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piccolo viaggio tra arte e zafferano.

Queste ultime giornate calde di autunno me le sto godendo davvero.

Con il sole in faccia, percorro qualche chilometro da casa, e arrivo a Braccano, dove il sole illumina con tagli netti i murales dipinti sulle facciate delle case del borgo. 

Queste opere d’arte ogni anno sono sempre più numerose e sempre più colorate. 

Soprattutto percepisco l’aria di paese, quel senso dello stare insieme che è proprio della campagna, il volere genuino di essere comunità di persone. 

Penso a quante cose vicine ci sfuggono troppo spesso di mente, quanta meraviglia semplice si dischiude in un borgo colorato a pochi passi da dove abito. 

Sono belli anche gli itinerari da solcare continuando per la montagna dove è splendida, in questo periodo, la vista del panorama autunnale della faggeta di Canfaito, di cui ho parlato qui. Ma oggi il giro che farò sarà un altro e parte proprio da Braccano.

Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Il lupo ritratto in prospettiva nell'angolo di una casa.
Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Il lupo ritratto in prospettiva nell'angolo di una casa.

Questa idea artistica di dare spazio all’arte urbana, ha permesso una nuova vita alla frazione, evitandole lo spopolamento rivestendola di colori e contenuti, accendendo anche un piccolo trend che l’ha fatta diventare una piccola meta turistica ambientale. 

Guardando ed osservando le opere, penso ad una donna, Anna Maria Tempestini, che con la sua caparbietà e la sua tenacia decisionista ruvida ma gentile, è stata perno nel far fiorire questa bellezza.

Un murales nel borghetto di Braccano realizzato del 2016
Un murales nel borghetto di Braccano realizzato del 2016

Passato il borgo colorato d’arte contemporanea, arrivo ad una strada stretta che va leggermente in salita, il sole filtra tra i rami che iniziano a spogliarsi delle foglie gialle d’autunno; raggiungo una piccola collinetta, completamente assolata, dove c’è la coltivazione dei fiori di Crocus Sativus. 

Noto subito una cosa molto affascinante, per quanto involontaria; l’esposizione della collinetta è verso il paesino, e sembra quasi che i fiori violetti che stanno sbocciando stiano lì ad osservarlo.

Quegli stessi fiori con gli stimmi aromatici rosso fuoco che Riccardo raccoglie, e che ora sono posti ad asciugare lentamente perché il loro profumo e il loro sapore, possa mantenere tutte le migliori qualità dello Zafferano di Matelica “Metelis”.  

Piccolo viaggio tra arte e zafferano: un ape che mi guarda mentre fa il suo lavoro.
Piccolo viaggio tra arte e zafferano: un ape che mi guarda mentre fa il suo lavoro.

Riccardo e Matteo sono due fratelli con una passione comune, quella per l’agricoltura di qualità. Il loro campo di zafferano si trova poco sopra la caratteristica frazione “dipinta” di Matelica. La fioritura dello zafferano già è di per se una bella esperienza, dura pochissimi giorni ma ha bisogno di un lavoro di metodologia accurata soprattutto del rispetto dei tempi di messa a dimora, e di raccolta. 

Infatti è importante rendere il terreno di coltivazione sempre morbido ed avere una buona qualità della terra e, anche l’esposizione è importante che riesca a catturare una giusta quantità di raggi solari. 

Questi luoghi riparati dalle montagne hanno tutte le caratteristiche per dare un prodotto di ottima qualità.

Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Una fila di fiori pronti per essere raccolti.
Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Una fila di fiori pronti per essere raccolti.

Tuttavia per la verifica di questi aspetti legati al clima, al terreno, e alla possibilità che questo luogo sia adatto ad una tale coltura, i fratelli Gentilucci hanno fatto un lavoro di ricerca attraverso le carte storiche degli archivi notarili di Camerino, sezione di Matelica, ritrovando descrizione di una compravendita di Zafferano proveniente proprio dal territorio di Braccano risalente al 1400. Buona anche la selezione dei prodotti a base di zafferano , come la birra artigianale. Merita una menzione anche il sito internet sia per la costruzione che per la buona sezione delle ricette.

Piccolo viaggio tra arte e zafferano. L'atto di compravendita della seconda metà del 1400
Piccolo viaggio tra arte e zafferano. L'atto di compravendita della seconda metà del 1400

Vista l’autorevolezza del documento, non fu difficile trovare un terreno appropriato per una futura coltivazione, e tra il 2015 e il 2016 hanno iniziato l’avventura proprio in una collina a sud est della caratteristica frazione matelicese.

Nelle mattine di fine ottobre in quel piccolo appezzamento di terreno oggi ripristinato a coltivazione di Zafferano come ai tempi di Cristoforo Colombo, si respira un aria profumata di giallo, dagli ultimi raggi caldi del sole di autunno e dal sentore aromatico degli stimmi dei fiori di zafferano pronti per essere raccolti e messi a seccare.

Un gran lavoro di tempo, pazienza ed accuratezza, un modo per ripristinare identità locale, favorendo in questo caso, un’ulteriore proposta locale come accadeva oltre 500 anni fa, a dimostrazione di una diversificata e non univoca varietà di colture agricole.  

Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Il campo di zafferano in fioritura che guarda al paesino di Braccano.

Colori accesi mescolati di arte e natura, profumi decisi d’autunno conditi con il tocco nobile del profumo di Zafferano. Una mezza giornata di relax fra eleganti armonie di paesaggi e di bellezza.

Piccolo viaggio tra arte e Zafferano. Un Murales che rappresenta la preghiera e la speranza.
Piccolo viaggio tra arte e Zafferano. Un Murales che rappresenta la preghiera e la speranza.

Informazioni.

Braccano – sito internet del borghetto –

Metelis – Sito internet dell’azienda agricola – 

Piccolo viaggio tra arte e zafferano. Riccardo con il suo raccolto
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Miseria e Nobiltà tra Matelica e Cuba

Questi pensieri sono stati pensati e scritti lo scorso Venerdì sera da me e dal mio amico Sandro Carucci, dopo una bella passeggiata sul corso di Matelica, respirando un po’ Cuba. Buona lettura.

Matelica Encuentro - Piazza E.Mattei
Matelica Encuentro - Piazza E.Mattei
Matelica Encuentro - Piazza Garibaldi
Matelica Encuentro - Piazza Garibaldi
Sampietrini instabili, fontana spenta, transenne e una ricostruzione che va sempre più a rilento. 
Quei tavoli eleganti che sanno di kitch, dietro alle transenne, un gruppo di inghirlettati ad una festa di piazza, fumo negli occhi.
Un banchetto di charme plasticato in una piazza che nel resto dell’anno è deserta, vuota, povera di sentimento, di spirito e di vitalità. 
Un gemellaggio di fumo, fuoco fatuo di una società ormai solo volta all’apparenza. È questa la prima immagine di contrasto che ho notato salendo in quella piazza chiamata col nome di chi oltre 60 fa, fu tra i principali protagonisti del miracolo italiano, la più grande e pragmatica opera di rilancio sociale e di cooperazione internazionale. 
Contrasta, dicevo sotto le impalcature di monumenti perennemente in restauro, questo finto-glamour, pieno di niente ma travestito da tutto. 
Emozioni costruite male, un concerto che inizia a mezzanotte, l’idea di un gemellaggio senza connessione tra culture.
Ma salendo verso il corso, l’aria cambia si fa popolare, gli artigiani locali sono i piccoli scrigni di identità che si mettono in mostra e si mescolano con le musiche e i cibi di Cuba.
Ripenso alla piazza, in cui ritorno indietreggiando di qualche metro. 
Fantastico aggrappandomi alla mia immaginazione, quella di un uomo che ha letto e studiato questa meravigliosa isola chiamata Cuba e che sente di amarla pur col cruccio di non averla mai potuta visitare. 
Faccio viaggiare la mente, fino a pensare: e se tutto fosse stato organizzato nei minimi dettagli a disegnare una cronistoria ben precisa…?! 
Partendo da piazza la Cuba di Batista, dove chi gestiva il potere si ritrovava “spocchiosamante” ad ostentar il proprio benessere, in faccia al popolo, che relegato solo di fuori di certe cerchie, maturava la rivoluzione che non sarebbe tardata a venire…ed eccola! 
Basta fare qualche passo sul corso principale, per allontanare la decadenza classista ed immergersi in quella Cuba che rinasce riscoprendosi allegra, forte della sua ricchezza culturale. 
Pronta a gettarsi e mescolarsi nell’internazionalità che alcuni han da sempre, cercato di negargli. Il tempo scorre all’avanzar dei miei passi; concerti, artisti, vecchi giochi di bambini, sorrisi e, via via, scompaiono anche le esasperazioni di eleganze posticce. 
La passeggiata si fa allegra e coinvolgente, riconosco tra le bancarelle, qualche artigiano e qualche amico. 
Trovo idee interessanti in questo spazio sociale tra Cuba e l’Italia, è lo scambio vero, fatto di semplicità e di costume, ma senza maschere, con i prodotti e i produttori delle due diverse culture a confronto. 
Senza tanti fronzoli, solo genuinità e voglia di condividere le proprie diversità. In questa parte del paese si snoda la fetta più importante dell’evento serale durante l’Encuentro fra l’Havana e Matelica. 
Tra le musiche popolari, vedi identità a confronto, ritrovi il senso di una società che prima sembra immagine e poi si rivela sostanza di argomenti coniugati in prodotti e produttori ben selezionati, insomma la volontà di condividere quel che si è. 
Le due facce di questa passeggiata in un venerdì caldo di inizio luglio mi hanno fatto immergere dentro una storia, che per caso o per volontà, è forse la sintesi della società in cui viviamo; quella dello “status symbol” da una parte, per cui sei per quel che appari, e quella della genuinità e della solidità di chi dimostra di essere quello che è perché porta con sé il suo lavoro, che poi è anche il suo bagaglio culturale, tramandato da generazioni e tradizioni. 
L’importanza di questo evento forse è proprio questa, ci fa capire un po’ come siamo, la sintesi delle classi sociali divise da transenne più mentali che fisiche. 
Da una parte la Miseria e dall’altra la Nobiltà, ma non mi sento di dire dove si trovi esattamente l’una e l’altra, dico solo che ho passato una bella serata con una gran voglia di andare a Cuba.
Matelica - Cuba
Matelica - Cuba
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Gabriele e Sara “VitiCultori” di Genuinità

Viti Cultori, non a caso ho usato questo termine, due giovani che hanno fatto la loro scelta di vita. Identitaria, nobile, fresca e genuina. La spontaneità di essere accolti in famiglia. Fanno tutto da soli, coltivano la vigna, ne ricavano il loro vino e li vedi felici. Sono andato a trovarli l’altro giorno, l’idea era quella di passare un’oretta per capire come Gabriele fa il suo vino, poi invece siamo arrivati a sera perché più che una storia di vite, la loro è la storia di una scelta di vita. Oramai Gabriele è alla terza generazione della cantina fondata da suo nonno Nazzareno, vicino la vecchia stazione di Matelica, coi campi piantati a verdicchio, le più anziane o antiche vigne stanno sul crinale vicino la frazione Colli di Matelica e poi, la “parte grossa” in zona Cavalieri, dove abitano e accolgono i loro amici o chi è interessato a condividere questo modo allegro di armonizzarsi con la natura.

Gabriele fra i colori della natura.
Gabriele fra i colori della “natura”.

Gabriele matelicese DOC, è figlio di Eugenio che adesso gli ha lasciato le redini dell’azienda agricola, lui, per ringraziarlo, coraggiosamente, e con la voglia di mantenere ed evidenziare continuità identitaria, ha tirato fuori il Verdicchio Gegé che è diminutivo appunto del nome di suo padre. Un vino coraggioso in queste zone perché nelle prime uscite non era filtrato e quindi, ha corso il rischio di non essere subito capito dai consumatori, ma poi è diventato un prodotto importante, arrivando ad essere inserito nelle carte dei vini di ristoranti stellati. Il non eccessivo filtraggio può essere preso come un segno ad un ritorno indietro. Invece nel Gegè e anche in altri vini della cantina Cavalieri è tutt’altro, un gancio di continuità intelligente col passato. Una cantina piccola, parliamo di circa 200 quintali di vino prodotti ogni anno, Gabriele può permettersi di verificare attentamente, anche con l’aiuto di nuova tecnologia, tutto il processo produttivo, quindi l’idea di ripristinare antichi metodi possono migliorare il bouquet del vino, ma abbassano drasticamente l’utilizzo di altre sostanze. Questo equilibrio, ben mantenuto, risulta un valore aggiunto.

Dafne al cancelletto.
Dafne al cancelletto.

In vigna veniamo accolti dalla simpatica Dafne, che dal recinto saltellava, lei la prima guardiana della tenuta, con al suo centro, un bel casolare di campagna. Invece Sara la moglie ci accoglie col sorriso ed un bicchiere di vino per entrambi. Lei legge molto e da poco ha deciso di aprire il primo wine shop sul corso principale del paese di Matelica dove cura personalmente una buonissima selezione di bottiglie e altri prodotti di gastronomia posti lì in vendita.

Sotto la tettoia del casolare due tavoloni fatti con un legno massiccio, recuperato da alcune mangiatoie, danno senso di eleganza e solidità. Di fianco la parete dipinta da artisti veri e improvvisati, fatta fare nel 1995 da babbo Eugenio; quella parete oggi è chiaramente ancora piena di colori. Arriva il pane caldo, l’olio ricavato da alcuni ulivi messi a dimora da non molti anni, un gusto interessante, rispecchia la freschezza colorata di questo posto. Poi Sara taglia ancora ciauscolo e formaggio. Due ore volano in un lampo. Parliamo di tutto e, soprattutto riscopriamo la sensazione di sentirci matelicesi, una bella cosa che, in verità non mi capita di rivivere da troppo tempo ormai.

Grappoli e filari nuovi ripresi da vecchi vitigni.
Grappoli e filari nuovi ripresi da vecchi vitigni.

Mentre il sole sta per tramontare andiamo tra i filari e lì Gabriele mi spiega dei nuovi vigneti che ha fatto derivare da quelli vecchi del crinale vicino ai Colli. Un esempio concreto di tutela della biodiversità. Torniamo, passando sotto la vecchia quercia che divide il campo dal giardino, le foglie leggermente mosse dal vento, qualche altra fetta di ciauscolo e formaggio, qualche altro bicchiere di vino. Parliamo anche di America, dell’acqua al cloro di Central Park, o di altri posti dove sui cocktail non puoi farti mettere il ghiaccio. Ci accorgiamo che il problema dell’acqua da noi non c’è perché pura, ma comunque non se n’è bevuta molta quella sera. Poi entrambi mi dicono: “Tempo fa alcuni Olandesi sono venuti a piedi fino a qui, che li abbiamo visti passare addirittura per la vigna, hai capito il perché?”.

La bellezza delle piccole cose, che alla fine sono le più importanti. Li saluto contento perché ci credono in quello che fanno. Torno a casa grato a loro per queste belle sensazioni. In bocca a lupo per tutto e nonostante tutto.

info: Cantina Cavalieri

Il Gegè e ... gli altri...
Il Gegè e … gli altri…

Quando il “pane” contiene “passione” diventa il “Pane di Gagliole”

“Pane” e “passione” sono due parole simili perché una sta dentro l’altra anche se ha il doppio delle lettere.
Per Vanni e Katiuscia fornai del Pane di Gagliole, questa passione inizia 15 anni fa esatti. Nel 2003, proprio nel periodo a cavallo tra i mesi di Marzo e Aprile, i due giovani decidono di rilevare un forno storico li di certo sin dagli anni 70, nel comune di Gagliole appunto. Inizia così la loro avventura che in 15 anni li ha portati ad essere una delle più interessanti aziende artigianali di prodotti da forno della zona.

pizza di Pasqua
pizza di Pasqua

L’interesse per questa seppur piccola attività artigianale, si deduce dalla specifica elevazione qualitativa dei prodotti offerti, dalla costante ricerca delle migliori materie prime e da come tutto questo si sintetizza al palato di chi gusta questi prodotti.
Il segreto sta nello straordinario equilibrio degli ingredienti messi nei prodotti di questo forno molto particolare, si riassume nella volontà costante nel rinnovare la base tradizionale costruendoci sopra una specifica addizione di materie prime, quasi totalmente locali, grani e cereali miscelati in maniera sapiente che ampliano l’offerta dei prodotti e ne affinano intelligentemente le qualità; in questi prodotti non è esagerato notare la volontà di migliorarsi quotidiana. Le miscele di grano italiano selezionate da un mulino delle vicinanze, nel piccolo paese di Barbara (AN).

Ascoltare Vanni descrivere le 5 fasi di lavorazione del suo panettone, che nel giro degli ultimi due anni ha ricevuto diversi riconoscimenti a livello nazionale, nel luccichio degli occhi che racconta silente l’orgoglio di chi ha fatto della propria passione il suo mestiere, è l’ingrediente nascosto che riduce a zero le fatiche che ci sono dietro la gestione di un forno artigianale. La custodia gelosa della base lievitante del pane, il lievito madre che ritorna in auge perché è frutto di un’eredità sopratutto culturale inestimabile che racconta tradizioni artigianali antiche dei paesi del centro/sud Italia. Parliamo di tradizione con Vanni, della pizza di Pasqua, quella dolce dove ha cercato di personalizzarne la ricetta senza stravolgerla, ma rendendo l’impasto molto soffice ed il dolce in linea con il sapore tradizionale di queste zone. Katiuscia intanto mi racconta il suo caffè mentre lo prepara.

L’idea dell’angolo di pasticceria di prodotti da forno rende il locale quasi un bistrò. Io ripenso a mia nonna quando mi raccontava che da giovane andava con i vassoi verso il forno, dove un tempo c’era una specie di gara fra le “vergare” a chi facesse la pizza più buona e più “lievita”. Il bancone del pane è ricco di tante cose, anche non esclusivamente marchigiane; mi vanno gli occhi sulla frisella che seppur di origine calabra, l’ha rivisitata rendendola friabile.

Nel frattempo si fa l’ora di pranzo, ci lasciamo con una stretta di mano, Vanni mi dice che se dovessi avere qualche idea, lui prova a farci qualcosa, non so perché gli rispondo che ho l’elicriso in terrazzo e chissà se forse può essere buono per qualcosa. Sorridiamo, mi lascia una pizza di Pasqua che come le cose buone finisce subito. Sono da pochissimo tempo passati 15 anni per il forno di Vanni e Katiuscia Valci 15 anni di crescita artigianale, semplice e appassionata tra Gagliole e Matelica. Auguri.

Katiuscia sorridente dietro al bancone
Katiuscia, sorridente dietro al bancone

Info: Il Pane di Gagliole

Lintulì lapperlà… è da provà!

“Lintulì Lapperlà”, come “tu là, lapperdelì”, sono indicazioni dialettali certamente, ma da oggi campeggiano ondose anche sull’insegna di un localino molto interessante e, soprattutto con un buon rapporto di qualità e prezzo.

Un piccolo locale che ha rispolverato un modo di dare indicazioni in un dialetto a cavallo fra la zona dell’anconetano ed il maceratese. Un gioco di parole ballerino che ne racchiude la volontà di ritrovare prodotti genuini, di prossimità e buona qualità… magari proprio chissà …la per là.

Semplice ed ospitale, un ristorantino dove si può tranquillamente passare la pausa pranzo del lavoro o cenare, sentendosi quasi a casa. La scelta di Eleonora Monteverde, titolare della piccola Osteria e del cuoco Carlo, è la territorialità, ritrovare un rapporto autentico con i produttori, la salsiccia del salumiere a pochi passi da lì, i vini locali non esageratamente assortiti ma ben scelti. E’ piacevole sapere che sia nato questo nuovo locale anche per un motivo semplice ma secondo me essenziale.

Matelica sta vivendo una depressione del centro storico disarmante, sono esagerate le serrande abbassate sul corso principale, quello che era fino a dieci anni fa un punto di riferimento per la “movida”, chiamata in zona “la vasca”, cioè la passeggiata sul corso di tutta la zona circostante, oggi sembra essere un paese addormentato dietro un provincialismo cieco ed un sempre più crescente isolamento sociale.

Maschera simpatica di sole e luna all'ingresso della saletta da pranzo
Maschera simpatica di sole e luna all’ingresso della saletta da pranzo

In questo senso, una nuova attività che riprende vita con l’orgoglio di essere parte attiva nella ricostruzione della società è una scelta di coraggio e quella serranda che viene rialzata ogni mattina infonde un briciolo di speranza a tutti. La voglia di ricominciare nonostante tutto. Esiste ancora forza di volontà per affrontare un viaggio avventuroso attraverso i sapori ed i gusti di questo straordinario territorio. La speranza è che sia un buon viaggio di sapori dove poter ritornare a rifugiarsi ogni tanto… la per là.

Info: Lintulì Lapperlà – corso Vitt. Emanuele, 134 – 62024 Matelica – tel. 348 2687101 – (pagina Facebook)

Matelica-cratere… domande parlando del più e del… Priori

Matelica-cratere sismico.

Ieri sera martedì, 12 settembre 2017, nella splendida cornice del teatro Piermarini  a Matelica ho avuto modo di assistere ad una farsa dai tratti tragicomici. Ho visto un sindaco, un cosiddetto “giovane” della politica locale (anche se vecchio nei modi di intrattenere la gente del pubblico, non più di 100 persone trattate da manuale di marketing relazionale, come se avessero 5 anni) destreggiarsi romanzescamente su dove posizionare gli edifici “nuovi” di scuola e caserma, in vista delle provvidenze solidali degli sms post sisma.

Premetto che abito in mezzo al cratere sismico più vasto che la storia contemporanea possa ricordare, quindi mi permetto di formulare semplici domande che nella platea teatrale di ieri sera non hanno avuto risposta perché la gente, quella vera non era presente perché completamente rassegnata al proprio destino. Tuttavia e nonostante tutto voglio porgere a questi benpensanti le stesse domande, con l’obiettivo di avere risposte scritte semplici ma efficaci da parte degli stessi addetti ai lavori.

Ad un anno dal sisma che ha provocato il più ampio cratere che la storia dal 1800 ad oggi l’Italia abbia mai ricordato, è possibile che le soluzioni politiche possano intervallarsi ad un andirivieni di rimpalli di responsailità incomprensibili?

E’ mai possibile che si possa assistere ad una logica incomprensibile di scaricabarili istituzionali a tutti i livelli? La regione non ci ascolta la provincia è cattiva ecc.?

Perché non avete dato priorità alla pubblica incolumità prima delle attività produttive?

Perché non avete chiesto a voce UNANIME che venissero quantomeno sospesi i benefit dei funzionari di area vasta?

Chiedo alle istituzioni comunali se vi pare attendibile avere un rendiconto di completa indecisione su dove porre in essere l’eventuale nuova scuola, ancora in bilico su un’ipotetica compravendita/esproprio di lotti di terreno individuati “sperando-e qui cito le parole del sindaco all’assemblea pubblica- ad un’eventuale soluzione pacifica e senza ricorsi del cedente”?

Mi chiedo se dei settecento sfollati si sia presa oggettiva considerazione a riguardo di un futuro VIVIBILE in questi luoghi? Nello specifico, qual è la possibile prospettiva di sviluppo per chi decide di cercare di rimanere in queste zone devastate dalla sciagura più grande che questa nazione abbia conosciuto dal dopo guerra?

Ieri sera a teatro ho assistito ad una bagarre di possibili soluzioni inique che ha NASCOSTO quasi completamente le esigenze di una comunità sconvolta da una tragedia immane rispetto a gente che per fortuna non è morta ma non ha più un tetto dove dormire, 700 sfollati solo a Matelica che è stata parzialmente colpita dal sisma, in giro sento racconti di persone impaurite senza più nessuna speranza sul sostegno di istituzioni dormienti, e chi amministra la COSA PUBBLICA che fa? Si sofferma in maniera aleatoria su prospettive indiziali e soluzioni probabili da qui a chissà quando? Avete un’idea, di come ricostruire la comunità? Se si, rispondete in buona fede.

Ieri sera ho assistito ad un dubbio amletico basato esclusivamente su dove posizionare la probabile nuova scuola, e la probabile nuova caserma e lo stabile del Comune, senza nemmeno accennare ad una prospettiva rispetto ad esempio ai costi di gestione che una scuola “duplicato” possa rappresentare per la comunità.

Allora vi chiedo se c’è un’idea su come far rinascere la comunità matelicese del futuro?

Chiedo al sindaco se abbia mai pensato o quantomeno valutato il livello di rassegnazione in cui versano gli sfollati che non hanno più un tetto proprio dove dormire la notte?

La tua amministrazione sindaco ha mai pensato che, vista la situazione emergenziale in cui si trova il comune, sia giunto il momento di cercare una via di emergenza per ripristinare la sanità pubblica di cui per LEGGE chi amministra ne è tutore e responsabile? E’ possibile che nel cratere del sisma non sia nemmeno possibile avere un pronto soccorso utile agli infartuati, è possibile che sia nel 2017 una gara ad ostacoli capire quando è aperto il reparto di radiografia?

Questi argomenti non dovrebbero essere prioritari ed inoppugnabili nella GESTIONE EMERGENZIALE?

E’ possibile che debba essere condivisa con il “popolo” la diatriba su chi paga i 50 euro dell’esercizio pubblico della camera mortuaria?

Inoltre vorrei ricordare che fra gli sfollati c’è chi si è pagato di tasca propria il container e lo ha messo davanti la propria abitazione perché nessuno a tempo debito lo aveva soccorso, questo esempio di intraprendenza sarà giudicato abusivo al pari di un evasore in ottemperanza della delibera regionale che da questa disposizione a tutti i comuni del cratere oppure vi opporrete seriamente a questa bestialità amministrativa?

E ancora, perché continuano ad arrivare le bollette della TAssa RIfiuti che è un’imposta comunale? L’avete sospesa per l’emergenza sismica oppure no?

Perché il sussidio per l’autonoma sistemazione arriva agli sfollati in maniera intermittente e perché per le attività autonome-artigianali si procede con i controlli solo adesso e non, viceversa, prima di averne concesso il contributo?

Perché non vi opponete all’eccessiva burocrazia che scoraggia ulteriormente chi vuole ripristinare la propria abitazione addirittura, in molti casi, ponendoli in conflitti d’interesse se i propri familiari sono titolari dell’impresa edile che la casa di proprietà l’ha costruita?

Inoltre, avendo la zona marchigiana un collante politico che arriva fino alla seconda e terza carica dello stato che fanno parte tutti dello stesso partito politico, sia la stessa presidente della camera dei deputati Laura Boldrini che il presidente del consiglio Paolo Gentiloni della zona del cratere sismico, rispettivamente Matelica e Tolentino, ed inoltre la regione Marche è della stessa bandiera insieme alla soppressa provincia, oltre alla gran parte dei comuni del sisma, perché la situazione mostra dei ritardi incomprensibili? Qual’è la visione del vostro partito in merito all’emergenza nazionale?

Sperando in una risposta, non so fino a che punto esaustiva, porgo distinti saluti ma non molto.

9/11 la grande mela, mia nonna e la tv

9/11 nella Grande Mela vista da lontano. Era il 2001, mi ricordo mia nonna tra una faccenda e l’altra con la TV accesa. Mi ricordo come se fosse ieri, di averle chiesto da quando avesse iniziato a preferire i film d’azione sul genere delle americanate alla “Die Hard”, rispetto alle serie TV come Beautiful o similari, che vedeva, diceva lei, “giusto perché fa compagnia”, soprattutto a quell’ora mentre riassettava le cose del pranzo. Infatti le abitudini televisive non le aveva cambiate; la TV stava su RAI UNO e quello non era un film americano, ma l’edizione straordinaria del TG1, un aereo era finito dentro ad uno dei grattacieli più alti del mondo. Poco dopo, il secondo aereo, tutto documentato in diretta, lei mi guarda e mi dice, “s’è ammattitu lu munnu!” (il mondo è diventato matto). Mia nonna, che aveva vissuto la guerra attraverso nonno, prigioniero in Germania, che non so quanta strada avesse fatto, a piedi per tornare a casa, lei una donna del dopoguerra, forte e calma che tanti conoscevano in paese, era per me e per tutti in famiglia, la semplicità rassicurante della “vergara marchigiana”. Il suo sguardo sbigottito verso l’assurdo di due aerei dall’altra parte del mondo, finiti dentro due grattacieli di una città a lei sconosciuta e anche a me come a tanti altri. “Tu zio c’è stato li dentro …” mi disse un po’ sommessa, chissà cosa nascondesse quel suo sguardo? Forse un brivido nascosto, forse l’idea che quell’insicurezza dall’odore amaro della guerra potesse ritornare in qualche modo, in maniera più subdola, terroristica. Di certo posso dire solo che quello sguardo mi è rimasto impresso, è stata la descrizione limpida della saggezza degli anziani, la semplicità di due frasi, la sintesi esatta di tutto quello che poi è stato. “Me pare che è diventati tutti matti!” aveva sottolineato. Nel 2004 e nel 2005 sono tornato nella grande mela, però non ne ho parlato molto (forse solo questo articolo).
La nuova stazione del WTC e la Freedom Tower
La nuova stazione del WTC e la Freedom Tower
Poi ancora sono tornato lo scorso anno, l’undici settembre l’ho passato lì. Ho notato una costante nell’atteggiamento generale dei newyorkesi e alcune differenze. La costante è il ricordo di stragi che hanno segnato un popolo nell’animo, nelle villette del New Jersey campeggiano ogni anno, in questa ricorrenza le candele o i ceri alle finestre in segno di rispetto per chi ha sacrificato la vita involontariamente in quel cambio di paradigma sociale. Al di la di conformismi vari, le differenze che ho potuto verificare stanno nell’idea stessa di un popolo che ha voluto capire di voler andare più piano, forse di imparare a smettere di correre senza motivo, cercando il significato della vita che esiste oltre al mercato. Forse non è stato un caso se da li a pochi anni siano scoppiate le più grandi bolle finanziarie che l’economia moderna possa ricordare. Dal lutto alla crisi del sistema economico mondiale. Il tiro al bersaglio su quelle torri, forse, ha portato a riflettere il popolo americano verso l’idea di ricostruzione della società, in maniera tecnologica certo, vedi l’espansione dei social network da quegli anni li, ma soprattutto in un modo più riflessivo, forse più autentico e paradossalmente, se consideriamo che questa è l’America, meno plasticato. Nonostante l’economia iperliberista da cui è avvolto il Paese, l’idea di cercare un’identità oltre alla bandiera è il cambiamento graduale che ho potuto osservare in queste visite, seppur sporadiche nella Grande Mela. Lo scorso anno ho visitato anche “ground zero”, quel luogo che era di rispetto ed assoluto silenzio nel 2004 – 2005, dopo l’apertura del museo l’ho trovato esageratamente rivolto al “marketing del dolore”. A mio avviso è un’esaltazione estrema alla visibilità di quanto sia accaduto. La giustificazione, che però ho trovato nei confronti di questa mercificazione del dolore, sta in una spiegazione proprio sui cimeli esposti, appartenuti alle vittime che, credo siano stati, in moltissimi casi, pagati come vere opere d’arte ai familiari delle vittime dalle stesse banche o fondazioni che hanno finanziato la “galleria”. Una consolazione in termini di valore economico, seppur di scambio, che ha in se uno schema di ragionamento un po’ distante dai canoni del pensiero “classico” mediterraneo. Tuttavia è vero che New York rimane la città dai mille volti, un luogo pieno di emozioni diverse e distanti. Un posto da vivere con la consapevolezza distaccata che si ha con gli sconosciuti, nonostante quell’aria cinematografica che la rende, allo stesso tempo, estremamente familiare.
La grazia ed il senso di sicurezza della donna delle libertà
La grazia ed il senso di sicurezza della donna delle libertà
Scrivendo queste poche righe mi è salita un po’ di nostalgia, ma non tanto perché non sto a New York oggi, quanto per gli sguardi, i gesti rassicuranti di mia nonna. Lo scorso anno, guardando la statua della Libertà, mi è tornata in mente lei, nonna Adriana, la robustezza di una donna di altri tempi, protezione e traguardo della libertà. Modi di tempi passati, che anche dall’altra parte del mondo, mi hanno fatto ricordare chi sono.
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la festa dei matti? Scimmiottata!

Era la fine dell’estate del 2002 quando con Matteo Aringoli e un gruppo di amici decidemmo di dare vita alla festa dei matti. Prima e unica edizione, unica regola, divertirsi. Poi si immersero nel programma i giornali, le vicende di paese, la politica e altro, ma sul palco c’eravamo noi, colorati, sognatori, folli.

Nel 2005 Steve Jobs pronunciò a Stanford la celebre frase “stay hungry stay foolish” e in quel preciso istante capimmo che noi invece eravamo “stay rincoglioniti” perché immersi nel provincialismo più becero e miope di un paese che si atteggia a quello che non è, e per fortuna che non lo è. L’idea dietro a quello slogan dell’unica regola divertirsi era quella di giocare e riflettere su quei momenti di pazzia che porta l’uomo alle scelte più avventate, verso le scoperte più lungimiranti, la festa dei matti doveva essere l’elogio continuo di una città/paese che non confonde la propria radice del nome con una demenza culturale, perché siamo a Matelica non a Scemelica o Cretinilica.

Matti avrebbe dovuto racchiudere il sogno realizzato di Enrico Mattei che, guarda caso, ne aveva la stessa radice nel cognome, confidando con la ragione di un popolo in cerca di autonomia energetica, subito dopo la seconda guerra mondiale, riuscì ad aprire le porte del futuro all’Italia. Era un gioco di parole che sarebbe dovuto divenire stimolo di creatività e non invidia palese di politicanti in erba o, ancor peggio, sussidio politico per depensanti in cerca di polemiche. Purtroppo a seguito di quella prima edizione vinsero i depensanti, e vincono ancora oggi perché la ripropongono come novità gli stessi (come appare nei dispacci), che al tempo la snobbarono del tutto, senza un progetto oltre ai sette giri intorno alla fontana di piazza, di cui ne disegnai gratuitamente una ristampa. Allora ecco che non esiste riconoscenza delle idee, perché sono dei rompicoglioni quelli che le propongono le idee, perché deve valere la ragione di provincia, del facciamo così perché si è sempre fatto, almeno facciamo qualcosa, quel qualcosa stracolmo di niente che vale al massimo una cinquantina di bestemmie senza senso, tirate verso le istituzioni che non ti aiutano a fare un cazzo se non a prendersi i meriti di quelle stesse idee che loro non avranno mai. Scimmiottare e non chiamare mai perché colmi di quell’apatica aureola colma di ipocrita visibilità localistica.

matti che spiegano, semiseriamente - festa dei matti - 2002
matti che spiegano, semi seriamente – festa dei matti – 2002

Allora mi meraviglio di come si possa non considerare la possibilità di progettare un’idea come quella di dare un senso ai “percorsi matti” del nostro territorio per comunicare qualcosa di più dei 7 giri intorno alla fontana di piazza. Perché dopo anni si riconsideri sempre una novità qualcosa che, invece, a quest’ora sarebbe potuta divenire, con il sostegno delle istituzioni, un argomento tale da innescare interesse, magari anche motivo di viaggio per qualche giorno a vedere cosa s’inventano “quei matti di Matelica” al loro festival quest’anno. Invece no!

Tutto tace dietro la rievocazione pseudo storica di 7 giri intorno alla fontana di piazza, che fra l’altro i depensanti, omettono di dirlo, ma li si faceva fare per conclamare il fallimento o comunque la perdita a “pubblico ludibrio” della propria credibilità. Ecco, con questa bella novità, che non è assolutamente una novità, voi sempre gli stessi parrucconi, sempre sulla cresta dell’onda, decretate il vostro fallimento, il fallimento di una politica che da inclusiva è diventata esclusiva ed intoccabile, piena di astio in chiunque proponga qualcosa al di fuori del vostro cerchio di cortigiani. Il fallimento, purtroppo, anche di una società china dietro le vostre ipocrisie e quindi complice, perché arresa alle vostre belle smorfie che fanno spallucce, il fallimento mio che nonostante tutto, non trovo ancora il coraggio di fregarmene di voi borghesi piccoli piccoli e di mandarvi pubblicamente affanculo !

Verdicchio 50 anni di …vite! Quali programmi?

Manca meno di un mese al cinquantesimo compleanno della denominazione di origine controllata del Verdicchio di Matelica e c’è solo un manifesto che campeggia sotto la torre civica.

In effetti l’associazione di produttori e gli enti coinvolti, sembra facciano di tutto per tenere nascosto l’evento. Mi chiedo come si possa essere attrattivi con un programma che non è uscito nemmeno su internet, che se hai una struttura ricettiva non puoi nemmeno preparare un pacchetto last minute per un weekend, hanno programmato la comunicazione dell’iniziativa, esiste uno straccio di timeline? Si trova qualcosa giusto sul sito del comune e ogni tanto arriva qualche notizia qua e la sui social, su qualche cena di viticoltori che la organizzano da soli e questo se autentico è lodevole.

Quello che è chiaro però, è che non esiste una strategia, tutto sembra sia frutto del caso, qualche fumosa iniziativa singola di propaganda, o polemica senza capo ne coda di qualche politico locale. Tutto questo francamente è inaccettabile e porta la gente a sentirsi ancor più presa per il culo, perché se il verdicchio è identità, questa va condivisa e non preclusa. Non è possibile sentirsi attorniati da questo senso di chiusura verso un argomento che dovrebbe, viceversa, essere comune a tutti, soprattutto dopo quello che è successo con il terremoto, che per fortuna ha toccato Matelica meno di altri centri.

Potrebbe essere il festival della rinascita ma resta difficile continuarlo a sperare cercando motivazioni di ausilio, sostegno e collaborazione attiva con i paesi più colpiti, (anche perché qui ci abito finché regge casa ecco perché ancora spero) invece, sembra il festival del “noi semo noi e voi nun sete un cazzo!” Lo slogan non esiste, o meglio pare il manifesto di uno che festeggia 50 anni, con gli amici che gli hanno messo il poster in piazza. Il fatto di festeggiare un compleanno di per se non è una notizia. Come fai a trovare spunti per parlarne? Il tempo che passa è un’ovvietà. Sarebbe molto diverso argomentare un traguardo, fatto di collaborazioni, rapporti di amicizia nel segno della qualità, anche con altre realtà, che in Italia aspettano solo l’intelligenza di un inizio dialogo anche istituzionale. Invece le risposte sembrano disinteressate a tal punto che,  con questa spocchia, viene voglia di smettere addirittura di berlo il verdicchio, e allora si che il fallimento sarebbe totale e i soldi pubblici buttati.

Da matelicese sogno che questo possa divenire il festival della vicinanza con tutti quei luoghi ‘minori’ (perché comunque meno conosciuti) che sono rimasti senza niente, ma hanno ancora la solidità del saper fare eccellenze e lo spirito di collaborazione semplice tra persone, nonostante tutto. Mi sarebbe piaciuto vedere i produttori del Verdicchio essere primi sostenitori dei Sibillini colpiti, le loro genti i testimonial della resilienza con i loro prodotti per le vie del paese, qualcuno che ha potuto fra l’altro è già qui in paese. Allora si che diventerebbe, questo un must identitario, allora non servirebbero più i grandi vip, ma sarebbero gli stessi piccoli produttori di ciauscolo (meglio se senza igp), formaggi di sopravissana e altri prodotti colpiti a sentirsi ancora vivi, veri testimoni ed esempi di una rinascita di un intero territorio.

Invece l’impressione è quella della spocchia di chi sa come andare nel mondo senza, in realtà, accorgersi di niente. Snobbano tutto, fanno lo “street food” che ormai è trito e ritrito in tutte le sagre, invece di raccontare storie, creare percorsi dove il visitatore possa sentirsi parte di una storia che al tempo stesso è anche realtà di come si vive oggi tra queste valli.

Gli assaggi di verdicchio per una sera sola, ma che vuol dire? Che c’entra con l’identità territoriale, qual è il target di pubblico a cui è riferito l’evento? …i visitatori dei paraggi?

Sul programma addirittura si prendono a prestito altri eventi per arricchire il cartellone della festa, ma che è la minestra riscaldata? Che senso ha?

Quanto sarebbe più proficua una festa di scambi, inviti reciproci incontri sulla tutela della qualità enogastronomica? Quanta attenzione creerebbe l’idea di stringersi verso le eccellenze “sfollate”, amalgamando storie su come si riesce ancora, nonostante tutto ad essere coltivatori di eccellenze.

La vite che aiuta la vita, una stretta di amicizia con i prodotti dei monti sibillini, abbiamo Giorgio Calabrò a Matelica, uno dei migliori norcini d’italia, i suoi prodotti stanno nelle cucine dei grandi ristoranti, il financial times ha parlato di lui, e qui gli danno il contentino, il banchettino in piazza dove se vuole può fare gli assaggi, ma per favore!

Abbiamo esempi di resilienza identitaria a portata di mano e ci si affanna a chiamare i personaggi dello spettacolo, è la vittoria della plastica rispetto alla realtà semplice e straordinaria del coraggio di questi contadini, pastori, pasticceri e altri artigiani.

La comunicazione fatta al verdicchio in una versione sbiaditissima sulla falsa riga di un prodotto iper commerciale, quando dovrebbe essere il contrario esatto.

Circa 12 anni fa con Carlo Cambi scrivemmo un’idea di rassegna di vini bianchi italiani, un’idea di scambio e confronto fra le alte eccellenze italiane, la possibilità di affidare alla gente a chi il vino lo beve consapevolmente, di decidere quale fosse il miglior bianco d’Italia, il miglior “bianco dell’estate” votandolo fino al mare e, cercando di far partire così una spirale crescente di coinvolgimento con gran finale a Matelica. Niente si è realizzato, per la chiusura degli stessi produttori e altri politicanti ciechi, al grido della volontà di imporre loro stessi contro la paura della concorrenza a 2 euro dei discount, che gli stanno, oggi ome ieri, comunque sotto casa.

Non si riesce ancora a capire che tra produttori di qualità, è la squadra che vince e arriva anche il compratore se esiste una proposta intrisa di emozioni autentiche su questi paesaggi, mentre gli sgambetti, le invidie fra tanti singoli sono inutili, è la squadra vince, meglio se variegata di proposte, evidenziando differenze di valore, ma condividendo gli intenti. Magari è tardi per fare la squadra con i vini bianchi d’italia, ma c’è una montagna di prodotti gastronomici da abbinare e salvare, proprio qua attorno, allora perché non fare percorsi di un paio di giorni almeno (come si diceva con Giorgio l’altro giorno) proprio sui vicoli del paese quasi tutti agibili, affidando ad ognuno di essi un tema, una storia fra verdicchio e salumieri, pastori, apicoltori, pittori, musicisti e teatranti. Vie e racconti verso il futuro di una nuova coscienza identitaria. Questa sarebbe una notizia. Il racconto reale di quello che c’è dietro all’etichetta. Storie semplici su quello che siete e che siamo, apriamo le porte e facciamo aria, condividiamo la nostra identità e risolleviamoci rinnovando le tradizioni. Non svendiamo tutto agli avventori perché abbiamo la possibilità di tornare ad essere comunità, coscienti di quello che abbiamo.

E’ l’unica via per rinfrancare la società. Buon verdicchio a tutti.

matelica - Fonte Internet
matelica – Fonte Internet

 

Restauro artistico, nobile recupero della storia

Abituati alla vita frenetica di oggi, dove la maggior parte di noi corre senza capire nemmeno il perché, nell’atrio di una “casa-museo” con una collezione ricchissima, sicuramente fra le più interessanti dell’intera Regione Marche, e d’Italia, oggi purtroppo non senza i problemi annessi e connessi del sisma che lo ha reso inagibile, si scopre, una parte importante dell’essere uomo. Fino a poco tempo fa era la possibilità di trovare un senso di calma fra le espressioni d’arte, un motivo per rifocillarsi dai ritmi frenetici della vita quotidiana.

Entrando nel porticato mesta, quasi nascosta, la piccola bottega di una giovane artista, Angela Allegrini. Una restauratrice di opere d’arte sicuramente unica nei suoi modi di fare eleganti, creativi e nella sua innata professionalità. Entrando in bottega il primo bel contrasto che palese si mostra agli occhi è la superbia eleganza dei suoi restauri. Ricordo qualche anno fa di una Madonna col Bambino del ‘700 attribuita al “Brandi”, imponente ed elegante che Angela ha riportato alla luce con la pazienza e la minuziosità di una professione che puoi affrontare solo se alla professionalità aggiungi una passione accorata, intima nell’animo. Era un’opera imponente, sapientemente “medicata” da questa “piccola” ma grande “dottoressa” dell’arte.

Angela ha conseguito il diploma di Laurea presso l’Istituto per l’Arte ed il Restauro di Palazzo Spinelli a Firenze. Per 4 anni ha poi lavorato presso ditte Urbinate specializzate in lavori di restauro in esclusiva per le soprintendeze ai beni storici artistici di gran parte delle regioni italiane. Dal 2007 ha deciso di mettere a disposizione il suo mestiere alla città in cui è nata. Nella sua bottega esegue restauri di opere importanti provenienti anche da altre zone d’Italia, sono convinto che avere in casa un artigiana-artista come lei sia un orgoglio per tutti i matelicesi. Un’arte nobile quella del restauro artistico.

Un particolare di bottega
Un particolare di bottega

Fra le opere ridate alla luce Angela conta il “Monumento ai Caduti” presso i Giardini Pubblici commissionato dal Lions Club, diverse tele di Nature Morte settecentesche attribuite allo “Spadino”, opere di illustri ritrattisti del passato come “Raffaele Fidanza”, restauri di affreschi in chiese importanti, e non da ultimo il ripristino della bella carrozza di Mons. V.F. Piersanti presso la stessa “casa museo”. Una poliedrica, vivace e giovane artista del restauro. La sapienza di un mestiere nobile nella sua importanza culturale, di grande responsabilità nella conservazione di pezzi unici della storia dell’arte. Uno di quei mestieri che sono un fondamentale contributo al ripristino della “cultura del bello” oggi quanto mai importante nel nostro bel Paese ferito, ma da sempre, fervido esempio per il mondo intero. Comunque quando a far questi mestieri si trovano professionisti, giovani, capaci, responsabili, allegri e pimpanti come Angela si riaccende la speranza.

Uscendo dalla bottega, l’augurio è quello di vedere ripristinata presto la possibilità di fare una visita a “Casa Piersanti” e poter solcare di nuovo quel portone importante, per respirare a pieni polmoni l’essenza storico-artistica di questa parte del maceratese. Oggi Angela è una restauratrice artistica, che persegue il suo talento a ricucire gli strappi che le scosse hanno prodotto. Oggi più che mai, credo la sua passione dovrà trovare la possibilità di essere espressa, perché oggi di questo tipo di “saperi” se ne ha estremo bisogno.

Angela Allegrini “Vita per l’Arte” – 62024 Matelica (MC)

t.+39.338.1095752 – www.vitaperlarte.it