Archivi tag: bulu

Sfumature d’Africa a Teatro… così… per non dimenticare!

Giusto un riassunto per non dimenticare…

all’inizio dello scorso anno (2015), l’azienda Halley Informatica ha inviato una e-mail a tutti i suoi dipendenti, cercando volontari pronti a partire per una ventina di giorni alla volta del Camerun. La finalità era quella di constatare i risultati ottenuti da una missione di solidarietà cristiana aiutata dalla stessa azienda, oramai da oltre un ventennio. Io insieme ad altre 3 colleghe di lavoro siamo partiti, con non poche paure verso le insidie che ci venivano dettate da più parti, le malattie tropicali, la malaria e lo spauracchio dell’Ebola. Poi grazie soprattutto a grandi compagni di viaggio che rispondono al nome di Cristiana Consalvi, Daniele Ortolani e Francesca Cuccu, abbiamo preso le opportune indicazioni e la dose di coraggio necessario per affrontare questa esperienza.

In realtà quel viaggio per me e le altre, Monia Pecchia, Monia Bregallini, Santina Barboni si è rivelato una storia fantastica. Faticosa, toccante ma estremamente profonda. Un’occasione unica per vedere senza nessun filtro ideologico quale sia la situazione Vera e Reale di quel pezzo di Africa.

Ecco perché il titolo del racconto fotografico è stato “Africa Vera”.

Volantino
Volantino “Africa Vera – Africa Nera”

Quale luogo migliore di un teatro per rappresentare la missione di un frate, Padre Sergio Ianeselli che in 40 anni ha creato un ponte fra due culture. Non tratta esclusivamente di solidarietà l’opera di questo grande uomo. L’opera di Sergio va a scavare nella cultura profonda di quei popoli, di quelle tante tribù, e, cerca di aprire veri e propri ponti di dialogo.

L’ordine dei “figli dell’Immacolata Concezione” è relativamente giovane, iniziato alla fine del 1800 dallo stesso Luigi Maria Monti con lo scopo di star vicini ai più deboli, agli ammalati e agli orfani in Italia e all’estero.

Nonostante i problemi della congregazione, a cui appartiene Padre Sergio, (sono noti a tutti i recenti scandali dell’ospedale IDI di Roma, gestito da alcuni confratelli), “Mon Perè”, come lo chiamano nella sua Africa, continua ad allargare la sua missione nonostante mille difficoltà. In tutto il Camerun, Padre Sergio è molto conosciuto per essere un grande ed importante personaggio e, anche se il suo ordine non vive, in Italia, una situazione limpida, lui, da buon trentino dalla testa dura, mantiene salda la sua immensa opera di solidarietà, di aiuto agli ammalati e ai più deboli. Ianeselli, per me, è una di quelle poche persone che hanno il coraggio di tradurre ogni azione nel “buon esempio da seguire”!

Sta lasciando il segno in quella terra rossa Sergio Ianeselli e continua a “costruire ponti fra culture”, il vero spirito della dottrina sociale della chiesa, un italiano al posto giusto che insieme all’aiuto di piccole comunità cattoliche e laiche sta facendo il lavoro che conta veramente per quelle popolazioni.

Molti anni fa ha scritto il primo ed unico vocabolario dal linguaggio indigeno parlato in tutto il sud del Camerun, il “Bulu” al francese (lingua ufficiale in Camerun) e quindi all’italiano. Questo vocabolario, presente ancora in moltissime biblioteche universitaria, è un’opera importantissima in quanto fino a quel momento non c’era nessun tipo di documento scritto che permettesse di comprendere quella lingua.

Nonostante i suoi 70 anni suonati, viaggia ancora per tutto il Camerun instancabilmente, non si contano i beni di prima necessità che periodicamente consegna o fa arrivare a chi ne ha bisogno, i pozzi che ha costruito nei villaggi di tutto il sud del Camerun, le scuole costruite in tutto il paese dove tutti possono imparare a leggere e a scrivere, è stato il primo ad interessarsi di portare la cultura anche nei villaggi sperduti dei Pigmei.

La sua opera è diventata parte integrante della cultura di quei popoli, il primo vero grande ponte interculturale fra la popolazione camerunense e quella europea.

Inoltre e non da ultimo, ha costruito ricoveri e centri specialistici per bambini malformati, poliomelitici, lebbrosi, nonostante le difficoltà ovvie in quelle zone, per offrire ospitalità, cure e istruzione ai bambini sordomuti, ciechi o comunque affetti da malformazioni.

Il racconto fotografico “Africa Vera” si è svolto presso il foyer del Teatro Comunale Piermarini di Matelica venerdì 16 ottobre scorso e il ricavato è stato interamente devoluto a Padre Sergio, in Africa. 

Per info e contatti: www.promhandicam.orgwww.agapeonlus.it

ringrazio Cristiana Consalvi per il prezioso aiuto nel redigere questo pezzo.

Pigmei…una società parallela

Questo slideshow richiede JavaScript.

14 maggio, Djoum, Camerun.

Stanno nei villaggi. La loro casa di rami intrecciati e foglie di palma e banano si chiama Angulum.
Il capo villaggio è la figura di riferimento dell’intera comunità. Il più anziano, quindi reputato il più saggio.
I villaggi più interessanti, qui in Camerun, sono all’estremo sud.
Per incontrarli bisogna andare dentro la foresta, oltre la città di Djoum, che non è collegata al resto del Paese con una vera e propria strada come la intendiamo noi dei paesi cosiddetti ‘sviluppati’.
140 km di sterrato in mezzo alla foresta equatoriale, sempre più vicini al parallelo centrale che divide il mondo tra nord e sud. L’estremo centro del nostro pianeta. I saliscendi di terra rossa disegnano percorsi quasi impossibili. Ho avuto la fortuna di passarli in auto, con le mie compagne di avventure, in un off-road che chiamarlo impegnativo è davvero riduttivo.
In questo caso da laico, ammetto, che qui, forse, la Provvidenza Divina ci sia venuta in soccorso, oltre ovviamente ai consigli su come guidare di Padre Sergio che, con Lei, sembra lavorarci gomito a gomito.
‘Il Don’ come lo chiamiamo noi, che per 40 anni ha seguito i Pigmei, ne ha imparato le tradizioni la lingua, ha tradotto la lingua dei Betì, ‘il bulu’ fino a scriverne un vocabolario specifico che oggi è uno dei rarissimi documenti a preservare questa tradizione linguistica che prima era solo orale oltre ad identificare molti vocaboli del più arcaico linguaggio pigmeo dei ‘bakà’.

Lungo il viaggio parliamo dello spirito di condivisione di queste genti, mi viene spontaneo chiedere il significato della parola ‘Ubuntu’…mi risponde che non è ‘bulu’ ma ‘swahili’, una lingua composta da alcuni grammatici anglosassoni ad inizio del secolo scorso, un insieme di più lingue bantù locali della costa ad ovest del continente.
Quindi ‘condividere’, in ‘bulu’ si dice ‘bo akap’ e anche nei Pigmei è un concetto inversamente proporzionale all’occidentalizzazione e all’arrivo del denaro, di alcol e consumi importati dall’uomo moderno che stanno aumentando i livelli di egoismo disperdendo valori ancora praticati. Tuttavia le missioni cattoliche e anche laiche (zercaylejos ne è una spagnola che abbiamo visto operare tramite Ginebra Penā, una loro volontaria) in questi luoghi, cercano per lo più di curare le infezioni (perché incapaci di curarsi da soli con rimedi naturali) e tutelare la propria identità, instaurando piccole scuole per le basi di un dialogo con il resto del mondo.

La deforestazione e le attività estrattive intense, stanno evidentemente plasmando questa parte di Africa, un popolo che, purtroppo, sta acquisendo il peggio dell’Occidente dal neo colonialismo intercontinentale, che ne amplifica gli aspetti negativi, e fa abbandonare a queste genti le proprie caratteristiche umane di convivenza armoniosa con la natura equatoriale.

Entrando a contatto con i Pigmei, spontanee si presentano le domande sul senso della vita, se siamo noi ‘civilizzati’ che lo abbiamo perso, se questi popoli abbiano bisogno di evolversi o, se sia realmente possibile una ‘terza via’ dove si cresce reciprocamente soprattutto nella ricerca di una prospettiva dentro ognuno di noi.

Sicuramente se ci fossero meno speculazioni e visioni distorte di questa parte di mondo, tutto sarebbe più facilmente comprensibile.