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Terra Madre vs Figli di P…

Andare piano, cercare di riflettere è il senso di questo blog che ho iniziato con l’intento di cercare, per quanto possibile, di non trascurare il senso VERO del vivere osservando e comprendendo quello che mi trovo ad avere attorno.

La voglia di tornare a credere nella gente, condividere la sostanza delle identità locali prima della “forma” possibile del marketing. Evitare consulenze inutili e chiacchiere sempre troppo politiche.

Odio gli “sbicchieramenti” dei “fu” grandi vini, detesto gli elogi aggettivati in piatti sintetici, preferisco una porchetta ben fatta alla schizzinosa “mise en place”. Mi piace quando trovo, negli allevatori, contadini ed artigiani, piccoli bottegai e fruttivendoli, quella genuinità che non sa di sorriso finto da “starlette” di boutique, o modella new age. Preferisco l’incandescenza della lampadina impolverata di una casa di campagna, al bianco freddo del neon. Preferisco chi riconosce la “Terra Madre” ai figli di puttana.

Fra la genuinità che c’è in un vaffanculo dato oppure anche ricevuto, e la ruffianeria del “politically correct”, la prima opzione, anche se volgare, la preferisco alla grandissima.

Domenica pensavo di sentirmi come un pesce fuor d’acqua, a Gualdo credevo di avere di fronte il gruppo dei prescelti a commiato della morente cucina di tradizione, i consulenti dell’immagine di una storia passata, maestri del gusto di tradizioni ormai morte dietro al saluto del sindaco, la passerella degli assessori sotto i portici crollati di una politica asettica e inconcludente che mantiene in vita con la flebo al braccio la devota riconoscenza alla partitocrazia degli interessi, di posti di potere, poltrone e scambi di favore.

Invece no, ho visto un gruppo di gente motivata, interessata nel voler rimarcare la propria volontà di esserci, conoscere e sostenere chi oggi ha più bisogno di aiuto in maniera seria, non pretestuosa, una volontà propositiva. Un gruppo di produttori intenzionati ad esserci per voler rinascere consapevoli della necessità di ricevere risposte concrete. Per quanto mi riguarda, ho voluto contribuire per raccontare, semplicemente cose vissute, osservate e che spero di trasmettere per come le ho percepite io.

Spero nella volontà di volere mettere in primo luogo le persone, chi questi luoghi cerca di farli sopravvivere vivendoli, spesso in maniera viscerale come gli allevatori, i casari e i norcini che questi posti li presidiano sempre e comunque. Ho potuto sentire nelle parole di quella gente un’estrema voglia di voler esserci e non farsi prendere in giro da chi gli racconta la favoletta del faremo, vedremo e poi ne discuteremo.

Spero che questo sia motivo vero di rinascita, dopo un anno e tutte le stupidaggini partorite dalle istituzioni, ci sia la volontà di dare un segno di svolta, prendersi la responsabilità di ricucire l’aspetto di una comunità che stringe i denti ogni giorno, prima che sia troppo tardi davvero. Sono contento della bella giornata di aver visto un accenno di speranza in chi la stava perdendo ed un sentimento sincero da chi ho potuto conoscere, ho visto soprattutto persone, che oggi più che mai, hanno bisogno di ritrovare certezze per continuare ad essere se stesse.

Oggi che l’imperativo è correre, il suo opposto, la lentezza riflessiva, dovrebbe trovare lo spazio che merita in maniera semplice ma, allo stesso tempo, dirompente. Allora facciamo le cose che abbiano senso prima di iniziare a correre, qualsiasi sia la direzione, respiriamo e, soprattutto cerchiamone il senso, dentro le piccole cose, magari impariamo dai resilienti bistrattati dalla logica insensata di regole da rifare, ma gli unici rimasti a rispettare sul serio i ritmi lenti della “Terra Madre”; sensazioni che abbiamo il dovere di riuscire a preservare, con il coraggio e la voglia di perseguire azioni concrete, prima che chiacchiere, insieme a chi ci crede ancora nell’essere “uomo in armonia con la natura”. Avere la volontà di un rapporto più stretto con essa, fatto di tempi, stagioni e di quella “saggezza” romantica, semplice e allo stesso tempo sofisticata, riflessa nei sorrisi malinconici ma sinceri di chi, nonostante tutto, ancora spera, vive e sorride in faccia all’ipocrisia di una tecno-burocrazia che ci obbliga a nuovi schiavi da supermarket, omologati in un’utopica visione schizofrenica del vivere (in)civile.

Tutelare la gente che crede nella possibilità di perseguire questi scopi, ci migliora tutti perché ci rende consapevoli di quello che mangiamo. Ieri a Gualdo ho visto la fiammella della speranza, soprattutto negli occhi dei piccoli produttori che hanno vissuto e stanno vivendo la disgrazia infinita del sisma, a tratti avendo tutti contro, o peggio, vicini solo a parole.

Tuttavia quella luce accesa negli occhi fa trasparire una speranza ancora viva, il sorriso franco di chi presidia questi elementi di cultura primaria si fa elemento distintivo di quella gente che sa la differenza che c’è tra l’inutilità del campanilismo e l’estrema necessità di una forte tutela degli aspetti d’identità territoriali, armonia nella cura del paesaggio, sapienza agricola, uno sguardo dentro l’anima.

Un momento opportuno per rialzare la testa e tornare a vivere.

p.s. Quel paesaggio elegante, illuminato dal sole d’autunno che ho visto tornando a casa, poco fuori Gualdo mi ha fatto capire l’estrema necessità che c’è nell’ascoltarlo, condividerne la straordinaria e semplice convivenza non invasiva con tutte quelle persone semplici che nei tempi sono riusciti a capirne l’essenza.

Frutta e verdura ogni giorno, gli eroi del furgoncino.

Ambra e Stefano due ragazzi, una coppia felice, di quelle che se li dovessi incontrare per strada a farci due chiacchiere, in tempi normali, ti verrebbe da dire, “che belle persone che sono!”.

Ambra col negozio di frutta e verdura in piazza a Visso, una tradizione di famiglia, iniziata nel 1962 dal nonno di Stefano poi tramandata, rinnovata e portata avanti con la semplicità concreta nel saper scegliere e consigliare la genuinità. In questi luoghi non trovi grossi espedienti di marketing ben riuscito, qui un negozio di frutta e verdura è un negozio di “Frutta e Verdura”, anche se poi, la qualità dei prodotti è più alta di una “boutique vegan food” di Milano ed ha costi estremamente più bassi.

Qui la filiera corta si costruisce col ritmo delle stagioni, ovviamente hanno i loro fornitori di fiducia, ma si vede da com’è messa la materia prima, che dietro a quel mestiere c’è la ferma convinzione di dare, “in primis”, un servizio diretto al cliente, che per la maggior parte dei casi è un amico o un conoscente, difficilmente uno sconosciuto. Questa è la vita di un gruppo di paesani che, nonostante i romani o i visitatori saltuari del weekend, è abituata ad essere comunità legata in se stessa, come lo erano le vecchie comunanze agrarie (a tal proposito consiglio un pezzo di Bellesi che linko qui).

La gente di queste parti non ha mai capito il valore aggiunto dell’immagine, e questo non voglio dire che sia un bene o un male, ma di certo è abituata da sempre a vivere di Sostanza Giornaliera. Sono semplicemente quello che appaiono e questa è l’unica base su cui fondare la ripartenza. Se poi ci metti il calore che ti riesce a trasferire il sorriso sincero che hanno, nonostante tutte le amarezze e le difficoltà vissute giornalmente, una lotta continua e dignitosa contro la burocrazia incessante e sempre più incomprensibile, comprendi che quella è vera voglia di restare.
Comunque, nonostante tutto questo, il prezzemolo, la salvia e il sedano, che da queste parti si riassumono tutti insieme come “l’odori”, li mettono in busta a chiunque passi da loro, sorridendo e dicendoti “Se te serve l’odori, aspetta n’attimo che arrivo subito!” In questo piccolo gesto trovi racchiuso un esempio di dolcezza e passione nel fare le cose che non potrà mai essere sostituito dalla confezione incellophanata …a solo un euro e 99 centesimi del supermercato.

Ambra qualche giorno fa nella sua bottega. La qualità dei prodotti è ottima come prima del terremoto.
Ambra qualche giorno fa nella sua bottega. La qualità dei prodotti è ottima come prima del terremoto.

Oggi Ambra e Stefano stanno dentro al furgoncino, sta arrivando l’autunno e loro sono lì, hanno il diritto almeno di vedere premiata la loro forza di volontà con l’essere messi in condizione di avere lo spazio vitale per svolgere il loro lavoro, in maniera dignitosa ed al riparo dal freddo che in queste zone già sta arrivando.

Credo sia un gesto di coscienza civica ridare loro la dignità che meritano per il servizio che danno, al di là delle logiche ottuse su schemi di fantapolitica. La vera essenza della Politica (con la P maiuscola) in quelle zone adesso sono loro a rappresentarla e quelli come loro che ci credono e continuano a rimanere, dando l’esempio di non voler mollare, portano avanti la vita di tutti giorni e lo sanno quanto è difficile oggi il vivere quotidiano da quelle parti. Per questo va fatto il possibile per farli continuare a crederci in quei luoghi.

 

Info: sito internet e pagina facebook (oppure andate a trovarli direttamente nella piazzetta di fronte le poste a Visso)

La casetta di Peppina, non si sequestra alla mattina

La casetta di Peppina non si tocca.
Questo pezzo è stato scritto insieme a Stefano Blanchi e lo spirito encomiabile di un gruppo di ragazzi di Camerino.
Lo sguardo saggio di una nonna, questo è l’effetto che fa nonna Peppina, un’anziana di quasi 95 anni, portata fuori la sua abitazione di emergenza da San Martino di Fiastra questa mattina intorno alle ore 9.00 dai carabinieri forestali.
La vicenda presenta aspetti tragicomici poiché sembra che il tutto sia avvenuto attraverso un esposto anonimo a cui pare aver dato seguito il comando dell’autorità forestale di zona e che poi sia stato tradotto in un sequestro giudiziario da parte del giudice competente.
La stranezza è che i cartelli sono stati affissi con una tempestività sbalorditiva. Andiamo per ordine, la storia inizia ovviamente a seguito delle scosse del sisma di ottobre 2016, la casa di Peppina diviene inagibile e in zona rossa ma la sua coscienza testarda ma da anziana saggia e attaccata alle proprie origini le impone di rimanere vicino alla sua casa, vicino ai suoi ricordi. Quindi i familiari decidono di trasferirla in urgenza nel container che avevano tenuto dal sisma del ’97 ma le temperature di quest’estate insieme all’età di Giuseppa Fattori, questo è il nome della nonna di Fiastra, li hanno condotti ad una scelta obbligata. Prendere quel fazzoletto di terra di proprietà e già edificabile e costruirci sopra una casetta in legno. Il tempo però è tiranno e la burocrazia delle istituzioni non è da meno, così accade che la famiglia chiede la concessione edilizia al Comune con tutti i pareri e i “cosiddetti calcoli”, già prescritti da tecnici di fiducia, però manca di una parte fondamentale, il certificato di sismicità del Genio Civile per cui sembra occorrano 6 mesi ma, colpo di scena quest’ultimo sembra sia già arrivato al Comune ieri per Posta Certificata.
Quindi ad oggi le autorizzazioni a costruire più importanti ci sarebbero tutte e a questo punto il comune potrebbe essere messo in condizione di rilasciare la concessione e sarebbe tutto ok, al massimo un’ammenda, ma nonna Peppina sta fuori dalla casetta.
Peppina, quasi 95 anni, fino a poco prima delle scosse faceva ancora le tagliatelle "...co lu stennerellu".
Peppina, quasi 95 anni, fino a poco prima delle scosse faceva ancora le tagliatelle “…co lu stennerellu”.

Si può obiettare per carità sui modi di anticipare i cosiddetti “bolli” ma siamo seri, prendere provvedimenti così veloci e tempestivi per un’anziana che ha una casetta messa su di urgenza e con tutti gli oneri di urbanizzazione primaria, fra l’altro in condizioni di estrema emergenza e, soprattutto pagata coi soldi propri e in una sede assolutamente non impattante perché è anche nascosta fra gli alberi è qualcosa che fa ridere se non fosse che a rimetterci è un’ultranovantenne che desidera solo vivere gli ultimi anni fra le sue montagne.

Per quanto mi riguarda spero che la storia della “Casetta di Peppina” possa risolversi con un nulla di fatto e lei ritorni dentro al più presto e, le istituzioni, dal comune, al Genio Civile, alla Regione, gli organi giudiziari e tutto il resto, fino all’anonimo che ha fatto l’esposto possano finalmente normalizzare un’azione oggettivamente esagerata.
Riporto in tal senso una riflessione che mi ha fatto Agata Turchetti, la figlia maggiore di Giuseppina, questa mattina mentre raccontava la storia ai giornalisti accorsi sul posto.
“Vivere in montagna vuol dire anche recuperare il rapporto con il cielo stellato, esistono leggi in Europa che introducono il diritto a vedere le stelle durante la notte perché nelle città non si vedono più, se ci accaniamo contro chi queste zone le ha tutelate per natura da sempre insegnando per primi i rapporti corretti di coesione con l’ambiente, rovesciamo insensatamente il mondo e diviene difficile venirne fuori.” – Ha continuato con tenacia, Agata che di lavoro è insegnante e dirigente scolastico, dichiarando la sua ferma volontà a procedere fino al tribunale europeo dei diritti dell’uomo – “sono stata educata da mio padre con le parole di Kennedy che dicevano questo “prima di chiedervi cosa lo stato possa fare per noi, chiediamoci cosa possiamo fare noi per lo stato”, sono indignata perché nonostante mia madre sia stata custode di fatto di queste terre e non abbiamo chiesto nulla facendo la casetta con le nostre risorse, arrivano e ce la mettono sotto sequestro con questa foga.

Agata in questo anno dal sisma è stata anche autrice di un libro “Le faglie della memoria” dove racconta episodi e storie che hanno caratterizzato questi territori, intrecciandoli probabilmente con i fatti di ottobre.

Peppina, Agata, Marco e altri ragazzi di un comitato spontaneo di solidarietà che mi hanno comunicato il fatto.
Peppina, Agata, Marco e altri ragazzi di un comitato spontaneo di solidarietà che mi hanno comunicato il fatto.
Ci sarà una protesta silenziosa e senza scranni di alcun partito Lunedì pomeriggio a San Martino di Fiastra a cui parteciperò soprattutto per incoraggiare e salutare nonna Peppina che con il suo coraggio di calma resiliente, sta dando lezione di vita a tutti quanti!

Matelica-cratere… domande parlando del più e del… Priori

Matelica-cratere sismico.

Ieri sera martedì, 12 settembre 2017, nella splendida cornice del teatro Piermarini  a Matelica ho avuto modo di assistere ad una farsa dai tratti tragicomici. Ho visto un sindaco, un cosiddetto “giovane” della politica locale (anche se vecchio nei modi di intrattenere la gente del pubblico, non più di 100 persone trattate da manuale di marketing relazionale, come se avessero 5 anni) destreggiarsi romanzescamente su dove posizionare gli edifici “nuovi” di scuola e caserma, in vista delle provvidenze solidali degli sms post sisma.

Premetto che abito in mezzo al cratere sismico più vasto che la storia contemporanea possa ricordare, quindi mi permetto di formulare semplici domande che nella platea teatrale di ieri sera non hanno avuto risposta perché la gente, quella vera non era presente perché completamente rassegnata al proprio destino. Tuttavia e nonostante tutto voglio porgere a questi benpensanti le stesse domande, con l’obiettivo di avere risposte scritte semplici ma efficaci da parte degli stessi addetti ai lavori.

Ad un anno dal sisma che ha provocato il più ampio cratere che la storia dal 1800 ad oggi l’Italia abbia mai ricordato, è possibile che le soluzioni politiche possano intervallarsi ad un andirivieni di rimpalli di responsailità incomprensibili?

E’ mai possibile che si possa assistere ad una logica incomprensibile di scaricabarili istituzionali a tutti i livelli? La regione non ci ascolta la provincia è cattiva ecc.?

Perché non avete dato priorità alla pubblica incolumità prima delle attività produttive?

Perché non avete chiesto a voce UNANIME che venissero quantomeno sospesi i benefit dei funzionari di area vasta?

Chiedo alle istituzioni comunali se vi pare attendibile avere un rendiconto di completa indecisione su dove porre in essere l’eventuale nuova scuola, ancora in bilico su un’ipotetica compravendita/esproprio di lotti di terreno individuati “sperando-e qui cito le parole del sindaco all’assemblea pubblica- ad un’eventuale soluzione pacifica e senza ricorsi del cedente”?

Mi chiedo se dei settecento sfollati si sia presa oggettiva considerazione a riguardo di un futuro VIVIBILE in questi luoghi? Nello specifico, qual è la possibile prospettiva di sviluppo per chi decide di cercare di rimanere in queste zone devastate dalla sciagura più grande che questa nazione abbia conosciuto dal dopo guerra?

Ieri sera a teatro ho assistito ad una bagarre di possibili soluzioni inique che ha NASCOSTO quasi completamente le esigenze di una comunità sconvolta da una tragedia immane rispetto a gente che per fortuna non è morta ma non ha più un tetto dove dormire, 700 sfollati solo a Matelica che è stata parzialmente colpita dal sisma, in giro sento racconti di persone impaurite senza più nessuna speranza sul sostegno di istituzioni dormienti, e chi amministra la COSA PUBBLICA che fa? Si sofferma in maniera aleatoria su prospettive indiziali e soluzioni probabili da qui a chissà quando? Avete un’idea, di come ricostruire la comunità? Se si, rispondete in buona fede.

Ieri sera ho assistito ad un dubbio amletico basato esclusivamente su dove posizionare la probabile nuova scuola, e la probabile nuova caserma e lo stabile del Comune, senza nemmeno accennare ad una prospettiva rispetto ad esempio ai costi di gestione che una scuola “duplicato” possa rappresentare per la comunità.

Allora vi chiedo se c’è un’idea su come far rinascere la comunità matelicese del futuro?

Chiedo al sindaco se abbia mai pensato o quantomeno valutato il livello di rassegnazione in cui versano gli sfollati che non hanno più un tetto proprio dove dormire la notte?

La tua amministrazione sindaco ha mai pensato che, vista la situazione emergenziale in cui si trova il comune, sia giunto il momento di cercare una via di emergenza per ripristinare la sanità pubblica di cui per LEGGE chi amministra ne è tutore e responsabile? E’ possibile che nel cratere del sisma non sia nemmeno possibile avere un pronto soccorso utile agli infartuati, è possibile che sia nel 2017 una gara ad ostacoli capire quando è aperto il reparto di radiografia?

Questi argomenti non dovrebbero essere prioritari ed inoppugnabili nella GESTIONE EMERGENZIALE?

E’ possibile che debba essere condivisa con il “popolo” la diatriba su chi paga i 50 euro dell’esercizio pubblico della camera mortuaria?

Inoltre vorrei ricordare che fra gli sfollati c’è chi si è pagato di tasca propria il container e lo ha messo davanti la propria abitazione perché nessuno a tempo debito lo aveva soccorso, questo esempio di intraprendenza sarà giudicato abusivo al pari di un evasore in ottemperanza della delibera regionale che da questa disposizione a tutti i comuni del cratere oppure vi opporrete seriamente a questa bestialità amministrativa?

E ancora, perché continuano ad arrivare le bollette della TAssa RIfiuti che è un’imposta comunale? L’avete sospesa per l’emergenza sismica oppure no?

Perché il sussidio per l’autonoma sistemazione arriva agli sfollati in maniera intermittente e perché per le attività autonome-artigianali si procede con i controlli solo adesso e non, viceversa, prima di averne concesso il contributo?

Perché non vi opponete all’eccessiva burocrazia che scoraggia ulteriormente chi vuole ripristinare la propria abitazione addirittura, in molti casi, ponendoli in conflitti d’interesse se i propri familiari sono titolari dell’impresa edile che la casa di proprietà l’ha costruita?

Inoltre, avendo la zona marchigiana un collante politico che arriva fino alla seconda e terza carica dello stato che fanno parte tutti dello stesso partito politico, sia la stessa presidente della camera dei deputati Laura Boldrini che il presidente del consiglio Paolo Gentiloni della zona del cratere sismico, rispettivamente Matelica e Tolentino, ed inoltre la regione Marche è della stessa bandiera insieme alla soppressa provincia, oltre alla gran parte dei comuni del sisma, perché la situazione mostra dei ritardi incomprensibili? Qual’è la visione del vostro partito in merito all’emergenza nazionale?

Sperando in una risposta, non so fino a che punto esaustiva, porgo distinti saluti ma non molto.

Da Vallinfante a Visso, un gattino fra il silenzio delle fate.

Da Vallinfante a Visso, fra ricordi, sorrisi, malinconie e un gatto.

“Museo dell’acqua” recita un cartello ad indicare le sorgenti del fiume Nera a pochi passi da Vallinfante, frazione di Castel Sant’Angelo sul Nera. Una paesino piccolo, ai piedi del Monte Prata, poco distante dal “Passo Cattivo” sul parco nazionale dei “Monti Sibillini”. Di fronte a quel cartello, vicino alla sorgente, un gattino (in foto) spaesato ma non randagio, abituato come solito far dei gatti al luogo, forse più che alle persone.

Ho trovato quel gatto spaesato nel significato letterale del termine, cioè senza il suo paese che non c’è più. Non so perché ma in pochi secondi il pensiero vola a quella lezione di scuola elementare sugli antichi egizi che li adoravano come divinità ai gatti, poi mi torna in mente un mio amico, un grande artista che li dipinge e, dai suoi quadri, escono addirittura con l’anima di acuti osservatori i gatti, mi esce un sorriso, pensare che sono anche allergico al pelo di gatto, ma lo riguardo quel felino e mi convinco che, se lui sta li a scrutarmi con quegli occhi che raccontano sensazioni, evidentemente gli antichi egizi un motivo valido per arrivare ad adorarli lo avevano per forza e che, inoltre, loro non siano animali parlanti solo nelle fiabe, ma ti offrono uno sguardo diverso sul mondo come i quadri di Mauro.

E’ passato un anno dalle scosse, qui il silenzio è rotto soltanto da un motociclista fermo ad osservare la skyline delle macerie ammucchiate, delle trasparenze non volute sulle stanze delle case, immobili da tempo, squarci di aperture sui saloni, un lampadario appeso sopra una tavola, che nessuno apparecchierà più.

un lampadario, una tavola, una casa che fu
un lampadario, una tavola, una casa che fu

Trasparenze non volute ma rese tali dalle mura cadute sopra i sentimenti di una società spezzata, che non piange vite umane, ma la morte della speranza in questi luoghi di silenzio, rifugi naturali dallo stress quotidiano, momenti di calma ricercati prima delle scosse, mai però così obbligati come ora.

Vallinfante, circola voce che non verrà nemmeno rimessa in piedi.

Quella processione per San Rocco così amata dai suoi abitanti, forse troverà l’inerzia clericale per andare avanti, senza l’anima però di chi, questi posti, li ha sentiti propri, magari tornando anche solo in estate, magari scappandoci per qualche giorno, per rimaner tranquilli a riflettere fra le montagne. Probabilmente quei momenti di vita paesana, fatti di ricordi, dialetto, usanze contadine, fiaschi di vino e ciauscolo, verranno pure relegati dentro l’ennesimo “Museo della civiltà contadina”, ma non so se potranno mai ritrovare la forza di rivivere con le suggestioni che emanano, insieme a quello spirito vivo del dialogo con la natura, ancora splendida, nonostante l’uomo e le sue istituzioni, spesso farlocche nell’intraprendere le azioni di sviluppo delle aree interne, oggi più che mai insensate, dietro questa interminabile emergenza.

Quel gatto arruffato osserva, non mi toglie lo sguardo di dosso, si avvicina, struscia sulla caviglia, cerca le persone che non ci sono più. Non è eccessivamente smagrito, sembra più disorientato, forse depresso, non so se un gatto possa o meno essere depresso. Forse, mi viene da pensare, sarà rassegnato anche lui. Nei suoi movimenti c’è un qualcosa di molto simile alla rassegnazione, lo percepisco, lui lì solo in mezzo ad un silenzio assordante.

una porta dietro al niente o al tutto
una porta dietro al niente o al tutto

Decidiamo di riprendere la strada per tornare a Visso, o quel che ne rimane di un paese grazioso nella sua ruvidità di montagna, un’architettura elegante, sfregiata, oggi dalla natura e, nel passato, da una fobia cieca nel costruire cose, troppo spesso senza senso. La zona rossa delimita tutto il centro storico.

Vissosteniamo, è il titolo della festa organizzata dai resilienti rimasti in paese. Mangio un panino al “Vissuscolo” di Giorgio, si perché il nome “Ciauscolo” qualcuno se lo aveva già portato via prima del terremoto, compro anche un pezzo di lardo speziato, noto che almeno quei profumi di un tempo, sono rimasti intatti anche se, inevitabilmente, si sono spostati i luoghi dove li si poteva percepire. La festa di sabato è al laghetto, ce ne sono state altre prima, una serie di prefabbricati in legno circondano il campetto li vicino. Qualche attività artigianale è li per dichiarare di esistere ancora, nonostante tutto. Quei sapori rimangono sempre gli stessi, qualche nuovo progetto si vede all’orizzonte, Stefano che con la sua frutta ha preparato sangria per la festa, mi fa conoscere una nuova rete di piccole aziende che hanno come obiettivo l’idea di voler abbinare la creazione di oggetti in lana di pecora ‘sopravissana’ ai prodotti caseari ed ai salumi; iniziativa interessante, da tenere d’occhio. Incrocio Christian, indaffarato, tiene duro da sempre per il suo paese, un ciao detto di corsa, un sorriso e chissà se non gli sia tornata in mente quella mattinata in cui avevamo “salato” (si dice così da noi quando si fa tappa) a scuola nel ’97 e una “scossa” la prendemmo proprio sotto “la rocca” di Camerino.

vissosteniamo, le bancarelle, fra tenacia e speranza
vissosteniamo, le bancarelle, fra tenacia e speranza

Poco più in la sotto un gazebo Giovanni prepara la griglia per le salsicce, lui è l’instancabile presidente della Croce Rossa di Visso, pur di stare in mezzo alla sua gente, è da oltre un anno che dorme in quello che dovrebbe essere un “ufficio di emergenza”, ovviamente provvisorio, poco più di un gazebo in legno.

Decidiamo di tornare a casa prima del tramonto; nelle buste il mix di odori di qualche piccolo acquisto, due pezzi di formaggio, una ricotta salata, un pezzo di Ciauscolo e uno di lardo aromatizzato mi fanno pensare a quando c’era il centro a Visso, tornando per la Valnerina (ancora chiusa oggi per la frana che ha deviato il Nera) non vedevo l’ora di arrivare per sera a far scorta di prodotti, che avevano l’essenza di un territorio genuino, negli ultimi anni già sfrattato da una burocrazia che li ha oppressi e oggi tende a dividerli ciecamente, sembra che ci si diverta a volerli rendere abusivi a casa loro, in senno a metodi che si sono dimostrati assolutamente fallimentari in passato, rei di possedere sapienza agricola e artigianale, di privilegiare in maniera spontanea e con coscienza, i ritmi di un equilibrio perfetto con la natura.

Mi piacerebbe poter dare un senso magico a questa storia; il senso di quegli artigiani resilienti, quel gatto che fa da guardiano alla sorgente, vorrei che fosse il messaggero delle fate dei Sibillini, che nell’operosità stanno compiendo la magia di rimanere, nonostante tutto, intatte nella loro anima, fatta di vite che le ascoltano ancora, che seguono i loro ritmi scanditi dalle stagioni, che non hanno paura della terra che trema, ma restano ruvidi e ruvide, nonostante le pretese degli uomini ‘altri’, quelli che, nella tempesta burocratica, stanno facendo carte false con le loro speculazioni per riuscire a rovinare tutto ma non ci riusciranno!

Nella speranza di poter concludere la fiaba con un … e vissero felici e contenti, mi auguro che continui questa resistenza!

Restauro artistico, nobile recupero della storia

Abituati alla vita frenetica di oggi, dove la maggior parte di noi corre senza capire nemmeno il perché, nell’atrio di una “casa-museo” con una collezione ricchissima, sicuramente fra le più interessanti dell’intera Regione Marche, e d’Italia, oggi purtroppo non senza i problemi annessi e connessi del sisma che lo ha reso inagibile, si scopre, una parte importante dell’essere uomo. Fino a poco tempo fa era la possibilità di trovare un senso di calma fra le espressioni d’arte, un motivo per rifocillarsi dai ritmi frenetici della vita quotidiana.

Entrando nel porticato mesta, quasi nascosta, la piccola bottega di una giovane artista, Angela Allegrini. Una restauratrice di opere d’arte sicuramente unica nei suoi modi di fare eleganti, creativi e nella sua innata professionalità. Entrando in bottega il primo bel contrasto che palese si mostra agli occhi è la superbia eleganza dei suoi restauri. Ricordo qualche anno fa di una Madonna col Bambino del ‘700 attribuita al “Brandi”, imponente ed elegante che Angela ha riportato alla luce con la pazienza e la minuziosità di una professione che puoi affrontare solo se alla professionalità aggiungi una passione accorata, intima nell’animo. Era un’opera imponente, sapientemente “medicata” da questa “piccola” ma grande “dottoressa” dell’arte.

Angela ha conseguito il diploma di Laurea presso l’Istituto per l’Arte ed il Restauro di Palazzo Spinelli a Firenze. Per 4 anni ha poi lavorato presso ditte Urbinate specializzate in lavori di restauro in esclusiva per le soprintendeze ai beni storici artistici di gran parte delle regioni italiane. Dal 2007 ha deciso di mettere a disposizione il suo mestiere alla città in cui è nata. Nella sua bottega esegue restauri di opere importanti provenienti anche da altre zone d’Italia, sono convinto che avere in casa un artigiana-artista come lei sia un orgoglio per tutti i matelicesi. Un’arte nobile quella del restauro artistico.

Un particolare di bottega
Un particolare di bottega

Fra le opere ridate alla luce Angela conta il “Monumento ai Caduti” presso i Giardini Pubblici commissionato dal Lions Club, diverse tele di Nature Morte settecentesche attribuite allo “Spadino”, opere di illustri ritrattisti del passato come “Raffaele Fidanza”, restauri di affreschi in chiese importanti, e non da ultimo il ripristino della bella carrozza di Mons. V.F. Piersanti presso la stessa “casa museo”. Una poliedrica, vivace e giovane artista del restauro. La sapienza di un mestiere nobile nella sua importanza culturale, di grande responsabilità nella conservazione di pezzi unici della storia dell’arte. Uno di quei mestieri che sono un fondamentale contributo al ripristino della “cultura del bello” oggi quanto mai importante nel nostro bel Paese ferito, ma da sempre, fervido esempio per il mondo intero. Comunque quando a far questi mestieri si trovano professionisti, giovani, capaci, responsabili, allegri e pimpanti come Angela si riaccende la speranza.

Uscendo dalla bottega, l’augurio è quello di vedere ripristinata presto la possibilità di fare una visita a “Casa Piersanti” e poter solcare di nuovo quel portone importante, per respirare a pieni polmoni l’essenza storico-artistica di questa parte del maceratese. Oggi Angela è una restauratrice artistica, che persegue il suo talento a ricucire gli strappi che le scosse hanno prodotto. Oggi più che mai, credo la sua passione dovrà trovare la possibilità di essere espressa, perché oggi di questo tipo di “saperi” se ne ha estremo bisogno.

Angela Allegrini “Vita per l’Arte” – 62024 Matelica (MC)

t.+39.338.1095752 – www.vitaperlarte.it

Pasticceria Vissana, ultima frontiera!

Pasticceria Vissana, ultima frontiera. Vi ricordate Star Trek, iniziava sempre così “Spazio, ultima frontiera” e allo stesso modo voglio iniziare a parlarvi di questi pasticceri- fornai coraggiosi, esempio di resistenza e attaccamento al territorio, dove, nonostante tutto, hanno scelto di rimanere.

E’ il caso del cratere della devastazione più grande che l’Italia abbia potuto subire negli ultimi secoli. La costanza dei resilienti, quelli che nonostante tutto non mollano. Vi racconto della costanza di Fabio e Lina che questa “ultima frontiera” la vivono ogni giorno, offrendo un servizio essenziale agli altri come loro, rimasti in queste zone distrutte. Come vivi baluardi, marcano l’autentica essenza coraggiosa delle genti di queste montagne. Fabio Cerri e Lina Albani avevano un forno al centro di Visso, “L’albero del Pane”, e la “Pasticceria Vissana”, due locali, il primo che ora è semidistrutto e si trova al centro della zona rossa, mentre l’altro miracolosamente rimasto in piedi, poco in periferia, segna il confine con la devastazione.

Fabio mi racconta che mentre faceva il pane avvertì un frastuono intorno a lui, un movimento continuo di tutto, erano le 3 e 36 del 24 agosto 2016, Amatrice a non più di 50 km in linea d’aria da Visso, stava per essere rasa al suolo. Passato quel momento, i due hanno continuato a fare il loro lavoro, nonostante i cocci da rimettere in piedi, con la sostanza del fare sono rimasti uniti sotto le scosse, nella voglia di sopravvivere ai momenti più cupi, con tenacia e con lo spirito di aiuto fraterno dei paesi sono divenuti, a pieno titolo, aspetti di vita esemplare in quelle zone. Si sono rimboccati le maniche, lui pisano di origine ma Vissano da quasi trent’anni hanno continuato a riempire il bancone ogni giorno, durante lo sciame sismico imperterrito, traslocando da Camerino a Belforte del Chienti, quella serranda l’hanno sempre aperta ogni mattina, per un senso di continuità, nonostante fuori, tutto fosse cambiato. Lina e Fabio hanno continuato imperterriti a sfornare pane e prodotti di alta pasticceria, nonostante le scosse continue, ancora oggi sono lì, per una certa dose di fortuna, ma soprattutto per tenacia.

In maniera estremamente genuina con tutti gli ingredienti delle comunità ancora in piedi, di quei pastori  e contadini che sono rimasti lì, a presidio del territorio a dimostrare un continuo e mai cessato dialogo con quello che la natura di questi luoghi ancora riesce ad offrire. Anche dopo un evento di questa portata, le loro torte alla ricotta di pecora sopra vissana vengono sfornate puntualmente, anzi hanno un sapore più marcato perché arricchite di un ingrediente impalpabile che nessuna pubblicità o strategia di marketing potrà mai equiparare, quello dell’amore per quello che si è scelto, dell’utilità di fornire un momento di ristoro in mezzo al caos, a tutti, dall’esercito che presidia la zona rossa, ai vigili del fuoco che si occupano di ricostruire, fino agli sfollati che tornano a riprendere i propri oggetti o capire cosa stia succedendo ma, “in primis” a tutti quelli che sono rimasti, imperterriti ma con i piedi ben saldi nel loro paese natale. E’ la gente come questa che va presa da esempio e modello di ricostruzione, sono questi gli eroi inconsapevoli di questi luoghi, che hanno il bisogno e la necessità di essere vissuti di nuovo nelle belle giornate di sole come questa, è saper vivere e riconoscere rispettosamente queste sensazioni, la chiave di sblocco e di ripartenza anche nei confronti di una macchina burocratica troppo lenta in una situazione seppur immane e grave come questa.

Fabio e Lucia però stanno lì, alle porte d’ingresso di quel borgo fatato che era Visso, oggi, purtroppo ferito ed ansimante, ma non distrutto nell’animo, con il campanile che ancora svetta a ricordarglielo, sopra quei palazzi nobiliari violentati ed impoveriti, dalla furia della natura prima, e dal fastidioso scaricabarile istituzionale poi. Sono circa venti i coraggiosi senza casa rimasti a Visso anche se per le aree attrezzate delle casette si stanno disponendo solo adesso le strutture di urbanizzazione primaria.

In tutto questo Fabio e Lina non hanno mai smesso di fare il loro mestiere. Dopo le scosse del 24 agosto e poi quelle del 27 ottobre, fino alla mattina di quel fatidico 30 di ottobre, alle 7, i banconi della loro pasticceria sono stati sempre pieni dei tesori di queste terre.

Sono le loro torte antisismiche, la risposta più dolce al disastro; più di tutto mi ha sbalordito la torta di ricotta, che da sola vale un viaggio intero nel parco nazionale dei monti Sibillini, un percorso anche solo per ripercorrerne la filiera identitaria nei pascoli di pecore sopra-vissane. Quegli spicchi di torta danno il senso di cosa sia stata e cosa potrebbe tornare ad essere questa zona, la genuinità di una filiera autentica fatta di riconoscenza e di rispetto, dell’essere quello che si fa, emblema per l’economia reale di cui se ne sente la necessità un po’ dappertutto, questo li rende unici. Quelli come loro sono inconsapevoli ed efficaci antidoti alla plasticata pantomima dei centri commerciali aperti la domenica. Dentro un prodotto da forno sintetizzano il concetto di “terroir” perché ne sono testimoni viventi anche ai margini dei luoghi di distruzione; per questo sono dei vincenti.

Sono estremamente convinto che oggi più che mai abbia senso cercare emozioni in un piccolo viaggio fatto nei pascoli di quegli stessi pastori abbandonati in inverno sotto la neve, ascoltare i loro racconti, oggi,  dietro il sorriso malinconico di persone come Fabio e Lina si nasconde l’idea vera della solidarietà fra gli uomini, fatta di cose semplici e per questo molto più salda delle travi cadute con il terremoto. Da esempi di caparbietà come questo, quelle genti raccontano le parti più vere di loro stesse, diventano esempi di coraggio, trasferiscono quella nobiltà d’animo propria dei saperi di un tempo, la cultura viva e vegeta che non troviamo in un tabloid o al centro commerciale. Tutto questo dobbiamo tutelare, quelli come loro sono l’economia reale da difendere.

Quindi, in coscienza, non sono l’ultima, ma la prima frontiera !

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La comunicazione contro!

La totale mancanza di conoscenza reale dei disagi nelle zone terremotate è evidente nelle risposte istituzionali o similari, si percepisce chiara e nitida la desolante ignoranza politica motivata da una partitocrazia inutile, che pone basi esclusive di discordia e taglia in due la società; il popolo e l’elite. Sarebbe la sceneggiatura di un film comico o di un nuovo ‘Pulp Fiction’ tanto per scomodare Tarantino (scrissi un pezzo tempo fa intitolato pulp sisma) ma è tragedia reale per tante, troppe persone.

Da quella specie di delibera regionale con cui si obbligava i comuni a controllare e dichiarare abusivi i moduli provvisori fatti in autonomia dagli stessi terremotati, ai contributi per autonoma sistemazione che di fatto, credo, nessuno ne abbia visto ancora il becco di un quattrino, era percepibile un segnale netto d’incapacità istituzionale anche nella forma di comunicazione imboccata da certi dirigenti che hanno mostrato addirittura le loro contrarietà verso chi, senza chiedere nulla sta cercando di rendersi utile. Allora ecco gli “specialist” a libro paga per progetti di marketing turistico della stessa Regione via a commentare come manco fossero Zuckerberg, che la neve porta engagement dai loro uffici riscaldati dai soldi di tutti, postando foto di Urbino innevata o altre maestose bellezze statiche su Instagram e, pontificando tra loro, cercando motivazioni mediatiche, scrivendo su Facebook come si possano considerare elementi di profilatura interessanti gli “i like” messi nella pagina Marche Tourism da profili asiatici.

Ora con tutto il rispetto per chi lavora di turismo vero ed ha rapporti diretti con chi visita queste zone, mi chiedo come sia possibile che la Regione Marche possa tenere a libro paga collaboratori di questa enorme inutilità. E non venite a parlare di tecnicismi mediatici perché sono stupidaggini in questo momento, pure e semplici prese per il culo come la maggior parte delle azioni di promozione messe in atto da enti disastrosi come la Regione. Mettere una foto della ‘Moretta di Fano’ o anche del ‘Ciauscolo’ in un sito istituzionale avrebbe senso se questo ricordasse un progetto, un evento, sostenesse un principio, portasse con se un contenuto, o facesse leva su uno spazio emozionale concreto!

Ma il post di una bella foto rimane solo fine a se stesso e ti fa raccogliere i “mi piace” dei nostalgici o da quelle ‘profilature’ asiatiche che non credo siano assolutamente interessanti per il mercato turistico regionale, con tutto il rispetto per il Bangladesh o similari.

Comunque, lasciamo da parte il lato tecnico, facciamo il punto su come si rivolge questa gente verso coloro che si propongono di sostenere le popolazioni colpite.
Gesti di dissenso, di negatività, di ‘non serve’, di ‘non fatelo’, ‘le Marche non sono solo il terremoto’. Invece di far leva sul “venite a vedere come siamo messi e aiutateci a rimettere insieme le nostre economie e le nostre comunità”, questi sciacalli mediatici, pagati dalle tasse di tutti, questi apparati inutili della comunicazione turistica regionale ti dicono che le Marche sono altro e non sono solo terremoto. Senza vergogna, immedesimati completamente nel ruolo che hanno.

Allora io propongo che i soldi stanziati per questi pseudo professionisti inutili, siano immediatamente distribuiti agli sfollati che rappresentano identità reali, siano megafoni per quei piccoli ma grandi sindaci che ogni giorno cercano di farsi ascoltare, per gli allevatori martoriati che erano, sono e saranno i veri motivi di viaggio, rappresentando una realtà vera, viva e non virtuale. Si dovrebbe raccontare quello che si vive con la lealtà di immagini che, se occorre, possono essere anche crude, ma sicuramente vere e spesso allegre nonostante tutto, come i cuori aperti della gente di montagna, anche e soprattutto nella disgrazia che si sta vivendo.

Altro che foto inutili o pubblicità di cieli limpidi in tv che in questo periodo sono utili solo come tornaconto da mostrare ai politici idioti di turno!

Quindi Ceriscioli e compagnia, rendetevi conto chi siete e chi avete attorno!

p.s. guardate bene la foto, l’ho scattata a Camerino dopo la scossa di Ottrobre, manco a farlo apposta c’erano i Forestali in prima linea. Meritano rispetto queste persone!

Arriva la neve

Arriva la neve dietro offuscati occhi della gente.

Arriva piano, porta calma, dovuta, incresciosa, necessaria.

Arriva a coprire, momentanea, le ferite di una terra che trema.

Entra fredda sopra a tutto, riscalda un po’ le anime,

forzatamente rischiara i paesaggi, questo contrasto gelido genera tepore.

Eccola a coprire gli asfalti, ci avvicina alla natura, ci fa consapevoli di essere uomini.

Il gelo che scalda, che copre tutto, simbolo di candore,

per un attimo, sembra non sia accaduto niente.

Fine ed inizio, momento per pensare, capire cosa sono,

pensare cercare e capire se sono ancora capace di amare.

Meravigliarmene orgoglioso, come se fossi ancora bambino.

 

 

 

La mafia della stupidità

Continuano le scossette di magra intensità, piccole, numerose e silenti ci fanno capire che viviamo un momento di instabilità totale. Dalle istituzioni alle famiglie, tutti indistintamente. Il terremoto dovrebbe farci capire che la società deve essere riequilirata. Invece no. Continuano le scosse dentro gli animi di chi, una casa lesionata già ce l’ha.

È l’apoteosi dello scandalo nella evidente continuità di una utopica visione del mondo unilaterale e iperliberista. Dove il mercato è padrone e noi da cittadini siamo catapultati a consumatori nella più becera visione degli schiavi moderni.

In maniera inequivocabile e con le mazzate dei politici e leader locali che, da, ogni ordine e grado imperano dictact su come sia meglio fare. Mai una parola sulla libertà di deciderselo da soli il proprio futuro. Un futuro di instabilità totale dove nessuna “protezione civile” può arrivare e che nessun social può descrivere.

L’idea di tenere tutto sotto controllo, mai come adesso è completamente svanita sui continui movimenti della terra. È ora di riconsiderare l’uomo nella sua integrità fisica e morale. Riconsiderare l’idea che la gente è tale perché ha un intelletto proprio e la semplicità complessa di combattere per continuare a vivere la propria storia. Per questo il Governo sbaglia nel perseverare a voler mandare tutti al mare. Perché interrompere le economie agricole di alta collina o montagna, mandando tutti in ‘vacanza forzata’ è una stronzata dettata solo da un’ipocrisia politica di stampo regionale. Dovrebbe essere resa reato perseguibile civilmente se non a livello penale!

Comprendere queste cose è presupposto fondamentale per interventi massicci atti a ricostruire ‘in primis’ intere comunità. Un esempio è Gagliole, un piccolo paesino del maceratese che, anche se non abbia avuto evidenti crolli sulle strutture edilizie, vive una dimensione di sfiducia enorme verso tutti gli apparati istituzionali, oggi ho parlato con Mauro Riccioni, il sindaco ‘a gratis’ di questo piccolissimo comune terremotato.

il sindaco Mauro Riccioni
il sindaco Mauro Riccioni

Un avvocato mio amico, salito alla ribalta per il fatto di aver urlato al mondo di fare il sindaco senza ricevere indennità di mandato, l’ultimo comunista vero. Una cosa inconcepibile nell’economia di mercato. Encomiabile per i suoi cittadini fino a prima del sisma.

Dopo le scosse l’ho visto solo, più di prima. Tanto che nella sua voce non ho più sentito l’idea pacata, per quanto decisa di un uomo con una propria coscienza civica, ma solo la fragilità di non riuscire a mantenere gli impegni ad una società indebolita dalla paura di perdere tutto e rimanere abbandonata a se stessa. Mauro, che in tempi normali urlava contro un sistema fatto di utopie liberiste, oggi l’ho visto impaurito, iperattivo sul fronte scatenato della volontà di ricucire una comunità fatta di uomini e donne sfiduciati dal timore di cosa sarà il domani, encomiabile, ma non nego dubbi su come avverrà questa ricostruzione ‘la quiete dopo la tempesta’.

Intravedo nitido il senso di disorientamento su come andare avanti domani. Proposte e sacrifici a sperare in un futuro migliore ed identitario. Cammino difficile, pieno di motivazioni, nonostante la Regione, il ministero e il mondo della burocrazia che si fa spazio dentro uno sciame sismico di aiuti promessi ma che non arrivano mai. Unico modo per urlare al mondo che esistiamo, quello di farci sentire coesi e determinati a voler far continuare ad essere le nostre comunità. Siamo un popolo fatto di uomini e donne che dovrebbero unirsi nel continuare a respirare questi territori. Nonostante tutto e tutti. Ora è il momento della calma e della riflessione cose in cui i marchigiani si perdono spesso. Ma è anche il tempo di essere comunità, anche se impaurita, dimostrare di essere gente che vuole ricominciare a viverli di nuovo questi paesaggi.

In sostanza è una guerra contro la mafia della stupidità, umana, politica e sociale. Se non la vinciamo, meritiamo tutte le catastrofi che abbiamo!

Per questo, forza e coraggio!