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La petriola, cantina d’arte

La Petriola è una cantina dell’arte perché c‘è quell’atmosfera bohemien in quell’angolo di piazza Mattei, che rimane la parte più bella ed elegante, per quanto ancora ferita e con tutti i segni intatti di quell’evento catastrofico e naturale di 3 anni fa.

La petriola, cantina d'arte. un opera esposta all'ingresso.
La petriola, cantina d'arte. un opera esposta all'ingresso.

C’è quell’atmosfera calma di accoglienza verso ogni bellezza, che sia essa una forma d’arte, musicale o pittorica, è uno di quei luoghi che stimola il pensiero. Insomma una formula azzeccata quella di Daria e Carla, perché ricca di riferimenti al territorio.

E’ un locale che richiama un po’ la formula del Bistrot francese, ma deriva da una tradizione estremamente locale, quella delle cantine. 

La Petriola, cantina d'arte. Un'opera esposta.
La Petriola, cantina d'arte. Un'opera esposta.

Le cantine come in ogni paese erano piccoli luoghi di “ristoro” antesignani dei bar, dove la gente andava per un bicchiere di vino nelle pause di lavoro o al ritorno dai campi. 

 

Mio nonno e mio zio mi hanno sempre raccontato con molta simpatia la cantina di Marietta, che stava proprio in fondo al vicolo di casa nei pressi di porta Campamante. 

La Petriola, cantina d'arte. Saletta con mostra.
La Petriola, cantina d'arte. Saletta con mostra.

Conosceva tutti i suoi clienti, teneva diversi tipi di vino, qualcuno anche “annacquato” per quelli che erano solito alzare troppo il gomito. Quello delle cantine era lo specchio di una società rurale, più povera ma serena e lavoratrice. Forse lo specchio più reale del paese. Per questi motivo mi piace bere ogni tanto e responsabilmente per quanto possibile, un bicchiere da “La Petriola”. Innanzitutto il nome, che significa “imbuto” in dialetto matelicese, ed è stato ideato, non a caso da un grande artigiano e musicista locale, Roberto Dolce (di cui ho già parlato qui). 

 

La Petriola, cantina d'arte. Riflessi artistici allo specchio
La Petriola, cantina d'arte. Riflessi artistici allo specchio

Inoltre, e questo ne raddoppia il valore di una sosta, ora cioè durante il periodo di vendemmia c’è la contaminazione dell’arte di un pittore locale, Mauro Falcioni, che si sta affermando meritatamente in Italia, con i suoi gatti immaginari che fanno riflettere, e sono un viatico per comprendere la psiche umana ed il nostro essere interiore. Mauro ha sempre disegnato con costanza fin da bambino, ricordo le sue immagini fantasy che rifiniva quasi ogni mattina sull’autobus per andare a scuola. Disegna e dipinge da sempre, tra una battuta e l’altra, sotto quel berretto a coppola crea momenti immaginari fiabeschi che, appunto come le favole, trasferiscono una morale ed aiutano a riflettere.

La Petriola, cantina d'arte. L'artista Mauro Falcioni.
La Petriola, cantina d'arte. L'artista Mauro Falcioni.

Sorriso intelligente, occhi buoni che mirano comportamenti e li immagazzinano in sensazioni trasferiti su tela, Mauro riesce a dare forma così all’immaginario, lo dipinge in un racconto che stimola il pensiero e ci da la possibilità, per un attimo di riconsiderare quel che siamo.

In questo bistrot nostrano, che richiama in se le caratteristiche di genuinità del nostro territorio, si respira soprattutto l’aria fresca di un’identità locale certamente di Provincia ma di sicuro non provinciale.

I vini, quasi tutti di territorio, sono sempre accompagnati da un buffet che ha sempre un costante richiamo alla tradizione, riadattata chiaramente al finger food, ma per quanto possibile con un occhio votato creativamente all’essenza territoriale, senza mai tralasciare le contaminazioni; in questo senso è assolutamente da provare la sangria di Verdicchio.

La Petriola cantina d'arte. Codamozza è ormai la mascotte del locale.
La Petriola cantina d'arte. Codamozza è ormai la mascotte del locale.

Insomma in quell’angolo di Matelica c’è da più di un anno, c’è un piccolo spazio di vita, che per effetto del succo della vite, accomuna un po’ tutti i matelicesi, dall’artista all’impiegato, passando per l’imprenditore ed il medico. Inoltre da lì si può anche vedere la piazza da un punto di vista differente, non solo per prospettiva e spazi, ma anche per un’altra angolatura della mente.

La Petriola, cantina d'arte. La piazza di Matelica.
La Petriola, cantina d'arte. La piazza di Matelica.
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Ancona, quando il sole tramonta ad Est.

C’è una zona di Ancona dove il sole tramonta sul mare dando l’idea che si nasconda ad Est. E’ strano perché notoriamente sull’Adriatico il sole in quel punto ci sorge, almeno sulla costa italiana, perché esposta a Levante.

In realtà si tratta di una sorta di “inganno” geografico, perché ad osservarla bene, quel tratto di costa si arriccia verso nord, proprio dove sorge la città, formando un golfo che ha il suo porto, per questo motivo l’impressione è che, in alcuni luoghi di Ancona, il sole scenda sul mare.

Una bella sensazione, quella del tramonto che si può notare da alcune zone del porto, raggiungibili percorrendo le strade del centro all’imbrunire fino ad attraversare il teatro delle Muse ed il palazzo della Rai.

Ancona, quando il sole tramonta ad Est - San Ciriaco al tramonto
Ancona, quando il sole tramonta ad Est - San Ciriaco al tramonto
Ancona, quando il sole tramonta ad Est - San Ciriaco di giorno
Ancona, quando il sole tramonta ad Est - San Ciriaco di giorno

In quelle ore, quando il sole illumina i palazzi, saluta San Ciriaco il duomo, colorandolo di un arancio acceso, l’aperitivo o la cena da queste parti, danno la vera dimensione marinara di una città timida e sorniona, che non si scopre ma si fa osservare.

Si accendono di luce calda le navi da crociera, insieme ai cantieri di colossi in costruzione dietro l’arco di Traiano, che appena superato, da accesso ad un piccolo percorso sopra le vecchie mura del porto, inusuale, stretto e caratteristico. 

La passeggiata in questi luoghi del capoluogo marchigiano è fatta di un miscuglio di semplicità complesse e momenti che appagano i sensi; l’odore del mare, il frastuono leggero delle onde, i rumori dei ferri che cigolano mossi dal vento e dall’acqua enfatizzano tutto l’ambiente, colorando di emozioni i pensieri. 

In una giornata di sole un giro in questi luoghi è rigenerante, si può arrivare fino alla Mole ma è consigliabile fare il percorso a piedi perché l’area è portuale.

Ancona, quando il sole tramonta ad Est - Arco di Traiano con sullo sfondo il duomo.
Ancona, quando il sole tramonta ad Est - Arco di Traiano con sullo sfondo il duomo.
Ancona, quando il sole tramonta ad Est - Tramonto sui trabocchi
Ancona, quando il sole tramonta ad Est - Tramonto sui trabocchi

Uscendo dal porto e mirando verso nord, si arriva alla zona dei trabocchi verso Palombina e Falconara, una zona anche questa da vivere e soprattutto da scoprire perché ricolma di suggestioni intrinseche che non si notano a primo impatto. Un panorama che rimane nascosto e speciale perché tagliato, costretto e ristretto dalla strada e dalla ferrovia che nascondono queste palafitte scenografiche e vegliarde ancora in piedi, dove si pescava e forse in qualche caso ancora vengono presi i frutti più autentici dell’Adriatico. 

Al tramonto, la zona dei trabocchi è spettacolare, e c’è un locale che sintetizza il panorama, coniugando semplicità e buona materia in cucina. Si chiama “la Vecchia Pesca”, una palafitta sul mare, un ambiente dove il tramonto emana suggestioni semplici e spettacolari, dove è possibile vedere il silenzio del mare rotto solo dal rumore delle onde, sul piccolo molo frangiflutti che si staglia parallelo agli altri trabocchi, infuocati dal rosso del sole che scende.

Ancona, quando il sole tramonta ad Est - trabucco al tramonto
Ancona, quando il sole tramonta ad Est - trabucco al tramonto
Ancona, quando il sole tramonta ad Est - Tramonto sui Trabocchi
Ancona, quando il sole tramonta ad Est - Tramonto sui Trabocchi

Un posto per pensare e per star bene nella semplice e creativa esperienza gastronomica dorica, interpretata bene dal cuoco del locale Stefano. In questa palafitta, circondata da mare, c’è pensiero e senso di libertà, chiaro è il richiamo alla semplicità della tradizione, le raguse (frutti di mare tipici di Ancona) al sugo con il finocchietto, per me sono un must interpretato alla perfezione e rispecchiano i modi di fare lenti e concreti, un piatto che viene preparato nel rispetto del tempo, un fuoco lento acceso fin dalla mattina presto. Semplicità e simpatica accoglienza in un posto invaso della luce del tramonto e dal profumo del mare. Il panorama, la semplice e diretta accoglienza di Nino e di tutto lo staff è esemplificativa della schiettezza di un casa sospesa sul mare, che rispecchia la naturalezza, forse un po’ scomposta, ma sempre autentica, degli anconetani. 

 

 

Insomma già a colpo d’occhio la prima sorpresa è quella di vedere il sole che tramonta ad est, poi la curiosità spinge a trovare un mondo di bellezza, panorami e genuinità che colorano l’animo di bei pensieri, e li coniuga verso il senso di cercare sempre la nota positiva nelle piccole cose.

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Miseria e Nobiltà tra Matelica e Cuba

Questi pensieri sono stati pensati e scritti lo scorso Venerdì sera da me e dal mio amico Sandro Carucci, dopo una bella passeggiata sul corso di Matelica, respirando un po’ Cuba. Buona lettura.

Matelica Encuentro - Piazza E.Mattei
Matelica Encuentro - Piazza E.Mattei
Matelica Encuentro - Piazza Garibaldi
Matelica Encuentro - Piazza Garibaldi
Sampietrini instabili, fontana spenta, transenne e una ricostruzione che va sempre più a rilento. 
Quei tavoli eleganti che sanno di kitch, dietro alle transenne, un gruppo di inghirlettati ad una festa di piazza, fumo negli occhi.
Un banchetto di charme plasticato in una piazza che nel resto dell’anno è deserta, vuota, povera di sentimento, di spirito e di vitalità. 
Un gemellaggio di fumo, fuoco fatuo di una società ormai solo volta all’apparenza. È questa la prima immagine di contrasto che ho notato salendo in quella piazza chiamata col nome di chi oltre 60 fa, fu tra i principali protagonisti del miracolo italiano, la più grande e pragmatica opera di rilancio sociale e di cooperazione internazionale. 
Contrasta, dicevo sotto le impalcature di monumenti perennemente in restauro, questo finto-glamour, pieno di niente ma travestito da tutto. 
Emozioni costruite male, un concerto che inizia a mezzanotte, l’idea di un gemellaggio senza connessione tra culture.
Ma salendo verso il corso, l’aria cambia si fa popolare, gli artigiani locali sono i piccoli scrigni di identità che si mettono in mostra e si mescolano con le musiche e i cibi di Cuba.
Ripenso alla piazza, in cui ritorno indietreggiando di qualche metro. 
Fantastico aggrappandomi alla mia immaginazione, quella di un uomo che ha letto e studiato questa meravigliosa isola chiamata Cuba e che sente di amarla pur col cruccio di non averla mai potuta visitare. 
Faccio viaggiare la mente, fino a pensare: e se tutto fosse stato organizzato nei minimi dettagli a disegnare una cronistoria ben precisa…?! 
Partendo da piazza la Cuba di Batista, dove chi gestiva il potere si ritrovava “spocchiosamante” ad ostentar il proprio benessere, in faccia al popolo, che relegato solo di fuori di certe cerchie, maturava la rivoluzione che non sarebbe tardata a venire…ed eccola! 
Basta fare qualche passo sul corso principale, per allontanare la decadenza classista ed immergersi in quella Cuba che rinasce riscoprendosi allegra, forte della sua ricchezza culturale. 
Pronta a gettarsi e mescolarsi nell’internazionalità che alcuni han da sempre, cercato di negargli. Il tempo scorre all’avanzar dei miei passi; concerti, artisti, vecchi giochi di bambini, sorrisi e, via via, scompaiono anche le esasperazioni di eleganze posticce. 
La passeggiata si fa allegra e coinvolgente, riconosco tra le bancarelle, qualche artigiano e qualche amico. 
Trovo idee interessanti in questo spazio sociale tra Cuba e l’Italia, è lo scambio vero, fatto di semplicità e di costume, ma senza maschere, con i prodotti e i produttori delle due diverse culture a confronto. 
Senza tanti fronzoli, solo genuinità e voglia di condividere le proprie diversità. In questa parte del paese si snoda la fetta più importante dell’evento serale durante l’Encuentro fra l’Havana e Matelica. 
Tra le musiche popolari, vedi identità a confronto, ritrovi il senso di una società che prima sembra immagine e poi si rivela sostanza di argomenti coniugati in prodotti e produttori ben selezionati, insomma la volontà di condividere quel che si è. 
Le due facce di questa passeggiata in un venerdì caldo di inizio luglio mi hanno fatto immergere dentro una storia, che per caso o per volontà, è forse la sintesi della società in cui viviamo; quella dello “status symbol” da una parte, per cui sei per quel che appari, e quella della genuinità e della solidità di chi dimostra di essere quello che è perché porta con sé il suo lavoro, che poi è anche il suo bagaglio culturale, tramandato da generazioni e tradizioni. 
L’importanza di questo evento forse è proprio questa, ci fa capire un po’ come siamo, la sintesi delle classi sociali divise da transenne più mentali che fisiche. 
Da una parte la Miseria e dall’altra la Nobiltà, ma non mi sento di dire dove si trovi esattamente l’una e l’altra, dico solo che ho passato una bella serata con una gran voglia di andare a Cuba.
Matelica - Cuba
Matelica - Cuba
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Osimo Sotterranea, suggestione criptica.

Osimo è una cittadina molto elegante, soprattutto nel suo centro storico dove si dirama una rete fatta di un fascino antico di vicoli ben tenuti, e vie principali aperte e abbastanza popolate. Nel suo cuore identitario si respira ancora una bella atmosfera di paese, dove non è difficile incontrare, tra negozi di brand locali e bar sempre rinnovati, anche qualche villeggiante in visita al borgo ventilato e ricco di monumenti, chiese e mostre d’arte. 

Osimo già a cielo aperto richiama la cultura dell’arte, numerose le mostre a palazzo Campana; in questo periodo ne ho trovata una su Banksy il writer anonimo famoso nel mondo per la sua arte pop contro la globalizzazione (di cui probabilmente è rimasto vittima salvo il suo anonimato), e inoltre, tempo fa un’altra mostra sulla collezione privata di Vittorio Sgarbi. Osimo, in superficie, insegue una dicotomia artistica tra tutela del passato e ricerca nel futuro dell’arte, sempre in evoluzione. 

La cittadina mi è apparsa agli occhi come in un contrasto armonico fra preservare il passato e la propria identità andando avanti verso il futuro.

Se tutto questo appare da fuori in una passeggiata fra i giardini, che consiglio di vedere ed il corso principale, la motivazione credo sia “fondamentale”, cioè legata alle sue “fondamenta”.

Per questo motivo Osimo sotterranea è suggestione criptica. Una rete di grotte, di cui visitabili al pubblico circa il 10%, si intersecano nel sottosuolo della città storica e collegando edifici e monumenti. Una rete di cunicoli interpretati nei secoli in svariati motivi, religiosi, di difesa e nascondiglio dalle guerre e gli attacchi, oppure esoterici, di iniziazione alla massoneria o della “civiltà dei lumi”.

Osimo mantiene scolpiti i suoi simboli tra sacro e profano, nei suoi cunicoli, incisi nella pietra arenaria, in uno schema di orientamento per non rimanere intrappolati nel labirinto buio e freddo delle grotte. 13 gradi costanti, per cui si consiglia una maglia anche in estate, poi il resto va da se e diviene un trasporto indietro nel tempo, da oltre 2000 anni fa, quando fu battezzata dai romani “Auximum” e anche più indietro nell’era archeologica, con il popolo dei Piceni e le prime caverne, probabilmente scavate da popolazioni provenienti dall’attuale zona del Lazio, (infatti anche Orte ed altri paesi hanno zone sotterranee molto simili e, scavate nel tufo). Il racconto delle guide di Osimoturismo gestite da Asso Osimo e soprattutto la competenza di Simona Palombarani è davvero meritevole perché coinvolgente, ed evidenzia, una passione nella ricerca dei simbolismi storici scolpiti nel sotterraneo.

Mi hanno colpito molto anche gli ingressi alle grotte, da quella del Cantinone sotto la chiesa di San Giuseppe da Copertino, la cui entrata è attraverso il mercato coperto delle erbe, e qui si ha il primo contrasto tra il vociare colorato della gente ed il silenzio cupo della grotta. Una sensazione più esoterica, invece, si respira entrando nella grotta di Piazza Dante, passando dalle cantine di Palazzo Fregonara Gallo, dove l’ingresso è quasi nascosto da due cisterne per il vino in cemento, addirittura dei primi del ‘900. Da ultimo, Grotta Riccioni che ha un percorso al suo interno molto interessante soprattutto per la simbologia templare che custodisce, ma in questo caso lo stacco al suo ingresso è dato dalla simpatica porta a serranda del locale d’ingresso che probabilmente ospitava fino a qualche anno fa una bottega artigiana. 

Osimo Sotterranea è una rete di storia fissata sulle fondamenta del paese, ha la capacità rigenerante del silenzio, un luogo senza spazio e senza tempo, un labirinto buio e silenzioso che è utile a raccogliere i sentimenti, fare proprie le suggestioni che si percepiscono visitandola. Forse è proprio per questo motivo, silenzioso e riflessivo, che sono state ultimamente meta d’ispirazione per musicisti d’oltreoceano e scrittori di “romanzi noir”. Insomma le grotte sotterranee di Osimo sono da visitare, perché oltre a scoprire ambienti storici davvero affascinanti, c’è il caso, che possa essere utile anche a ritrovar se stessi.

Info e contatti: Osimoturismo.it – AssoOsimo

Dolce, Suono, Ideale

Dentro il borghetto di Piane, la frazione di Matelica, appena uscito dalla bottega di Moreno e, su suo consiglio, esco e mi reco verso una casa a pochi metri, trovo un piccolo cancello in legno con un’insegna dove c’è scritto GrooveMaster, alcuni vasi e altri piccoli oggetti sobri, ma che comunicano in maniera inconfondibile che dietro quel cancello ci abita un artista.


Suono e poco dopo si affaccia dalla finestra Roberto, che subito con un sorriso davvero spontaneo e sornione, mi dice di entrare perché con piacere vorrebbe raccontarmi la sua storia, che poi scopro essere il suo sogno di sempre e la sua passione.


Lui dal 1995 suona, ripara e sistema bassi elettrici e mi confida che da tantissimo tempo aveva l’idea e la volontà di farli da zero, iniziare dal pezzo di legno grezzo fino a realizzare lo strumento finito, creando una sua linea, che si potesse distinguersi dai soliti cloni che si trovano in commercio.

Ingresso della Casa/Bottega di Roberto Dolce
Ingresso della Casa/Bottega di Roberto Dolce
Curve sinuose dei pezzi in attesa di assemblaggio
Curve sinuose dei pezzi in attesa di assemblaggio

Dentro la sua piccola stanza, tra i disegni e gli strumenti da lavoro, intravedo le forme di alcuni dei pezzi che crea. Gli elementi completi, soprattutto, descrivono la sua mano inconfondibile, quella di un artista che si fa artigiano per cercare di avvicinarsi il può possibile alla sua visione dello strumento perfetto, quasi “ideale”.


In effetti da qualche anno ci riesce benissimo a creare bassi elettrici professionali di altissimo pregio, tanto che la voce di stima come Liutaio si è già sparsa in Italia, anche se, per rispetto e stima degli altri grandi Maestri Liutai italiani, lui ama definirsi più semplicemente “artigiano della musica”.

Un disegno di Basso Elettrico firmato Roberto Dolce.
Un basso da completare dove Roberto ha intarsiato 3 cerchietti a simboleggiare il tricolore italiano e vero Made in Italy

Non conoscevo molto bene Roberto, ma posso dire davvero che la visita del suo laboratorio mi ha stupito sul serio.
I bassi sono composti da diversi tipi di legno che conferiscono linee eleganti e particolari. Tutti sono veri e propri capolavori costruiti completamente a mano, alcuni costruiti sul legno pieno, mentre altri, addirittura con le camere tonali che definiscono al meglio il suono che si vuole ottenere dallo strumento diminuendo, allo stesso tempo, il peso che grava sulle spalle del musicista ed è valore aggiunto e soprattutto un elemento che caratterizza l’alta manualità dell’artista che li produce. Gli strumenti che Roberto costruisce variano dai classici 4 corde a bassi senza tasti fino a “mostri” pluricorda e multiscala fino a 7/9 corde. Ho avuto la possibilità anche di vedere un personale tendicorda in alluminio aeronautico ed ottone che sta ultimando per rendere del tutto unici i modelli del suo brand GrooveMaster.

Tendicorda prototipo progettato e realizzato da Roberto.
Tendicorda prototipo progettato e realizzato da Roberto.
Basso in costruzione con le camere tonali, assemblato con diversi tipi di legno che danno un aspetto ed una eleganza unica allo strumento.
Basso in costruzione con le camere tonali, assemblato con diversi tipi di legno che danno un aspetto ed una eleganza unica allo strumento.

Dalle parole di Roberto si percepisce la passione con cui produce questi strumenti, l’amore incondizionato per la musica è certamente l’elemento primario che rende attraenti i suoi strumenti a musicisti affermati che hanno segnato parti importanti della storia musicale italiana suonata dal vivo degli ultimi 40 anni come il bassista della PFM Patrick Djivas, che da indiscrezioni dell’ultimo momento, sembra suonerà con lo strumento che Roberto ha costruito x lui alla chiusura del tour attuale della PFM

Dentro la casa bottega di Roberto si avverte palese l’animo swing, la sua passione per l’arte della musica profuma l’atmosfera di Rock anche senza il giradischi acceso.

Roberto Dolce e una sua creazione "GrooveMaster"
Roberto Dolce e una sua creazione "GrooveMaster"
Un basso che inizia a prendere forma.
Un basso che inizia a prendere forma.

Roberto seleziona i legni per i suoi bassi in maniera maniacale, utilizza Ebano, Sequoia, mogano,Acero,e per quanto riguarda le parti elettroniche si affida a fidati partner artigiani italiani,sempre x mantenere quanto più possibile lo strumento altamente esclusivo.

Insomma Roberto Dolce per me è stata una grande bella scoperta, orgoglio marchigiano e di “Made in Italy” reale. 

Inoltre posso dire che Piane è uno di quei borghi che non ti aspetti, una bella boccata d’aria, di natura e di arte ai piedi del monte San Vicino.

Modelli completi o in via di completamento
Modelli completi o in via di completamento
Particolare di un basso pronto per essere suonato.
Particolare di un basso pronto per essere suonato.

Maggiori informazioni sul sito internet GrooveMasterlab

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Il Viaggio di Poli: grappa, sogno e cuore.

A proposito di sogni, qualche giorno fa ne ho visitato uno che si è realizzato, è il sogno di Poli.

Poco prima di Natale sono stato in visita alla distilleria Poli a Schiavon (VI) e di certo le parole che mi sono rimaste impresse sono state quelle di Leonardo che è stato un’ottima guida per le sale della distilleria raccontando la storia di come è nata questa tradizione agricola ed artigianale che oggi è un orgoglio per l’Italia.

Mi ha detto questo Lorenzo alla fine del giro in distilleria. “Sono stato in Sud Africa fino a un paio di anni fa, avevo aperto un locale laggiù, sono ritornato perché mi sono reso conto che c’è tanto da fare qui in Italia e se ci rendessimo conto della straordinaria ricchezza del nostro Paese non avremmo timore di nessuna crisi.”

E’ questa la cosa che mi rimbalza in mente da quando sono uscito da lì ed è per questo che oggi voglio fare un piccolo regalo ad una famiglia di mastri distillatori che sono un esempio di produzione di eccellenza in Italia e di una esatta comunicazione, che avviene attraverso il racconto sincero e semplice di quel che sono.

La mia curiosità per questa azienda deriva da due fattori, il primo è che mi piace la grappa, il secondo, che mi ha dato lo spunto ad andare proprio da Poli è stata la fiction “Di Padre in figlia”, trasmessa lo scorso anno in RAI (link).

Una scena della fiction RAI "Di padre in figlia". Fonte Internet.
Una scena della fiction RAI "Di padre in figlia". Fonte Internet.
Dentro la distilleria Poli, in visita alle caldaie. Qui la foto è mia.
Dentro la distilleria Poli, in visita alle caldaie. Qui la foto è mia.

Mi affascinava, come a molti certamente, l’idea di visitare una location reale di un set televisivo, sperando di raggiungere suggestioni simili a quella della TV. Accade che da Poli la realtà sia più interessante della finzione, infatti nella fiction si racconta di un viaggio in moto, fatto da una ragazza e quel viaggio in moto è stato fatto davvero, ma da uno dei figli di Giovanni Poli, Toni. L’azienda racconta molto di lui; padre di Jacopo ed Andrea, mi hanno colpito le caratteristiche di un uomo del fare, non molto avvezzo agli affari, ma di certo molto indirizzato verso il rispetto dell’identità, un uomo che seguiva i suoi sogni. Scelse di andare controcorrente e fregarsene della moda, degli impianti di distillazione a ciclo continuo e aumentare invece il numero delle caldaiette in distilleria (creando quel set spettacolare usato anche nella fiction) e mantenendo alta la qualità della grappa di famiglia, inseguendo un traguardo effimero che la costanza, la caparbietà di tutta la famiglia ha reso reale e fruibile. Solo una persona piena di un’eccezionale curiosità ed ingegno, a mio avviso, avrebbe potuto lasciare questa eredità. Intraprese un viaggio attraverso l’Europa, in moto per giorni e dopo aver solcato le strade delle principali città europee, si spinse fino a Capo Nord, arrivandoci nel 1951 in sella ad una Moto Guzzi Airone, con quei pochi strumenti di emergenza che c’erano all’epoca riassumibili in poco più di qualche cacciavite e 317 mila Lire. Il viaggio durò più di un anno ed al ritorno, (come succede nella fiction, per chi l’ha vista), il padre Giovanni che di fatto non ebbe più notizie dal momento della partenza, non c’erano i social a quel tempo, decise di organizzare una festa coinvolgendo tutto il paese di Schiavon.

Il cappello di paglia ricorda il primo lavoro di Giobatta, il capostipite di Poli, fondatore della DIstilleria.
Il cappello di paglia ricorda il primo lavoro di Giobatta, il capostipite di Poli, fondatore della DIstilleria.
Moto Guzzi "Airone" usata per il grand Tour di Toni in Europa., nel 1951 e nel 1953.
Moto Guzzi "Airone" usata per il grand Tour di Toni in Europa., nel 1951 e nel 1953.

Visitare Poli insomma non è solo andare a vedere una storia di una famiglia di distillatori, ma anche respirare uno spaccato di vita Italiana, fatto di persone, un distillato del cuore di questo territorio.

In quell’azienda non respiri solo i profumi ottimi di un distillato eccezionale, dove “testa e coda” sono assolutamente scartati per imbottigliare solo il cuore, soprattutto si resta inebriati da spaccati di vita vissuta, storie di operai e collaboratori, feste e perché no, anche sbronze, momenti di vita e di lavoro, ma anche e soprattutto la voglia di esserci per mantenere e rilanciare la propria identità.

Uscendo dalla visita, dopo l’assaggio di tutte le grappe nella sala degustazione (la visita vale, credetemi), ho pensato che Leonardo, riguardo alla straordinaria ricchezza da valorizzare che abbiamo in Italia, ha decisamente ragione da vendere.

 

Ho voluto parlare di Poli, per questo, per la straordinaria semplicità, l’accuratezza comunicativa che c’è in azienda, non ci sono particolari espedienti di fantasia o di scenografia, tutto è messo al posto giusto, con eleganza e senso di utilità.

Poli è una fantastica realtà, fatta di perseveranza, è un sogno condiviso in primo luogo col territorio e poi con chi lo visita. Il più grande valore aggiunto di quel posto, è il senso del viaggio, come ha fatto Toni, partire per ritornare ad essere consapevoli di come rendere migliore la propria terra.

 

 

Maggiori informazioni – poligrappa.com

Una parte dell'immensa collezione delle grappe mignon all'interno del Museo della Grappa Poli a Bassano.
Una parte dell'immensa collezione delle grappe mignon all'interno del Museo della Grappa Poli a Bassano.
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Attorno alla Tour Eiffel, non c’è solo la Francia

Attorno alla Tour Eiffel non c’è solo la Francia. Quell’intreccio di ferri, che fu oggetto di enormi polemiche, messo in piedi per l’Expo del 1889, ma già iniziato due anni prima, rimase per oltre un trentennio l’opera più alta al mondo, simbolo della nuova civiltà nel “Vecchio Continente”. Le critiche durissime di poeti e letterati dell’epoca comunque non riuscirono a farla cadere ed oggi, la Tour Eiffel è l’indiscusso simbolo di Parigi per eccellenza. Sono arrivato alla torre passando da Rue New York costeggiandone per un tratto la Senna fino alla fiaccola della Libertà, posta sopra il tunnel de l’Alma. Da quell’incrocio simbolicamente si intersecano 3 realtà collegate e differenti; Francia, Regno Unito e Stati Uniti.

Dal Ponte la Senna, gli alberi e la Torre.
Dal Ponte la Senna, gli alberi e la Torre.

La fiaccola dove sono appoggiati i fiori a vivo ricordo del tragico incidente del 1997, in cui perse la vita una donna acclamata “Principessa del Popolo”, quella Diana di cui anche il suo nome risulta descrittivo dei tratti caratteriali, combattiva nei confronti dello status quo, la fiamma dorata sembra essere stata messa li per lei più che per il ringraziamento da parte degli USA al restauro della Statua della Libertà di New York, che fu ideata da Auguste Bartholdi insieme a Gustave Eiffel creatore dell’omonima torre. Diana sotto quel tunnel, ironia della sorte, spense la sua vita, ma di certo non il suo mito, la sua tenacia combattiva di donna fu più reale che regale; quelle foto sotto la fiaccola mi hanno richiamato alla mente la canzone di Elton Jhon “Candle in the wind”. 

Camminando di fianco alla Senna, sorpassato il Pont de L’Alma, le sfumature grigio-azzurre del fiume lasciano spazio ai colori accesi e caldi dell’autunno, un lungo viale di foglie verdi, gialle e rosse, costeggiato di palazzi interessanti ed esempi di giardini verticali, porta direttamente ai piedi del luogo simbolo di Parigi. 

Il laghetto, i salici ed il piccolo parco attorno alla torre richiamano momenti di calma e silenzio che vengono interrotti solo dal vocio dei tanti turisti che affollano in lunghe file le biglietterie d’ingresso alla torre. 

Scelgo di passare per la biglietteria con meno coda, ma devo per forza fare due livelli di scale a piedi. Oltre ad evitare la fila, vedere Parigi che si abbassa piano piano da dentro l’impalcatura del suo simbolo per eccellenza è una bellissima sensazione. 

Comunque sembra che in cima alla torre, pochi anni dopo la sua costruzione, avessero messo una stamperia che rilasciava qualsiasi tipo di certificato a chi aveva il coraggio di salire fin lassù, però dato che questa cosa si è persa nella leggenda, che non ho bisogno di certificati e, che gli scalini credo siano in totale circa più di 1700, al primo livello della torre mi tuffo dentro l’ascensore e arrivo fino alla punta.

Ci sono due biglietti per la torre, uno col quale si arriva fino a metà e l’altro che invece da l’accesso fino in cima, è inutile dirvi che una volta lì, la differenza di prezzo c’è, ma se vieni dall’Italia che fai, rimani a metà?

 

La Tour Eiffel da sotto nel contro luce di una giornata di sole
La Tour Eiffel da sotto nel contro luce di una giornata di sole
La "tour" sulla fontana di Piazza. Foto gentilmente concessa dalla collezione privata della famiglia Murani Mattozzi
La "tour" sulla fontana di Piazza. Foto gentilmente concessa dalla collezione privata della famiglia Murani Mattozzi

Al top scopro la parte più interessante della mia visita, alcuni video e tavole didascaliche che riportano descrizioni di quanto questa torre fosse stata ispiratrice d’arte e anche di tendenze e nuovi modi di “toccare il cielo”, una raccolta multimediale di vecchie e nuove foto che illustrano le “copie” della stessa torre in giro per il mondo, da Las Vegas, Tokyo, Brasilia, Riga ecc. fino a paesi più piccoli anche d’Italia. Mi ritorna in mente Matelica la città in cui vivo e sono nato, una mostra di foto antiche che facemmo in paese più di 10 anni fa chiamata Matelica d’altri tempi dove scoprimmo insieme ad alcuni amici che intorno a quegli anni ci furono un gruppo di avventori che fecero anche in paese una sorta di torre e la montarono intorno alla fontana del paese. Questa foto è della collezione di una famiglia locale. Con questo ricordo misto a quello di film o altri romanzi ispirati all’ombra della torre, imbraccio la macchina fotografica e inizio da turista a fare foto come se non ci fosse un domani e chissà che non ispiri anche me l’aria dell’autunno parigino.

 

Una passeggiata fino alla Tour Eiffel, in un giorno di sole, credo sia un ottimo consiglio soprattutto in autunno, perché gli occhi si riempiono di colori meravigliosi e si può respirare un pezzo di storia recente. 

Ma anche di sera la torre ha il suo fascino straordinario, passeggiare sotto le sue luci è davvero una bella sensazione. Brasserie, bistrot e locali di ogni genere la punteggiano, d’altronde “Parigi è sempre una buona idea”. In questa zona ho trovato per puro caso un ristorante bistrot che mi ha trattato davvero bene. Ha un ottima anatra e anche gli altri piatti sono interessanti. Buona anche la selezione dei vini e soprattutto il proprietario parla italiano, il che, non lo nascondo, fa sempre un gran piacere. Il posto si trova tra Invaldes e la Tour Eiffel, si chiama Bistrot Chez France. Buon viaggio.

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Il sogno di Barbara

Il sogno di Barbara è il sogno delle sue radici, la sua famiglia. Il sogno di Barbara è non arrendersi nonostante tutto, è la caparbietà di una giovane donna che non vuol mollare. Lei sa che mantenere viva la propria identità significa essere perseveranti nel rispettare da dove veniamo per capire meglio dove andare.

Papà ALberto con uno dei suoi vitelli

Papà ALberto con uno dei suoi vitelli

Sogna lavorando duro Barbara, la sua azienda agricola, colpita duramente dal terremoto ha ferite profonde, spesso rese più evidenti da un sistema di burocrazie inutili che sembrano tutelare solo chi specula. Ma lei è caparbia, vi assicuro che è difficile incontrare persone con la sua forza d’animo, soprattutto donne così attive nella dedizione ad un lavoro duro come quello dei campi. Geologa con la passione per l’agricoltura quella del vero chilometro zero perché i suoi animali sono nutriti quasi esclusivamente di prodotti coltivati nei propri campi limitrofi. Voglio parlare di lei perché gestisce l’azienda agricola di famiglia con tenacia e serietà. Raccontare quanto ho visto qualche giorno fa andandola a trovare a Sellano di Camerino forse può servire ad infondere un po’ più di speranza ad un popolo di genti lasciate troppo spesso in balia del proprio destino. Barbara è una di quelle persone che ha compreso, a mio avviso, la direzione giusta dove andare, rifondando una vera economia reale partendo dall’agricoltura di base; non a caso la sua Azienda Agricola si chiama “La Rinascita”.

Il sogno di Barbara è ricominciare con la chiarezza visibile in quel che si alleva, senza tanti fronzoli o operazioni di marketing che troppo spesso, specialmente in agricoltura, hanno provocato e provocano ancora più danni rispetto ai benefici su larga scala di consumo. Barbara e la sua famiglia ti fanno capire l’autenticità del podere agricolo, la volontà di tirare fuori il meglio dal territorio che hanno, che fu la terra dei nonni, dalle storie che dentro quei cortili si rievocano ancora, nonostante il passar del tempo.

Ironia della sorte. Pergamena della 2' guerra mondiale fatta in onore alla Madonna per aver lasciata illeso il territorio circostante dai copiosi bombardamenti. Pergamena del 1945
Ironia della sorte. Pergamena della 2′ guerra mondiale fatta in onore alla Madonna per aver lasciata illeso il territorio circostante dai copiosi bombardamenti. Anno 1945

Insieme recuperiamo un manoscritto della seconda guerra mondiale con attaccato sopra un pezzo di bomba esplosa in quel periodo buio. Stava dentro una vecchia chiesa. Lei mi dice che i paesani di Sellano ne sono molto affezionati a quel manoscritto, prima del terremoto quella chiesetta nel suo podere era aperta a qualche anziano rimasto nella campagna Camerte. Qui i bombardamenti della guerra, tutto sommato non hanno provocato gli stessi danni del terremoto. Certamente, non lo spopolamento di oggi. Ma il terremoto è una causa naturale, la guerra invece è distruzione pensata dall’uomo.

Agire in armonia vera con le esigenze delle persone come Barbara, vorrebbe dire anche ricollocare la società verso binari più umani e meno utopici, economie reali e non solo di alta finanza, o partitocrazia, forse seguendo l’esempio di gente umile, ma consapevole ed onesta come lei, non avremmo tanti ricordi di guerra alle spalle, ma di certo avremmo maggiori conoscenze e qualche capacità in più di saper vivere in simbiosi con la natura. Allontaneremmo di certo lo stress di fine settimana nei corridoi dei supermarket o dietro le vetrine di negozi inarrivabili.

Barbara, già da prima del terremoto aveva questa passione e, nonostante le pressioni a lasciare la campagna per qualcos’altro di meglio, ha deciso di voler rimanere, investire le proprie capacità in quel lembo di terra, a dimostrazione che questa è la via giusta. La giornata di Barbara è piena dall’alba al tramonto, gli animali da custodire non sono pochi e di fatto a governarli sono lei e il padre Alberto; hanno mucche, vitelli, maiali, cinghiali, pecore, qualche pollo e quando è periodo smielano anche qualche alveare da miele posto in punti migliori per le api qua e là nella fattoria. Un lavoro che delinea i tratti di una passione vera, la cosa bella è che sono sorridenti per davvero quando li vai a trovare. Il lavoro è tanto ma loro non si abbattono mai. La franchezza è il loro miglior biglietto da visita e questa è la notizia migliore da raccontare.

Bellezza ed utopia, decidete voi dove sta l'utopia in questa foto.
Bellezza ed utopia, decidete voi dove sta l’utopia in questa foto.

Intravedi in questa famiglia il sogno di una realtà che può essere speciale se vissuta con la consapevolezza dei suoi ritmi lenti ma reali. Andando a Sellano, (come certamente anche in altre zone del cratere) è possibile vedere quanto possano stridere i sussidi delle istituzioni con le esigenze reali di questa gente, quanta burocratica utopia si vuole per stupidità gettare sopra come un tappo a qualcosa che di suo, crepe a parte, risulta essere ancora di una bellezza straordinaria, perché intriso di autenticità e di storie vissute.

Andando in giro per quelle colline di Camerino, nonostante le crepe e le spallucce dei burocrati avvezzi a discolparsi o a dire che hanno fatto il possibile, senza mai citare per chi o perché fanno le cose, in mezzo a tutta questa burocrazia della stupidità trovi ancora, nonostante tutto, quel rapporto di fiducia con l’agricoltore, per via della consapevole ragionevolezza di chi fa le cose che hanno ancora senso.


Info e Contatti: Società Agricola “La Rinascita” di Bonifazi Barbara e C. – Loc. Sellano, 2 – Tel. 3489703422 – Email: larinascita17@tiscali.it

Terra Madre vs Figli di P…

Andare piano, cercare di riflettere è il senso di questo blog che ho iniziato con l’intento di cercare, per quanto possibile, di non trascurare il senso VERO del vivere osservando e comprendendo quello che mi trovo ad avere attorno.

La voglia di tornare a credere nella gente, condividere la sostanza delle identità locali prima della “forma” possibile del marketing. Evitare consulenze inutili e chiacchiere sempre troppo politiche.

Odio gli “sbicchieramenti” dei “fu” grandi vini, detesto gli elogi aggettivati in piatti sintetici, preferisco una porchetta ben fatta alla schizzinosa “mise en place”. Mi piace quando trovo, negli allevatori, contadini ed artigiani, piccoli bottegai e fruttivendoli, quella genuinità che non sa di sorriso finto da “starlette” di boutique, o modella new age. Preferisco l’incandescenza della lampadina impolverata di una casa di campagna, al bianco freddo del neon. Preferisco chi riconosce la “Terra Madre” ai figli di puttana.

Fra la genuinità che c’è in un vaffanculo dato oppure anche ricevuto, e la ruffianeria del “politically correct”, la prima opzione, anche se volgare, la preferisco alla grandissima.

Domenica pensavo di sentirmi come un pesce fuor d’acqua, a Gualdo credevo di avere di fronte il gruppo dei prescelti a commiato della morente cucina di tradizione, i consulenti dell’immagine di una storia passata, maestri del gusto di tradizioni ormai morte dietro al saluto del sindaco, la passerella degli assessori sotto i portici crollati di una politica asettica e inconcludente che mantiene in vita con la flebo al braccio la devota riconoscenza alla partitocrazia degli interessi, di posti di potere, poltrone e scambi di favore.

Invece no, ho visto un gruppo di gente motivata, interessata nel voler rimarcare la propria volontà di esserci, conoscere e sostenere chi oggi ha più bisogno di aiuto in maniera seria, non pretestuosa, una volontà propositiva. Un gruppo di produttori intenzionati ad esserci per voler rinascere consapevoli della necessità di ricevere risposte concrete. Per quanto mi riguarda, ho voluto contribuire per raccontare, semplicemente cose vissute, osservate e che spero di trasmettere per come le ho percepite io.

Spero nella volontà di volere mettere in primo luogo le persone, chi questi luoghi cerca di farli sopravvivere vivendoli, spesso in maniera viscerale come gli allevatori, i casari e i norcini che questi posti li presidiano sempre e comunque. Ho potuto sentire nelle parole di quella gente un’estrema voglia di voler esserci e non farsi prendere in giro da chi gli racconta la favoletta del faremo, vedremo e poi ne discuteremo.

Spero che questo sia motivo vero di rinascita, dopo un anno e tutte le stupidaggini partorite dalle istituzioni, ci sia la volontà di dare un segno di svolta, prendersi la responsabilità di ricucire l’aspetto di una comunità che stringe i denti ogni giorno, prima che sia troppo tardi davvero. Sono contento della bella giornata di aver visto un accenno di speranza in chi la stava perdendo ed un sentimento sincero da chi ho potuto conoscere, ho visto soprattutto persone, che oggi più che mai, hanno bisogno di ritrovare certezze per continuare ad essere se stesse.

Oggi che l’imperativo è correre, il suo opposto, la lentezza riflessiva, dovrebbe trovare lo spazio che merita in maniera semplice ma, allo stesso tempo, dirompente. Allora facciamo le cose che abbiano senso prima di iniziare a correre, qualsiasi sia la direzione, respiriamo e, soprattutto cerchiamone il senso, dentro le piccole cose, magari impariamo dai resilienti bistrattati dalla logica insensata di regole da rifare, ma gli unici rimasti a rispettare sul serio i ritmi lenti della “Terra Madre”; sensazioni che abbiamo il dovere di riuscire a preservare, con il coraggio e la voglia di perseguire azioni concrete, prima che chiacchiere, insieme a chi ci crede ancora nell’essere “uomo in armonia con la natura”. Avere la volontà di un rapporto più stretto con essa, fatto di tempi, stagioni e di quella “saggezza” romantica, semplice e allo stesso tempo sofisticata, riflessa nei sorrisi malinconici ma sinceri di chi, nonostante tutto, ancora spera, vive e sorride in faccia all’ipocrisia di una tecno-burocrazia che ci obbliga a nuovi schiavi da supermarket, omologati in un’utopica visione schizofrenica del vivere (in)civile.

Tutelare la gente che crede nella possibilità di perseguire questi scopi, ci migliora tutti perché ci rende consapevoli di quello che mangiamo. Ieri a Gualdo ho visto la fiammella della speranza, soprattutto negli occhi dei piccoli produttori che hanno vissuto e stanno vivendo la disgrazia infinita del sisma, a tratti avendo tutti contro, o peggio, vicini solo a parole.

Tuttavia quella luce accesa negli occhi fa trasparire una speranza ancora viva, il sorriso franco di chi presidia questi elementi di cultura primaria si fa elemento distintivo di quella gente che sa la differenza che c’è tra l’inutilità del campanilismo e l’estrema necessità di una forte tutela degli aspetti d’identità territoriali, armonia nella cura del paesaggio, sapienza agricola, uno sguardo dentro l’anima.

Un momento opportuno per rialzare la testa e tornare a vivere.

p.s. Quel paesaggio elegante, illuminato dal sole d’autunno che ho visto tornando a casa, poco fuori Gualdo mi ha fatto capire l’estrema necessità che c’è nell’ascoltarlo, condividerne la straordinaria e semplice convivenza non invasiva con tutte quelle persone semplici che nei tempi sono riusciti a capirne l’essenza.

Frutta e verdura ogni giorno, gli eroi del furgoncino.

Ambra e Stefano due ragazzi, una coppia felice, di quelle che se li dovessi incontrare per strada a farci due chiacchiere, in tempi normali, ti verrebbe da dire, “che belle persone che sono!”.

Ambra col negozio di frutta e verdura in piazza a Visso, una tradizione di famiglia, iniziata nel 1962 dal nonno di Stefano poi tramandata, rinnovata e portata avanti con la semplicità concreta nel saper scegliere e consigliare la genuinità. In questi luoghi non trovi grossi espedienti di marketing ben riuscito, qui un negozio di frutta e verdura è un negozio di “Frutta e Verdura”, anche se poi, la qualità dei prodotti è più alta di una “boutique vegan food” di Milano ed ha costi estremamente più bassi.

Qui la filiera corta si costruisce col ritmo delle stagioni, ovviamente hanno i loro fornitori di fiducia, ma si vede da com’è messa la materia prima, che dietro a quel mestiere c’è la ferma convinzione di dare, “in primis”, un servizio diretto al cliente, che per la maggior parte dei casi è un amico o un conoscente, difficilmente uno sconosciuto. Questa è la vita di un gruppo di paesani che, nonostante i romani o i visitatori saltuari del weekend, è abituata ad essere comunità legata in se stessa, come lo erano le vecchie comunanze agrarie (a tal proposito consiglio un pezzo di Bellesi che linko qui).

La gente di queste parti non ha mai capito il valore aggiunto dell’immagine, e questo non voglio dire che sia un bene o un male, ma di certo è abituata da sempre a vivere di Sostanza Giornaliera. Sono semplicemente quello che appaiono e questa è l’unica base su cui fondare la ripartenza. Se poi ci metti il calore che ti riesce a trasferire il sorriso sincero che hanno, nonostante tutte le amarezze e le difficoltà vissute giornalmente, una lotta continua e dignitosa contro la burocrazia incessante e sempre più incomprensibile, comprendi che quella è vera voglia di restare.
Comunque, nonostante tutto questo, il prezzemolo, la salvia e il sedano, che da queste parti si riassumono tutti insieme come “l’odori”, li mettono in busta a chiunque passi da loro, sorridendo e dicendoti “Se te serve l’odori, aspetta n’attimo che arrivo subito!” In questo piccolo gesto trovi racchiuso un esempio di dolcezza e passione nel fare le cose che non potrà mai essere sostituito dalla confezione incellophanata …a solo un euro e 99 centesimi del supermercato.

Ambra qualche giorno fa nella sua bottega. La qualità dei prodotti è ottima come prima del terremoto.
Ambra qualche giorno fa nella sua bottega. La qualità dei prodotti è ottima come prima del terremoto.

Oggi Ambra e Stefano stanno dentro al furgoncino, sta arrivando l’autunno e loro sono lì, hanno il diritto almeno di vedere premiata la loro forza di volontà con l’essere messi in condizione di avere lo spazio vitale per svolgere il loro lavoro, in maniera dignitosa ed al riparo dal freddo che in queste zone già sta arrivando.

Credo sia un gesto di coscienza civica ridare loro la dignità che meritano per il servizio che danno, al di là delle logiche ottuse su schemi di fantapolitica. La vera essenza della Politica (con la P maiuscola) in quelle zone adesso sono loro a rappresentarla e quelli come loro che ci credono e continuano a rimanere, dando l’esempio di non voler mollare, portano avanti la vita di tutti giorni e lo sanno quanto è difficile oggi il vivere quotidiano da quelle parti. Per questo va fatto il possibile per farli continuare a crederci in quei luoghi.

 

Info: sito internet e pagina facebook (oppure andate a trovarli direttamente nella piazzetta di fronte le poste a Visso)