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Visso in Rinascita

L’altro giorno è stata inaugurata la struttura “NeroGiardini” e “CariVerona” a Visso e questa è una bella notizia. Un gesto di solidarietà da parte di un imprenditore marchigiano che si è sentito in dovere di aiutare contribuendo a far rinascere un gruppo di artigiani e commercianti, un bel gesto, il secondo a Visso dopo i fatti del sisma 2016, perché una cosa simile denominata “La compagnia dei maestri artigiani” (link al sito) fu fatta costruire qualche mese fa dal gruppo Loro Piana insieme ad una cordata di 34 aziende. Giorgio un maestro norcino acclamato in Italia, ha ritrovato provvisoriamente la sua casa e la sua bottega, dopo un anno passato in  trasferta a Matelica (link al racconto) infatti, è tornato a far salumi nella sua Visso.

Una panoramica delle "strutture gemelle" inaugurate a Visso.
Una panoramica delle "strutture gemelle" inaugurate a Visso.

Per un territorio martoriato dal terremoto che si è portato dietro, oltre allo sciame sismico, anche uno sciame di burocrazia, sciacallaggi più o meno evidenti, il conseguente spopolamento, la depressione delle persone, in molti casi, l’abbandono forzato di questi luoghi, le due strutture oggi sono evidentemente il segno di una ripresa lenta, ma che ridà per lo meno un tetto ed una dignità a tutte quelle botteghe artigianali e commerciali che fino a pochi giorni fa stavano ancora dentro sedi provvisorie, furgoncini attrezzati come quello di Ambra e Stefano che conosco e di cui ho parlato (link al pezzo) e quello di Giuseppe Tarragoni un artista dei salumi insieme a sua moglie che ancora sognano la loro bottega prossima a via del Bargello, nel centro storico di Visso ancora e per molto, zona rossa.

L’inaugurazione è avvenuta domenica mattina, per caso o per volontà, è stata anche la domenica delle Palme. Motivi di Rinascita, voglia di restare per far tornare a vivere questi luoghi, farli ricrescere, nonostante tutto e nonostante un sistema di obblighi e vincoli spesso in eccessiva contraddizione fra loro.

L'ortolano dei Sibillini nella nuova struttura "NeroGiardini" di Visso.
L'ortolano dei Sibillini nella nuova struttura "NeroGiardini" di Visso.

Questa “Domenica delle Palme” per me è stata significativa. Ho potuto notare negli occhi della gente una contentezza spontanea, la volontà di tornare a sognare e crederci ancora in quelle radici da cui provengono.

Un albero pieno di fiocchi, di ovetti e di colori sovrasta il prato che sta crescendo fra le due “strutture gemelle” appena inaugurate e che sono state donate per l’esattezza, una da “NeroGiardini” e l’altra da “CariVerona”,  si percepisce il richiamo alla pace, alla coesione, ed anche un rinnovato senso di fratellanza di cui oggi se ne sente quanto mai il bisogno. Il senso della Pasqua, della Primavera, della Rinascita.

Se andrete a visitare queste nuove botteghe di Visso, non aspettatevi un classico “centro commerciale”, perché non troverete alcun sorriso obbligato, ma respirerete una felicità genuina, come quella che ho annusato domenica, semplice e ruvida di chi fa le cose con il cuore e di certo non guarda molto l’apparenza. Il risultato si vede nei prodotti offerti e nei rapporti che divengono sinceri per forza di cose.

Andateci a Visso a fare un giro fuori porta che fa più bene a voi che a loro.

Il Bancone recuperato da Giuseppe Tarragoni e sua moglie della "Salumeria Pettacci" con a prima vista il "Fiore di Finocchio" nella nuova struttura "CariVerona" a Visso.
Il Bancone recuperato da Giuseppe Tarragoni e sua moglie della "Salumeria Pettacci" con a prima vista il "Fiore di Finocchio" nella nuova struttura "CariVerona" a Visso.

Anche se non entrerete più dentro quel paesino grazioso e fiabesco perché è ancora zona rossa, troverete lo stesso la spontaneità genuina di chi lentamente torna a far rivivere questi luoghi. Vedrete un territorio fatto di artigiani, oggi, dislocati ancora fuori dal centro storico ma pieni di storie e di identità da condividere. Gente ruvida ma di parola, con la voglia di tornare ad essere se stessi, con la nostalgia di quel borgo, certo, ma in tutti quanti, la costanza nel voler ricominciare, che oggi è ancora più forte di prima.  

Prima della "Zona Rossa" a Visso.
Prima della "Zona Rossa" a Visso.
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Quando il Gilet è più usato del Bidet

Sono tornato da Parigi e faccio qualche considerazione.

Innanzitutto voglio condividere una domanda ironica che rimarrà senza risposta. Come mai il bidet nonostante sia una parola di origine francese, proprio nella sua patria non ce n’è nemmeno l’ombra?

Una cosa certa è che oltralpe non ci badano molto a trovare una risposta a questa domanda, buon per loro. Ma passiamo subito a qualche considerazione riguardo questo piccolo viaggio.

Passeggiando per Parigi, soprattutto nelle zone non eccessivamente turistiche si nota una forte attenzione alla tutela della propria cultura soprattutto dal punto di vista enogastronomico ed artistico. Mediamente ho notato che la vita a Parigi costa mediamente circa un 20% in più rispetto all’Italia. Maggiore costo che è compensato da un livello salariale che di media è probabilmente più alto oltre ad un livello maggiore di efficienza nei servizi anche se le rivolte di questi giorni che chiedono un innalzamento al minimo dei salari a circa 1300 euro sembrano comunicarci il contrario. Queste cose a mio avviso, unite al fatto di un popolo che i propri diritti quando li rivendica fa sul serio, compensano di molto il fatto che il Paese sia privo del piccolo lavabo da bagno. Chiaramente non voglio fare un’analisi statistica, i dati non sono sufficienti per poter specificare quale sia la situazione nei dettagli, ma attraverso un’occhiata veloce, qualcosa sono riuscito a vederla. In primo luogo è lampante l’idea nazionalista dei francesi, loro sono patria al di là delle diverse posizioni partitocratiche di destra o sinistra.

Questa cosa l’ho percepita molto bene e la si nota evidente nella tutela delle caratteristiche che connotano anche le loro iniziative, siano esse culturali, enogastronomiche o artistiche. Parigi è una città multietnica anche per effetto delle attività coloniali e questo non deve essere considerato un elemento di secondaria importanza anche sul livello di occupazione delle genti di duplice nazionalità. 

All'ombra della torre. Una piccola analisi di un popolo che non si fa mettere i piedi in testa facilmente.
All'ombra della torre. Una piccola analisi di un popolo che non si fa mettere i piedi in testa facilmente.
La vista dalla Torre un cannocchiale e la Senna
La vista dalla Torre un cannocchiale e la Senna

Parigi mostra con orgoglio la propria diversità, la mette a sistema e riesce a veicolare una serie di suggestioni interessanti, dal cibo a quant’altro, in un marketing diretto che evoca l’idea di un Paese che, in primo luogo, attraverso i suoi abitanti, non si svende all’Europa. In questo senso risulta naturale che al di là delle posizioni politiche, nascano proprio oltralpe i gilet gialli, perché la benzina deve rimanere ad un costo accessibile e questo è fuori da ogni dibattito. 

Simpaticamente, non me ne vogliano quei francesi che mi leggono, si potrebbe dire che ai francesi “pizzica il culo” a differenza di noi italiani che troppo spesso ricorriamo alla comodità di un bidet per farci passare sopra tranquillamente i vezzi di una classe dirigente che, troppo spesso, viene messa li per farci prendere per quel profondo prepuzio. C’è in quel paese una cultura diretta all’economia reale che non è eccessivamente vessata da balzelli spesso controproducenti come qui da noi, gli artigiani vengono percepiti come mestieri culturali da difendere, insieme alla stessa cultura del vino, dei formaggi, la frollatura delle carni, il rapporto col territorio non è vessato da eccessive attività spesso eccessivamente disciplinate e che alla fine, snaturano l’essenza territoriale delle produzioni, il concetto di terroir è qualcosa che parte dalla coscienza dei francesi e poi diviene processo produttivo. 

Qui nel Bel Paese, invece, troppo spesso in questi ultimi anni è successo e succede il contrario. 

Sono tornato in Italia con la convinzione che forse stiamo diventando purtroppo un popolo peggiore dei francesi, dove la protesta passa solo per la rete e non nei fatti come accade in questo periodo in Francia. Forse, con una più attenta vicinanza alla realtà dell’economia e della società, potremmo mantenere e rilanciare la straordinaria diversità locale di cui la nostra penisola è punteggiata e ritornare ad essere quella nazione che eravamo. 

Chissà che non sia proprio colpa del bidet se ci abbandoniamo intermittenti a questa pigrizia del non c’è più niente da fare?

Link a seguire sugli altri pezzi del mio piccolo viaggio a Parigi.

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La casetta di Peppina, non si sequestra alla mattina

La casetta di Peppina non si tocca.
Questo pezzo è stato scritto insieme a Stefano Blanchi e lo spirito encomiabile di un gruppo di ragazzi di Camerino.
Lo sguardo saggio di una nonna, questo è l’effetto che fa nonna Peppina, un’anziana di quasi 95 anni, portata fuori la sua abitazione di emergenza da San Martino di Fiastra questa mattina intorno alle ore 9.00 dai carabinieri forestali.
La vicenda presenta aspetti tragicomici poiché sembra che il tutto sia avvenuto attraverso un esposto anonimo a cui pare aver dato seguito il comando dell’autorità forestale di zona e che poi sia stato tradotto in un sequestro giudiziario da parte del giudice competente.
La stranezza è che i cartelli sono stati affissi con una tempestività sbalorditiva. Andiamo per ordine, la storia inizia ovviamente a seguito delle scosse del sisma di ottobre 2016, la casa di Peppina diviene inagibile e in zona rossa ma la sua coscienza testarda ma da anziana saggia e attaccata alle proprie origini le impone di rimanere vicino alla sua casa, vicino ai suoi ricordi. Quindi i familiari decidono di trasferirla in urgenza nel container che avevano tenuto dal sisma del ’97 ma le temperature di quest’estate insieme all’età di Giuseppa Fattori, questo è il nome della nonna di Fiastra, li hanno condotti ad una scelta obbligata. Prendere quel fazzoletto di terra di proprietà e già edificabile e costruirci sopra una casetta in legno. Il tempo però è tiranno e la burocrazia delle istituzioni non è da meno, così accade che la famiglia chiede la concessione edilizia al Comune con tutti i pareri e i “cosiddetti calcoli”, già prescritti da tecnici di fiducia, però manca di una parte fondamentale, il certificato di sismicità del Genio Civile per cui sembra occorrano 6 mesi ma, colpo di scena quest’ultimo sembra sia già arrivato al Comune ieri per Posta Certificata.
Quindi ad oggi le autorizzazioni a costruire più importanti ci sarebbero tutte e a questo punto il comune potrebbe essere messo in condizione di rilasciare la concessione e sarebbe tutto ok, al massimo un’ammenda, ma nonna Peppina sta fuori dalla casetta.
Peppina, quasi 95 anni, fino a poco prima delle scosse faceva ancora le tagliatelle "...co lu stennerellu".
Peppina, quasi 95 anni, fino a poco prima delle scosse faceva ancora le tagliatelle “…co lu stennerellu”.

Si può obiettare per carità sui modi di anticipare i cosiddetti “bolli” ma siamo seri, prendere provvedimenti così veloci e tempestivi per un’anziana che ha una casetta messa su di urgenza e con tutti gli oneri di urbanizzazione primaria, fra l’altro in condizioni di estrema emergenza e, soprattutto pagata coi soldi propri e in una sede assolutamente non impattante perché è anche nascosta fra gli alberi è qualcosa che fa ridere se non fosse che a rimetterci è un’ultranovantenne che desidera solo vivere gli ultimi anni fra le sue montagne.

Per quanto mi riguarda spero che la storia della “Casetta di Peppina” possa risolversi con un nulla di fatto e lei ritorni dentro al più presto e, le istituzioni, dal comune, al Genio Civile, alla Regione, gli organi giudiziari e tutto il resto, fino all’anonimo che ha fatto l’esposto possano finalmente normalizzare un’azione oggettivamente esagerata.
Riporto in tal senso una riflessione che mi ha fatto Agata Turchetti, la figlia maggiore di Giuseppina, questa mattina mentre raccontava la storia ai giornalisti accorsi sul posto.
“Vivere in montagna vuol dire anche recuperare il rapporto con il cielo stellato, esistono leggi in Europa che introducono il diritto a vedere le stelle durante la notte perché nelle città non si vedono più, se ci accaniamo contro chi queste zone le ha tutelate per natura da sempre insegnando per primi i rapporti corretti di coesione con l’ambiente, rovesciamo insensatamente il mondo e diviene difficile venirne fuori.” – Ha continuato con tenacia, Agata che di lavoro è insegnante e dirigente scolastico, dichiarando la sua ferma volontà a procedere fino al tribunale europeo dei diritti dell’uomo – “sono stata educata da mio padre con le parole di Kennedy che dicevano questo “prima di chiedervi cosa lo stato possa fare per noi, chiediamoci cosa possiamo fare noi per lo stato”, sono indignata perché nonostante mia madre sia stata custode di fatto di queste terre e non abbiamo chiesto nulla facendo la casetta con le nostre risorse, arrivano e ce la mettono sotto sequestro con questa foga.

Agata in questo anno dal sisma è stata anche autrice di un libro “Le faglie della memoria” dove racconta episodi e storie che hanno caratterizzato questi territori, intrecciandoli probabilmente con i fatti di ottobre.

Peppina, Agata, Marco e altri ragazzi di un comitato spontaneo di solidarietà che mi hanno comunicato il fatto.
Peppina, Agata, Marco e altri ragazzi di un comitato spontaneo di solidarietà che mi hanno comunicato il fatto.
Ci sarà una protesta silenziosa e senza scranni di alcun partito Lunedì pomeriggio a San Martino di Fiastra a cui parteciperò soprattutto per incoraggiare e salutare nonna Peppina che con il suo coraggio di calma resiliente, sta dando lezione di vita a tutti quanti!

Pulp Sisma (2) Il festival degli orrori!

-parte seconda-antipopolare (qui la parte prima)
Aiuti in playback e canzoni dal vivo. L’aiuto che si proclama ma non si vede. Sindaci sull’orlo della disperazione nelle zone colpite dal sisma. Una sovraesposizione mediatica ma solo “per sentito dire”, al soldo del pensiero unico per una terra che non c’è più. Crozza stavolta la spara grossa sull’irpef degli aiuti per i terremotati.
La zona franca dovrebbe essere lontano da Sanremo!
Mentre fuori da qui il nulla, alle porte di Camerino, tra poco potranno metterci un cartello con scritto “the End” perché scrivere “da qui si va per le città dolenti” sarebbe scomodare poesia aulica che un ammasso di analfabeti funzionali, eccetto l’Università, non potrebbe mai capire.
Tutti guardano Sanremo mentre Michele s’impicca senza provare nemmeno ad arrivare “nel mezzo del cammin della sua vita”, già perso da anni nella selva oscura della precarietà obsoleta, di una civiltà idiota che dal divano della sala ti dice di startene zitto perché balla Ricky Martin.
Nella prigione dorata, di un sistema a senso unico, se non paghi l’irpef sei uno sfigato perché non contribuisci all’ennesimo stipendio inutile al parlamentare fancazzista di turno. Però stiamo tutti zitti che Albano stecca, non ha più la voce, è invecchiato come quel sindaco che urla imprecazioni contro istituzioni farlocche ma potenti e anche contro il suo popolo coglione che gli chiede raccomandazioni, che, anche se senza casa si fa sempre più suddito di una democrazia strappata dall’ennesima droga televisiva, che mostra scintillante tutta l’ipocrisia della società dove rischiamo di soffocare. “Meglio Sanremo della politica!” senti dire nei commenti dei bar rimasti aperti, la Raggi è “depensante” anche per Grillo mentre parla con Sgarbi e poi chiede di smentirlo, chissà se sarebbe tornata utile una polizza sulla vita anche alla mamma che urlava scappando di casa in quella serata di pioggia a fine ottobre mentre veniva giù tutto.
Allora vai con l’essemmesse solidale perché fa figo essere elemosinanti da divano, totalmente ipocriti, in questo teatro dell’assurdo pieno di matasse talmente intrecciate che non ha più senso districare.
M’impongo di scrivere la mia incomprensione perché forse non ci arrivo a capirle le cose, ci ho provato anche ieri a capire qualcosa, ma a dir la verità sono rimasto sulla tazza del cesso per mezz’ora, solo, a riflettere quanto faccia cagare questo sistema ingolfato su se stesso. Alla fine ho evacuato e quanto vorrei evacuare da qui. Voglio lasciarlo scritto qui, nel mio diario digitale, il fatto che non riesco più a dare un senso ai controsensi che vedo ogni giorno.
Ho sentito che canta anche Gigi, è stato a Civitanova a fine anno, vicino ma non troppo, al cratere della catastrofe naturale più grande da due secoli. Tutti cantano Sanremo anche gli animali, tranne quelli senza stalla, rimasti gelati sotto la neve, mi viene in mente l’asino che canta la promo di questa “sagra nazionale della canzone italiana”. Quanti super ospiti nel cratere della sciagura, che qualcuno vorrebbe farci anche un programma, “l’isola dei terremotati”, ma preferirei “roulotte da incubo”, anche se Errani non ha proprio il piglio di Gordon Ramsey. Il contributo per l’autonoma sistemazione sembra che non sia ancora arrivato a nessuno, mentre l’emblema del dipendente modello che da 30 anni non ha preso nemmeno un giorno di malattia, sta li scintillante sul palco dell’Ariston a consacrare l’imperialismo travestito da democrazia e lo share ha raggiunto il 50% facendo saltare il jackpot della raccolta pubblicitaria a mamma Rai.
Sui social la mia foto di Accumoli di circa un anno e mezzo fa è diventata un pezzo unico, non l’ho mai nemmeno stampata, l’ho fatta prima che quel posto venisse giù e fosse conosciuto dal resto del mondo dopo la sua caduta, eppure una società di gente attenta a quel che mangia, almeno la frazione di Grisciano avrebbe dovuto conoscerla da prima dello scorso anno, almeno dai radical chic Eataliani, perchè la Griscia nasce lì, invece niente, anche se la mangiano tutti senza nemmeno sapere da dove deriva.
Sei visite del capo dello stato sui luoghi della catastrofe. Parole di sostegno per una forza esortativa come dice lui, verso un transatlantico di rovine. A sentire le dichiarazioni di alcuni senatori come D’anna, sembra quasi che questa vicinanza si traduca in  semplice noia e voglia di prendere e iniziare con l’up-load del vaffanculo, ossia i calci nel culo.
Tutto il resto è noia, canta: Franco Califano che non c’è più, purtroppo, a differenza dell’immenso mare di politica inconcludente in uno stato che proclama e poi non fa nulla, ingessato verso pseudo debiti di istituti finanziari antitetici alla coerenza sociale, nessuno che sappia cosa fare, tutti invocano elemosina e volontariato mentre sembra che l’appalto per le casette di legno l’abbia vinto gente vicina a “mafia capitale” e che costino più delle case nuove che non arriveranno mai come mai sembra finisca questa chermesse di lustrini in tv, proclami e sorrisi falsi.
Zitti che tra poco cantano gli Zero Assoluto, ma non è il gruppo, è quello che sta accadendo qui vicino a me. Io ho spento la tv, questa prigionia è asfissiante, questo paese non merita la cultura e la bellezza di cui è invaso!

Stress da terremoto…

Iniziano a passare i giorni, dopo le scosse fortissime e la sensazione di continui movimenti sotto al culo anche quando fai la cacca. Alla tv parlano solo di questo. Allora esci, ti fai un giro per il paese perché casa ancora regge bene per fortuna oppure per miracolo, chi lo sa… Vedi le facce stanche della gente che è straziata da questi giorni infiniti. Le forze dell’ordine fanno il massimo, gli ingegneri per l’emergenza, i vigili del fuoco stanno lavorando senza sosta nonostante la politica dei soliti piccoli che montano polemiche sul referendum ma non dicono un cazzo per i moduli provvisori arrivano troppo tardi se per natale! Occorre creare una rete fra chi mantiene i propri animali e le proprie campagne, acquistare subito i prodotti o chi può aiutare seriamente questi piccoli agricoltori di montagna prima che arrivino domani le multinazionali a portarsi via pezzi di territorio. È francamente insopportabile! Le fragili economie agricole di montagna, con i loro abitanti al mare come fanno a sopravvivere senza chi li governa ogni giorno? L’unità di idiozia politica di questi giorni è imbarazzante, dal premier ai galoppini di vari movimenti che invece di far leva su questioni fondamentali come avere un rifugio provvisorio immediato per continuare la vita in questi luoghi, montano cagnare sul referendum e compagnia bella.
Spero tanto che quanto scrivo possa arrivare a chi di competenza e abbia il semplice effetto di dimostrare che nell’emergenza vengono prima le persone poi le cose! Nonostante le botte queste tradizioni identitarie centenarie non possono essere spazzate via da una scossa!

Ps. Ho messo l’immagine della chiesa delle Anime del suffragio di Matelica perché è caduto il crocefisso. Possono cadere i simboli ma non le coscienze!

Quando la terra trema, spicca gente autentica!

Benvenuti a Grisciano il paese della pasta alla Griscia
Benvenuti a Grisciano il paese della pasta alla Griscia

Il satellitare sembra essere più curioso di me. Io che dopo un’attacco di adrenalina, appena sentita la scossa, accertato che l’epicentro fosse tra Amatrice e Accumoli, sarei partito. Alle quattro di notte, due ore e più di strada per vedere cosa fosse successo e rendermi utile, in qualche modo. Non l’ho fatto il 24 agosto, ed è stato meglio così perché avrei creato solo impiccio. Oggi però ad una settimana esatta Google map, impostata destinazione ‘casa’, traccia l’itinerario in direzione di Castelluccio di Norcia, con tutta la striscia blu evidenziata sulla statale che collega Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto. Strade che conosco e che faccio spesso, anche e soprattutto senza satellitare, ma oggi no, oggi volevo essere sicuro se fossero possibili altre vie, invece no. Imperterrita, quella riga blu mi diceva di passare in quei luoghi, scossi dalla terra fino a dentro le anime. Mi arrendo e seguo quel laccio digitale. Più mi avvicino al disastro più vedo camionette dei vigili del fuoco, carabinieri e mezzi di soccorso vari e, non pochi, automezzi dell’esercito. Tre quarti della protezione civile nazionale si è radunata in queste zone per il soccorso. La parte buona d’Italia. Un nastro giallo dietro ad una pattuglia chiude l’ingresso al paese di Amatrice, pochi metri prima il cartellone in basso rilievo, che è quasi una scultura di metallo, evidenzia tutte le sue parti arrugginite a cui la settimana prima non facevi caso, ma oggi si, oggi solo le parti brutte sembrano far da sfondo alla scritta “Benvenuti nelle Terre Amatriciane”. Dietro il cielo plumbeo, sta per piovere. Continuo, oggi fra l’altro ci sono i funerali delle vittime, il sindaco ha deciso di celebrare qui le esequie, la gente -“è morta perché amava questa terra!”- ha detto. Nonostante i tantissimi mezzi che vedo in strada, il traffico è regolare, passo Amatrice e scorgo qualche casa, ma più che altro ci sono tende di fianco a case incrinate o aperte a formare cornici che sembrano surreali, ma che, purtroppo, rappresentano il tremendo ritratto dell’accaduto. Continuo e a sinistra scorgo il centro storico di un paese che ricordavo diverso, con altri palazzi e campanili, oggi più basso, nascosto, quasi disteso fra la vegetazione che sale da sotto la collina. È Accumoli. Più avanti, una semi curva, una diretta e una fila di auto parcheggiate; qualche segnale stradale si alterna chiamando il pericolo o i lavori in corso. Quella fila di auto ha l’aspetto di quei codoni dei parcheggi che si formano quando ci stanno le sagre di paese, ma qui non scendono famigliole allegre, solo silenzio, assordante. Uno striscione appeso di fianco ad una casina sventrata recita: “Benvenuti a Grisciano, paese della pasta alla Griscia”, una ricetta che è mamma della famosa e oggi troppo speculata amatriciana. Dietro solo case vuote e pericolanti. Poco oltre, l’unico ristorante, “La vecchia ruota” dove un paio di volte mi sono fermato quando per lavoro sono stato in questi posti, è quasi coperto dalle tende blu e bianche dalla protezione civile. Il giardinetto, il campo e il parcheggio sono gli spazi per gli sfollati. Lungo il margine della strada riconosco sotto al casco di sicurezza la barba del proprietario, ci si incrociano gli sguardi, come a dire, noi ci conosciamo. Faccio cento metri pensando, vado oltre poi inchiodo, ci ripenso, torno indietro, mi fermo appresso ad una delle macchine parcheggiate come alle sagre, scendo gli vado incontro, mi sorride, contento, ho avuto un presentimento giusto. Se avessi continuato, sarei stato solo un egoista.

Gli chiedo -‘come stai?’- mi risponde -‘da sfollato ma io sto bene! Qui solo un morto c’è stato!’ – ‘La tua famiglia?’- ‘Babbo quarant’anni fa ha fatto le cose per bene, ci lavorava, il tetto è in travi di legno, la struttura ha qualche crepa, adesso è inagibile ma non è crollata. La notte del terremoto, ho aperto la porta con una spallata, sono andato ad aprire ai miei. Siamo usciti. Adesso fanno i sopralluoghi. Ma siamo vivi.’ – chiedo – ‘il ristorante?- mi risponde -‘sta li, vedi? Intorno alle tende, io vorrei aprire ma dicono che non è sicuro finché non finiscono i sopralluoghi!’

A questo punto penso alle facce patinate col bronzo di tutti i grandi chef che fanno l’amatriciana solidale per avere visibilità, che se poi magari gli chiedi una Griscia potrebbero anche morire di panico e vedo Giampiero che sta li, a Grisciano, il paese da dove è nata questa ricetta semplice e tosta come la transumanza dei pastori, gente che quella terra l’ha percorsa, rendendo famoso nel mondo questo must della cucina italiana, vedo lui che sta lì col casco da speleologo, nella speranza che finisca quest’incubo. Lui ha l’unico ristorante proprio a Grisciano paese, ci sono stato prima del sisma, spendi meno di venti euro per un menù completo, se prendi solo una Griscia acqua e vino, magari manco arrivi a dieci. Ne parlavamo lo scorso anno, “come mai ‘sta frazione ha solo te?”, gli chiesi con la mia solita faccia da c…, mi rispose che non c’erano frotte di turisti per la Griscia e che la storia di questo piatto andrebbe comunicata meglio. “Magari vanno da Cracco e compagnia bella…”, dico tra me e me, pensando alle lezioni di marketing territoriale di Carlo Cambi, del mio vecchio lavoro e poi inizio a vedere chiari i motivi per cui la vecchia cooperativa dei “promotori del territorio” abbia chiuso. Seguivamo solo un sogno che, come tale, non avrebbe retto contro tutta questa ipocrisia, ma questa è un’altra storia. Oggi in mezzo alle macerie vedo lucidi gli occhi di Giampiero ma pieni della voglia di rialzarsi, vorrei dirgli che quello che sta facendo vale più di mille euro a Griscia se servita da lui, che la sua riapertura vorrebbe dire tutelare proponendo nel suo luogo di origine un bene culturale ancora prima di un piatto, vorrei dirgli che siamo un paese di pecore, per cui potrebbe fare tranquillamente a meno di metterci il pecorino sulla Griscia. Invece mi taccio e lo saluto con uno scambio di sguardi e un sommesso in bocca al lupo.

info: La Vecchia Ruota

Riina a Porta a Porta, ed è bufera… sempre la solita italietta!

Riina a Porta a Porta - fonte internet
Riina a Porta a Porta – fonte internet

Dichiarazioni al vetriolo da parte di tutti, i vertici Rai, i sindacati, tutte le sigle arrabbiatissime per la scelta della RAI.

Milioni di persone che si dichiarano indignate di quello che hanno visto su Rai Uno …”da Vespa”.

Tutti contro la mafia, ma per il resto tutti zitti, ogni giorno, succubi di uno stato criminale. E’ l’italietta che urla, impotente contro i poteri forti che impongono il pensiero unico, e con queste reazioni, ci riescono pure facilmente.

Vorrei vedere infatti quanti saranno gli incassi del libro di Riina junior, fatta la tara di tutti quelli “iperindignati” riguardo allo sdoganamento della mafia nel canale in cui paghiamo, tutti quanti un “pizzo” obbligatorio per legge e, immesso, da luglio, sulla bolletta della luce.

Ipocrisia liquida di un popolo facilmente manipolabile, stanco ed egoista, stufo addirittura, di se stesso.

Popolo manipolato dagli stessi che solo il giorno prima se la prendono con Vespa (noto ruffiano dei potenti dai tempi di Andreotti e compagnia) per l’ospitata di Riina guarda caso in concomitanza della presentazione del suo libro.

La cosa che mi fa ridere comunque è che il video promo di Riina junior ha avuto una copertura mediatica senza precedenti e la strategia commerciale di andare da Vespa per alzare il polverone mediatico ha funzionato alla grande. Ne parlano tutti; … nel bene o nel male …purché se ne parli (cit. di andreottiana memoria…).

Tutti esprimono proprie opinioni, tutti, a modo proprio, hanno contribuito a spargere la voce che il figlio del boss ha fatto un libro, e, che il libro è in vendita presso le migliori librerie. Ora, lasciamo da parte le chiacchiere dei vicini di casa, del parrucchiere che ne parla al salone, e/o delle vecchiette che cercano di approfondire i fatti nella penombra dei pianerottoli freschi dei paesini italiani. Andiamo al nocciolo della questione. Poteva essere evitata questa farsa mediatica, questa “promozione” per il boss di CosaNostra?

Certo che si, facile, mandavi in onda una replica di Don Matteo e compagnia bella e si sarebbe evitata tutta questa baraonda. Invece no, i vertici Rai e la sua presidente Maggioni (presente al meeting Bildeberg dello scorso anno, dove nessun “umano più o meno nella media può entrare”) solo a giochi fatti, ha buttato benzina sul fuoco dicendo che in effetti queste cose non si fanno. E giù altro tam tam mediatico!

Allora io penso che siamo un popolo di pecore pronte per il macello. Penso e credo fortemente che più passa il tempo e più le esigenze nascono per soddisfare i nostri capricci con cose futili, piuttosto che attraverso obiettivi concreti.

Mi spiego se i vertici italiani sono tutti sdegnati, l’ospitata perché non l’hanno bloccata a priori? … perché parlano tutti dopo? Forse questo modo è il grande indizio atto a farci notare che i mandanti siano altri? Che Falcone aveva ragione a dire che dietro le sbarre delle carceri nel maxi processo mancavano i pesci grossi? Forse l’epilogo di questa ennesima farsa mediatica ci pone di fronte al fatto che siamo tutti pedine mosse da pochissime menti criminali che sono arrivate a farci pensare solo in una direzione unica, che il disegno di uno schema di regime totalitario si sta compiendo.

Perché dopo tutti questi anni non ci si chiede chi siano stati i mandanti di tutto questo putiferio istituzionale?

Allora l’unica protesta “semi-silenziosa” che merita riconoscenza, in questo “lugubre stabbiaro” è quella di Angelica Sciacca di Catania, proprietaria di una piccola libreria, la protesta è quella di non vendere ne prenotare il libro (ecco il link qui).

manifesto della libreria - fonte internet
manifesto della libreria – fonte internet

Per il resto, io da cittadino piccolo piccolo, mi sento di lasciar volare un pensiero virtuoso a tutte le vittime di mafia e alle loro famiglie, consapevole che se abbiamo ancora un briciolo di libertà lo dobbiamo anche ai loro sacrifici e a quei pochi che, nonostante tutto questo marciume, ancora hanno la tenacia di alzare la testa!

Je suis … tout le monde!

image religione

In questi giorni siamo subissati di notiziari e supplementi vari che parlano degli attentati di Bruxelles.

I vari Salvini che si fanno vedere nei luoghi degli attentati, i riesumati Gasparri e company che si avvicendano in considerazioni a dir poco grottesche. Un continuo dibattito volto ad amplificare le differenze, volto a non cogliere la radice del problema, ma ad amplificarne esclusivamente l’essenza “malvagia”. Sì malvagia, è l’unico termine che mi viene in mente, perché la situazione tende ad amplificare le divisioni, di razza, di specie, di religione, di coscienza. Si stampano etichette addosso a chi parla, senza ascoltare mai cosa viene detto! Mai come ora l’assenza di contenuti è stata così ampia.

Tutti allineati e coperti al grido di “facciamo volentieri a meno di alcuni spazi di libertà per avere più sicurezza!”

Penso al figlio di un mercante di candele, nato a Boston nel 1706, illuminista, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America, l’unico ad aver partecipato alla stesura dei documenti più importanti per la nascita degli Stati Uniti d’America. Benjamin Franklin.

Chi è pronto a dar via le proprie libertà per comprarsi briciole di temporanea sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza.

Allora quello che non dicono i talk show oggi è, guarda caso, il riferimento a chi finanzia. Io due domande semplici me le pongo, se viviamo in una Unione Europea dove se fai un prodotto tradizionale quasi ti mettono alla gogna (guardate il caso delle DOP e IGP, leggete quali disciplinari vengono approvati e cosa ci sta scritto, specialmente in materia di sicurezza a tutti i livelli), essere artigiani è quasi impossibile perché non riesci a sopravvivere per la mole di tasse ed obblighi a cui si è sottoposti. Perché in nome della sicurezza ci tolgono le tutele?

Mi chiedo, se addirittura la soglia del denaro contante, che si può trasferire per legge, non deve superare i 3 mila euro, ed altre nazioni sono ancora più restrittive della nostra, mi spiegate come fanno a finanziarsi questi terroristi?

Siamo sicuri che sia una guerra di religione, oppure la religione è usata come uno strumento atto a dividerci, tutti?

Come mai questi atti terroristici avvengono sempre a ridosso di qualche crisi economico-bancaria o borsistica? (Rif. Bce mette i tassi a zero poco più di una settimana fa…)

Marx diceva che la religione è l’oppio dei popoli, oggi sarebbe da aggiungere che la società viene dopata dall’immagine di miti laici, religiosi e dalla comunicazione di e per la massa. Siamo spinti al pensiero unico, come se non ci fosse una via d’uscita.

Papa Francesco chiede di costruire ponti, chi è cristiano sa più di me certamente cosa sia la compassione, la comprensione ed il libero arbitrio.

Allora io rifletto, per quello che rimane del libero pensiero e cito un’altra frase di Franklin a proposito dell’opportunità di istituire una banca nazionale in America.

«Vedete, un Governo legittimo può sia spendere che prestare denaro in circolazione, mentre le banche possono soltanto prestare cifre considerevoli attraverso i loro biglietti di banca promissori, per cui questi biglietti non si possono né dare né spendere se non per una piccola frazione di quelli che servirebbero alla gente. Di conseguenza, quando i vostri banchieri in Inghilterra mettono denaro in circolazione, c’è sempre un debito fondamentale da restituire e un’usura da pagare. Il risultato è che c’è sempre troppo poco credito in circolazione per dare ai lavoratori una piena occupazione. Non si hanno affatto troppi lavoratori, ma piuttosto pochi soldi in circolazione, e quelli che circolano portano con sé un peso senza fine di un debito impagabile e usura»

Allora in questi giorni prima di Pasqua, mi piacerebbe tornare ad essere liberi e meno stereotipati, sia che la viviamo in maniera laica o religiosa, l’importante è riflettere e pensare cercando di eliminare per quanto possibile i condizionamenti, partecipando attivamente al processo dello sviluppo del ragionamento, cercando di non rinchiudersi dentro l’ennesimo supermercato. Ripescando una frase celebre di Giorgio Gaber “Libertà è partecipazione!”

…Barbie copia la realtà!

La gamma della nuova Barbie - fonte internet
La gamma della nuova Barbie – fonte internet –

La celebre bambola della Mattel si troverà presto nella versione “curvy”, “tall”, “petit” e già il TIME le dedica la copertina; a mio avviso fa proprio bene. Sicuramente si tratta di un’intuizione per aumentare le vendite, ma in un mondo sempre più uniformato dall’immagine plasticata delle bambole, se il must di questa disillusione cerca spunto dalla realtà, lascia un messaggio importante su come, in fin dei conti, i sogni migliori (compresi quelli dell’idea di bellezza) sono quelli che si fanno ad occhi aperti, quelli che ci proiettano nella vita vera.

la copertina del TIME - fonte internet -
la copertina del TIME – fonte internet –

Alla faccia dei grandi manager della moda che si affannano nella ricerca delle tante modelle plasticate stile “Barbie” appunto così ricercate fino ad oggi, ma che a seguito di questa operazione della Mattel, dovranno, gioco forza, riconsiderare l’umanità come esempio su cui ricominciare  a disegnare nuovi modelli, tralasciando la perfezione utopica dello “standard plasticato”.

Mi auguro che le giovani donne e le ragazzine, quelle suscettibili alle mode o alle tendenze, possano prendere spunto da questa mossa commerciale (ma non per questo meno importante anche da un punto di vista sociale), e finalmente accettarsi come sono. Per le altre, quelle meno suscettibili alla bellezza evanescente, quelle realiste del tipo “pizza e birra” che se ne fregano dello stile Barbie, forse oggi quasi la maggioranza, per quella fascia di mercato lì, penso che l’augurio di diventare “nuove clienti” se lo faccia proprio la Mattel.

L’idea di creare una bambola che non sia più uno stereotipo irraggiungibile (se non chirurgicamente), ma, viceversa, più vicina alla donna reale, più bassa, più alta oppure più grassa, lancia inequivocabilmente un messaggio di diversità da accettare, dove risulta chiaro che la vera bellezza sta nel sapersi mostrare agli altri nella propria unicità di donne e perché no, anche di uomini*. 

Con buona pace di chi è ancora alla ricerca spasmodica della razza “ariana”!

*(… un Ken o BigGIM con la pancetta o col pelo naturale…ancora non lo hanno tirato fuori, …ma servirebbe per gli stessi motivi…anzi… forse al giorno d’oggi anche più di Barbie)

Sfumature d’Africa a Teatro… così… per non dimenticare!

Giusto un riassunto per non dimenticare…

all’inizio dello scorso anno (2015), l’azienda Halley Informatica ha inviato una e-mail a tutti i suoi dipendenti, cercando volontari pronti a partire per una ventina di giorni alla volta del Camerun. La finalità era quella di constatare i risultati ottenuti da una missione di solidarietà cristiana aiutata dalla stessa azienda, oramai da oltre un ventennio. Io insieme ad altre 3 colleghe di lavoro siamo partiti, con non poche paure verso le insidie che ci venivano dettate da più parti, le malattie tropicali, la malaria e lo spauracchio dell’Ebola. Poi grazie soprattutto a grandi compagni di viaggio che rispondono al nome di Cristiana Consalvi, Daniele Ortolani e Francesca Cuccu, abbiamo preso le opportune indicazioni e la dose di coraggio necessario per affrontare questa esperienza.

In realtà quel viaggio per me e le altre, Monia Pecchia, Monia Bregallini, Santina Barboni si è rivelato una storia fantastica. Faticosa, toccante ma estremamente profonda. Un’occasione unica per vedere senza nessun filtro ideologico quale sia la situazione Vera e Reale di quel pezzo di Africa.

Ecco perché il titolo del racconto fotografico è stato “Africa Vera”.

Volantino "Africa Vera - Africa Nera"
Volantino “Africa Vera – Africa Nera”

Quale luogo migliore di un teatro per rappresentare la missione di un frate, Padre Sergio Ianeselli che in 40 anni ha creato un ponte fra due culture. Non tratta esclusivamente di solidarietà l’opera di questo grande uomo. L’opera di Sergio va a scavare nella cultura profonda di quei popoli, di quelle tante tribù, e, cerca di aprire veri e propri ponti di dialogo.

L’ordine dei “figli dell’Immacolata Concezione” è relativamente giovane, iniziato alla fine del 1800 dallo stesso Luigi Maria Monti con lo scopo di star vicini ai più deboli, agli ammalati e agli orfani in Italia e all’estero.

Nonostante i problemi della congregazione, a cui appartiene Padre Sergio, (sono noti a tutti i recenti scandali dell’ospedale IDI di Roma, gestito da alcuni confratelli), “Mon Perè”, come lo chiamano nella sua Africa, continua ad allargare la sua missione nonostante mille difficoltà. In tutto il Camerun, Padre Sergio è molto conosciuto per essere un grande ed importante personaggio e, anche se il suo ordine non vive, in Italia, una situazione limpida, lui, da buon trentino dalla testa dura, mantiene salda la sua immensa opera di solidarietà, di aiuto agli ammalati e ai più deboli. Ianeselli, per me, è una di quelle poche persone che hanno il coraggio di tradurre ogni azione nel “buon esempio da seguire”!

Sta lasciando il segno in quella terra rossa Sergio Ianeselli e continua a “costruire ponti fra culture”, il vero spirito della dottrina sociale della chiesa, un italiano al posto giusto che insieme all’aiuto di piccole comunità cattoliche e laiche sta facendo il lavoro che conta veramente per quelle popolazioni.

Molti anni fa ha scritto il primo ed unico vocabolario dal linguaggio indigeno parlato in tutto il sud del Camerun, il “Bulu” al francese (lingua ufficiale in Camerun) e quindi all’italiano. Questo vocabolario, presente ancora in moltissime biblioteche universitaria, è un’opera importantissima in quanto fino a quel momento non c’era nessun tipo di documento scritto che permettesse di comprendere quella lingua.

Nonostante i suoi 70 anni suonati, viaggia ancora per tutto il Camerun instancabilmente, non si contano i beni di prima necessità che periodicamente consegna o fa arrivare a chi ne ha bisogno, i pozzi che ha costruito nei villaggi di tutto il sud del Camerun, le scuole costruite in tutto il paese dove tutti possono imparare a leggere e a scrivere, è stato il primo ad interessarsi di portare la cultura anche nei villaggi sperduti dei Pigmei.

La sua opera è diventata parte integrante della cultura di quei popoli, il primo vero grande ponte interculturale fra la popolazione camerunense e quella europea.

Inoltre e non da ultimo, ha costruito ricoveri e centri specialistici per bambini malformati, poliomelitici, lebbrosi, nonostante le difficoltà ovvie in quelle zone, per offrire ospitalità, cure e istruzione ai bambini sordomuti, ciechi o comunque affetti da malformazioni.

Il racconto fotografico “Africa Vera” si è svolto presso il foyer del Teatro Comunale Piermarini di Matelica venerdì 16 ottobre scorso e il ricavato è stato interamente devoluto a Padre Sergio, in Africa. 

Per info e contatti: www.promhandicam.orgwww.agapeonlus.it

ringrazio Cristiana Consalvi per il prezioso aiuto nel redigere questo pezzo.