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Giro di vite e vigneti bruciati

Vivo in un paese che forse non ha mai avuto un rapporto di stretta connessione e di orgoglio tra prodotti e territorio.
Il concetto di filiera forse proprio per eccesso di individualismo è stato sempre un problema astratto. Da qualche anno a questa parte mi domando spesso, quando vado a mangiare in un ristorante, ma anche quando faccio la spesa dal bottegaio o al supermercato, da dove arrivi il cibo che mangio o il vino che bevo. D’altronde chi non si pone mai queste domande, quasi tutto il marketing ci bombarda di km-0 e altre strategie.
Sui vini, locali però ho sempre avuto una discreta fiducia, vivo in mezzo ad un luogo di produzione che è giudicato di “eccellenza nazionale e internazionale” al di là di ogni ragionevole dubbio, fino a poco tempo fa mi fidavo soprattutto di quello che bevevo perché locale ci sono le vigne sai chi lì produce e come.
Ultimamente però sto iniziando ad osservare diverse questioni riguardo alla mentalità con cui si produce e si propone il vino di eccellenza locale, il verdicchio, che mi sollevano altrettante domande. 
Si perché stanno accadendo fatti che, se in un primo momento avevo intenzione di tenere per me, e riporli in quell’account mentale dei “chissà”, oggi penso sia opportuno, viceversa discuterli insieme o magari solo portarli alla luce.
I recinti che delineano la nuova strada passano sopra uno dei primi vigneti della DOC Verdicchio di Matelica
I recinti che delineano la nuova strada passano sopra uno dei primi vigneti della DOC Verdicchio di Matelica
Quindi per chi vorrà leggere, senza preconcetti, per ragionarci sopra, anche smentire motivatamente, oppure, questione più probabile, cercare una soluzione, purché sia realistica.
 
Mi domando in sostanza il motivo per il quale, dopo anni di tutela e salvaguardia dell’uvaggio autoctono “verdicchio di Matelica” perché proprio nel periodo in cui il mondo (o parte di esso) volge gli occhi proprio a Matelica, con premi e recensioni da parte delle testate più “autorevoli” del settore, passa del tutto inosservata l’estirpazione e la “messa al rogo” di una delle prime e principali zone vocate alla produzione di questo vino autoctono, il verdicchio di Matelica? 

Vi racconto i fatti. Ieri sono stato contattato dalla proprietaria di questi terreni la quale essendo contraria da anni all’esproprio di quei pezzi di terreno, la stessa era molto allarmata per via  di interventi di taglio e bruciatura dei tralci di vite da parte di gruppi autorizzati alla realizzazione della nuova strada pedemontana. 
Viti tralciate
Viti tralciate
Premetto che la titolare di suddetti terreni è da diversi anni che si batte contro l’attuale percorso della strada. Al di là di pacifici interessi di parte relativi a eventuali e mancati pagamenti della parte di terreno espropriata, stiamo parlando, vale la pena di ripeterlo e sottolinearlo, di una delle prime zone di produzione del Verdicchio, viti piantate forse, addirittura prima della nascita della DOC, un patrimonio di biodiversità che andrebbe bruciato per dare spazio ad una strada, che intanto inizia ma poi siamo proprio sicuri se terminerà ? 
Se il gruppo di società fa capo alla stessa struttura che sta operando fra Borgo Tufico e Serra San Quirico, che oramai ha più l’aspetto di un’incompiuta piuttosto che di un cantiere aperto, siamo certi che non stiamo regalando pezzi di vocazione territoriale per niente? 
Quello che mi fa nascere diversi interrogativi è come mai tutto passa tranquillamente in sordina, come mai non si è creata nel tempo una catena di solidarietà attorno a questa situazione a dir poco imbarazzante?
Viti estirpate e arse.
Viti estirpate e arse.
Mi domando perché l’Amministrazione Comunale, le associazioni ambientalistiche, l’associazione dei produttori del Verdicchio, Slow food, l’Istituto di Tutela Vini delle Marche non intervengano a scudo, tutela della biodiversità ed interesse dell’azienda agricola proprietaria del terreno? 
 
Perché nel frattempo e viceversa, sembrano essere tutti coesi fra produttori locali rispetto all’iter per togliere addirittura il nome Verdicchio dalla Denominazione di Origine Controllata? Come verrà stilato il nuovo disciplinare di produzione? Quali saranno gli “scienziati” coinvolti a questo iter, gli stessi dei disciplinari flop scritti negli ultimi anni? 

Quando si inizierà a fare una politica vera e più sostanziale verso la tutela, lo sviluppo sostenibile dell’identità di questo territorio, senza blasoni e falsi miti? 
Attendo risposte mentre le viti stanno bruciando. 
Mi dispiace solo pensando a tutto questo, che forse, dovrò smettere di bere… il “Verdicchio di Matelica”. 

Altro articolo sull’argomento su “Itidealia” – link qui –

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Verdicchio 50 anni di …vite! Quali programmi?

Manca meno di un mese al cinquantesimo compleanno della denominazione di origine controllata del Verdicchio di Matelica e c’è solo un manifesto che campeggia sotto la torre civica.

In effetti l’associazione di produttori e gli enti coinvolti, sembra facciano di tutto per tenere nascosto l’evento. Mi chiedo come si possa essere attrattivi con un programma che non è uscito nemmeno su internet, che se hai una struttura ricettiva non puoi nemmeno preparare un pacchetto last minute per un weekend, hanno programmato la comunicazione dell’iniziativa, esiste uno straccio di timeline? Si trova qualcosa giusto sul sito del comune e ogni tanto arriva qualche notizia qua e la sui social, su qualche cena di viticoltori che la organizzano da soli e questo se autentico è lodevole.

Quello che è chiaro però, è che non esiste una strategia, tutto sembra sia frutto del caso, qualche fumosa iniziativa singola di propaganda, o polemica senza capo ne coda di qualche politico locale. Tutto questo francamente è inaccettabile e porta la gente a sentirsi ancor più presa per il culo, perché se il verdicchio è identità, questa va condivisa e non preclusa. Non è possibile sentirsi attorniati da questo senso di chiusura verso un argomento che dovrebbe, viceversa, essere comune a tutti, soprattutto dopo quello che è successo con il terremoto, che per fortuna ha toccato Matelica meno di altri centri.

Potrebbe essere il festival della rinascita ma resta difficile continuarlo a sperare cercando motivazioni di ausilio, sostegno e collaborazione attiva con i paesi più colpiti, (anche perché qui ci abito finché regge casa ecco perché ancora spero) invece, sembra il festival del “noi semo noi e voi nun sete un cazzo!” Lo slogan non esiste, o meglio pare il manifesto di uno che festeggia 50 anni, con gli amici che gli hanno messo il poster in piazza. Il fatto di festeggiare un compleanno di per se non è una notizia. Come fai a trovare spunti per parlarne? Il tempo che passa è un’ovvietà. Sarebbe molto diverso argomentare un traguardo, fatto di collaborazioni, rapporti di amicizia nel segno della qualità, anche con altre realtà, che in Italia aspettano solo l’intelligenza di un inizio dialogo anche istituzionale. Invece le risposte sembrano disinteressate a tal punto che,  con questa spocchia, viene voglia di smettere addirittura di berlo il verdicchio, e allora si che il fallimento sarebbe totale e i soldi pubblici buttati.

Da matelicese sogno che questo possa divenire il festival della vicinanza con tutti quei luoghi ‘minori’ (perché comunque meno conosciuti) che sono rimasti senza niente, ma hanno ancora la solidità del saper fare eccellenze e lo spirito di collaborazione semplice tra persone, nonostante tutto. Mi sarebbe piaciuto vedere i produttori del Verdicchio essere primi sostenitori dei Sibillini colpiti, le loro genti i testimonial della resilienza con i loro prodotti per le vie del paese, qualcuno che ha potuto fra l’altro è già qui in paese. Allora si che diventerebbe, questo un must identitario, allora non servirebbero più i grandi vip, ma sarebbero gli stessi piccoli produttori di ciauscolo (meglio se senza igp), formaggi di sopravissana e altri prodotti colpiti a sentirsi ancora vivi, veri testimoni ed esempi di una rinascita di un intero territorio.

Invece l’impressione è quella della spocchia di chi sa come andare nel mondo senza, in realtà, accorgersi di niente. Snobbano tutto, fanno lo “street food” che ormai è trito e ritrito in tutte le sagre, invece di raccontare storie, creare percorsi dove il visitatore possa sentirsi parte di una storia che al tempo stesso è anche realtà di come si vive oggi tra queste valli.

Gli assaggi di verdicchio per una sera sola, ma che vuol dire? Che c’entra con l’identità territoriale, qual è il target di pubblico a cui è riferito l’evento? …i visitatori dei paraggi?

Sul programma addirittura si prendono a prestito altri eventi per arricchire il cartellone della festa, ma che è la minestra riscaldata? Che senso ha?

Quanto sarebbe più proficua una festa di scambi, inviti reciproci incontri sulla tutela della qualità enogastronomica? Quanta attenzione creerebbe l’idea di stringersi verso le eccellenze “sfollate”, amalgamando storie su come si riesce ancora, nonostante tutto ad essere coltivatori di eccellenze.

La vite che aiuta la vita, una stretta di amicizia con i prodotti dei monti sibillini, abbiamo Giorgio Calabrò a Matelica, uno dei migliori norcini d’italia, i suoi prodotti stanno nelle cucine dei grandi ristoranti, il financial times ha parlato di lui, e qui gli danno il contentino, il banchettino in piazza dove se vuole può fare gli assaggi, ma per favore!

Abbiamo esempi di resilienza identitaria a portata di mano e ci si affanna a chiamare i personaggi dello spettacolo, è la vittoria della plastica rispetto alla realtà semplice e straordinaria del coraggio di questi contadini, pastori, pasticceri e altri artigiani.

La comunicazione fatta al verdicchio in una versione sbiaditissima sulla falsa riga di un prodotto iper commerciale, quando dovrebbe essere il contrario esatto.

Circa 12 anni fa con Carlo Cambi scrivemmo un’idea di rassegna di vini bianchi italiani, un’idea di scambio e confronto fra le alte eccellenze italiane, la possibilità di affidare alla gente a chi il vino lo beve consapevolmente, di decidere quale fosse il miglior bianco d’Italia, il miglior “bianco dell’estate” votandolo fino al mare e, cercando di far partire così una spirale crescente di coinvolgimento con gran finale a Matelica. Niente si è realizzato, per la chiusura degli stessi produttori e altri politicanti ciechi, al grido della volontà di imporre loro stessi contro la paura della concorrenza a 2 euro dei discount, che gli stanno, oggi ome ieri, comunque sotto casa.

Non si riesce ancora a capire che tra produttori di qualità, è la squadra che vince e arriva anche il compratore se esiste una proposta intrisa di emozioni autentiche su questi paesaggi, mentre gli sgambetti, le invidie fra tanti singoli sono inutili, è la squadra vince, meglio se variegata di proposte, evidenziando differenze di valore, ma condividendo gli intenti. Magari è tardi per fare la squadra con i vini bianchi d’italia, ma c’è una montagna di prodotti gastronomici da abbinare e salvare, proprio qua attorno, allora perché non fare percorsi di un paio di giorni almeno (come si diceva con Giorgio l’altro giorno) proprio sui vicoli del paese quasi tutti agibili, affidando ad ognuno di essi un tema, una storia fra verdicchio e salumieri, pastori, apicoltori, pittori, musicisti e teatranti. Vie e racconti verso il futuro di una nuova coscienza identitaria. Questa sarebbe una notizia. Il racconto reale di quello che c’è dietro all’etichetta. Storie semplici su quello che siete e che siamo, apriamo le porte e facciamo aria, condividiamo la nostra identità e risolleviamoci rinnovando le tradizioni. Non svendiamo tutto agli avventori perché abbiamo la possibilità di tornare ad essere comunità, coscienti di quello che abbiamo.

E’ l’unica via per rinfrancare la società. Buon verdicchio a tutti.

matelica - Fonte Internet
matelica – Fonte Internet