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9/11 la grande mela, mia nonna e la tv

9/11 nella Grande Mela vista da lontano. Era il 2001, mi ricordo mia nonna tra una faccenda e l’altra con la TV accesa. Mi ricordo come se fosse ieri, di averle chiesto da quando avesse iniziato a preferire i film d’azione sul genere delle americanate alla “Die Hard”, rispetto alle serie TV come Beautiful o similari, che vedeva, diceva lei, “giusto perché fa compagnia”, soprattutto a quell’ora mentre riassettava le cose del pranzo. Infatti le abitudini televisive non le aveva cambiate; la TV stava su RAI UNO e quello non era un film americano, ma l’edizione straordinaria del TG1, un aereo era finito dentro ad uno dei grattacieli più alti del mondo. Poco dopo, il secondo aereo, tutto documentato in diretta, lei mi guarda e mi dice, “s’è ammattitu lu munnu!” (il mondo è diventato matto). Mia nonna, che aveva vissuto la guerra attraverso nonno, prigioniero in Germania, che non so quanta strada avesse fatto, a piedi per tornare a casa, lei una donna del dopoguerra, forte e calma che tanti conoscevano in paese, era per me e per tutti in famiglia, la semplicità rassicurante della “vergara marchigiana”. Il suo sguardo sbigottito verso l’assurdo di due aerei dall’altra parte del mondo, finiti dentro due grattacieli di una città a lei sconosciuta e anche a me come a tanti altri. “Tu zio c’è stato li dentro …” mi disse un po’ sommessa, chissà cosa nascondesse quel suo sguardo? Forse un brivido nascosto, forse l’idea che quell’insicurezza dall’odore amaro della guerra potesse ritornare in qualche modo, in maniera più subdola, terroristica. Di certo posso dire solo che quello sguardo mi è rimasto impresso, è stata la descrizione limpida della saggezza degli anziani, la semplicità di due frasi, la sintesi esatta di tutto quello che poi è stato. “Me pare che è diventati tutti matti!” aveva sottolineato. Nel 2004 e nel 2005 sono tornato nella grande mela, però non ne ho parlato molto (forse solo questo articolo).
La nuova stazione del WTC e la Freedom Tower
La nuova stazione del WTC e la Freedom Tower
Poi ancora sono tornato lo scorso anno, l’undici settembre l’ho passato lì. Ho notato una costante nell’atteggiamento generale dei newyorkesi e alcune differenze. La costante è il ricordo di stragi che hanno segnato un popolo nell’animo, nelle villette del New Jersey campeggiano ogni anno, in questa ricorrenza le candele o i ceri alle finestre in segno di rispetto per chi ha sacrificato la vita involontariamente in quel cambio di paradigma sociale. Al di la di conformismi vari, le differenze che ho potuto verificare stanno nell’idea stessa di un popolo che ha voluto capire di voler andare più piano, forse di imparare a smettere di correre senza motivo, cercando il significato della vita che esiste oltre al mercato. Forse non è stato un caso se da li a pochi anni siano scoppiate le più grandi bolle finanziarie che l’economia moderna possa ricordare. Dal lutto alla crisi del sistema economico mondiale. Il tiro al bersaglio su quelle torri, forse, ha portato a riflettere il popolo americano verso l’idea di ricostruzione della società, in maniera tecnologica certo, vedi l’espansione dei social network da quegli anni li, ma soprattutto in un modo più riflessivo, forse più autentico e paradossalmente, se consideriamo che questa è l’America, meno plasticato. Nonostante l’economia iperliberista da cui è avvolto il Paese, l’idea di cercare un’identità oltre alla bandiera è il cambiamento graduale che ho potuto osservare in queste visite, seppur sporadiche nella Grande Mela. Lo scorso anno ho visitato anche “ground zero”, quel luogo che era di rispetto ed assoluto silenzio nel 2004 – 2005, dopo l’apertura del museo l’ho trovato esageratamente rivolto al “marketing del dolore”. A mio avviso è un’esaltazione estrema alla visibilità di quanto sia accaduto. La giustificazione, che però ho trovato nei confronti di questa mercificazione del dolore, sta in una spiegazione proprio sui cimeli esposti, appartenuti alle vittime che, credo siano stati, in moltissimi casi, pagati come vere opere d’arte ai familiari delle vittime dalle stesse banche o fondazioni che hanno finanziato la “galleria”. Una consolazione in termini di valore economico, seppur di scambio, che ha in se uno schema di ragionamento un po’ distante dai canoni del pensiero “classico” mediterraneo. Tuttavia è vero che New York rimane la città dai mille volti, un luogo pieno di emozioni diverse e distanti. Un posto da vivere con la consapevolezza distaccata che si ha con gli sconosciuti, nonostante quell’aria cinematografica che la rende, allo stesso tempo, estremamente familiare.
La grazia ed il senso di sicurezza della donna delle libertà
La grazia ed il senso di sicurezza della donna delle libertà
Scrivendo queste poche righe mi è salita un po’ di nostalgia, ma non tanto perché non sto a New York oggi, quanto per gli sguardi, i gesti rassicuranti di mia nonna. Lo scorso anno, guardando la statua della Libertà, mi è tornata in mente lei, nonna Adriana, la robustezza di una donna di altri tempi, protezione e traguardo della libertà. Modi di tempi passati, che anche dall’altra parte del mondo, mi hanno fatto ricordare chi sono.
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Je suis … tout le monde!

image religione

In questi giorni siamo subissati di notiziari e supplementi vari che parlano degli attentati di Bruxelles.

I vari Salvini che si fanno vedere nei luoghi degli attentati, i riesumati Gasparri e company che si avvicendano in considerazioni a dir poco grottesche. Un continuo dibattito volto ad amplificare le differenze, volto a non cogliere la radice del problema, ma ad amplificarne esclusivamente l’essenza “malvagia”. Sì malvagia, è l’unico termine che mi viene in mente, perché la situazione tende ad amplificare le divisioni, di razza, di specie, di religione, di coscienza. Si stampano etichette addosso a chi parla, senza ascoltare mai cosa viene detto! Mai come ora l’assenza di contenuti è stata così ampia.

Tutti allineati e coperti al grido di “facciamo volentieri a meno di alcuni spazi di libertà per avere più sicurezza!”

Penso al figlio di un mercante di candele, nato a Boston nel 1706, illuminista, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America, l’unico ad aver partecipato alla stesura dei documenti più importanti per la nascita degli Stati Uniti d’America. Benjamin Franklin.

Chi è pronto a dar via le proprie libertà per comprarsi briciole di temporanea sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza.

Allora quello che non dicono i talk show oggi è, guarda caso, il riferimento a chi finanzia. Io due domande semplici me le pongo, se viviamo in una Unione Europea dove se fai un prodotto tradizionale quasi ti mettono alla gogna (guardate il caso delle DOP e IGP, leggete quali disciplinari vengono approvati e cosa ci sta scritto, specialmente in materia di sicurezza a tutti i livelli), essere artigiani è quasi impossibile perché non riesci a sopravvivere per la mole di tasse ed obblighi a cui si è sottoposti. Perché in nome della sicurezza ci tolgono le tutele?

Mi chiedo, se addirittura la soglia del denaro contante, che si può trasferire per legge, non deve superare i 3 mila euro, ed altre nazioni sono ancora più restrittive della nostra, mi spiegate come fanno a finanziarsi questi terroristi?

Siamo sicuri che sia una guerra di religione, oppure la religione è usata come uno strumento atto a dividerci, tutti?

Come mai questi atti terroristici avvengono sempre a ridosso di qualche crisi economico-bancaria o borsistica? (Rif. Bce mette i tassi a zero poco più di una settimana fa…)

Marx diceva che la religione è l’oppio dei popoli, oggi sarebbe da aggiungere che la società viene dopata dall’immagine di miti laici, religiosi e dalla comunicazione di e per la massa. Siamo spinti al pensiero unico, come se non ci fosse una via d’uscita.

Papa Francesco chiede di costruire ponti, chi è cristiano sa più di me certamente cosa sia la compassione, la comprensione ed il libero arbitrio.

Allora io rifletto, per quello che rimane del libero pensiero e cito un’altra frase di Franklin a proposito dell’opportunità di istituire una banca nazionale in America.

«Vedete, un Governo legittimo può sia spendere che prestare denaro in circolazione, mentre le banche possono soltanto prestare cifre considerevoli attraverso i loro biglietti di banca promissori, per cui questi biglietti non si possono né dare né spendere se non per una piccola frazione di quelli che servirebbero alla gente. Di conseguenza, quando i vostri banchieri in Inghilterra mettono denaro in circolazione, c’è sempre un debito fondamentale da restituire e un’usura da pagare. Il risultato è che c’è sempre troppo poco credito in circolazione per dare ai lavoratori una piena occupazione. Non si hanno affatto troppi lavoratori, ma piuttosto pochi soldi in circolazione, e quelli che circolano portano con sé un peso senza fine di un debito impagabile e usura»

Allora in questi giorni prima di Pasqua, mi piacerebbe tornare ad essere liberi e meno stereotipati, sia che la viviamo in maniera laica o religiosa, l’importante è riflettere e pensare cercando di eliminare per quanto possibile i condizionamenti, partecipando attivamente al processo dello sviluppo del ragionamento, cercando di non rinchiudersi dentro l’ennesimo supermercato. Ripescando una frase celebre di Giorgio Gaber “Libertà è partecipazione!”

Oggi è Obama!

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Obama trionfa: è il 44′ Presidente. Notte storica per gli Stati Uniti. Il mondo Barack: “E’ arrivata l’ora del cambiamento”

Mc Cain fa un discorso veramente interessante. Riconoscere la sconfitta in maniera dignitosa.

Io mi sono chiesto, quando qui in Italia possa succedere una cosa simile. Noi elettori italiani si è tutti in attesa di esempi di lealtà politica espressi pubblicamente come ha fatto Mc Cain nel rispetto della migliore tradizione americana.

Oggi una mia amica festeggia ad Urbisaglia, un paese qui vicino. Stranamente sembrano risvegliarsi tutti i sognatori. Una bella sensazione. Sarà perchè è un Presidente nero, perchè dice quello che la gente vuol sentirsi dire cioè “POSSIAMO CAMBIARE”.

Oggi sognamo, domani però dovremo iniziare a renderci conto di essere noi tutti i protagonisti di un cambiamento “positivo” e verso un mondo migliore. Cambiare è anche un rischio. Ma se nel mondo si riuscisse a infondere più forza d’animo, passione e coraggio, cambieremo tutti in meglio. Persone come Obama sono simboli e, se percepiti nel verso giusto, possono essere, credo, uno stimolo per tutti.