Archivi categoria: Gusti in Comune

Un viaggio attraverso i Gusti che sottolineano la diversità dei nostri borghi. Artigiani, che ho incontrato nei miei viaggi, soprattutto persone che ancora riescono a rinfrescare l’unicità territoriale di un’Italia varia e, per fortuna ancora non del tutto avariata!

Il Viaggio di Poli: grappa, sogno e cuore.

A proposito di sogni, qualche giorno fa ne ho visitato uno che si è realizzato, è il sogno di Poli.

Poco prima di Natale sono stato in visita alla distilleria Poli a Schiavon (VI) e di certo le parole che mi sono rimaste impresse sono state quelle di Leonardo che è stato un’ottima guida per le sale della distilleria raccontando la storia di come è nata questa tradizione agricola ed artigianale che oggi è un orgoglio per l’Italia.

Mi ha detto questo Lorenzo alla fine del giro in distilleria. “Sono stato in Sud Africa fino a un paio di anni fa, avevo aperto un locale laggiù, sono ritornato perché mi sono reso conto che c’è tanto da fare qui in Italia e se ci rendessimo conto della straordinaria ricchezza del nostro Paese non avremmo timore di nessuna crisi.”

E’ questa la cosa che mi rimbalza in mente da quando sono uscito da lì ed è per questo che oggi voglio fare un piccolo regalo ad una famiglia di mastri distillatori che sono un esempio di produzione di eccellenza in Italia e di una esatta comunicazione, che avviene attraverso il racconto sincero e semplice di quel che sono.

La mia curiosità per questa azienda deriva da due fattori, il primo è che mi piace la grappa, il secondo, che mi ha dato lo spunto ad andare proprio da Poli è stata la fiction “Di Padre in figlia”, trasmessa lo scorso anno in RAI (link).

Una scena della fiction RAI "Di padre in figlia". Fonte Internet.
Una scena della fiction RAI "Di padre in figlia". Fonte Internet.
Dentro la distilleria Poli, in visita alle caldaie. Qui la foto è mia.
Dentro la distilleria Poli, in visita alle caldaie. Qui la foto è mia.

Mi affascinava, come a molti certamente, l’idea di visitare una location reale di un set televisivo, sperando di raggiungere suggestioni simili a quella della TV. Accade che da Poli la realtà sia più interessante della finzione, infatti nella fiction si racconta di un viaggio in moto, fatto da una ragazza e quel viaggio in moto è stato fatto davvero, ma da uno dei figli di Giovanni Poli, Toni. L’azienda racconta molto di lui; padre di Jacopo ed Andrea, mi hanno colpito le caratteristiche di un uomo del fare, non molto avvezzo agli affari, ma di certo molto indirizzato verso il rispetto dell’identità, un uomo che seguiva i suoi sogni. Scelse di andare controcorrente e fregarsene della moda, degli impianti di distillazione a ciclo continuo e aumentare invece il numero delle caldaiette in distilleria (creando quel set spettacolare usato anche nella fiction) e mantenendo alta la qualità della grappa di famiglia, inseguendo un traguardo effimero che la costanza, la caparbietà di tutta la famiglia ha reso reale e fruibile. Solo una persona piena di un’eccezionale curiosità ed ingegno, a mio avviso, avrebbe potuto lasciare questa eredità. Intraprese un viaggio attraverso l’Europa, in moto per giorni e dopo aver solcato le strade delle principali città europee, si spinse fino a Capo Nord, arrivandoci nel 1951 in sella ad una Moto Guzzi Airone, con quei pochi strumenti di emergenza che c’erano all’epoca riassumibili in poco più di qualche cacciavite e 317 mila Lire. Il viaggio durò più di un anno ed al ritorno, (come succede nella fiction, per chi l’ha vista), il padre Giovanni che di fatto non ebbe più notizie dal momento della partenza, non c’erano i social a quel tempo, decise di organizzare una festa coinvolgendo tutto il paese di Schiavon.

Il cappello di paglia ricorda il primo lavoro di Giobatta, il capostipite di Poli, fondatore della DIstilleria.
Il cappello di paglia ricorda il primo lavoro di Giobatta, il capostipite di Poli, fondatore della DIstilleria.
Moto Guzzi "Airone" usata per il grand Tour di Toni in Europa., nel 1951 e nel 1953.
Moto Guzzi "Airone" usata per il grand Tour di Toni in Europa., nel 1951 e nel 1953.

Visitare Poli insomma non è solo andare a vedere una storia di una famiglia di distillatori, ma anche respirare uno spaccato di vita Italiana, fatto di persone, un distillato del cuore di questo territorio.

In quell’azienda non respiri solo i profumi ottimi di un distillato eccezionale, dove “testa e coda” sono assolutamente scartati per imbottigliare solo il cuore, soprattutto si resta inebriati da spaccati di vita vissuta, storie di operai e collaboratori, feste e perché no, anche sbronze, momenti di vita e di lavoro, ma anche e soprattutto la voglia di esserci per mantenere e rilanciare la propria identità.

Uscendo dalla visita, dopo l’assaggio di tutte le grappe nella sala degustazione (la visita vale, credetemi), ho pensato che Leonardo, riguardo alla straordinaria ricchezza da valorizzare che abbiamo in Italia, ha decisamente ragione da vendere.

 

Ho voluto parlare di Poli, per questo, per la straordinaria semplicità, l’accuratezza comunicativa che c’è in azienda, non ci sono particolari espedienti di fantasia o di scenografia, tutto è messo al posto giusto, con eleganza e senso di utilità.

Poli è una fantastica realtà, fatta di perseveranza, è un sogno condiviso in primo luogo col territorio e poi con chi lo visita. Il più grande valore aggiunto di quel posto, è il senso del viaggio, come ha fatto Toni, partire per ritornare ad essere consapevoli di come rendere migliore la propria terra.

 

 

Maggiori informazioni – poligrappa.com

Una parte dell'immensa collezione delle grappe mignon all'interno del Museo della Grappa Poli a Bassano.
Una parte dell'immensa collezione delle grappe mignon all'interno del Museo della Grappa Poli a Bassano.
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“Soave” come il castello, il paese, il vino.

Soave come il castello. Custodito da Mauro Nicolai che con passione guida anche i viandanti raccontando i momenti storici più particolari e le varie stanze della rocca scaligera.

Mauro Nicolai nel cortile del castello
Mauro Nicolai ed io nel cortile del castello.

La bella sensazione di essere accolto nella concreta semplicità con cui lui descrive momenti storici vissuti in quel castello; la stanza di Dante Alighieri nel suo periodo di soggiorno a Verona, la torre di guardia da dove venivano condannati e gettati banditi oppure gli oppositori, fino alla decisione di Cansignorio della Scala di ampliare la cinta muraria per permettere una fortificazione completa di tutto il paese, poiché le sole mura della rocca principale non bastavano, nei momenti di assalto, ad ospitare tutti gli abitanti che negli anni, intorno a quel mastio difensivo, avevano formato un villaggio abbastanza numeroso. Quel che rimane impresso di questo luogo, oltre al fatto di essere uno dei pochi paesi ancora completi di tutto il perimetro della cinta muraria, è il senso di familiarità e gentilezza spontanea, che ho potuto apprezzare un po’ in tutto il borgo.

Stele Camuzzoni
Stele Camuzzoni

La proprietà oggi è ancora della famiglia Camuzzoni, infatti nel 1892 il senatore del Regno Giulio Camuzzoni decise di rilevarlo per restaurarlo con il preciso intento di lasciare ai posteri una completa sensazione di immersione nel periodo medievale.

Soave come il paese (e quindi i suoi abitanti). E’ apprezzabile la cura messa nel coltivare bellezza; la noti sui balconi delle case del centro, la pulizia per le strade e quel senso di freschezza genuina tipica dell’atmosfera prealpina elevata dal plus della cinta muraria che ne segna i perimetri elevando tutto il paese in un unicum di calma e straordinari scorci fiabeschi. Per questo motivo passeggiare per il centro storico è un piacere che può durare da mezz’ora a tutta una giornata, parecchie sono le enoteche, tutte ovviamente fornitissime di ogni peculiarità locale, un intarsio di piccole botteghe caratteristiche e particolari e, anche diversi ristoranti, alcuni molto interessanti dove quella bellezza si tramuta in gusto.

Stradina fra i filari
Stradina fra i filari

Soave come il vino, (anzi i suoi vini e le sue cantine). Ottimi vini bianchi, la famosa doc che prende il nome appunto dal paese, ma anche ottimi rossi, perché questo territorio incrocia gran parte della vocazione vitivinicola della Valpolicella, quindi l’Amarone che qui viene prodotto risulta, in molti casi, di gran livello. Sono stato a Soave qualche settimana fa, in un giro che ha fatto tappa anche al Vinitaly; in qualche cantina del paese ho potuto vedere bandiere affisse con l’iniziativa “Vinitaly and the city”, scoprendo una pregevole iniziativa portata avanti insieme ai paesi di Valeggio e Bardolino che hanno creato momenti atti a veicolare il pubblico che in quei giorni ha fatto visita in massa a questa colossale manifestazione. Una bella idea per attuare il

Statua e merli.
Statua e merli.

concetto di “Terroir”. Fra l’altro ho scoperto che a breve si terrà proprio la festa medievale del Vino Bianco di Soave (informazioni link pagina fb Proloco)

Soave mi ha dato la bella impressione di essere un luogo dove le sue mura riescono ancora a preservare la propria identità ma le sue porte la condividono col mondo.

Informazioni: Ufficio turismo e Proloco

Numana e il cibo di strada che non è “street-food”

Numana è certamente uno dei più affascinanti paesi marinari del centro Italia. Dal porto, uno dei più caratteristici della Regione Marche, il paese si arrampica selle pendici del monte Conero e ne diventa quasi una “vedetta naturale”. Un luogo che vive di mare e lo scruta lasciandosi cullare dalla sua brezza decisa. Ci sono stato qualche giorno fa, con i primi tepori di inizio primavera, poca gente in giro, ma l’aria gradevole, ti fa percepire il profumo dei fiori appena sbocciati; come fiori nuovi anche le botteghe rianimano il paese dopo l’inverno. Non c’è il pieno di turisti, è per me il periodo migliore per vivere questo paese. Ci incamminiamo verso via Flaminia di fianco al municipio, dopo il bar Morelli.

Fernando Ricci all'opera
Fernando Ricci all’opera

Da qui lo spunto di scrivere per via dell’interessante triade di locali che con sorpresa abbiamo trovato. La pescheria Ricci, dove il mare è protagonista, il pescato fresco del peschereccio dei fratelli di Fernando, che ormai da qualche generazione scruta questa parte di adriatico ma che solo da un paio di anni serve lui in questa pescheria, dove, durante il fine settimana il pesce lo cuoce anche davanti ai tuoi occhi. Sul web è di moda chiamarlo street food, ma in questo caso, secondo me, vuol dire invece ridare spazio alla tradizione di questi posti. Con la sapienza dei pescatori di mestiere, Fernando spina i pesci, poi li frigge e, dentro hanno ancora tutto il sapore del mare.

Più avanti invece, un piccolo negozio di alimentari, con qualche tavolino a seguito, una

Danny Palimieri e suo padre Paolo dietro al bancone
Danny Palimieri e suo padre Paolo dietro al bancone

selezione di prodotti, questa volta di terra, salumi, vini ricercati fra alcune delle etichette più interessanti di tutta la Regione. Danny serve anche ai tavoli, ci sediamo su uno sgabello in un’alzata vicino la vetrina, mi racconta il menù del giorno, una scoperta è stata per me la mozzarella di bufala marchigiana. Un allevamento, dell’entroterra con elementi davvero interessanti dal punto di vista organolettico, complice l’aria e le colline di queste terre, trovarla qui è sintomo di una buona ricerca di qualità nella selezione dei prodotti. La bottega di “Delizie Marchigiane” si è spostata, dopo una ventina d’anni, da Sirolo a Numana la scorsa estate, racconta Daniela la madre di Danny, che mi confida di contarci molto nell’idea di voler dar vetrina ad una terra meravigliosa e ancora, per fortuna, punteggiata di tante piccole realtà piene di sapori genuini e di ottima qualità. Ci alziamo sazi perché di localini ne abbiamo fatti già due, Danny ci indica un altro locale dove fanno la carne che si trova subito dopo la bottega.

Ce lo ripromettiamo per la prossima uscita “fuori porta”. Intanto torniamo verso il centro, dopo una camminata breve, prendiamo un caffè al bar Morelli, mi salta l’occhio alla macchina dei frullatori che ha 4 bracci.

frullatore a 4 braccia
frullatore a 4 braccia

Ripenso inevitabilmente al frullatore a 5 lame che vendeva Ray Kroc quando conobbe i fratelli Mc Donald, in molti avrete visto “The Founder”. Quindi mi viene da chiedere a Chiara, la barista che con l’eleganza nostrana di queste parti, mi racconta della perseveranza della proprietà del bar a non farsi mai ingannare dalla chimera del gelato fatto con le polverine, al contrario invece, di quanto accade nell’idea di “fast food” raccontata anche in quel film.

La macchina per il gelato è ancora li, in bella mostra, un sinonimo di qualità in mostra ai clienti. Mi faccio spazio per un cono, mi consiglia a ragione, di assaggiare il pistacchio. Non me ne pento assolutamente. Tutto racconta della perseveranza di un buon rapporto soprattutto con la qualità del cibo, anche in un gelato. Insomma in quella passeggiata mangereccia e avvenuta in maniera del tutto casuale, rifletto sulla volontà che inevitabilmente si fa tendenza nel ripristino della tradizione. In quella via di Numana, ci sono alcuni piccoli artigiani che credono nella loro terra e nel loro mare, e soprattutto lo fanno con rispetto, per questo vale la pena di raccontarli.

Il bar Morelli e via Flaminia
Il bar Morelli e via Flaminia

Torno a casa con un pensiero fisso in testa: il senso di bellezza è del tutto contrario all’idea di industrializzazione selvaggia soprattutto nel cibo. La via giusta di certo sta proprio nel rispetto di chi lo produce e la sapienza di chi lo prepara. Per questo ho scritto queste due righe. A Numana quel senso di accoglienza genuina e non esasperatamente “turistica”, nelle giornate di inizio primavera, l’ho trovato.

 

Info e link: Bar Gelateria Morelli, Delizie Marchigiane, Ricci pescato & Fritto

Lintulì lapperlà… è da provà!

“Lintulì Lapperlà”, come “tu là, lapperdelì”, sono indicazioni dialettali certamente, ma da oggi campeggiano ondose anche sull’insegna di un localino molto interessante e, soprattutto con un buon rapporto di qualità e prezzo.

Un piccolo locale che ha rispolverato un modo di dare indicazioni in un dialetto a cavallo fra la zona dell’anconetano ed il maceratese. Un gioco di parole ballerino che ne racchiude la volontà di ritrovare prodotti genuini, di prossimità e buona qualità… magari proprio chissà …la per là.

Semplice ed ospitale, un ristorantino dove si può tranquillamente passare la pausa pranzo del lavoro o cenare, sentendosi quasi a casa. La scelta di Eleonora Monteverde, titolare della piccola Osteria e del cuoco Carlo, è la territorialità, ritrovare un rapporto autentico con i produttori, la salsiccia del salumiere a pochi passi da lì, i vini locali non esageratamente assortiti ma ben scelti. E’ piacevole sapere che sia nato questo nuovo locale anche per un motivo semplice ma secondo me essenziale.

Matelica sta vivendo una depressione del centro storico disarmante, sono esagerate le serrande abbassate sul corso principale, quello che era fino a dieci anni fa un punto di riferimento per la “movida”, chiamata in zona “la vasca”, cioè la passeggiata sul corso di tutta la zona circostante, oggi sembra essere un paese addormentato dietro un provincialismo cieco ed un sempre più crescente isolamento sociale.

Maschera simpatica di sole e luna all'ingresso della saletta da pranzo
Maschera simpatica di sole e luna all’ingresso della saletta da pranzo

In questo senso, una nuova attività che riprende vita con l’orgoglio di essere parte attiva nella ricostruzione della società è una scelta di coraggio e quella serranda che viene rialzata ogni mattina infonde un briciolo di speranza a tutti. La voglia di ricominciare nonostante tutto. Esiste ancora forza di volontà per affrontare un viaggio avventuroso attraverso i sapori ed i gusti di questo straordinario territorio. La speranza è che sia un buon viaggio di sapori dove poter ritornare a rifugiarsi ogni tanto… la per là.

Info: Lintulì Lapperlà – corso Vitt. Emanuele, 134 – 62024 Matelica – tel. 348 2687101 – (pagina Facebook)

Il sogno di Barbara

Il sogno di Barbara è il sogno delle sue radici, la sua famiglia. Il sogno di Barbara è non arrendersi nonostante tutto, è la caparbietà di una giovane donna che non vuol mollare. Lei sa che mantenere viva la propria identità significa essere perseveranti nel rispettare da dove veniamo per capire meglio dove andare.

Papà ALberto con uno dei suoi vitelli

Papà ALberto con uno dei suoi vitelli

Sogna lavorando duro Barbara, la sua azienda agricola, colpita duramente dal terremoto ha ferite profonde, spesso rese più evidenti da un sistema di burocrazie inutili che sembrano tutelare solo chi specula. Ma lei è caparbia, vi assicuro che è difficile incontrare persone con la sua forza d’animo, soprattutto donne così attive nella dedizione ad un lavoro duro come quello dei campi. Geologa con la passione per l’agricoltura quella del vero chilometro zero perché i suoi animali sono nutriti quasi esclusivamente di prodotti coltivati nei propri campi limitrofi. Voglio parlare di lei perché gestisce l’azienda agricola di famiglia con tenacia e serietà. Raccontare quanto ho visto qualche giorno fa andandola a trovare a Sellano di Camerino forse può servire ad infondere un po’ più di speranza ad un popolo di genti lasciate troppo spesso in balia del proprio destino. Barbara è una di quelle persone che ha compreso, a mio avviso, la direzione giusta dove andare, rifondando una vera economia reale partendo dall’agricoltura di base; non a caso la sua Azienda Agricola si chiama “La Rinascita”.

Il sogno di Barbara è ricominciare con la chiarezza visibile in quel che si alleva, senza tanti fronzoli o operazioni di marketing che troppo spesso, specialmente in agricoltura, hanno provocato e provocano ancora più danni rispetto ai benefici su larga scala di consumo. Barbara e la sua famiglia ti fanno capire l’autenticità del podere agricolo, la volontà di tirare fuori il meglio dal territorio che hanno, che fu la terra dei nonni, dalle storie che dentro quei cortili si rievocano ancora, nonostante il passar del tempo.

Ironia della sorte. Pergamena della 2' guerra mondiale fatta in onore alla Madonna per aver lasciata illeso il territorio circostante dai copiosi bombardamenti. Pergamena del 1945
Ironia della sorte. Pergamena della 2′ guerra mondiale fatta in onore alla Madonna per aver lasciata illeso il territorio circostante dai copiosi bombardamenti. Anno 1945

Insieme recuperiamo un manoscritto della seconda guerra mondiale con attaccato sopra un pezzo di bomba esplosa in quel periodo buio. Stava dentro una vecchia chiesa. Lei mi dice che i paesani di Sellano ne sono molto affezionati a quel manoscritto, prima del terremoto quella chiesetta nel suo podere era aperta a qualche anziano rimasto nella campagna Camerte. Qui i bombardamenti della guerra, tutto sommato non hanno provocato gli stessi danni del terremoto. Certamente, non lo spopolamento di oggi. Ma il terremoto è una causa naturale, la guerra invece è distruzione pensata dall’uomo.

Agire in armonia vera con le esigenze delle persone come Barbara, vorrebbe dire anche ricollocare la società verso binari più umani e meno utopici, economie reali e non solo di alta finanza, o partitocrazia, forse seguendo l’esempio di gente umile, ma consapevole ed onesta come lei, non avremmo tanti ricordi di guerra alle spalle, ma di certo avremmo maggiori conoscenze e qualche capacità in più di saper vivere in simbiosi con la natura. Allontaneremmo di certo lo stress di fine settimana nei corridoi dei supermarket o dietro le vetrine di negozi inarrivabili.

Barbara, già da prima del terremoto aveva questa passione e, nonostante le pressioni a lasciare la campagna per qualcos’altro di meglio, ha deciso di voler rimanere, investire le proprie capacità in quel lembo di terra, a dimostrazione che questa è la via giusta. La giornata di Barbara è piena dall’alba al tramonto, gli animali da custodire non sono pochi e di fatto a governarli sono lei e il padre Alberto; hanno mucche, vitelli, maiali, cinghiali, pecore, qualche pollo e quando è periodo smielano anche qualche alveare da miele posto in punti migliori per le api qua e là nella fattoria. Un lavoro che delinea i tratti di una passione vera, la cosa bella è che sono sorridenti per davvero quando li vai a trovare. Il lavoro è tanto ma loro non si abbattono mai. La franchezza è il loro miglior biglietto da visita e questa è la notizia migliore da raccontare.

Bellezza ed utopia, decidete voi dove sta l'utopia in questa foto.
Bellezza ed utopia, decidete voi dove sta l’utopia in questa foto.

Intravedi in questa famiglia il sogno di una realtà che può essere speciale se vissuta con la consapevolezza dei suoi ritmi lenti ma reali. Andando a Sellano, (come certamente anche in altre zone del cratere) è possibile vedere quanto possano stridere i sussidi delle istituzioni con le esigenze reali di questa gente, quanta burocratica utopia si vuole per stupidità gettare sopra come un tappo a qualcosa che di suo, crepe a parte, risulta essere ancora di una bellezza straordinaria, perché intriso di autenticità e di storie vissute.

Andando in giro per quelle colline di Camerino, nonostante le crepe e le spallucce dei burocrati avvezzi a discolparsi o a dire che hanno fatto il possibile, senza mai citare per chi o perché fanno le cose, in mezzo a tutta questa burocrazia della stupidità trovi ancora, nonostante tutto, quel rapporto di fiducia con l’agricoltore, per via della consapevole ragionevolezza di chi fa le cose che hanno ancora senso.


Info e Contatti: Società Agricola “La Rinascita” di Bonifazi Barbara e C. – Loc. Sellano, 2 – Tel. 3489703422 – Email: larinascita17@tiscali.it

A Pollenza … chi Vespa mangia… sano !

Pollenza interessante per “chi Vespa…” e non solo.

Un bellissimo centro storico, ricco di momenti autentici, storia preservata nelle piccole botteghe artigianali del restauro dei mobili, una graziosa passeggiata lungo il perimetro delle mura ed un centro storico urbano molto interessante, conservato in maniera ottimale.

A Pollenza respiri viva l’essenza della provincia che si frappone all’autenticità della campagna. Pochi chilometri la divide da Macerata, il centro della marca, poca distanza fra i campanili che oggi, si spera, possano mutare da centri di concorrenza territoriale a presidi di tutela identitaria. Il suo nome antico è stato Montemilone fino al 1862, proprio in onore del condottiero Milone che, come raccontano le cronache dell’epoca l’ha ricostruita dalle macerie intorno all’anno mille. Pollenza oggi vive e sopravvive di una caratteristica e piccola imprenditorialità agricola e artigianale che è forza identitaria da preservare e rilanciare.

uno sguardo anticamente contemporaneo
uno sguardo anticamente contemporaneo

Gradevole la passeggiata organizzata da Luca e igersMarche, qualche giorno fa perché ho potuto scoprire l’essenza di una mentalità umile ma pervasa di cultura storica, agricola e paesana, conoscenze miste alla voglia di fare e conservare autenticità. Quasi devozionale la passione che si può sentire appena solcato l’uscio della bottega di restauro di Nardi, una volontà assidua nel trasferire valore aggiunto agli oggetti di antiquariato da cui deriva la nostra contemporaneità.

Tuttavia il punto focale e che può essere volano d’immagine promozionale per tutto il paese, nasce dalla passione di Marco Romiti nel collezionare oggetti unici della mitica Vespa Piaggio, simbolo d’italianità nel mondo ed ancora oggi emblema di design e di suggestioni spensierate alla ricerca di momenti di fuga dalla città, simbolo e collante fra innovazione e voglia di vivere la natura.

Oltre che per la straordinaria selezione di modelli, alcuni unici al mondo, gli oggetti di design e lo stile italiano dell’epoca che la rendono una collezione davvero invidiabile sotto ogni punto di vista, il museo sembra infonderti la voglia di scoperta, di saltar in sella alla Vespa per scoprire le campagne circostanti, sembra volerti dire “salta su, esci ed ammira la dolcezza delle campagne circostanti”, in questo senso, si spiega da solo il motivo del successo dello slogan creato da Gilberto Filippetti della non lontana Jesi, un claim di “rottura” nel manifesto che ha fatto furore per tutti gli anni 70, “Chi Vespa mangia le mele” successivamente messo a simbolo di anticonformismo da Vasco Rossi in “Bollicine”.

La varietà delle colture agricole che ancora e per fortuna, caratterizzano le zone circostanti di questo piccolo paese, dalla vicina Treia ad Appignano, da San Severino Marche fino alla stessa Macerata, ricalca i passi di un certo anticonformismo rispetto alla tendenza utopica di perseguire l’idea che sia possibile inserire tipicità su larga scala nei supermarket. In maniera atipica e con la caparbietà dei contadini, ma quelli seri di cui ti puoi fidare, queste campagne meritano di essere vissute perché sono scrigno di bellezza e storie ancora e, per fortuna, abbastanza vivaci.

Enzo Angeletti
Enzo Angeletti

Enzo Angeletti è di certo uno fra i produttori interessanti che ho potuto visitare ed assaggiare nel tour campagnolo intorno a Pollenza. La sua selezione di suini che comprende capi di razze autoctone, dove cerca di inserire la controtendenza a ritrovare esemplari di qualità più che di “peso”, nel suo allevamento. Diversi sono i capi di “mora romagnola”, il tipo di mangimi utilizzati inoltre rispecchia una qualità selezionata e non da ingrasso “forzato” che è un altro aspetto in antitesi alla produzione industriale, anche di marchio IGP (come ad esempio il Ciauscolo, dove si da la possibilità di utilizzare addirittura la manioca che è tipica si, ma delle zone equatoriali). Con tutte le difficoltà del caso, le chiusure del mercato a prezzi sempre più bassi, il tipo di allevamento è allo stato semi brado e l’azienda ha una conduzione familiare. I salumi ricordano il sapore autentico dei prodotti di una volta.

 

Dante Duri
Dante Duri

Altro produttore degno di nota è Dante Duri, agricoltore e vignaiolo Settempedano nella DOC di Serrapetrona che per una scelta di tutela identitaria, ha voluto ricavare parte del suo vino da antichi filari (vigne di circa 60 anni) e che persegue l’idea, anticonformista per quella zona, di vinificare vini fermi usando uve di Vernaccia nera rigorosamente selezionate a mano e vinificate in purezza. Il suo lavoro verte principalmente nella diffusione e conoscenza di questo vitigno inconfondibile nel bouquet di aromi e profumi, il livello minimale di solfiti ed il tasso alcolico sui 13° contribuisce alla sua gradevolezza complessiva. Gli aspetti organolettici li lascio agli amanti dei confronti con le spezie. Peculiare è per me la percezione che riesce a trasferire, attraverso i vini, nel mantenere e rinsaldare la continuità con la tradizione agricola.

 

Questi sono solo alcuni dei motivi per cui “…chi Vespa mangia … sano” nelle colline maceratesi, gli altri scopriteli voi.

Info museo della Vespa: – Vivipollenza.it

Info produttori: – Angeletti – fattoriaduri.com

Terra Madre vs Figli di P…

Andare piano, cercare di riflettere è il senso di questo blog che ho iniziato con l’intento di cercare, per quanto possibile, di non trascurare il senso VERO del vivere osservando e comprendendo quello che mi trovo ad avere attorno.

La voglia di tornare a credere nella gente, condividere la sostanza delle identità locali prima della “forma” possibile del marketing. Evitare consulenze inutili e chiacchiere sempre troppo politiche.

Odio gli “sbicchieramenti” dei “fu” grandi vini, detesto gli elogi aggettivati in piatti sintetici, preferisco una porchetta ben fatta alla schizzinosa “mise en place”. Mi piace quando trovo, negli allevatori, contadini ed artigiani, piccoli bottegai e fruttivendoli, quella genuinità che non sa di sorriso finto da “starlette” di boutique, o modella new age. Preferisco l’incandescenza della lampadina impolverata di una casa di campagna, al bianco freddo del neon. Preferisco chi riconosce la “Terra Madre” ai figli di puttana.

Fra la genuinità che c’è in un vaffanculo dato oppure anche ricevuto, e la ruffianeria del “politically correct”, la prima opzione, anche se volgare, la preferisco alla grandissima.

Domenica pensavo di sentirmi come un pesce fuor d’acqua, a Gualdo credevo di avere di fronte il gruppo dei prescelti a commiato della morente cucina di tradizione, i consulenti dell’immagine di una storia passata, maestri del gusto di tradizioni ormai morte dietro al saluto del sindaco, la passerella degli assessori sotto i portici crollati di una politica asettica e inconcludente che mantiene in vita con la flebo al braccio la devota riconoscenza alla partitocrazia degli interessi, di posti di potere, poltrone e scambi di favore.

Invece no, ho visto un gruppo di gente motivata, interessata nel voler rimarcare la propria volontà di esserci, conoscere e sostenere chi oggi ha più bisogno di aiuto in maniera seria, non pretestuosa, una volontà propositiva. Un gruppo di produttori intenzionati ad esserci per voler rinascere consapevoli della necessità di ricevere risposte concrete. Per quanto mi riguarda, ho voluto contribuire per raccontare, semplicemente cose vissute, osservate e che spero di trasmettere per come le ho percepite io.

Spero nella volontà di volere mettere in primo luogo le persone, chi questi luoghi cerca di farli sopravvivere vivendoli, spesso in maniera viscerale come gli allevatori, i casari e i norcini che questi posti li presidiano sempre e comunque. Ho potuto sentire nelle parole di quella gente un’estrema voglia di voler esserci e non farsi prendere in giro da chi gli racconta la favoletta del faremo, vedremo e poi ne discuteremo.

Spero che questo sia motivo vero di rinascita, dopo un anno e tutte le stupidaggini partorite dalle istituzioni, ci sia la volontà di dare un segno di svolta, prendersi la responsabilità di ricucire l’aspetto di una comunità che stringe i denti ogni giorno, prima che sia troppo tardi davvero. Sono contento della bella giornata di aver visto un accenno di speranza in chi la stava perdendo ed un sentimento sincero da chi ho potuto conoscere, ho visto soprattutto persone, che oggi più che mai, hanno bisogno di ritrovare certezze per continuare ad essere se stesse.

Oggi che l’imperativo è correre, il suo opposto, la lentezza riflessiva, dovrebbe trovare lo spazio che merita in maniera semplice ma, allo stesso tempo, dirompente. Allora facciamo le cose che abbiano senso prima di iniziare a correre, qualsiasi sia la direzione, respiriamo e, soprattutto cerchiamone il senso, dentro le piccole cose, magari impariamo dai resilienti bistrattati dalla logica insensata di regole da rifare, ma gli unici rimasti a rispettare sul serio i ritmi lenti della “Terra Madre”; sensazioni che abbiamo il dovere di riuscire a preservare, con il coraggio e la voglia di perseguire azioni concrete, prima che chiacchiere, insieme a chi ci crede ancora nell’essere “uomo in armonia con la natura”. Avere la volontà di un rapporto più stretto con essa, fatto di tempi, stagioni e di quella “saggezza” romantica, semplice e allo stesso tempo sofisticata, riflessa nei sorrisi malinconici ma sinceri di chi, nonostante tutto, ancora spera, vive e sorride in faccia all’ipocrisia di una tecno-burocrazia che ci obbliga a nuovi schiavi da supermarket, omologati in un’utopica visione schizofrenica del vivere (in)civile.

Tutelare la gente che crede nella possibilità di perseguire questi scopi, ci migliora tutti perché ci rende consapevoli di quello che mangiamo. Ieri a Gualdo ho visto la fiammella della speranza, soprattutto negli occhi dei piccoli produttori che hanno vissuto e stanno vivendo la disgrazia infinita del sisma, a tratti avendo tutti contro, o peggio, vicini solo a parole.

Tuttavia quella luce accesa negli occhi fa trasparire una speranza ancora viva, il sorriso franco di chi presidia questi elementi di cultura primaria si fa elemento distintivo di quella gente che sa la differenza che c’è tra l’inutilità del campanilismo e l’estrema necessità di una forte tutela degli aspetti d’identità territoriali, armonia nella cura del paesaggio, sapienza agricola, uno sguardo dentro l’anima.

Un momento opportuno per rialzare la testa e tornare a vivere.

p.s. Quel paesaggio elegante, illuminato dal sole d’autunno che ho visto tornando a casa, poco fuori Gualdo mi ha fatto capire l’estrema necessità che c’è nell’ascoltarlo, condividerne la straordinaria e semplice convivenza non invasiva con tutte quelle persone semplici che nei tempi sono riusciti a capirne l’essenza.

Più giù, più su… Cargiù !

Lì Cargiù sono ancora qua! Con tutto lo “shabby-chic” di cui siamo circondati, che poi spesso sa di finto come gli chef-designer che lo preparano, con tutta la pasta “home-made”, la sfoglia plastica stile “italian ravioli tricolours” e compagnia bella, oggi vi racconto una ricetta che ho rubacchiato dalle mie nonne e poi reinventato a modo mio; una bella sfoglia di pasta fresca tirata con il mattarello, anzi “lu stennerellu de nonna” originale e pesante e… già sentito sulla schiena (e questo è vintage puro), lì Cargiù sono la sintesi non artefatta ma, semmai “fatta ad Arte”; modi, metodi ed insegnamenti delle mie nonne.

Ho preso spunto, ho cercato elementi di tradizione e prodotti qui attorno, ci ho messo un po’ di creatività, cercando di tirare fuori il massimo da ingredienti semplici, e non so voi, ma io qui ci vedo un pasto tanto rock, come la musica di Vasco, perfetta dal vivo perché in estremo equilibrio sobria di quella follia armoniosa, melodie di sapore leggere ma intramontabili come il profumo della domenica mattina. E qua la ricetta la suono io con la tavola e “lu stennerellu”.

Mia nonna diceva sempre che per la pasta occorreva un uovo a testa, il che è abbondante, quindi io vi do le dosi indicative, e voi, se volete rifare la ricetta, regolatevi a piacere, magari senza esagerare perché “lu troppu struppia” e “lu troppu pocu… boh?” comunque ci siamo capiti.

  • Ingredienti per 4 persone …su per giù.
    Per la pasta
    – 4 uova
    – Qualche “iumella” di farina*  (400 gr. dovrebbero bastare ma compratene un kg, che poi la dovete mettere a fontana sulla “spianatora” per l’impasto della sfoglia)
    Per il ripieno
    – 400 gr. di ricotta di pecora se Sopravvissana è top (anche qui vale la regola de “…quarghe iumella e poi te regoli”)
    – “Du’ ciancatelle”, 50gr. c.a, de parmigiano e pecorino grattugiato, se pecorino di sopravvissana… che ve lo dico a fa.
    – Un trito di erbe aromatiche dove ci sia anche maggiorana e, altre due erbette che, anche se legali non ve le dico manco sotto tortura.
    – Un uovo
    – Noce moscata “justu na grattata” (anche la cannella ma “stetece a recchie”)
    – Sale e pepe q.b.
    Per il sugo
    – Burro, ricotta salata, acqua della pasta e un po’ di lardo
    – Sedano, carota, cipolla e aglietto fresco,
    – Buccia di limone

    ripieno, ricotta, uovo, formaggi, erbe
    ripieno

farina* se macinata a pietra o di grano tenero “0” o anche “1” a me piace molto ma le mie nonne avevano la fissa per la “00”

uova e farina
uova e farina

Mettete la farina e le uova come in foto e con l’aiuto di una forchetta iniziate a fare l’impasto, facendo attenzione a non rompere i bordi fatti con la farina altrimenti “impestate” tutta la “taula”.

Quando l’impasto inizia a prendere consistenza iniziate ad impastare con le mani aggiungendo la farina “un po’ alla orda”, e quando la pasta diventa omogenea tagliatela in due o tre parti (in foto l’ho tagliata in due).

Iniziate a stendere la pasta co “lu stennerellu”, cercando di creare una forma circolare alla sfoglia. Per questo potete cercare di avvolgere la pasta sul mattarello e provare “lo schiaffo”, che però se pensate che sia bondage, lasciate perdere e stendete direttamente con la “machinetta”.

A questo punto, mescolate tutti gli ingredienti dell’impasto in maniera omogenea su “na cuccumella” (un piatto cupo) poi prendete un coppapasta o una tazza e fate la sfoglia a rondelle (vd. foto), posate il ripieno al centro, e richiudete con l’aiuto di una forchetta.

massa della pasta
massa della pasta

 

Sennerellu e sfoja
Stennerellu e sfoja

Alla fine i Cargiù o Calcioni devono assomigliare a quelli della foto in basso.

Nel frattempo che porterete ad ebollizione abbondante acqua salata, prendete una padella (se di rame e stagno siete “na figata”), e fate leggermente soffriggere carota, sedano e un po’ di cipolla sul burro e aggiungete ricotta salata e acqua di cottura della pasta, che avrete nel frattempo buttato nell’acqua a bollitura.

Dopo circa 6, 7 minuti scolate la pasta e versatela nel sugo, con la buccia di limone grattugiata, l’aglietto fresco e un po’ di maggiorana, fate saltare la pasta in padella e poi preparate i piatti decorando con la scorza di limone rimasta e le altre erbette.

 

In preparazione
In preparazione

Mezzaluna di pasta, ripiena con ricotta, strepitosa se fresca e di “Pecora Sopravvissana” che io acquisto da questi piccoli produttori qui: ScolasticiPastorello di Cupi

Cargiù o Calcioni pronti da cuocere
pronti da cuocere

Ce ne sono parecchie di varianti e di storie sui Calcioni, non sempre serviti come primo piatto, ad esempio a Treia, la tradizione vuole che siano dal sapore dolce-salato ed esiste un rituale che li vuole richiusi con la chiave di San Patrizio, e se volete andare consiglio Maggio che fanno la sagra. Una versione tradizionale e simile esiste anche a Serra San Quirico.

Qualche link di approfondimento istituzionale a seguire

Calcione di Treia – Li cargiù

Affilando il Gusto …della torta antica

Una torta all’erbetta, ma che tipo di erbetta?

Si chiama cosi nel centro Italia il prezzemolo che si utilizza per molteplici preparazioni anche di torte alla ricotta che di solito sono salate; questa volta invece, il suo utilizzo è per una ricetta molto particolare. Sempre su base di ricotta, la “torta antica” di Affile, che non ha un nome vero e proprio perché frutto di una tradizione orale tramandata da generazioni, benché abbia il prezzemolo come ingrediente mischiato nella ricotta, stupisce al palato proprio per il fatto di essere dolce. Briosa è l’esaltazione data dal prezzemolo. Evidentemente quello che oggi per molti è un abbinamento azzardato in cucina, probabilmente avveniva normalmente nella tradizione enogastronomica arcaica dei nostri nonni o trisavoli, soprattutto nei borghi degli appennini e ce ne sarebbero molti di esempi.

Ad Affile la chiamano la torta antica perché conoscono i procedimenti grazie ad un passaggio del testimone orale avvenuto di padre in figlio e, in questo caso, custodito nel luogo dove ho avuto la possibilità di assaggiarla lo scorso anno, la pasticceria ‘L’angolo del buon gusto’ in un banchetto espositivo per l’evento “Affilando il Gusto”; questo dolce rimane estremamente interessante proprio per l’abbinamento “all’erbetta” reso estremamente delicato anche per il sapiente utilizzo delle fasi di lavorazione.

Forse anche in questo caso ci sarà stata l’influenza monastica dei Benedettini molto radicati in questa zona, non solo per il centro monastico di Subiaco e soprattutto perché, proprio in questo piccolo paesino della provincia di Roma, avvenne il primo miracolo di San Benedetto.

Storia a parte, la cosa interessante di questo dolce semplice è il suo apparente contrasto su qualcosa che noi oggi tendiamo ad inserire nella categoria del salato e che per questo ci risulta addirittura azzardato abbinare ad un dolce. Sbalordisce quanto la tradizione possa addirittura essere stimolo di senso creativo, perché sembra contraddire quello che noi oggi siamo soliti dare per scontato (in questo caso prezzemolo=torta salata) definiamo inconsciamente per ordinario, qualcosa, che in realtà, risulta essere in estremo equilibrio anche verso il suo contrario.

Non credo siano state fatte mai delle ricerche sull’origine storica di questo dolce tradizionale a due passi da Roma, posso dire però che il suo abbinamento con un Cesanese rosso e leggermente frizzante, come il ‘930, ottenuto per una fermentazione particolare delle uve e del mosto, diviene perfetto e reggerebbe molto bene in un Happy hour, o uno spuntino in quei locali attenti alla tradizione, magari un po’ hipster o bohèmien.

Questi ed altri stimoli interessanti li ho trovati ad Affile lo scorso anno, per questo ricordo che sabato 15 Luglio avrà luogo la 3′ edizione del festival dei terroir del Cesanese, “Affilando il Gusto”. Auguro all’instancabile Vice Sindaco Giampiero Frosoni e a tutti gli organizzatori un successo sempre crescente per un evento molto interessante, perché aggrega tutela delle eccellenze, selezione e confronto fra i vari artigiani che vi partecipano contribuendo ad una crescita nel rispetto reciproco dei vari “saperi”.

Peppe Cotto da Loro Piceno a Parigi!

Partirà il 14 Luglio verso le 5 di mattino Giuseppe dell’Orso in arte Peppe Cotto il macellaio artista di Loro Piceno.

In sella alla sua bicicletta da corsa percorrerà in completa solitudine circa 1350 km. Un eclettico, artigiano della carne, cultore del buon vivere, dallo spirito bohémien, un creativo, inventore di un aperitivo, il “PeppeCotto” del tutto particolare ed esclusiva espressione di “Terroir”, una fetta di Ciauscolo a far da bordo calice al Vino Cotto di Loro Piceno.

Ogni volta che si passa per la sua bottega, Peppe ti strabilia con le sue poesie comiche ma con uno sfondo di riflessione malinconica sui tempi di oggi.

Un artista che riesce ad infondere spontaneamente i contenuti del suo lavoro. Peppe racconta se stesso ed il suo lavoro di macellaio, tramandato dal nonno a cui ha dedicato l’Euro Coppa, appunto la coppa di testa con il gioco di parole calcistico, che invece è il suo nome.

Quella piccola bottega diventa miracolosamente grandissima quando parte la musica, si perché da Peppe la prerogativa è il racconto ancor prima che la spesa, e quel posto riversa sensazioni a tutto il territorio dei Sibillini, che, dietro al suo bancone della fantasia, diviene, per ovvi motivi, “TerriTORO”. I tagli di carne appaiono come scenografie di racconti, lo scudo Piceno, una sua invenzione interessante, Peppe Cotto crea il pretesto per parlare di tradizione con le sue poesie, ti racconta come venivano insaccate le salsicce senza conservanti, com’era il pranzo della domenica nelle case Loresi e quanto sia oggettivamente azzeccato l’abbinamento tra salumi e VinoCotto.

Questa volta però, in veste di naturale contrasto con lo stereotipo da macellaio, spiazza tutti e prende il pretesto di partire per dare testimonianza del suo mondo ferito, ma non distrutto. Peppe salirà in bicicletta per raggiungere il capoluogo della Francia a 1350 km c.a da casa sua.

Ha già fatto una poesia su questa sua impresa senza dubbio straordinaria raccontata in questo video.

Farà diverse soste ovviamente, dove ci saranno i suoi amici ad attenderlo, come ad Abbiate Grasso a cui partecipa ogni anno per Abbiate Gusto come porta bandiera degli artigiani della gastronomia marchigiana.

Peppe in questa cosa mi ricorda un po’ Gino Bartali, certo non porterà documenti falsi dentro la canna della bicicletta per far espatriare nessuno, ma questo suo viaggio offrirà l’importante motivazione di infondere tenacia, perché la rinascita delle strutture tradizionali di questi luoghi è ancora possibile, ed è l’unica via da percorrere.

Peppe Cotto è la risposta neorealista italiana alla superbia satirica francese che a volte non ci ha fatto nemmeno tanto ridere.

Porterà fino ai piedi della Bastiglia, il “testimone” solidale di una comunità che ha l’estremo bisogno di rimettersi in piedi, non di essere deportata negli Hotel della costa.

Il viaggio di Peppe in maniera silenziosa e per questo eclatante, amplifica la richiesta di atti di coraggio ad un’Europa pigra per accorgersi che la gente già si è rimboccata le maniche ed è salita “in sella”, nel frattempo che l’elìte si coordini per decidere il da farsi. La corsa di Peppe quindi diviene esemplare e rappresentativo di tutta la popolazione del terremoto, che è salita in sella subito dopo le scosse, nonostante tutto gli avesse remato contro, quella gente rimane li orgogliosa di dialogare consapevolmente con una Natura che ha i suoi tempi e, per questo, va rispettata. Peppe in questo viaggio è la gente che non vuole essere svenduta al miglior offerente, chiede coraggio per rimanere nelle proprie terre per vivere tranquillamente e poter continuare a riaprire ogni giorno quel meraviglioso palcoscenico di innumerevoli differenze che ne compongono la propria straordinaria bellezza.