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Non solo chiacchiere e clandestini!

Per dare un senso solidale e vero alla festa della Repubblica, parlo di un grande italiano!

Buon 2 giugno a tutti!

Solo chiacchiere e clandestini! Siamo solo questo. In questi giorni tutta Italia parla del fenomeno dei migranti dall’Africa. Di quanti ne parlano, penso che nel continente nero (paraponziponzipo) ce ne siano stati al massimo in 3 o 4, perché altrimenti, sono arrivati lì tutti con gli occhi bendati e le orecchie tappate.

Ci sono stato per un periodo di venti giorni, (e per questo non smetterò mai di ringraziare chi me ne ha dato l’opportunità) poco per far qualcosa, ma abbastanza per rendersi conto di una cosa essenziale, cioè che non è vero che nessuno faccia niente per il continente africano. Viste le boiate di questi giorni in tv, dove tutti parlano in maniera più o meno razzista o spesso più interessata che per solidarietà, a moltissimi sfugge l’opera dei frati e delle suore. Lo dico da laico e da discreto peccatore, ma confermo e sottolineo che le opere migliori, i ponti culturali, la solidarietà la fanno, sottolineo frati e suore! Penso che in generale nel continente si faccia troppo e si faccia troppo male. Si parla sempre di chi fugge perché il problema ci riguarda da vicino, perché arrivano in Italia, e ci invadono. Quando scatta lo scandalo dei membri di ONG coinvolte nelle attraversate clandestine si apre il vaso di Pandora, sempre con le mezze verità a mezzo stampa e riaffiorano gli interessi e da bravi burattini, ricominciano con il teatro delle mezze verità.

Nel maggio del 2015 per circa 20 giorni sono stato ospite a Yaoundè la capitale del Camerun di Padre Sergio Ianeselli e della sua opera quarantennale di missione in quelle zone. In quanti sanno della sua opera quarantennale? Quanti talk show con Salvini, Renzi e compagnia dobbiamo vedere come zombie senza dire una parola di chi ha costruito il ponte più solido per quella cultura nativa, Padre Sergio ha tradotto la lingua Bulu in francese e poi in italiano e ne ha scritto un vocabolario per primo. Lo scambio può avvenire non imponendo una lingua nazionale ma comprendendo le esigenze dei popoli che c’erano prima di noi occidentali. In quanti partono da questi esempi per capire i motivi di queste nuove forme di colonialismi? Come fermiamo i processi di invasione di questi popoli se non capiamo i motivi che li portano da noi? Chi ce li spiega i motivi? Salvini? Renzi? Grillo?

Posso affermare con certezza da quanto ho visto e non me ne frega se mi credete o no, quanti istituti scolastici, collegi e strutture di servizio sanitario in quarantanni l’opera di questo frate ha potuto tirare su in questi luoghi. Padre Sergio Ianeselli dovrebbe essere un orgoglio italiano ed invece non sta nemmeno in un trafiletto di Wikipedia. Un trentinoDOC che, per primo ha aperto le porte alla comprensione lessicale con i nativi, col rispetto e la caparbietà proprie delle sue origini. Il linguaggio è la prima forma di confronto fra gli uomini. Tutto questo non passa nei media tradizionali, allora vediamo se internet funziona, chiedo di farmi aiutare da voi, pochi o tanti che mi leggete a far passare questo messaggio di cose fatte con un senso.

Un modo reale per sostenere la cooperazione internazionale e invertire la rotta degli interessi di comodo di chi fino ad ora si spartisce la torta delle materie prime e ci fa digerire le notizie che vuole, in qualche caso con la collaborazione di pezzi deviati della solidarietà internazionale. Esistono realtà come Promhandicam (link al sito) dove potete informarvi, diretta dello stesso “mon Père Sergio Ianeselli”, Agape, oppure le altre piccole realtà italiane come Agape onlus (link al sito) o spagnole che ho avuto modo di vedere e che sono direttamente coinvolte nell’opera missionaria.

Un gruppo di persone che vogliono dare una mano cooperando e non invadendo. Lo stesso Padre Sergio due anni fa mi disse a lungo che sarebbe opportuno avere imprenditori che potessero portare investimenti in Africa invece che togliere solo materie prime.

Nell’Africa centrale c’è bisogno di una regolamentazione reale della libertà personale, esiste in Camerun il divieto di fare foto in pubblico per la paura di mostrare i livelli di arretratezza per cui a mio avviso, anche il governo francese non è privo di responsabilità nel caso specifico.

Siamo stati bersagliati per due anni dalla questione dell’olio di palma quando nessuno e dico nessuno abbia mai tirato in ballo lo scempio che si sta verificando con immensi pezzi di foresta madre che viene sostituita dalla palma per rimboschimento, perché il legname dei baobab o il teak sono un business primario. In Italia il dibattito è sul prendiamoceli o mandiamoli a casa, quando invece dovrebbe essere sullo scegliere fra chi aiuta a costruire motivi per far restare le popolazioni native in Africa e chi fa lo sciacallo continuando a fare il contrario. Abbiamo ancora,orgogli nazionali che sono principalmente persone con una missione sincera in terra d’Africa, abbiamo, chi può farci sentire ancora orgogliosi di essere Italiani, al di la del credo religioso, e ve lo dice uno che non è un devoto, e quindi non sono di parte. Diamo voce in patria a questi esempi positivi oggi che ne è la festa o quel che ne rimane.

Facciamo in modo di dare un futuro a quelle terre continuamente svuotate dall’egoismo occidentale post moderno.

Non va in tivvù “Le Mon Père” come lo chiamano in Camerun, lui ha debellato la lebbra in Camerun, ma non fa comodo a nessun manager della cooperazione internazionale dare spazio a chi della propria vita ha fatto una missione sociale ancor prima che religiosa.

Lui sta con le sue scuole dei villaggi Pigmei del sud del Camerun, sta nella sua Yaoundé quasi in periferia, in un luogo che attualmente sta prendendo una veloce espansione urbana, per quanto in quelle zone il concetto di urbanizzazione sia da prendere con le pinze. Padre Sergio l’amministra, col voto di povertà dei Frati! Sta li a curare e sconfiggere la lebbra, la poliomelite, portare riso e penicilina a quei villaggi contaminati per la fame di materie prime dei mercenari d’occidente. Chi li aiuta? Io ho visto solo lui e pochi altri come lui, suor Christine Messomo dell’orfanotrofio di Sangmelima, Frate Thaddeus della struttura per sordomuti di Ebolowa che ti aprono il cuore con quegli sguardi, che ti urlano che la vita si costruisce comunque e deve essere un diritto per tutti, non una nuova tratta degli schiavi dell’era moderna.

Quindi non è vero che non esistono gli aiuti a casa loro, ci sono e vanno potenziati a discapito dei farabutti che invece, adesso paradossalmente assorbono la comunicazione di riflesso magari anche dagli scandali. Nono sono molti quelli come Padre Sergio ma ci sono e vanno sostenuti.  Allora mi domando perché questi scandali, perché mercifichiamo anche la sofferenza totale, soprattutto perché parlare di sbarchi e parti di grandi ONG corrotte per poi fregarcene completamente quando si racconta una storia esemplare?

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Fate girare e soprattutto informatevi e aiutate chi se lo merita.

Sfumature d’Africa a Teatro… così… per non dimenticare!

Giusto un riassunto per non dimenticare…

all’inizio dello scorso anno (2015), l’azienda Halley Informatica ha inviato una e-mail a tutti i suoi dipendenti, cercando volontari pronti a partire per una ventina di giorni alla volta del Camerun. La finalità era quella di constatare i risultati ottenuti da una missione di solidarietà cristiana aiutata dalla stessa azienda, oramai da oltre un ventennio. Io insieme ad altre 3 colleghe di lavoro siamo partiti, con non poche paure verso le insidie che ci venivano dettate da più parti, le malattie tropicali, la malaria e lo spauracchio dell’Ebola. Poi grazie soprattutto a grandi compagni di viaggio che rispondono al nome di Cristiana Consalvi, Daniele Ortolani e Francesca Cuccu, abbiamo preso le opportune indicazioni e la dose di coraggio necessario per affrontare questa esperienza.

In realtà quel viaggio per me e le altre, Monia Pecchia, Monia Bregallini, Santina Barboni si è rivelato una storia fantastica. Faticosa, toccante ma estremamente profonda. Un’occasione unica per vedere senza nessun filtro ideologico quale sia la situazione Vera e Reale di quel pezzo di Africa.

Ecco perché il titolo del racconto fotografico è stato “Africa Vera”.

Volantino "Africa Vera - Africa Nera"
Volantino “Africa Vera – Africa Nera”

Quale luogo migliore di un teatro per rappresentare la missione di un frate, Padre Sergio Ianeselli che in 40 anni ha creato un ponte fra due culture. Non tratta esclusivamente di solidarietà l’opera di questo grande uomo. L’opera di Sergio va a scavare nella cultura profonda di quei popoli, di quelle tante tribù, e, cerca di aprire veri e propri ponti di dialogo.

L’ordine dei “figli dell’Immacolata Concezione” è relativamente giovane, iniziato alla fine del 1800 dallo stesso Luigi Maria Monti con lo scopo di star vicini ai più deboli, agli ammalati e agli orfani in Italia e all’estero.

Nonostante i problemi della congregazione, a cui appartiene Padre Sergio, (sono noti a tutti i recenti scandali dell’ospedale IDI di Roma, gestito da alcuni confratelli), “Mon Perè”, come lo chiamano nella sua Africa, continua ad allargare la sua missione nonostante mille difficoltà. In tutto il Camerun, Padre Sergio è molto conosciuto per essere un grande ed importante personaggio e, anche se il suo ordine non vive, in Italia, una situazione limpida, lui, da buon trentino dalla testa dura, mantiene salda la sua immensa opera di solidarietà, di aiuto agli ammalati e ai più deboli. Ianeselli, per me, è una di quelle poche persone che hanno il coraggio di tradurre ogni azione nel “buon esempio da seguire”!

Sta lasciando il segno in quella terra rossa Sergio Ianeselli e continua a “costruire ponti fra culture”, il vero spirito della dottrina sociale della chiesa, un italiano al posto giusto che insieme all’aiuto di piccole comunità cattoliche e laiche sta facendo il lavoro che conta veramente per quelle popolazioni.

Molti anni fa ha scritto il primo ed unico vocabolario dal linguaggio indigeno parlato in tutto il sud del Camerun, il “Bulu” al francese (lingua ufficiale in Camerun) e quindi all’italiano. Questo vocabolario, presente ancora in moltissime biblioteche universitaria, è un’opera importantissima in quanto fino a quel momento non c’era nessun tipo di documento scritto che permettesse di comprendere quella lingua.

Nonostante i suoi 70 anni suonati, viaggia ancora per tutto il Camerun instancabilmente, non si contano i beni di prima necessità che periodicamente consegna o fa arrivare a chi ne ha bisogno, i pozzi che ha costruito nei villaggi di tutto il sud del Camerun, le scuole costruite in tutto il paese dove tutti possono imparare a leggere e a scrivere, è stato il primo ad interessarsi di portare la cultura anche nei villaggi sperduti dei Pigmei.

La sua opera è diventata parte integrante della cultura di quei popoli, il primo vero grande ponte interculturale fra la popolazione camerunense e quella europea.

Inoltre e non da ultimo, ha costruito ricoveri e centri specialistici per bambini malformati, poliomelitici, lebbrosi, nonostante le difficoltà ovvie in quelle zone, per offrire ospitalità, cure e istruzione ai bambini sordomuti, ciechi o comunque affetti da malformazioni.

Il racconto fotografico “Africa Vera” si è svolto presso il foyer del Teatro Comunale Piermarini di Matelica venerdì 16 ottobre scorso e il ricavato è stato interamente devoluto a Padre Sergio, in Africa. 

Per info e contatti: www.promhandicam.orgwww.agapeonlus.it

ringrazio Cristiana Consalvi per il prezioso aiuto nel redigere questo pezzo.

Africa Vera – parliamone a Teatro

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  • Africa Vera a Matelica – Africa Vera si è svolta il 16 ottobre 2015 dalle ore 18 fino alle 24 presso i nuovi locali dell’enoteca Comunale, nel Foyer del Teatro “Giuseppe Piermarini” a Matelica, l’aperitivo musicale e mostra fotografica, “Africa Nera – Africa Vera”.

Un’iniziativa che ho avuto l’onore di vivere in prima persona, sia col viaggio in Africa (ne parlo nel blog in articoli precedenti nella sezione Africa) che con i successivi bei momenti di dialogo condivisi al ritorno in Italia con i colleghi e coloro che hanno letto i pezzi che ho scritto.

Sicuramente visitando la mostra, si avrà l’opportunità di vivere un’esperienza che non sempre viene passata dai media…

Questo aperitivo/mostra fotografica è la prima sintesi di una missione, sostenuta da molti anni dall’azienda per cui lavoro Halley Informatica, che ha dato l’opportunità a me e altre mie colleghe (Monia Bregallini, Monia Pecchia e Santina Barboni) di poter fotografare in 20 giorni la grandiosa opera di “costruzione reale” di un dialogo interculturale “vero” fra popoli, iniziato oltre quarant’anni fa da Padre Sergio Ianeselli.

Ribadisco da laico che quel frate lì (Padre Sergio) è davvero una figura da seguire, al di la di ogni fede religiosa.

Per questo motivo, siamo veramente soddisfatti del fatto che Associazione Pro MatelicaComune abbiano sposato l’idea di coinvolgere i produttori di verdicchio e gastronomici locali per creare questa serata, che abbinerà momenti di convivialità e riflessione all’interno di una struttura di altissimo pregio culturale come quella del Teatro Giuseppe Piermarini.

Ovviamente l’incasso della serata verrà direttamente inviato alla missione di Padre Sergio; per maggiori dettagli www.promhandicam.org.

Un’occasione per vivere la realtà africana e dare un sostegno a popoli disagiati in maniera del tutto diretta e senza alcun filtro!

Volantino
Volantino “Africa Vera – Africa Nera”

Pigmei…una società parallela

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14 maggio, Djoum, Camerun.

Stanno nei villaggi. La loro casa di rami intrecciati e foglie di palma e banano si chiama Angulum.
Il capo villaggio è la figura di riferimento dell’intera comunità. Il più anziano, quindi reputato il più saggio.
I villaggi più interessanti, qui in Camerun, sono all’estremo sud.
Per incontrarli bisogna andare dentro la foresta, oltre la città di Djoum, che non è collegata al resto del Paese con una vera e propria strada come la intendiamo noi dei paesi cosiddetti ‘sviluppati’.
140 km di sterrato in mezzo alla foresta equatoriale, sempre più vicini al parallelo centrale che divide il mondo tra nord e sud. L’estremo centro del nostro pianeta. I saliscendi di terra rossa disegnano percorsi quasi impossibili. Ho avuto la fortuna di passarli in auto, con le mie compagne di avventure, in un off-road che chiamarlo impegnativo è davvero riduttivo.
In questo caso da laico, ammetto, che qui, forse, la Provvidenza Divina ci sia venuta in soccorso, oltre ovviamente ai consigli su come guidare di Padre Sergio che, con Lei, sembra lavorarci gomito a gomito.
‘Il Don’ come lo chiamiamo noi, che per 40 anni ha seguito i Pigmei, ne ha imparato le tradizioni la lingua, ha tradotto la lingua dei Betì, ‘il bulu’ fino a scriverne un vocabolario specifico che oggi è uno dei rarissimi documenti a preservare questa tradizione linguistica che prima era solo orale oltre ad identificare molti vocaboli del più arcaico linguaggio pigmeo dei ‘bakà’.

Lungo il viaggio parliamo dello spirito di condivisione di queste genti, mi viene spontaneo chiedere il significato della parola ‘Ubuntu’…mi risponde che non è ‘bulu’ ma ‘swahili’, una lingua composta da alcuni grammatici anglosassoni ad inizio del secolo scorso, un insieme di più lingue bantù locali della costa ad ovest del continente.
Quindi ‘condividere’, in ‘bulu’ si dice ‘bo akap’ e anche nei Pigmei è un concetto inversamente proporzionale all’occidentalizzazione e all’arrivo del denaro, di alcol e consumi importati dall’uomo moderno che stanno aumentando i livelli di egoismo disperdendo valori ancora praticati. Tuttavia le missioni cattoliche e anche laiche (zercaylejos ne è una spagnola che abbiamo visto operare tramite Ginebra Penā, una loro volontaria) in questi luoghi, cercano per lo più di curare le infezioni (perché incapaci di curarsi da soli con rimedi naturali) e tutelare la propria identità, instaurando piccole scuole per le basi di un dialogo con il resto del mondo.

La deforestazione e le attività estrattive intense, stanno evidentemente plasmando questa parte di Africa, un popolo che, purtroppo, sta acquisendo il peggio dell’Occidente dal neo colonialismo intercontinentale, che ne amplifica gli aspetti negativi, e fa abbandonare a queste genti le proprie caratteristiche umane di convivenza armoniosa con la natura equatoriale.

Entrando a contatto con i Pigmei, spontanee si presentano le domande sul senso della vita, se siamo noi ‘civilizzati’ che lo abbiamo perso, se questi popoli abbiano bisogno di evolversi o, se sia realmente possibile una ‘terza via’ dove si cresce reciprocamente soprattutto nella ricerca di una prospettiva dentro ognuno di noi.

Sicuramente se ci fossero meno speculazioni e visioni distorte di questa parte di mondo, tutto sarebbe più facilmente comprensibile.

…a Sangmelima ….quando i bambini fanno ooooh!

Camerun, Sangmelima, 13 maggio 2015

 

Iniziata dall’opera dell’instancabile ‘mon pére’ Sergio Ianeselli, a Sangmelima i volontari di Agape sostengono un orfanotrofio. Suor Christine è la coordinatrice anziana. Una donna che ha iniziato il suo cammino spirituale aiutando i piccoli bambini abbandonati dentro la propria casa oramai 30 anni or sono.

Riguardo l’abbandono dei minori, bisogna sottolineare che, la tradizione animista di questi paesi dell’Africa nera, non lo concepiva.

Nei villaggi infatti, avevano la tradizione della ‘famiglia allargata’ per cui la solidarietà di sostegno ai più piccoli in caso di necessità, era dovuta per religione e legge. Poi agli inizi dell’ottocento sono arrivati i coloni, per lo più, tedeschi e francesi, hanno impiantato i grandi agglomerati urbani, con i loro problemi conosciuti anche nei cosiddetti paesi evoluti, compreso l’abbandono.
Oggi sono quasi 50 i bambini ospitati completamente presso la struttura di Sangmelima.

Qui Daniele Ortolani e Cristiana Consalvi fanno un grande lavoro di supervisione dall’Italia con Agape, attraverso viaggi costanti in Africa, cercando donazioni, istituendo adozioni a distanza e iniziative di propaganda diretta in Italia, per l’ausilio e il sostegno alla casa di accoglienza.
Sangmelima trasferisce l’allegria consapevole di una sofferenza passata da piccoli esseri umani.

Ebolowa, dove i bambini sordomuti riescono a ballare.

Scuola di Ebolowa - Bambino ft. M.C.
Scuola di Ebolowa – Bambino ft. M.C.

Venerdì 8 maggio Ebolowa – Camerun

Siamo nella scuola per sordomuti, abbiamo percorso circa 120 chilometri a sud di Yaunde.

Qui visitiamo una struttura scolastica di bambini sordomuti.

Ce ne sono più o meno un centinaio, tra i 4 e i 16 anni alloggiati nel Foyer (viene chiamata così la struttura di ricovero e assistenza). Le classi sono molto ridotte, per motivi oggettivi non possono essere più grandi di 10 o 12 alunni per ogni stanza, piccolissime se confrontate a quelle delle scuole pubbliche che arrivano ad avere oltre 100 bambini ognuna.

Nella scuola ci sono; il direttore Thaddeus, una coordinatrice scolastica che insegna, un fisioterapista, dottori locali e vari insegnanti, che oltre a far lezione ai bambini si prendono cura di loro.

I costi annui effettivi, per mantenere tutta la struttura, sono di circa 30 mila euro. Se consideriamo che alcuni bambini pagano una retta annua, la cui somma copre di quasi 10 mila euro i costi totali, si deduce facilmente, quanto gli aiuti esterni siano davvero irrisori. Comunque a fine anno mancano ugualmente circa 5 mila euro per chiudere in pareggio.

Quando tocchi con mano queste realtà, viene da chiedersi dove possano perdersi gli aiuti umanitari delle grandi organizzazioni istituzionali e internazionali. Personalmente mi domando se chi permette questa dispersione, possa riuscire a guardarsi allo specchio quando si alza al mattino.

Comunque qui oltre al denaro, servirebbe molto altro; gli apparecchi acustici per alcuni bambini, ad esempio, potrebbero essere un buon aiuto per farli iniziare a parlare, ma stiamo in un posto del mondo, che è mancante di un sistema sanitario nazionale, e quindi è impossibile per queste genti potersi permettere l’acquisto di certa attrezzatura, se consideriamo poi che anche nel “Bel Paese” gli apparecchi acustici costano moltissimo.

Nonostante tutto qui i bambini svolgono moltissime attività con pochissimi mezzi a disposizione. Li ho visti leggere e scrivere e, addirittura ballare, cercando di stare a ritmo grazie alle semplici “vibrazioni” del suono riflesse negli oggetti che li circonda.

Anche se non riescono ad ascoltarla, la musica, la sentono!

Vedere lo stupore negli occhi dei bambini che ti osservano perché semplicemente diversi nel fisico, più scuri e più fragili, ma sicuramente con un chiarore limpido nell’animo che per un attimo rischiara anche i nostri sentimenti. Ricevere abbracci così forti e calorosi da questi dolci e fragili creature, ci ha trasferito una carica d’affetto indescrivibile ed infuso un calore umano indecifrabile.

In questo senso ci siamo sentiti dei privilegiati per essere li con loro, anche se per un giorno solo.

Insomma, qui ad Ebolowa, in mezzo a questi bambini, quando li vedi sorridere, con l’affetto che ti trasferiscono, ci lasci un pezzo di cuore.

Il Camerun, Yaunde. Un immersione nei forti contrasti.

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Partire con una grande curiosità addosso. Non sapere cosa aspettarsi una volta arrivati a destinazione.

Siamo decollati da Fiumicino alle 6 e trenta insieme a Monia Bregallini, Santina Barboni e Monia Pecchia di Halley informatica, e gli altri partiti con noi dell’associazione Agape Daniele Ortolani, Cristiana Consalvi e Francesca Cuccu. Ci hanno introdotto nella mentalità che avremmo incontrato nel cuore del continente nero.

Appena scesi a Yaunde, dopo due scali a Bruxelles a Duala e circa dodici ore di viaggio, siamo stati accolti da uno splendido tramonto africano. Qui la notte scende presto, alle 18 e 30 è già sera. Finiti i controlli aeroportuali per l’ingresso in Paese, non molti in realtà come si può immaginare, il cielo si è scurito.

Padre Sergio era lì, ci ha preso in consegna, siamo in Africa. La mia prima impressione è stata quella di essere ospite di una figura importante, per cosa sta affrontando in queste terre con coraggio e vocazione, una missione d’amore per il prossimo.

Oggi è il secondo giorno, e già abbiamo visto molte cose. Siamo nella struttura di Padre Sergio, un’oasi per i bambini di Yaunde, li abbiamo visti andare a scuola, alcuni, a dire il vero ricoverati e controllati per alcune malattie, più o meno gravi, altri in fisio terapia per cercare di tenere sotto controllo sindromi di spasticismo.

C’è ancheun laboratorio di ottica curato e gestito da un’italiana, Sonia Gasperini.

Nel pomeriggio di oggi, siamo stati in visita presso le strutture ricettive universitarie che Padre Sergio ha fatto costruire qualche anno fa vicino Yaunde. Toccando con mano la realtà di questi territori, divengono chiare anche le difficoltà da superare, per cercare di aiutare e sostenere queste popolazioni. Un italiano medio come me, sarebbe portato a chiedersi “Ma chi glielo fa fare?”

La risposta e il sollievo dell’anima arriva dopo nello sguardo e nel sorriso commosso di quei giovani aiutati a crescere ed essere istruiti anche se non potrebbero permetterselo come nel caso di Elù, una giovane Camerunense che all’arrivo di Daniele e Cristiana li ha travolti letteralmente di abbracci.

E’ lontano il Camerun. Strana la sensazione di sentirsi “quello diverso” in terra straniera. Mi era successo in Germania non molto tempo fa a Dusseldorf dove ero l’unico moro in mezzo a tutti pallidi. Qui è un po’ diverso, i colori sono differenti ma i sorrisi, quando ci sono, hanno il potere di rafforzare una tavolozza multiculturale di straordinaria bellezza.

Per le strade l’imbarazzo nel colore della mia pelle, per quanto in queste zone, noi bianchi siamo stati a dir poco invasivi. Abbiamo preso molto, in termini di materie prime e abbiamo restituito loro, molta voglia di occidente, la passione per il calcio, la coca cola e i jeans.

Però quel lieve senso di colpa nei confronti di queste popolazioni si allevia grazie al lavoro di quelli come Daniele, Cristiana, Francesca, e Sergio.

info e contatti: www.agapeonlus.it

P.S. Ringrazio Giovanni Ciccolini e Halley Informatica per questa straordinaria esperienza di vita che sto passando assieme alle colleghe.