi siamo stati a dir poco invasivi. Abbiamo preso molto, in termini di materie prime e abbiamo restituito loro, molta voglia di occidente, la passione per il calcio, la coca cola e i jeans.

Però quel lieve senso di colpa nei confronti di queste popolazioni si allevia grazie al lavoro di quelli come Daniele, Cristiana, Francesca, e Sergio.

info e contatti: www.agapeonlus.it

P.S. Ringrazio Giovanni Ciccolini e Halley Informatica per questa straordinaria esperienza di vita che sto passando assieme alle colleghe.