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Quella “cooperativa che sa di paese.

L'ingresso del supermercato di paese sotto la loggia di piazza Mattei in restauro
L'ingresso del supermercato di paese sotto la loggia di piazza Mattei in restauro

Sarà l’odore dei salumi nostrani veri, quelli messi in mostra appena arrivi, oppure l’accoglienza fatta di tanta genuinità ancora tipica per fortuna in queste zone dell’entroterra, ma dentro quel supermercato io respiro ancora il profumo della tradizione.

Quella che un tempo era chiamata “Cooperativa di consumo Avanti”, di stampo sicuramente socialista e probabilmente in auge dai primi anni del novecento, rimase tale a Matelica fino agli anni ’60 quando Antonio Palombi un norcino, un artigiano che in quell’epoca si diede anche al commercio, come fecero in tanti a quei tempi, rilevò la piccola cooperativa per aprire un piccolo negozio di circa 70 metri quadri, dove principalmente si vendevano alimentari sfusi.

Antonio col passar del tempo, fece crescere quella piccola attività la ingrandì e divenne addirittura insignito dell’attestazione di “Cavaliere della Repubblica”, i suoi salumi furono apprezzati anche da Papa Giovanni Paolo Secondo.

Antonio Palombi mentre tagliava un prosciutto e l'attestato di Cavaliere della Repubblica
Antonio Palombi mentre tagliava un prosciutto e l'attestato di Cavaliere della Repubblica

Insaccati locali, formaggi, vini, e prodotti del territorio, la “cooperativa de piazza”, che oggi mantiene ancora quella conoscenza antica del “Saper Fare”, ha una buonissima selezione enogastronomica, questo la rende, a mio avviso un piccolo baluardo di difesa della tradizione.

Il punto vendita oggi fa parte della catena Coal, i prodotti esposti al bancone evidenziano una qualità selezionata in maniera accurata e sapiente.

Tuttavia a mio avviso è la salumeria che la fa da padrona, ed è anche uno dei motivi per cui ci tengo a parlare di questa realtà, è infatti negli insaccati che ritrovi il sapore ed il profumo delle case di una volta, i salumi morbidi del territorio maceratese, i ciauscoli che non usano più quel nome perché, come si sa, l’adesione all’IGP oggi per chi produce qualità risulta essere sconveniente, c’è una devianza del concetto di “terroir” da molti anni, ma quei prodotti sono senza conservanti e si mantengono con solo sale, vino che nello specifico, vista la zona, è verdicchio di Matelica.

Soprattutto però quel che è rimasta è la stagionatura antica, con l’affumicatura al camino, fra muri di locali antichi che danno “respiro” durante la maturazione degli insaccati.

Questo aspetto è molto importante dal punto di vista dell’unicità territoriale soprattutto a seguito delle scosse del terremoto del 2016, quando i muri di pietra, magari arenaria e di stanze col camino risultano essercene sempre meno, ma è quell’ambiente di tradizione e autenticità che arricchisce il prodotto con una serie di valori che lo fanno allacciare in maniera inequivocabile al territorio in cui viene prodotto, e questo risulta evidente poi al palato.

La macelleria dove ci sono Patrizia e Marcello, espone un’eccellente selezione di carni con un ottimo rapporto qualità/prezzo. Meritano nota le salsicce nostrane con l’aglio e i tagli di carne bovina da fare alla fiorentina da 3 o 4 dita di spessore (T-bone) che sono a volte sapientemente frollate, e di cui sono un consumatore abitudinario, anche se, c’è da dire che in questa zona la clientela generalmente non sia ancora propensa ad una lunga frollatura della carne bovina, purtroppo. Il livello di selezione delle carni però risulta è davvero elevato e tutte provengono da allevamenti italiani. L’auspicio che faccio sempre è quello di riuscire a ripristinare una filiera corta, mantenendo la qualità delle carni, rinsaldando e ricucendo una cultura di territorio autentica anche se oggi, questo sembra esser sempre più difficile.

I salumi Morbidi sottovuoto, i soli conservanti sono sale e vino, fatti alla vecchia maniera.
I salumi Morbidi sottovuoto, i soli conservanti sono sale e vino, fatti alla vecchia maniera.

La cosa che colpisce di più quando faccio spesa in quel negozio è il fatto che in realtà non abbia nulla del supermercato perché quello che si respira è lo spirito di paese. Un senso di coinvolgimento che rievoca lo stare insieme, certo non mancano le chiacchiere, anche quelle sono di casa, soprattutto in un luogo dove gli abitanti si conoscono più o meno tutti. Un sapore di autenticità locale tramandato oggi da tutta la famiglia Palombi, da Maurizio a sua moglie Lara sino ai figli Michele e Riccardo e tutto lo staff: Emanuele, Aldo, Caterina, Isabella, Marcellino e Patrizia. Il simbolo di appartenenza a certi luoghi si nota anche quando si insegue la tradizione, nonostante tutto ed è una forma di cultura viva anche questa.

Lara mentre mi sta servendo il pane che sembra un "giocoliere"
Lara mentre mi sta servendo il pane che sembra un "giocoliere"

Info: Alimentari “Palombi Antonio” – piazza E. Mattei 11 – 62024 – Matelica – tel. 0737.86323

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Verdicchio 50 anni di …vite! Quali programmi?

Manca meno di un mese al cinquantesimo compleanno della denominazione di origine controllata del Verdicchio di Matelica e c’è solo un manifesto che campeggia sotto la torre civica.

In effetti l’associazione di produttori e gli enti coinvolti, sembra facciano di tutto per tenere nascosto l’evento. Mi chiedo come si possa essere attrattivi con un programma che non è uscito nemmeno su internet, che se hai una struttura ricettiva non puoi nemmeno preparare un pacchetto last minute per un weekend, hanno programmato la comunicazione dell’iniziativa, esiste uno straccio di timeline? Si trova qualcosa giusto sul sito del comune e ogni tanto arriva qualche notizia qua e la sui social, su qualche cena di viticoltori che la organizzano da soli e questo se autentico è lodevole.

Quello che è chiaro però, è che non esiste una strategia, tutto sembra sia frutto del caso, qualche fumosa iniziativa singola di propaganda, o polemica senza capo ne coda di qualche politico locale. Tutto questo francamente è inaccettabile e porta la gente a sentirsi ancor più presa per il culo, perché se il verdicchio è identità, questa va condivisa e non preclusa. Non è possibile sentirsi attorniati da questo senso di chiusura verso un argomento che dovrebbe, viceversa, essere comune a tutti, soprattutto dopo quello che è successo con il terremoto, che per fortuna ha toccato Matelica meno di altri centri.

Potrebbe essere il festival della rinascita ma resta difficile continuarlo a sperare cercando motivazioni di ausilio, sostegno e collaborazione attiva con i paesi più colpiti, (anche perché qui ci abito finché regge casa ecco perché ancora spero) invece, sembra il festival del “noi semo noi e voi nun sete un cazzo!” Lo slogan non esiste, o meglio pare il manifesto di uno che festeggia 50 anni, con gli amici che gli hanno messo il poster in piazza. Il fatto di festeggiare un compleanno di per se non è una notizia. Come fai a trovare spunti per parlarne? Il tempo che passa è un’ovvietà. Sarebbe molto diverso argomentare un traguardo, fatto di collaborazioni, rapporti di amicizia nel segno della qualità, anche con altre realtà, che in Italia aspettano solo l’intelligenza di un inizio dialogo anche istituzionale. Invece le risposte sembrano disinteressate a tal punto che,  con questa spocchia, viene voglia di smettere addirittura di berlo il verdicchio, e allora si che il fallimento sarebbe totale e i soldi pubblici buttati.

Da matelicese sogno che questo possa divenire il festival della vicinanza con tutti quei luoghi ‘minori’ (perché comunque meno conosciuti) che sono rimasti senza niente, ma hanno ancora la solidità del saper fare eccellenze e lo spirito di collaborazione semplice tra persone, nonostante tutto. Mi sarebbe piaciuto vedere i produttori del Verdicchio essere primi sostenitori dei Sibillini colpiti, le loro genti i testimonial della resilienza con i loro prodotti per le vie del paese, qualcuno che ha potuto fra l’altro è già qui in paese. Allora si che diventerebbe, questo un must identitario, allora non servirebbero più i grandi vip, ma sarebbero gli stessi piccoli produttori di ciauscolo (meglio se senza igp), formaggi di sopravissana e altri prodotti colpiti a sentirsi ancora vivi, veri testimoni ed esempi di una rinascita di un intero territorio.

Invece l’impressione è quella della spocchia di chi sa come andare nel mondo senza, in realtà, accorgersi di niente. Snobbano tutto, fanno lo “street food” che ormai è trito e ritrito in tutte le sagre, invece di raccontare storie, creare percorsi dove il visitatore possa sentirsi parte di una storia che al tempo stesso è anche realtà di come si vive oggi tra queste valli.

Gli assaggi di verdicchio per una sera sola, ma che vuol dire? Che c’entra con l’identità territoriale, qual è il target di pubblico a cui è riferito l’evento? …i visitatori dei paraggi?

Sul programma addirittura si prendono a prestito altri eventi per arricchire il cartellone della festa, ma che è la minestra riscaldata? Che senso ha?

Quanto sarebbe più proficua una festa di scambi, inviti reciproci incontri sulla tutela della qualità enogastronomica? Quanta attenzione creerebbe l’idea di stringersi verso le eccellenze “sfollate”, amalgamando storie su come si riesce ancora, nonostante tutto ad essere coltivatori di eccellenze.

La vite che aiuta la vita, una stretta di amicizia con i prodotti dei monti sibillini, abbiamo Giorgio Calabrò a Matelica, uno dei migliori norcini d’italia, i suoi prodotti stanno nelle cucine dei grandi ristoranti, il financial times ha parlato di lui, e qui gli danno il contentino, il banchettino in piazza dove se vuole può fare gli assaggi, ma per favore!

Abbiamo esempi di resilienza identitaria a portata di mano e ci si affanna a chiamare i personaggi dello spettacolo, è la vittoria della plastica rispetto alla realtà semplice e straordinaria del coraggio di questi contadini, pastori, pasticceri e altri artigiani.

La comunicazione fatta al verdicchio in una versione sbiaditissima sulla falsa riga di un prodotto iper commerciale, quando dovrebbe essere il contrario esatto.

Circa 12 anni fa con Carlo Cambi scrivemmo un’idea di rassegna di vini bianchi italiani, un’idea di scambio e confronto fra le alte eccellenze italiane, la possibilità di affidare alla gente a chi il vino lo beve consapevolmente, di decidere quale fosse il miglior bianco d’Italia, il miglior “bianco dell’estate” votandolo fino al mare e, cercando di far partire così una spirale crescente di coinvolgimento con gran finale a Matelica. Niente si è realizzato, per la chiusura degli stessi produttori e altri politicanti ciechi, al grido della volontà di imporre loro stessi contro la paura della concorrenza a 2 euro dei discount, che gli stanno, oggi ome ieri, comunque sotto casa.

Non si riesce ancora a capire che tra produttori di qualità, è la squadra che vince e arriva anche il compratore se esiste una proposta intrisa di emozioni autentiche su questi paesaggi, mentre gli sgambetti, le invidie fra tanti singoli sono inutili, è la squadra vince, meglio se variegata di proposte, evidenziando differenze di valore, ma condividendo gli intenti. Magari è tardi per fare la squadra con i vini bianchi d’italia, ma c’è una montagna di prodotti gastronomici da abbinare e salvare, proprio qua attorno, allora perché non fare percorsi di un paio di giorni almeno (come si diceva con Giorgio l’altro giorno) proprio sui vicoli del paese quasi tutti agibili, affidando ad ognuno di essi un tema, una storia fra verdicchio e salumieri, pastori, apicoltori, pittori, musicisti e teatranti. Vie e racconti verso il futuro di una nuova coscienza identitaria. Questa sarebbe una notizia. Il racconto reale di quello che c’è dietro all’etichetta. Storie semplici su quello che siete e che siamo, apriamo le porte e facciamo aria, condividiamo la nostra identità e risolleviamoci rinnovando le tradizioni. Non svendiamo tutto agli avventori perché abbiamo la possibilità di tornare ad essere comunità, coscienti di quello che abbiamo.

E’ l’unica via per rinfrancare la società. Buon verdicchio a tutti.

matelica - Fonte Internet
matelica – Fonte Internet

 

Il tesoro di Alarico tra Matelica e Affile

Ancora è fitto il mistero sul tesoro del re dei Visigoti, Alarico, tanto che in Italia ci sono state amministrazioni comunali intente (link), addirittura da programma elettorale, a cercare fra i reperti archeologici, una qualche traccia di quel leggendario bottino usurpato all’Impero Romano di Onorio e Stilicone intorno al 400.

Fra le cittadine di Matelica ed Affile, quel tesoro, o forse la sua essenza leggendaria, potranno trovarlo nella tutela e nella costante ricerca delle loro identità enologiche. Fra i due paesi esiste una serie interessante di similitudini e giacimenti enologici. La prima è la terra del Verdicchio, vino bianco in continua ascesa nelle classifiche nazionali ed estere per la qualità delle sue fragranze uniche e con una forte connotazione territoriale. Sul verdicchio, narra lo storico Cimarelli che proprio il re dei Visigoti Alarico, “nell’anno del Signore 410, diretto al Sacco di Roma, portò via con sé da queste terre quaranta muli con gerle cariche di barili di vino perché nulla rendeva i suoi guerrieri più bellicosi e più coraggiosi.” La prodigiosa bevanda che li aiutò nel saccheggio dell’Impero romano, retto allora da Onorio, mi piace pensare che fosse Verdicchio. Che sia storia o pura leggenda, nel Verdicchio ci sono oggi caratteristiche di forza ed eleganza, sapidità e bevibilità, maturità e, allo stesso tempo freschezza, che lo colmano di elementi distintivi.

Sono fiero di aver contribuito ad accostare questa leggenda di Alarico alla cantina Maraviglia oramai più di dieci anni fa, un nome che racconta di un periodo storico suggestivo e particolare, e per certi aspetti con qualche analogia coi nostri tempi.

Sullo stesso percorso storico, trova spazio in quel di Affile questa volta un vino rosso come la porpora romana con la rotondità di un carattere unico, un vino identitario; la cittadina posta tra Subiaco e Roma, era ai tempi, uno dei terreni sicuramente più ricchi del prezioso nettare purpureo. Questa è la terra dello storico Cesanese di Affile, nato, sembra proprio per opera dei coloni romani; in questo percorso fra storia, storie e vino, il rosso potrebbe rappresentare la potenza dell’Impero Romano in un fantomatico duello del gusto, e nell’immaginario di due realtà contrapposte, nel contempo, dalla passione nella tutela dei loro orgogli enologici.

Il Cesanese di Affile ed il Verdicchio di Matelica. Due Denominazioni di Origine Controllata importanti anche se non estese, due realtà vicine ad altre Doc di vitigni similari ma non uguali, Affile ha vicino la DOC del Cesanese del Piglio e Matelica il Verdicchio dei Castelli di Jesi, due storie antiche, soprattutto quella di Affile dove si annoverano testimonianze che la rendono uno dei luoghi del vino fra i più antichi d’Italia, addirittura si parla della coltura di quelle viti arrampicate sulle “cesae”, gli alberi troncati, sin dai tempi dei romani e, successivamente elevata dall’opera dei Benedettini, figli spirituali di quel santo patrono d’Europa, San Benedetto appunto, che proprio in Affile, compì il suo primo miracolo.

Due territori che si possono incontrare per contrasto e similitudine, nella caparbietà di credere con forza alle loro storie identitarie, alla loro qualità nel saper fare e, nell’utilizzo degli strumenti moderni per poter rafforzare i sentori di gusti autentici e antichi come i lustri di storia importanti che hanno vissuto.

Chiacchierando e fantasticando su questi corsi e ricorsi storici, con Giampiero Frosoni, grande culture di storia ed identità locale, oltre che esperto gourmet e vice sindaco di Affile, ci è saltata in mente l’idea, di legare in qualche modo queste due realtà di una grande tradizione enologica con una serie di sinergie atte a rinforzare i concetti comuni di tutela identitaria fra le cantine di Verdicchio e quelle di Cesanese.

Già dallo scorso anno ho potuto partecipare, in veste di ospite alla manifestazione di punta per l’enogastronomia nel suo paese alle porte di Roma, Affilando il Gusto, ne ho parlato qui sul blog.

Visto il cinquantesimo compleanno della DOC del Verdicchio, sarebbe straordinario, a mio avviso ripercorrere le vicende storiche colorate di leggenda e mito, avvenute intorno al 400 dopo cristo, come pretesto per momenti di scambio e crescita fra produzioni di alta qualità in questi due territori, così diversi e così affini nel valorizzare e promuovere con tenacia la propria diversità identitaria e produttiva, ergendo entrambi i paesi in quel cerchio qualitativo di chi, con attenzione, controllo e rispetto delle tradizioni, riesce ancora a far percepire sfumature uniche tra sapori e sentori.

Ad oltre 1500 anni di distanza dal sacco di Roma di Alarico si potrebbe costruire un “fil rouge” fra due cittadine con obiettivi comuni nell’elevare le produzioni enologiche ad una qualità percettibile, frutto di percorsi storici che le avvicendano nelle rispettive vocazioni identitarie e, perché no, anche nella leggenda.

La speranza è quella di far si che possa iniziare un dialogo, fatto magari di partecipazioni incrociate agli eventi, cene a tema o show-cooking nei vigneti di Matelica e in quelli di Affile e, visti i recenti accadimenti, ripercorrere questa leggenda del “Sacco di Roma” sguainando, in “singolar tenzone” i ciauscoli di Visso piuttosto che le spade. Spero che questa idea possa mettere le ali e spiccare il volo.

Comunque vada, buon vino a tutti.