Archivi categoria: Artigiani Coraggiosi

piccolo viaggio tra arte e zafferano.

Queste ultime giornate calde di autunno me le sto godendo davvero.

Con il sole in faccia, percorro qualche chilometro da casa, e arrivo a Braccano, dove il sole illumina con tagli netti i murales dipinti sulle facciate delle case del borgo. 

Queste opere d’arte ogni anno sono sempre più numerose e sempre più colorate. 

Soprattutto percepisco l’aria di paese, quel senso dello stare insieme che è proprio della campagna, il volere genuino di essere comunità di persone. 

Penso a quante cose vicine ci sfuggono troppo spesso di mente, quanta meraviglia semplice si dischiude in un borgo colorato a pochi passi da dove abito. 

Sono belli anche gli itinerari da solcare continuando per la montagna dove è splendida, in questo periodo, la vista del panorama autunnale della faggeta di Canfaito, di cui ho parlato qui. Ma oggi il giro che farò sarà un altro e parte proprio da Braccano.

Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Il lupo ritratto in prospettiva nell'angolo di una casa.
Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Il lupo ritratto in prospettiva nell'angolo di una casa.

Questa idea artistica di dare spazio all’arte urbana, ha permesso una nuova vita alla frazione, evitandole lo spopolamento rivestendola di colori e contenuti, accendendo anche un piccolo trend che l’ha fatta diventare una piccola meta turistica ambientale. 

Guardando ed osservando le opere, penso ad una donna, Anna Maria Tempestini, che con la sua caparbietà e la sua tenacia decisionista ruvida ma gentile, è stata perno nel far fiorire questa bellezza.

Un murales nel borghetto di Braccano realizzato del 2016
Un murales nel borghetto di Braccano realizzato del 2016

Passato il borgo colorato d’arte contemporanea, arrivo ad una strada stretta che va leggermente in salita, il sole filtra tra i rami che iniziano a spogliarsi delle foglie gialle d’autunno; raggiungo una piccola collinetta, completamente assolata, dove c’è la coltivazione dei fiori di Crocus Sativus. 

Noto subito una cosa molto affascinante, per quanto involontaria; l’esposizione della collinetta è verso il paesino, e sembra quasi che i fiori violetti che stanno sbocciando stiano lì ad osservarlo.

Quegli stessi fiori con gli stimmi aromatici rosso fuoco che Riccardo raccoglie, e che ora sono posti ad asciugare lentamente perché il loro profumo e il loro sapore, possa mantenere tutte le migliori qualità dello Zafferano di Matelica “Metelis”.  

Piccolo viaggio tra arte e zafferano: un ape che mi guarda mentre fa il suo lavoro.
Piccolo viaggio tra arte e zafferano: un ape che mi guarda mentre fa il suo lavoro.

Riccardo e Matteo sono due fratelli con una passione comune, quella per l’agricoltura di qualità. Il loro campo di zafferano si trova poco sopra la caratteristica frazione “dipinta” di Matelica. La fioritura dello zafferano già è di per se una bella esperienza, dura pochissimi giorni ma ha bisogno di un lavoro di metodologia accurata soprattutto del rispetto dei tempi di messa a dimora, e di raccolta. 

Infatti è importante rendere il terreno di coltivazione sempre morbido ed avere una buona qualità della terra e, anche l’esposizione è importante che riesca a catturare una giusta quantità di raggi solari. 

Questi luoghi riparati dalle montagne hanno tutte le caratteristiche per dare un prodotto di ottima qualità.

Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Una fila di fiori pronti per essere raccolti.
Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Una fila di fiori pronti per essere raccolti.

Tuttavia per la verifica di questi aspetti legati al clima, al terreno, e alla possibilità che questo luogo sia adatto ad una tale coltura, i fratelli Gentilucci hanno fatto un lavoro di ricerca attraverso le carte storiche degli archivi notarili di Camerino, sezione di Matelica, ritrovando descrizione di una compravendita di Zafferano proveniente proprio dal territorio di Braccano risalente al 1400. Buona anche la selezione dei prodotti a base di zafferano , come la birra artigianale. Merita una menzione anche il sito internet sia per la costruzione che per la buona sezione delle ricette.

Piccolo viaggio tra arte e zafferano. L'atto di compravendita della seconda metà del 1400
Piccolo viaggio tra arte e zafferano. L'atto di compravendita della seconda metà del 1400

Vista l’autorevolezza del documento, non fu difficile trovare un terreno appropriato per una futura coltivazione, e tra il 2015 e il 2016 hanno iniziato l’avventura proprio in una collina a sud est della caratteristica frazione matelicese.

Nelle mattine di fine ottobre in quel piccolo appezzamento di terreno oggi ripristinato a coltivazione di Zafferano come ai tempi di Cristoforo Colombo, si respira un aria profumata di giallo, dagli ultimi raggi caldi del sole di autunno e dal sentore aromatico degli stimmi dei fiori di zafferano pronti per essere raccolti e messi a seccare.

Un gran lavoro di tempo, pazienza ed accuratezza, un modo per ripristinare identità locale, favorendo in questo caso, un’ulteriore proposta locale come accadeva oltre 500 anni fa, a dimostrazione di una diversificata e non univoca varietà di colture agricole.  

Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Il campo di zafferano in fioritura che guarda al paesino di Braccano.

Colori accesi mescolati di arte e natura, profumi decisi d’autunno conditi con il tocco nobile del profumo di Zafferano. Una mezza giornata di relax fra eleganti armonie di paesaggi e di bellezza.

Piccolo viaggio tra arte e Zafferano. Un Murales che rappresenta la preghiera e la speranza.
Piccolo viaggio tra arte e Zafferano. Un Murales che rappresenta la preghiera e la speranza.

Informazioni.

Braccano – sito internet del borghetto –

Metelis – Sito internet dell’azienda agricola – 

Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Riccardo con il suo raccolto
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La petriola, cantina d’arte

La Petriola è una cantina dell’arte perché c‘è quell’atmosfera bohemien in quell’angolo di piazza Mattei, che rimane la parte più bella ed elegante, per quanto ancora ferita e con tutti i segni intatti di quell’evento catastrofico e naturale di 3 anni fa.

La petriola, cantina d'arte. un opera esposta all'ingresso.
La petriola, cantina d'arte. un opera esposta all'ingresso.

C’è quell’atmosfera calma di accoglienza verso ogni bellezza, che sia essa una forma d’arte, musicale o pittorica, è uno di quei luoghi che stimola il pensiero. Insomma una formula azzeccata quella di Daria e Carla, perché ricca di riferimenti al territorio.

E’ un locale che richiama un po’ la formula del Bistrot francese, ma deriva da una tradizione estremamente locale, quella delle cantine. 

La Petriola, cantina d'arte. Un'opera esposta.
La Petriola, cantina d'arte. Un'opera esposta.

Le cantine come in ogni paese erano piccoli luoghi di “ristoro” antesignani dei bar, dove la gente andava per un bicchiere di vino nelle pause di lavoro o al ritorno dai campi. 

 

Mio nonno e mio zio mi hanno sempre raccontato con molta simpatia la cantina di Marietta, che stava proprio in fondo al vicolo di casa nei pressi di porta Campamante. 

La Petriola, cantina d'arte. Saletta con mostra.
La Petriola, cantina d'arte. Saletta con mostra.

Conosceva tutti i suoi clienti, teneva diversi tipi di vino, qualcuno anche “annacquato” per quelli che erano solito alzare troppo il gomito. Quello delle cantine era lo specchio di una società rurale, più povera ma serena e lavoratrice. Forse lo specchio più reale del paese. Per questi motivo mi piace bere ogni tanto e responsabilmente per quanto possibile, un bicchiere da “La Petriola”. Innanzitutto il nome, che significa “imbuto” in dialetto matelicese, ed è stato ideato, non a caso da un grande artigiano e musicista locale, Roberto Dolce (di cui ho già parlato qui). 

 

La Petriola, cantina d'arte. Riflessi artistici allo specchio
La Petriola, cantina d'arte. Riflessi artistici allo specchio

Inoltre, e questo ne raddoppia il valore di una sosta, ora cioè durante il periodo di vendemmia c’è la contaminazione dell’arte di un pittore locale, Mauro Falcioni, che si sta affermando meritatamente in Italia, con i suoi gatti immaginari che fanno riflettere, e sono un viatico per comprendere la psiche umana ed il nostro essere interiore. Mauro ha sempre disegnato con costanza fin da bambino, ricordo le sue immagini fantasy che rifiniva quasi ogni mattina sull’autobus per andare a scuola. Disegna e dipinge da sempre, tra una battuta e l’altra, sotto quel berretto a coppola crea momenti immaginari fiabeschi che, appunto come le favole, trasferiscono una morale ed aiutano a riflettere.

La Petriola, cantina d'arte. L'artista Mauro Falcioni.
La Petriola, cantina d'arte. L'artista Mauro Falcioni.

Sorriso intelligente, occhi buoni che mirano comportamenti e li immagazzinano in sensazioni trasferiti su tela, Mauro riesce a dare forma così all’immaginario, lo dipinge in un racconto che stimola il pensiero e ci da la possibilità, per un attimo di riconsiderare quel che siamo.

In questo bistrot nostrano, che richiama in se le caratteristiche di genuinità del nostro territorio, si respira soprattutto l’aria fresca di un’identità locale certamente di Provincia ma di sicuro non provinciale.

I vini, quasi tutti di territorio, sono sempre accompagnati da un buffet che ha sempre un costante richiamo alla tradizione, riadattata chiaramente al finger food, ma per quanto possibile con un occhio votato creativamente all’essenza territoriale, senza mai tralasciare le contaminazioni; in questo senso è assolutamente da provare la sangria di Verdicchio.

La Petriola cantina d'arte. Codamozza è ormai la mascotte del locale.
La Petriola cantina d'arte. Codamozza è ormai la mascotte del locale.

Insomma in quell’angolo di Matelica c’è da più di un anno, c’è un piccolo spazio di vita, che per effetto del succo della vite, accomuna un po’ tutti i matelicesi, dall’artista all’impiegato, passando per l’imprenditore ed il medico. Inoltre da lì si può anche vedere la piazza da un punto di vista differente, non solo per prospettiva e spazi, ma anche per un’altra angolatura della mente.

La Petriola, cantina d'arte. La piazza di Matelica.
La Petriola, cantina d'arte. La piazza di Matelica.
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Bianco Colonnata

Se dovessi assegnare un colore a Colonnata, sceglierei di sicuro il bianco, perché questo colore richiama alla mente due dei segni caratteristici di questa frazione di Carrara: il marmo ed il lardo.

Due prodotti naturali che proprio qui, in questo grazioso paesino incastonato sulle Alpi Apuane trovano una congiunzione veramente straordinaria.

Colonnata è molto graziosa e conta oltre 20 larderie. Mi sono fermato a mangiare nel ristorante Venanzio, dal nome del vecchio titolare che per oltre 40 anni è stato anche artigiano del lardo di conca. Il ristorante si trova nella piazzetta centrale del paese, ho trovato una proposta di menù molto caratteristica, con forti richiami al territorio, e qualche spunto d creatività che non guasta mai, la gentilezza e competenza dell’attuale titolare Roberto e soprattutto una pulizia evidente in tutto il locale e nello specifico nella cucina curata da Alessio l’altro titolare e cuoco, ed Anna la moglie di Roberto.

Piccola conca con il lardo del ristorante Venanzio. Stagionatura di 18 mesi, fantastico.
Piccola conca con il lardo del ristorante Venanzio. Stagionatura di 18 mesi, fantastico.
La torre del paesino di Colonnata.
La torre del paesino di Colonnata.

Quel piccolo borgo l’ho visitato in un giorno di marzo, raggiungerlo non è stato molto facile anche se è stato affascinante arrivarci passando per gli antichi cunicoli, aperti dentro la montagna dai minatori con la pala ed il piccone molti anni fa.

Purtroppo, quella via di accesso è obbligata, anche se certamente molto ammaliante nella sua scenografia disegnata dalla storia, gli abitanti e i piccoli artigiani caratteristici di quella zona ne soffrono perché la strada principale è chiusa da diverso tempo per alcuni cedimenti strutturali, e questo è di certo un motivo di sofferenza.

Lardo di Colonnata.
Un primo piatto interessante soprattutto per la pasta fresca con una farina integrale molto interessante, pomodorini, erbe e lardo
Un primo piatto interessante soprattutto per la pasta fresca con una farina integrale molto interessante, pomodorini, erbe e lardo

Tuttavia dentro al paese ho visto che in alcune botteghe c’erano operai e muratori a lavoro per restauri e manutenzioni varie, segno evidente che c’è voglia di ripartire e di esserci anche per questa ennesima stagione oramai alle porte.

Un piccolo popolo coeso nel preservare e custodire il loro “must identitario”, di certo un simbolo di diversità, quel lardo bianco come il marmo estratto da quelle montagne, che lo fa maturare, lo protegge per almeno sei mesi a quasi due anni, arricchendolo dei sapori e dei profumi peculiari di quei territori, una produzione che è simbolo di alta manualità artigianale.

Colonnata. Lo sfondo delle Alpi Apuane
Colonnata. Lo sfondo delle Alpi Apuane
Il tour del marmo, una scenografia particolare.
Il tour del marmo, una scenografia particolare.

Sullo sfondo le Alpi Apuane, da dove si ricavano i marmi più pregiati del mondo, quelli di Carrara, fra le tante cave, una antichissima datata nei primi Secoli dopo Cristo.

Questo marmo antico prende nome di marmo di Luni o Lunense perché così fu nominata dall’Impero Romano quando ne divenne colonia. Da qui provengono i marmi del Colosseo, di San Pietro e altri edifici storici importanti, oltre alle opere più eccelse di scultori ed artisti straordinari come Michelangelo Buonarroti.

Purtroppo oggi l’estrazione del marmo sta avvenendo in una maniera eccessivamente veloce tanto che sono evidenti i mutamenti che stanno trasformando addirittura i profili delle montagne, rendendo in qualche caso le cime frastagliate da squadrature geometriche e pertanto anomale, date dai tagli dei marmi, alterando in modo irreversibile l’intera forma di questi paesaggi unici.

Insomma, ho avuto l’opportunità di visitare un posto unico che vale davvero il viaggio, dove mi piacerebbe tornare per il tour dentro le cave che non ho ancora potuto fare.

Da parte mia sono sempre più convinto che questa parte d’Italia, così piena di riferimenti storico/artistici abbia bisogno di una maggiore tutela e soprattutto del rispetto per la storia che ha prodotto nei secoli.

Scorcio del paese fra i suoi vicoli.
Scorcio del paese fra i suoi vicoli.
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Il sogno di Barbara

Il sogno di Barbara è il sogno delle sue radici, la sua famiglia. Il sogno di Barbara è non arrendersi nonostante tutto, è la caparbietà di una giovane donna che non vuol mollare. Lei sa che mantenere viva la propria identità significa essere perseveranti nel rispettare da dove veniamo per capire meglio dove andare.

Papà ALberto con uno dei suoi vitelli

Papà ALberto con uno dei suoi vitelli

Sogna lavorando duro Barbara, la sua azienda agricola, colpita duramente dal terremoto ha ferite profonde, spesso rese più evidenti da un sistema di burocrazie inutili che sembrano tutelare solo chi specula. Ma lei è caparbia, vi assicuro che è difficile incontrare persone con la sua forza d’animo, soprattutto donne così attive nella dedizione ad un lavoro duro come quello dei campi. Geologa con la passione per l’agricoltura quella del vero chilometro zero perché i suoi animali sono nutriti quasi esclusivamente di prodotti coltivati nei propri campi limitrofi. Voglio parlare di lei perché gestisce l’azienda agricola di famiglia con tenacia e serietà. Raccontare quanto ho visto qualche giorno fa andandola a trovare a Sellano di Camerino forse può servire ad infondere un po’ più di speranza ad un popolo di genti lasciate troppo spesso in balia del proprio destino. Barbara è una di quelle persone che ha compreso, a mio avviso, la direzione giusta dove andare, rifondando una vera economia reale partendo dall’agricoltura di base; non a caso la sua Azienda Agricola si chiama “La Rinascita”.

Il sogno di Barbara è ricominciare con la chiarezza visibile in quel che si alleva, senza tanti fronzoli o operazioni di marketing che troppo spesso, specialmente in agricoltura, hanno provocato e provocano ancora più danni rispetto ai benefici su larga scala di consumo. Barbara e la sua famiglia ti fanno capire l’autenticità del podere agricolo, la volontà di tirare fuori il meglio dal territorio che hanno, che fu la terra dei nonni, dalle storie che dentro quei cortili si rievocano ancora, nonostante il passar del tempo.

Ironia della sorte. Pergamena della 2' guerra mondiale fatta in onore alla Madonna per aver lasciata illeso il territorio circostante dai copiosi bombardamenti. Pergamena del 1945
Ironia della sorte. Pergamena della 2′ guerra mondiale fatta in onore alla Madonna per aver lasciata illeso il territorio circostante dai copiosi bombardamenti. Anno 1945

Insieme recuperiamo un manoscritto della seconda guerra mondiale con attaccato sopra un pezzo di bomba esplosa in quel periodo buio. Stava dentro una vecchia chiesa. Lei mi dice che i paesani di Sellano ne sono molto affezionati a quel manoscritto, prima del terremoto quella chiesetta nel suo podere era aperta a qualche anziano rimasto nella campagna Camerte. Qui i bombardamenti della guerra, tutto sommato non hanno provocato gli stessi danni del terremoto. Certamente, non lo spopolamento di oggi. Ma il terremoto è una causa naturale, la guerra invece è distruzione pensata dall’uomo.

Agire in armonia vera con le esigenze delle persone come Barbara, vorrebbe dire anche ricollocare la società verso binari più umani e meno utopici, economie reali e non solo di alta finanza, o partitocrazia, forse seguendo l’esempio di gente umile, ma consapevole ed onesta come lei, non avremmo tanti ricordi di guerra alle spalle, ma di certo avremmo maggiori conoscenze e qualche capacità in più di saper vivere in simbiosi con la natura. Allontaneremmo di certo lo stress di fine settimana nei corridoi dei supermarket o dietro le vetrine di negozi inarrivabili.

Barbara, già da prima del terremoto aveva questa passione e, nonostante le pressioni a lasciare la campagna per qualcos’altro di meglio, ha deciso di voler rimanere, investire le proprie capacità in quel lembo di terra, a dimostrazione che questa è la via giusta. La giornata di Barbara è piena dall’alba al tramonto, gli animali da custodire non sono pochi e di fatto a governarli sono lei e il padre Alberto; hanno mucche, vitelli, maiali, cinghiali, pecore, qualche pollo e quando è periodo smielano anche qualche alveare da miele posto in punti migliori per le api qua e là nella fattoria. Un lavoro che delinea i tratti di una passione vera, la cosa bella è che sono sorridenti per davvero quando li vai a trovare. Il lavoro è tanto ma loro non si abbattono mai. La franchezza è il loro miglior biglietto da visita e questa è la notizia migliore da raccontare.

Bellezza ed utopia, decidete voi dove sta l'utopia in questa foto.
Bellezza ed utopia, decidete voi dove sta l’utopia in questa foto.

Intravedi in questa famiglia il sogno di una realtà che può essere speciale se vissuta con la consapevolezza dei suoi ritmi lenti ma reali. Andando a Sellano, (come certamente anche in altre zone del cratere) è possibile vedere quanto possano stridere i sussidi delle istituzioni con le esigenze reali di questa gente, quanta burocratica utopia si vuole per stupidità gettare sopra come un tappo a qualcosa che di suo, crepe a parte, risulta essere ancora di una bellezza straordinaria, perché intriso di autenticità e di storie vissute.

Andando in giro per quelle colline di Camerino, nonostante le crepe e le spallucce dei burocrati avvezzi a discolparsi o a dire che hanno fatto il possibile, senza mai citare per chi o perché fanno le cose, in mezzo a tutta questa burocrazia della stupidità trovi ancora, nonostante tutto, quel rapporto di fiducia con l’agricoltore, per via della consapevole ragionevolezza di chi fa le cose che hanno ancora senso.


Info e Contatti: Società Agricola “La Rinascita” di Bonifazi Barbara e C. – Loc. Sellano, 2 – Tel. 3489703422 – Email: larinascita17@tiscali.it

Terra Madre vs Figli di P…

Andare piano, cercare di riflettere è il senso di questo blog che ho iniziato con l’intento di cercare, per quanto possibile, di non trascurare il senso VERO del vivere osservando e comprendendo quello che mi trovo ad avere attorno.

La voglia di tornare a credere nella gente, condividere la sostanza delle identità locali prima della “forma” possibile del marketing. Evitare consulenze inutili e chiacchiere sempre troppo politiche.

Odio gli “sbicchieramenti” dei “fu” grandi vini, detesto gli elogi aggettivati in piatti sintetici, preferisco una porchetta ben fatta alla schizzinosa “mise en place”. Mi piace quando trovo, negli allevatori, contadini ed artigiani, piccoli bottegai e fruttivendoli, quella genuinità che non sa di sorriso finto da “starlette” di boutique, o modella new age. Preferisco l’incandescenza della lampadina impolverata di una casa di campagna, al bianco freddo del neon. Preferisco chi riconosce la “Terra Madre” ai figli di puttana.

Fra la genuinità che c’è in un vaffanculo dato oppure anche ricevuto, e la ruffianeria del “politically correct”, la prima opzione, anche se volgare, la preferisco alla grandissima.

Domenica pensavo di sentirmi come un pesce fuor d’acqua, a Gualdo credevo di avere di fronte il gruppo dei prescelti a commiato della morente cucina di tradizione, i consulenti dell’immagine di una storia passata, maestri del gusto di tradizioni ormai morte dietro al saluto del sindaco, la passerella degli assessori sotto i portici crollati di una politica asettica e inconcludente che mantiene in vita con la flebo al braccio la devota riconoscenza alla partitocrazia degli interessi, di posti di potere, poltrone e scambi di favore.

Invece no, ho visto un gruppo di gente motivata, interessata nel voler rimarcare la propria volontà di esserci, conoscere e sostenere chi oggi ha più bisogno di aiuto in maniera seria, non pretestuosa, una volontà propositiva. Un gruppo di produttori intenzionati ad esserci per voler rinascere consapevoli della necessità di ricevere risposte concrete. Per quanto mi riguarda, ho voluto contribuire per raccontare, semplicemente cose vissute, osservate e che spero di trasmettere per come le ho percepite io.

Spero nella volontà di volere mettere in primo luogo le persone, chi questi luoghi cerca di farli sopravvivere vivendoli, spesso in maniera viscerale come gli allevatori, i casari e i norcini che questi posti li presidiano sempre e comunque. Ho potuto sentire nelle parole di quella gente un’estrema voglia di voler esserci e non farsi prendere in giro da chi gli racconta la favoletta del faremo, vedremo e poi ne discuteremo.

Spero che questo sia motivo vero di rinascita, dopo un anno e tutte le stupidaggini partorite dalle istituzioni, ci sia la volontà di dare un segno di svolta, prendersi la responsabilità di ricucire l’aspetto di una comunità che stringe i denti ogni giorno, prima che sia troppo tardi davvero. Sono contento della bella giornata di aver visto un accenno di speranza in chi la stava perdendo ed un sentimento sincero da chi ho potuto conoscere, ho visto soprattutto persone, che oggi più che mai, hanno bisogno di ritrovare certezze per continuare ad essere se stesse.

Oggi che l’imperativo è correre, il suo opposto, la lentezza riflessiva, dovrebbe trovare lo spazio che merita in maniera semplice ma, allo stesso tempo, dirompente. Allora facciamo le cose che abbiano senso prima di iniziare a correre, qualsiasi sia la direzione, respiriamo e, soprattutto cerchiamone il senso, dentro le piccole cose, magari impariamo dai resilienti bistrattati dalla logica insensata di regole da rifare, ma gli unici rimasti a rispettare sul serio i ritmi lenti della “Terra Madre”; sensazioni che abbiamo il dovere di riuscire a preservare, con il coraggio e la voglia di perseguire azioni concrete, prima che chiacchiere, insieme a chi ci crede ancora nell’essere “uomo in armonia con la natura”. Avere la volontà di un rapporto più stretto con essa, fatto di tempi, stagioni e di quella “saggezza” romantica, semplice e allo stesso tempo sofisticata, riflessa nei sorrisi malinconici ma sinceri di chi, nonostante tutto, ancora spera, vive e sorride in faccia all’ipocrisia di una tecno-burocrazia che ci obbliga a nuovi schiavi da supermarket, omologati in un’utopica visione schizofrenica del vivere (in)civile.

Tutelare la gente che crede nella possibilità di perseguire questi scopi, ci migliora tutti perché ci rende consapevoli di quello che mangiamo. Ieri a Gualdo ho visto la fiammella della speranza, soprattutto negli occhi dei piccoli produttori che hanno vissuto e stanno vivendo la disgrazia infinita del sisma, a tratti avendo tutti contro, o peggio, vicini solo a parole.

Tuttavia quella luce accesa negli occhi fa trasparire una speranza ancora viva, il sorriso franco di chi presidia questi elementi di cultura primaria si fa elemento distintivo di quella gente che sa la differenza che c’è tra l’inutilità del campanilismo e l’estrema necessità di una forte tutela degli aspetti d’identità territoriali, armonia nella cura del paesaggio, sapienza agricola, uno sguardo dentro l’anima.

Un momento opportuno per rialzare la testa e tornare a vivere.

p.s. Quel paesaggio elegante, illuminato dal sole d’autunno che ho visto tornando a casa, poco fuori Gualdo mi ha fatto capire l’estrema necessità che c’è nell’ascoltarlo, condividerne la straordinaria e semplice convivenza non invasiva con tutte quelle persone semplici che nei tempi sono riusciti a capirne l’essenza.

Frutta e verdura ogni giorno, gli eroi del furgoncino.

Ambra e Stefano due ragazzi, una coppia felice, di quelle che se li dovessi incontrare per strada a farci due chiacchiere, in tempi normali, ti verrebbe da dire, “che belle persone che sono!”.

Ambra col negozio di frutta e verdura in piazza a Visso, una tradizione di famiglia, iniziata nel 1962 dal nonno di Stefano poi tramandata, rinnovata e portata avanti con la semplicità concreta nel saper scegliere e consigliare la genuinità. In questi luoghi non trovi grossi espedienti di marketing ben riuscito, qui un negozio di frutta e verdura è un negozio di “Frutta e Verdura”, anche se poi, la qualità dei prodotti è più alta di una “boutique vegan food” di Milano ed ha costi estremamente più bassi.

Qui la filiera corta si costruisce col ritmo delle stagioni, ovviamente hanno i loro fornitori di fiducia, ma si vede da com’è messa la materia prima, che dietro a quel mestiere c’è la ferma convinzione di dare, “in primis”, un servizio diretto al cliente, che per la maggior parte dei casi è un amico o un conoscente, difficilmente uno sconosciuto. Questa è la vita di un gruppo di paesani che, nonostante i romani o i visitatori saltuari del weekend, è abituata ad essere comunità legata in se stessa, come lo erano le vecchie comunanze agrarie (a tal proposito consiglio un pezzo di Bellesi che linko qui).

La gente di queste parti non ha mai capito il valore aggiunto dell’immagine, e questo non voglio dire che sia un bene o un male, ma di certo è abituata da sempre a vivere di Sostanza Giornaliera. Sono semplicemente quello che appaiono e questa è l’unica base su cui fondare la ripartenza. Se poi ci metti il calore che ti riesce a trasferire il sorriso sincero che hanno, nonostante tutte le amarezze e le difficoltà vissute giornalmente, una lotta continua e dignitosa contro la burocrazia incessante e sempre più incomprensibile, comprendi che quella è vera voglia di restare.
Comunque, nonostante tutto questo, il prezzemolo, la salvia e il sedano, che da queste parti si riassumono tutti insieme come “l’odori”, li mettono in busta a chiunque passi da loro, sorridendo e dicendoti “Se te serve l’odori, aspetta n’attimo che arrivo subito!” In questo piccolo gesto trovi racchiuso un esempio di dolcezza e passione nel fare le cose che non potrà mai essere sostituito dalla confezione incellophanata …a solo un euro e 99 centesimi del supermercato.

Ambra qualche giorno fa nella sua bottega. La qualità dei prodotti è ottima come prima del terremoto.
Ambra qualche giorno fa nella sua bottega. La qualità dei prodotti è ottima come prima del terremoto.

Oggi Ambra e Stefano stanno dentro al furgoncino, sta arrivando l’autunno e loro sono lì, hanno il diritto almeno di vedere premiata la loro forza di volontà con l’essere messi in condizione di avere lo spazio vitale per svolgere il loro lavoro, in maniera dignitosa ed al riparo dal freddo che in queste zone già sta arrivando.

Credo sia un gesto di coscienza civica ridare loro la dignità che meritano per il servizio che danno, al di là delle logiche ottuse su schemi di fantapolitica. La vera essenza della Politica (con la P maiuscola) in quelle zone adesso sono loro a rappresentarla e quelli come loro che ci credono e continuano a rimanere, dando l’esempio di non voler mollare, portano avanti la vita di tutti giorni e lo sanno quanto è difficile oggi il vivere quotidiano da quelle parti. Per questo va fatto il possibile per farli continuare a crederci in quei luoghi.

 

Info: sito internet e pagina facebook (oppure andate a trovarli direttamente nella piazzetta di fronte le poste a Visso)

La Bottega dell’imballo

La Bottega dell’imballo, utile per chi viaggia l’isola e vuole spedirne un pezzo a casa sua. La famiglia Lombardo fa imballi dal 1958.
Vicino alle poste di Catania, una piccola bottega caratterizzata da una quantità di cartoni, gomma piuma e polistirolo, il tutto utile, ovviamente a migliorare la tenuta del pacco che si sta imballando.

Domenico alla fine degli anni 50 ha aperto le porte di questa attività artigianale che è rimasta sempre li, ma nel frattempo ha spedito di tutto e dappertutto e con gli anni, come da tradizione artigiana, ha trovato un aiutante che ha ora le redini della bottega, suo figlio Gianfranco.

La Bottega dell'imballo - mori da imballare
La Bottega dell’imballo – mori
Dalle maioliche di Caltagirone, i Mori, ai personaggi del presepe, fino alle cere di Gesù Bambino e Santi da oltre cinquant’anni da quel posto viene sigillato a dovere di tutto per essere poi consegnate presso l’ufficio postale che le invia a destinazione, e “sono arrivate sempre intatte!” come ci tiene Domenico a sottolineare.
Con l’autorizzazione del Ministero dello Sviluppo Economico, orgogliosamente esposta a sottolineare professionalità, la bottega rende veramente un gran servizio perché utile a chi magari sta in aereo ed è invaso dalle buste di ricordini e spesa varia, oppure semplicemente acquista un pezzo ingombrante e non può portarlo con se, in questo caso l’imballo corretto diviene fondamentale, e trovarsi un’attività a due passi dalla posta diviene per chi è in viaggio in Sicilia e si trova a Catania, una gran bella comodità che non trovi dappertutto.
Nel Paese dei mestieri e del saper fare bene, questa piccola e caratteristica bottega ne sottolinea ed evidenzia il valore di filiera, dalla buona manifattura alla spedizione che deve avere un imballo da manuale aggiungendo un tocco vintage al pacco, uno stile retrò che richiama all’eleganza della sostanza. Qui non ci sono, o quanto meno non sono la priorità, i lustrini e i colori della carta da regalo, qui il fascino sta nel pacco, nel vedere Gianfranco e Domenico, creare quei nodi dello spago attorno all’inscatolato, fino a creare una sorta di reticolo dell’imballaggio, per un attimo è impossibile non pensare ad atmosfere passate, ai viaggi di avventura a quanto sia attuale l’idea di proteggere le cose a cui tieni perché tengono vivo il ricordo di quanto si sta vivendo.
I Lombardo ricevono oggetti da spedire fuori dalla Sicilia da gran parte degli artisti o artigiani limitrofi, una volta fu commissionata loro l’imballaggio per la spedizione di un motore intero verso Maranello. Una bottega più unica che rara, un tassello che aggiunge fascino ad un’isola magnifica già di suo.
Esempio di sapienza artigianale, un mestiere utile e affascinante.

Info: La Bottega dell’Imballo, Via Rizzari, 10, 95124 Catania CT – Tel. 095.312036 (link a google maps)

Con sorriso e competenza, grande “Chef” Dino Casoni

Dino Casoni, un Cuoco di quelli rari.
La chiave di volta della sua personalità è quella del sorriso, da quando lo conosco, non l’ho mai visto una volta abbattuto o affranto. Merita di essere riconosciuto per il gran Cuoco che è! Penso a ragion veduta che si possa definire un Cuoco con la “C” maiuscola, uno dei pochi rimasti ad essere ancora “di mestiere”.

Sono andato a trovarlo quasi all’improvviso, l’altro giorno al ristorante aperto da poco “Villa Ninetta” sopra Caldarola (MC); erano le 11 di mattina, sono arrivato quasi fino alla cucina da solo perché la sala aveva la porta chiusa, ma non a chiave, il che è tipico di quando si aspettano i camerieri. Dino lo trovo lì, in cucina ovviamente, con le pentole sul fuoco già da qualche ora, a far “tirare” il fondo bruno per gli arrosti, oppure il brodo vegetale quasi pronto per altri piatti o, ancora, qualche altro sugo del menù.

Il fondo bruno, il brodo vegetale, diciamoci la verità, non sono rimasti in molti gli “chef” che in cucina fanno tutto questo, ancora oggi nel periodo del “dado 2.0” dove il tempo è una variabile di business oramai in troppi ristoranti ed il rispetto dei “metodi lenti” è sempre più sacrificato alla logica bislacca dell’ottimizzazione dei costi.

Dino è così, concreto, creativo e dedito alla semplicità rituale della tradizione; abbina la competenza culinaria dello chef, alla tenacia professionale del cuoco.
Osservando e conoscendo la sua storia recente, travagliata per cause di forza maggiore e di magnitudo 7, non si avrebbe difficoltà a definirlo un mix di coraggio, sapienza, ottimismo e resilienza.

Qualche settimana fa sono stato a cena dove ha deciso di trasferirsi con la sua brigata, proprio lì, a Villa Ninetta

Cimelio vintage: il pentolone dell'ENI con i manici elettrosaldati, che Dino utilizza per il brodo vegetale.
Cimelio vintage: il pentolone dell’ENI con i manici elettrosaldati, che Dino utilizza per il brodo vegetale.

sopra Caldarola. Ho avuto modo di scoprire un posto incantevole fra le colline dell’altro maceratese che sarà, mi auguro, il posto che consacrerà il suo talento, anche se è stato, a tutti gli effetti, un trasferimento forzato per continuare la sua professione poiché prima stava presso i locali di famiglia del ristorante hotel Carnevali a Muccia, uno fra i primi ed ormai storici “Motel Agip” voluti da Enrico Mattei in persona verso gli inizi degli anni ’60, ora inagibile causa sisma, ha ancora il fascino vintage del ricordo di quegli anni, quando si compiva il “miracolo italiano”, le persone erano più umane e in giro, c’era aria di fiducia verso il futuro.

risotto ipnotico, rapa rossa, yogurth, e polpettine
risotto ipnotico, rapa rossa, yogurt, e polpettine

Dino di quel periodo conserva ancora alcune “vettovaglie” di solida eleganza, l’ingrediente non commestibile che aggiunge un piccolo tassello di qualità al suo “saper fare”, oltre alla bellezza certamente più attuale dell’odierna location, immersa in un contesto di raffinata natura nostrana. I suoi piatti ricordano sapori genuini e allo stesso tempo, creativi e delicati, con i giusti richiami alla tradizione maceratese. Interessante la galantina fatta in casa messa nel bouquet di antipasti, dal sapore strepitosamente delicato. Ipnotico il risotto alla rapa rossa, che, richiama il suo estro creativo, un primo piatto, il risotto, non molto in voga da queste parti, il suo esprime delicatezza e rotondità al palato.

“Scusa mamma mi si è rovesciato il vaso” è la conclusione dolce di un viaggio in questa zona e nell’esperienza di vita e di cucina di Casoni, è la risposta “vissuta” non tanto dell’oramai famosa crostata di Bottura, quanto del dolce omonimo di uno dei più eloquenti ambasciatori della cucina marchigiana a Londra Andrea Angeletti, Executive Chef stellato al ristorante “Evoluzione” dell’Hotel Xenia (e questa in corsivo è un’errata corrige che inserisco con felicità, perché si tratta di un eccellente cuoco marchigiano ricco di passione creativa e che spero di conoscere personalmente n.d.a.), questo piatto rappresenta la sintesi della storia recente che ha affrontato Dino, che la terra l’ha vista muoversi per davvero e di vasi veri caduti a terra, ne ha dovuti raccogliere e rimettere apposto veramente tanti. Ma la stessa sensazione di “rovesciamento” viene esorcizzata, chiude un viaggio col sorriso dolce della frutta sopra ai due tipi di crema insieme allo sbriciolato di biscotto al cacao a simulare il terriccio. In questo senso, l’idea diviene un richiamo di suggestioni, dove sorridi anche tu insieme ai tuoi sensi. Altro che tiramisù.

Dino a Villa Ninetta, l’avamPAsto del sorriso!

Info: villaninetta.com

Dolce vaso rovesciato
La “rivisitazione vissuta” di Dino Casoni del dolce ideato da Andrea Angeletti a Londra.

Da Vallinfante a Visso, un gattino fra il silenzio delle fate.

Da Vallinfante a Visso, fra ricordi, sorrisi, malinconie e un gatto.

“Museo dell’acqua” recita un cartello ad indicare le sorgenti del fiume Nera a pochi passi da Vallinfante, frazione di Castel Sant’Angelo sul Nera. Una paesino piccolo, ai piedi del Monte Prata, poco distante dal “Passo Cattivo” sul parco nazionale dei “Monti Sibillini”. Di fronte a quel cartello, vicino alla sorgente, un gattino (in foto) spaesato ma non randagio, abituato come solito far dei gatti al luogo, forse più che alle persone.

Ho trovato quel gatto spaesato nel significato letterale del termine, cioè senza il suo paese che non c’è più. Non so perché ma in pochi secondi il pensiero vola a quella lezione di scuola elementare sugli antichi egizi che li adoravano come divinità ai gatti, poi mi torna in mente un mio amico, un grande artista che li dipinge e, dai suoi quadri, escono addirittura con l’anima di acuti osservatori i gatti, mi esce un sorriso, pensare che sono anche allergico al pelo di gatto, ma lo riguardo quel felino e mi convinco che, se lui sta li a scrutarmi con quegli occhi che raccontano sensazioni, evidentemente gli antichi egizi un motivo valido per arrivare ad adorarli lo avevano per forza e che, inoltre, loro non siano animali parlanti solo nelle fiabe, ma ti offrono uno sguardo diverso sul mondo come i quadri di Mauro.

E’ passato un anno dalle scosse, qui il silenzio è rotto soltanto da un motociclista fermo ad osservare la skyline delle macerie ammucchiate, delle trasparenze non volute sulle stanze delle case, immobili da tempo, squarci di aperture sui saloni, un lampadario appeso sopra una tavola, che nessuno apparecchierà più.

un lampadario, una tavola, una casa che fu
un lampadario, una tavola, una casa che fu

Trasparenze non volute ma rese tali dalle mura cadute sopra i sentimenti di una società spezzata, che non piange vite umane, ma la morte della speranza in questi luoghi di silenzio, rifugi naturali dallo stress quotidiano, momenti di calma ricercati prima delle scosse, mai però così obbligati come ora.

Vallinfante, circola voce che non verrà nemmeno rimessa in piedi.

Quella processione per San Rocco così amata dai suoi abitanti, forse troverà l’inerzia clericale per andare avanti, senza l’anima però di chi, questi posti, li ha sentiti propri, magari tornando anche solo in estate, magari scappandoci per qualche giorno, per rimaner tranquilli a riflettere fra le montagne. Probabilmente quei momenti di vita paesana, fatti di ricordi, dialetto, usanze contadine, fiaschi di vino e ciauscolo, verranno pure relegati dentro l’ennesimo “Museo della civiltà contadina”, ma non so se potranno mai ritrovare la forza di rivivere con le suggestioni che emanano, insieme a quello spirito vivo del dialogo con la natura, ancora splendida, nonostante l’uomo e le sue istituzioni, spesso farlocche nell’intraprendere le azioni di sviluppo delle aree interne, oggi più che mai insensate, dietro questa interminabile emergenza.

Quel gatto arruffato osserva, non mi toglie lo sguardo di dosso, si avvicina, struscia sulla caviglia, cerca le persone che non ci sono più. Non è eccessivamente smagrito, sembra più disorientato, forse depresso, non so se un gatto possa o meno essere depresso. Forse, mi viene da pensare, sarà rassegnato anche lui. Nei suoi movimenti c’è un qualcosa di molto simile alla rassegnazione, lo percepisco, lui lì solo in mezzo ad un silenzio assordante.

una porta dietro al niente o al tutto
una porta dietro al niente o al tutto

Decidiamo di riprendere la strada per tornare a Visso, o quel che ne rimane di un paese grazioso nella sua ruvidità di montagna, un’architettura elegante, sfregiata, oggi dalla natura e, nel passato, da una fobia cieca nel costruire cose, troppo spesso senza senso. La zona rossa delimita tutto il centro storico.

Vissosteniamo, è il titolo della festa organizzata dai resilienti rimasti in paese. Mangio un panino al “Vissuscolo” di Giorgio, si perché il nome “Ciauscolo” qualcuno se lo aveva già portato via prima del terremoto, compro anche un pezzo di lardo speziato, noto che almeno quei profumi di un tempo, sono rimasti intatti anche se, inevitabilmente, si sono spostati i luoghi dove li si poteva percepire. La festa di sabato è al laghetto, ce ne sono state altre prima, una serie di prefabbricati in legno circondano il campetto li vicino. Qualche attività artigianale è li per dichiarare di esistere ancora, nonostante tutto. Quei sapori rimangono sempre gli stessi, qualche nuovo progetto si vede all’orizzonte, Stefano che con la sua frutta ha preparato sangria per la festa, mi fa conoscere una nuova rete di piccole aziende che hanno come obiettivo l’idea di voler abbinare la creazione di oggetti in lana di pecora ‘sopravissana’ ai prodotti caseari ed ai salumi; iniziativa interessante, da tenere d’occhio. Incrocio Christian, indaffarato, tiene duro da sempre per il suo paese, un ciao detto di corsa, un sorriso e chissà se non gli sia tornata in mente quella mattinata in cui avevamo “salato” (si dice così da noi quando si fa tappa) a scuola nel ’97 e una “scossa” la prendemmo proprio sotto “la rocca” di Camerino.

vissosteniamo, le bancarelle, fra tenacia e speranza
vissosteniamo, le bancarelle, fra tenacia e speranza

Poco più in la sotto un gazebo Giovanni prepara la griglia per le salsicce, lui è l’instancabile presidente della Croce Rossa di Visso, pur di stare in mezzo alla sua gente, è da oltre un anno che dorme in quello che dovrebbe essere un “ufficio di emergenza”, ovviamente provvisorio, poco più di un gazebo in legno.

Decidiamo di tornare a casa prima del tramonto; nelle buste il mix di odori di qualche piccolo acquisto, due pezzi di formaggio, una ricotta salata, un pezzo di Ciauscolo e uno di lardo aromatizzato mi fanno pensare a quando c’era il centro a Visso, tornando per la Valnerina (ancora chiusa oggi per la frana che ha deviato il Nera) non vedevo l’ora di arrivare per sera a far scorta di prodotti, che avevano l’essenza di un territorio genuino, negli ultimi anni già sfrattato da una burocrazia che li ha oppressi e oggi tende a dividerli ciecamente, sembra che ci si diverta a volerli rendere abusivi a casa loro, in senno a metodi che si sono dimostrati assolutamente fallimentari in passato, rei di possedere sapienza agricola e artigianale, di privilegiare in maniera spontanea e con coscienza, i ritmi di un equilibrio perfetto con la natura.

Mi piacerebbe poter dare un senso magico a questa storia; il senso di quegli artigiani resilienti, quel gatto che fa da guardiano alla sorgente, vorrei che fosse il messaggero delle fate dei Sibillini, che nell’operosità stanno compiendo la magia di rimanere, nonostante tutto, intatte nella loro anima, fatta di vite che le ascoltano ancora, che seguono i loro ritmi scanditi dalle stagioni, che non hanno paura della terra che trema, ma restano ruvidi e ruvide, nonostante le pretese degli uomini ‘altri’, quelli che, nella tempesta burocratica, stanno facendo carte false con le loro speculazioni per riuscire a rovinare tutto ma non ci riusciranno!

Nella speranza di poter concludere la fiaba con un … e vissero felici e contenti, mi auguro che continui questa resistenza!

Il Picciolo di Rame

Al Picciolo di Rame di Vestignano una frazione di Caldarola nelle Marche, nonostante le scosse che ancora ogni tanto riportano alla mente quei giorni terribili di un anno fa, è la tenacia che fa andare avanti e continuare a sperare gli artigiani, anche quelli del gusto come Silvano di cui vi parlo oggi, perché non si può definirlo un ristoratore, ma anzi un artigiano di bottega, un pezzo di cultura identitaria come le altre “botteghe artigiane” di altri settori, che sono il cuore pulsante della tradizione italiana, mai come oggi sole contro il mondo, specie in centro Italia.

Voglio parlare di Silvano Scalzini ed il suo ex frantoio diventato istituzione della cucina tradizionale maceratese. La voglia di ricordare chi siamo, l’orgoglio di provenire da una terra che seppur martoriata, sempre seconda nelle pagine dei grandi media, rispecchia ancora in molte sue piccole parti, l’autenticità fatta di persone che ripercorrono gli aspetti di questa tradizione, rinnovandola nella consapevolezza che sono quei gesti prima o poi, a divenire i piloni di rinforzo ad una società in costante spopolamento ed oggi resa ancora più fragile per gli effetti devastanti della natura. Quindi parlo di Silvano perché merita di essere raccontato per il lavoro che svolge, per la passione che infonde nell’essere punto fermo di una identità che non può essere infranta, dimenticata e magari domani, solo rimpianta perché relegata nei racconti di un libro.

Silvano dal 2000 lo trovi li nel suo frantoio che diventa istituzione popolate di tutela gastronomica e boccascena per la sua opera prima che trasmette, ogni volta ai suoi ospiti, la sua autorevolezza semplice, i suoi racconti su come ha trovato questa o quella ricetta ottocentesca, il modo con cui ha preparato il sugo, perché il ragù qui non è la stessa cosa. Nelle 12 portate, servite nell’ambientazione medievale del frantoio con le sedie a tre pioli, i runner di lino e cotone che adornano la tavola di legno massello, arrivano tutti i capisaldi della cucina maceratese: I frascarelli, i cargiù, la roveja, piatti dimenticati che prendono la giusta rivalutazione in una cucina, quella di Silvano appunto, che con la sapiente maestria del cuoco che impara dalla “vergara” senza distorcere la tradizione ma semmai enfatizzandola nella sua purezza, si stacca dai fornelli (grazie anche alla vera Vergara sua mamma ed il suo promettente aiuto cuoco) e racconta i suoi piatti come esperienze di viaggio, come una ricerca viva fra i ricordi e fra quegli angoli dei Sibillini che ancora racchiudono scrigni di purezza gastronomica reale.

Da Silvano ci vai solo se prenoti prima, la sua cucina è fatta di materie fresche ed esclusivamente locali, non ha menù ma rappresenta un estratto gustativo completo della tradizione maceratese. Silvano è il custode di una sapienza che si rischiava di perdere ancora prima delle scosse, la sua “Bottega” è il laboratorio che preserva i sapori e le tecniche che stiamo dimenticando, per la frenesia stressante a rincorrere il tempo in una cena frugace da fast food, o fra i conti salati per una creatività, spesso fittizia degli “chef da show”.

In questo senso Silvano Scalzini per me è il cuoco sapiente che racconta la semplicità dei suoi gesti in cucina; li ha acquisiti quei gesti grazie alla curiosità di uno sguardo attento, che non sbircia ma osserva, ed è per questo che riesce ad essere se stesso, trasferendo ai suoi ospiti, l’emozione di assistere e condividere con lui tutti i dodici atti del suo spettacolo gastronomico.

 

Il Picciolo di Rame – Loc. Castello di Vestignano – Highlights info row image 348 331 6588