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L’Italia è come la “Griscia”

La Griscia che i romani chiamano Gricia è un piatto di pasta che è oramai una peculiarità rappresentativa della Gastronomia popolare italiana. Tuttavia rispetto a questa pietanza caratteristica, in pochissimi ne conoscono le origini attribuendo l’origine della nascita ai Grici, mastri dell’arte bianca una specie di panettieri dei nostri giorni che si sono trasferiti a Roma e facevano in bottega questa antica ricetta. Di certo la popolarità e la fama a questa pietanza è stata data dalla capitale e dalle poesie su di essa di Aldo Fabrizi o dalle ricette di Sora Lella e altri che l’hanno resa il tipico e popolare piatto da osteria romana.

Tuttavia in Italia esiste una frazione di Accumoli che si chiama Grisciano, frazione a pochi km da Amatrice. La cittadina oggi è centro simbolico di un cratere sismico fra i più catastrofici, ampi e dirompenti che la storia ricordi. Questo piccolo borgo, che appunto si chiama Grisciano si trova al centro di tre regioni; il Lazio, l’Abruzzo e le Marche. Posto a valle è stato sicuramente un crocevia in passato dei pastori che migravano per la transumanza fra le montagne di questo spazio dell’Italia centrale. E’ quindi verosimile che la vera derivazione del piatto fatto di materie prime povere sia da attribuire a questa località, il dibattito potrebbe essere infinito ma sarebbe bello che nonostante tutto possa continuare, soprattutto perché da questa derivazione ne scaturisce, di fatto anche una filiera di produzione qualitativamente importante e fonte di sostentamento economico di queste zone. La produzione del guanciale amatriciano di cui ho avuto modo di assaggiarne in tempi non sospetti diversi tipi molto interessanti dal punto di vista organolettico.

Ecco, da un pretesto storico a grandi linee molto grossolane, ho delineato quale potrebbe essere anche un’economia basata su una storicità possibile e probabile, che tuttavia traccia il percorso sulla base di un’economia spicciola, un mercato realmente percorribile e ripristinabile per qualità di territorio, vocazione agricola specifica e soprattutto rispetto e ripristino di filiere tradizionali identitarie.

Partendo da questa logica estremamente locale, mi domando perché la rete, i media e tutti gli organi preposti a veicolare un’informazione corretta e pertinente, non si pongano nemmeno lontanamente questo obiettivo, che viceversa sarebbe il presupposto metodologico per instaurare una crescita reale e soprattutto di alto valore culturale.

Insomma, nessuno si domanda oggi come sta la Griscia o come sta Grisciano, da dove viene realmente quell’emozione che porta tedeschi, francesi e americani ad imparare a girare gli spaghetti fra i denti della forchetta, spesso facendo danni anche più gravi di quelli che stanno nelle loro economie espansionistiche. Mi domando se questo non debba più essere lo specchio dell’economia reale, allora l’economia reale che cos’è?

Sono quesiti come questo che mi danno la convinzione che il problema della crisi politica ed economica italiana sia partita dalla messa al bando di intere piccole o piccolissime filiere tradizionali, messe insieme da piccoli artigiani e agricoltori di mestiere, comunanze agrarie che, oggi nell’era di internet potrebbero vivere un nuovo rinascimento in termini di emotività indotta e alta qualità della vita, mentre si lasciano abbandonare nel vuoto di una burocrazia ingessata nella conta dello spread dettato dalle agenzie di rating.

La distruzione di queste “realtà particolari” per citare Pasolini, è la catastrofe economico/sociale della nostra Italia, comprese le sue opere d’arte i suoi talenti, dietro ad incomprensibili emergenze di formulare troppo spesso ormai disciplinari di produzioni o piani di sviluppo rurali antitetici rispetto alle vere esigenze di vita in questi luoghi, oppure dietro gli incomprensibili meccanismi delle “armonizzazioni contabili” o del pareggio di bilancio dei  comuni che se non sono crollati per una catastrofe come quella del terremoto, sono già stati svuotati da una rassegnazione intrinseca che le leggi della turbo finanza 4.0, con la complicità di classi politiche, troppo spesso inconsapevoli, hanno già contribuito a devastare.

Se non ripartiamo dalla passione per mantenere il necessario, rischiamo di vedere sempre più nero e non ci sarà nessun trattato europeo a salvarci dalla prossima ondata speculativa, e così il sogno di una migliore qualità del vivere lo potremmo gustare dalla foto stampata sul fronte del tetra-pack del discount a $ 4.99. Ma nessun luogo ritratto in quella foto avrà corrispondenza nella realtà, perché le oscillazioni imprevedibili dello spread non ce lo permetteranno.

Due luoghi che conosco dove la Griscia racconta la sua storia? La Vecchia Ruota che si trova proprio a Grisciano ed Il Picciolo di Rame  dove ho scattato la foto recentemente.

A Pollenza … chi Vespa mangia… sano !

Pollenza interessante per “chi Vespa…” e non solo.

Un bellissimo centro storico, ricco di momenti autentici, storia preservata nelle piccole botteghe artigianali del restauro dei mobili, una graziosa passeggiata lungo il perimetro delle mura ed un centro storico urbano molto interessante, conservato in maniera ottimale.

A Pollenza respiri viva l’essenza della provincia che si frappone all’autenticità della campagna. Pochi chilometri la divide da Macerata, il centro della marca, poca distanza fra i campanili che oggi, si spera, possano mutare da centri di concorrenza territoriale a presidi di tutela identitaria. Il suo nome antico è stato Montemilone fino al 1862, proprio in onore del condottiero Milone che, come raccontano le cronache dell’epoca l’ha ricostruita dalle macerie intorno all’anno mille. Pollenza oggi vive e sopravvive di una caratteristica e piccola imprenditorialità agricola e artigianale che è forza identitaria da preservare e rilanciare.

uno sguardo anticamente contemporaneo
uno sguardo anticamente contemporaneo

Gradevole la passeggiata organizzata da Luca e igersMarche, qualche giorno fa perché ho potuto scoprire l’essenza di una mentalità umile ma pervasa di cultura storica, agricola e paesana, conoscenze miste alla voglia di fare e conservare autenticità. Quasi devozionale la passione che si può sentire appena solcato l’uscio della bottega di restauro di Nardi, una volontà assidua nel trasferire valore aggiunto agli oggetti di antiquariato da cui deriva la nostra contemporaneità.

Tuttavia il punto focale e che può essere volano d’immagine promozionale per tutto il paese, nasce dalla passione di Marco Romiti nel collezionare oggetti unici della mitica Vespa Piaggio, simbolo d’italianità nel mondo ed ancora oggi emblema di design e di suggestioni spensierate alla ricerca di momenti di fuga dalla città, simbolo e collante fra innovazione e voglia di vivere la natura.

Oltre che per la straordinaria selezione di modelli, alcuni unici al mondo, gli oggetti di design e lo stile italiano dell’epoca che la rendono una collezione davvero invidiabile sotto ogni punto di vista, il museo sembra infonderti la voglia di scoperta, di saltar in sella alla Vespa per scoprire le campagne circostanti, sembra volerti dire “salta su, esci ed ammira la dolcezza delle campagne circostanti”, in questo senso, si spiega da solo il motivo del successo dello slogan creato da Gilberto Filippetti della non lontana Jesi, un claim di “rottura” nel manifesto che ha fatto furore per tutti gli anni 70, “Chi Vespa mangia le mele” successivamente messo a simbolo di anticonformismo da Vasco Rossi in “Bollicine”.

La varietà delle colture agricole che ancora e per fortuna, caratterizzano le zone circostanti di questo piccolo paese, dalla vicina Treia ad Appignano, da San Severino Marche fino alla stessa Macerata, ricalca i passi di un certo anticonformismo rispetto alla tendenza utopica di perseguire l’idea che sia possibile inserire tipicità su larga scala nei supermarket. In maniera atipica e con la caparbietà dei contadini, ma quelli seri di cui ti puoi fidare, queste campagne meritano di essere vissute perché sono scrigno di bellezza e storie ancora e, per fortuna, abbastanza vivaci.

Enzo Angeletti
Enzo Angeletti

Enzo Angeletti è di certo uno fra i produttori interessanti che ho potuto visitare ed assaggiare nel tour campagnolo intorno a Pollenza. La sua selezione di suini che comprende capi di razze autoctone, dove cerca di inserire la controtendenza a ritrovare esemplari di qualità più che di “peso”, nel suo allevamento. Diversi sono i capi di “mora romagnola”, il tipo di mangimi utilizzati inoltre rispecchia una qualità selezionata e non da ingrasso “forzato” che è un altro aspetto in antitesi alla produzione industriale, anche di marchio IGP (come ad esempio il Ciauscolo, dove si da la possibilità di utilizzare addirittura la manioca che è tipica si, ma delle zone equatoriali). Con tutte le difficoltà del caso, le chiusure del mercato a prezzi sempre più bassi, il tipo di allevamento è allo stato semi brado e l’azienda ha una conduzione familiare. I salumi ricordano il sapore autentico dei prodotti di una volta.

 

Dante Duri
Dante Duri

Altro produttore degno di nota è Dante Duri, agricoltore e vignaiolo Settempedano nella DOC di Serrapetrona che per una scelta di tutela identitaria, ha voluto ricavare parte del suo vino da antichi filari (vigne di circa 60 anni) e che persegue l’idea, anticonformista per quella zona, di vinificare vini fermi usando uve di Vernaccia nera rigorosamente selezionate a mano e vinificate in purezza. Il suo lavoro verte principalmente nella diffusione e conoscenza di questo vitigno inconfondibile nel bouquet di aromi e profumi, il livello minimale di solfiti ed il tasso alcolico sui 13° contribuisce alla sua gradevolezza complessiva. Gli aspetti organolettici li lascio agli amanti dei confronti con le spezie. Peculiare è per me la percezione che riesce a trasferire, attraverso i vini, nel mantenere e rinsaldare la continuità con la tradizione agricola.

 

Questi sono solo alcuni dei motivi per cui “…chi Vespa mangia … sano” nelle colline maceratesi, gli altri scopriteli voi.

Info museo della Vespa: – Vivipollenza.it

Info produttori: – Angeletti – fattoriaduri.com

Il tesoro di Alarico tra Matelica e Affile

Ancora è fitto il mistero sul tesoro del re dei Visigoti, Alarico, tanto che in Italia ci sono state amministrazioni comunali intente (link), addirittura da programma elettorale, a cercare fra i reperti archeologici, una qualche traccia di quel leggendario bottino usurpato all’Impero Romano di Onorio e Stilicone intorno al 400.

Fra le cittadine di Matelica ed Affile, quel tesoro, o forse la sua essenza leggendaria, potranno trovarlo nella tutela e nella costante ricerca delle loro identità enologiche. Fra i due paesi esiste una serie interessante di similitudini e giacimenti enologici. La prima è la terra del Verdicchio, vino bianco in continua ascesa nelle classifiche nazionali ed estere per la qualità delle sue fragranze uniche e con una forte connotazione territoriale. Sul verdicchio, narra lo storico Cimarelli che proprio il re dei Visigoti Alarico, “nell’anno del Signore 410, diretto al Sacco di Roma, portò via con sé da queste terre quaranta muli con gerle cariche di barili di vino perché nulla rendeva i suoi guerrieri più bellicosi e più coraggiosi.” La prodigiosa bevanda che li aiutò nel saccheggio dell’Impero romano, retto allora da Onorio, mi piace pensare che fosse Verdicchio. Che sia storia o pura leggenda, nel Verdicchio ci sono oggi caratteristiche di forza ed eleganza, sapidità e bevibilità, maturità e, allo stesso tempo freschezza, che lo colmano di elementi distintivi.

Sono fiero di aver contribuito ad accostare questa leggenda di Alarico alla cantina Maraviglia oramai più di dieci anni fa, un nome che racconta di un periodo storico suggestivo e particolare, e per certi aspetti con qualche analogia coi nostri tempi.

Sullo stesso percorso storico, trova spazio in quel di Affile questa volta un vino rosso come la porpora romana con la rotondità di un carattere unico, un vino identitario; la cittadina posta tra Subiaco e Roma, era ai tempi, uno dei terreni sicuramente più ricchi del prezioso nettare purpureo. Questa è la terra dello storico Cesanese di Affile, nato, sembra proprio per opera dei coloni romani; in questo percorso fra storia, storie e vino, il rosso potrebbe rappresentare la potenza dell’Impero Romano in un fantomatico duello del gusto, e nell’immaginario di due realtà contrapposte, nel contempo, dalla passione nella tutela dei loro orgogli enologici.

Il Cesanese di Affile ed il Verdicchio di Matelica. Due Denominazioni di Origine Controllata importanti anche se non estese, due realtà vicine ad altre Doc di vitigni similari ma non uguali, Affile ha vicino la DOC del Cesanese del Piglio e Matelica il Verdicchio dei Castelli di Jesi, due storie antiche, soprattutto quella di Affile dove si annoverano testimonianze che la rendono uno dei luoghi del vino fra i più antichi d’Italia, addirittura si parla della coltura di quelle viti arrampicate sulle “cesae”, gli alberi troncati, sin dai tempi dei romani e, successivamente elevata dall’opera dei Benedettini, figli spirituali di quel santo patrono d’Europa, San Benedetto appunto, che proprio in Affile, compì il suo primo miracolo.

Due territori che si possono incontrare per contrasto e similitudine, nella caparbietà di credere con forza alle loro storie identitarie, alla loro qualità nel saper fare e, nell’utilizzo degli strumenti moderni per poter rafforzare i sentori di gusti autentici e antichi come i lustri di storia importanti che hanno vissuto.

Chiacchierando e fantasticando su questi corsi e ricorsi storici, con Giampiero Frosoni, grande culture di storia ed identità locale, oltre che esperto gourmet e vice sindaco di Affile, ci è saltata in mente l’idea, di legare in qualche modo queste due realtà di una grande tradizione enologica con una serie di sinergie atte a rinforzare i concetti comuni di tutela identitaria fra le cantine di Verdicchio e quelle di Cesanese.

Già dallo scorso anno ho potuto partecipare, in veste di ospite alla manifestazione di punta per l’enogastronomia nel suo paese alle porte di Roma, Affilando il Gusto, ne ho parlato qui sul blog.

Visto il cinquantesimo compleanno della DOC del Verdicchio, sarebbe straordinario, a mio avviso ripercorrere le vicende storiche colorate di leggenda e mito, avvenute intorno al 400 dopo cristo, come pretesto per momenti di scambio e crescita fra produzioni di alta qualità in questi due territori, così diversi e così affini nel valorizzare e promuovere con tenacia la propria diversità identitaria e produttiva, ergendo entrambi i paesi in quel cerchio qualitativo di chi, con attenzione, controllo e rispetto delle tradizioni, riesce ancora a far percepire sfumature uniche tra sapori e sentori.

Ad oltre 1500 anni di distanza dal sacco di Roma di Alarico si potrebbe costruire un “fil rouge” fra due cittadine con obiettivi comuni nell’elevare le produzioni enologiche ad una qualità percettibile, frutto di percorsi storici che le avvicendano nelle rispettive vocazioni identitarie e, perché no, anche nella leggenda.

La speranza è quella di far si che possa iniziare un dialogo, fatto magari di partecipazioni incrociate agli eventi, cene a tema o show-cooking nei vigneti di Matelica e in quelli di Affile e, visti i recenti accadimenti, ripercorrere questa leggenda del “Sacco di Roma” sguainando, in “singolar tenzone” i ciauscoli di Visso piuttosto che le spade. Spero che questa idea possa mettere le ali e spiccare il volo.

Comunque vada, buon vino a tutti.

 

La “grande guerra” dell’appiattimento ideologico. Alla faccia della terza via!

 

Bella pubblicità del "Rosso Antico" anni 50 - fonte internet
Bella pubblicità del “Rosso Antico” anni 50 – fonte internet

«Le banche di Stato sostenevano le grandi aziende a partecipazione statale che dovevano fornire a basso costo l’energia, i servizi e gli strumenti necessari alle aziende private, consentendo loro di affrontare la concorrenza di Paesi che possiedono a basso costo quelle materie prime che noi non abbiamo. Questo fu il motore del miracolo economico. E abbiamo dimenticato che a ispirarlo fu un gruppo di economisti e politici cattolici. Tanto che furono proprio gli inglesi a parlare ironicamente di “miracolo” italiano, convinti come erano che i cattolici fossero costituzionalmente incapaci di dare solidità, benessere e libertà ai loro Paesi. Poi, col governo cosiddetto delle “convergenze parallele”, diventammo la quarta potenza mondiale superando anche gli inglesi, perché lo stesso Togliatti aveva capito che bisognava utilizzare e appoggiare quel modello di sviluppo» – cit.-

Poi ci siamo autodistrutti. Abbiamo subito e stiamo subendo modelli di sviluppo e logiche contro la nostra vera natura. Creativa, artistica e autentica. Il marketing (parola intraducibile in italiano e io l’ho pure studiato) i social network e la comunicazione via internet ci stanno concludendo l’opera di appiattimento.

Prima hanno iniziato con le leggi fatte coi piedi sulla tutela dei prodotti territoriali, parallelamente coi supermercati, adesso continuano con il riluttante strategismo lobbista a cui siamo tutti assoldati perché non viviamo senza un i-phone e non fa figo vivere in un piccolo paese perché è ovvio …poi come si fa con la palestra?

Siamo indotti, tutti quanti a pensare univocamente. Mal ridotti dentro una pellicola che ci esclude dalla logica di essere ciò che siamo in realtà. Mi ricordo che internet agli albori era visto da quelli come me, come una grande opportunità per far riemergere le tradizioni e le identità artistiche e artigianali dei popoli e delle persone, era la ribalta delle diversità identitarie. Oggi sta diventando l’ennesimo strumento per tutti coloro che hanno bisogno e voglia di potere, denaro e soldi.

Abbiamo gli strumenti per dire al mondo che ad esempio nel paesino di Arnad fanno un prodotto unico al mondo, il lardo, che a Visso i norcini ancora fanno a meno di conservanti chimici per il loro ciauscolo, piccole storie di tradizioni centenarie, basi di microeconomia che possono essere utili a far comprendere come riprenderci la vita. Invece no andiamo su google e cerchiamo la tendenza, schiere di pseudo intellettuali che sono propedeutici solo a farti comperare un salame con dentro più chimica di un litro di diluente. Sta scemando il senso istituzionalizzante delle cose fatte con rigor di logica o con una riflessione ponderata.

Allora da una parte sono gli strumenti di comunicazione a rompere gli equilibri, ma dall’altra siamo tutti noi ad essere alla frutta!

P.S. La pubblicità del Rosso Antico Aperitivo con Fernandel come testimonial era proprio bella.

Una storia SURREALE!

Surreali questi "giochi di luce" di Enea Francia

Oggi ho voglia di creare una storia surreale. Non reale.

Quindi iniziamo a pensare come costruirla questa storia. Per una storia del genere andiamo indietro nel tempo iniziamo, come ogni storia che si rispetti con: “C’era una volta, in un paese lontano lontano…” aspettate un paese? …o una città? Facciamo uno di quei paesi troppo piccoli per essere città e troppo grandi per essere chiamati paesi.

La caratteristica principale degli abitanti di questo posto era la pazzia, tutti matti!! Divisi in “buoni” e “cattivi”. Un tempo in questo posto la gente racconta di aver fatto anche una grande festa in onore della pazzia. Vado bene per una situazione surreale lo sento.

Una situazione di un luogo dove ci sono solo matti, calza a pennello, funziona, va! Non credete?

In questo posto dove la pazzia creava una sorta di anarchia autoregolata, dove molto era dato alla coscenza di questi matti, un paio di signorotti, governanti del paese, furbastri e ignoranti che non si accorgevano per niente dei sudditti ma facevano solo strade inutili e incroci strani, aumentavano i balzelli e tenevano la gente impaurita per via della crisi.

La gente si rivolterebbe in una situazione del genere se fosse reale, questa è solo una storia, surreale per giunta.

I bambini di quel posto dopo un terremoto che devastò tanti paesi vicini rimasero per anni in stabili d’emergenza. Dopo un terremoto i bambini lasciati in un prefabbricato per tanti anni!

Ma nemmeno l’orco delle fiabe è così cattivo, una storia così non regge, credo che la gente si rivolterebbe prima! E’ una storia surreale e tale rimane! Continuo così!

Con la copertura di tutto il consiglio si inizia ad asfaltare un nuovo ponte, aggiungendo pure una nuova tassa da far pagare a tutti!! Poi per volere di un vassallo che controllava lo specchio della valle di quel territorio, per coprire una “eventuale” chiusura dell’Università inizia a spostare i bambini dalle scuole da un giorno all’altro, lasciando i bambini delle prime classi ammucchiati e quelli piu piccoli in una sede da “verificare”. Sempre gli stessi avevano creato le condizioni per chiudere del tutto l’ospedale di quel bel posto nato molti anni prima, per volere di un filantropo dei tempi passati.

Adesso si che questa è una storia surreale dove la gente ha paura di tutto e non si arrabbia mai! Nemmeno quando…

Un giorno per ordine supremo arriva una legge severa che proibì di fatto il divertimento serale dei ragazzi che liberamente si ritrovavano avanti ad una piccola osteriola a bere scambiare due chiacchiere e ogni tanto alzavano il gomito. Ma questo fu proibito categoricamente. Per contro però uno dei signorotti del palazzo continuava lo stesso a sfrecciare per viali con un carro meccanico prodigio della scienza, senza contestazioni da parte di alcuno.

Adesso si che è surreale questa storia. Un racconto del genere se fosse vero farebbe incazzare la gente che prenderebbe i governanti a calci in culo! Li costringerebbe di sicuro a farli andar via tutti, ecco perché una situazione simile non potrà mai essere vera ma surreale! Non credete?

Dal vocabolario ho cercato il significato di surreale…

Surreale: [sur-re-à-le] (pl. -li) agg. Che supera la dimensione del reale.

Gente ci siete ???

….si viaggiare

“Si viaggiare, evitando le buche più dure….”

Si potrà più viaggiare? Beh visti i prezzi che circolano dei carburanti ecc… sta diventando difficile la cosa. Ma che differenze ci sono fra chi viaggia e chi fa il turista. Posto alcune considerazioni sparse colte dal web e da chi ho visto venire qui a Treia (meta sicuramente adatta più a viaggiatori che ai turisti).

Il turismo è la pratica, l’azione svolta da coloro che viaggiano e visitano luoghi a scopo di svago, conoscenza e istruzione; secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale del Turismo (World Tourism Organization, un dipartimento delle Nazioni Unite), un turista è chiunque viaggi in paesi diversi da quello in cui ha la sua residenza abituale, al di fuori del proprio ambiente quotidiano, per un periodo di almeno una notte ma non superiore ad un anno e il cui scopo abituale sia diverso dall’esercizio di ogni attività remunerata all’interno del paese visitato. In questo termine sono inclusi coloro che viaggiano per: svago, riposo e vacanza; per visitare amici e parenti; per motivi di affari e professionali, per motivi di salute, religiosi/pellegrinaggio e altro. (fonte wikipedia)

Svelare se stessi attraverso il viaggio
Nel ventesimo secolo l’immagine del viaggiatore ha acquistato una connotazione sociologica di “estraneo”, una definizione, questa, che contiene ancora quelle caratteristiche cui pensavano gli antichi quando definivano il viaggiatore come “filosofo” e anche quelle idee che all’inizio dell’età moderna portarono all’attribuzione di una particolare dignità al viaggiatore che si comportava come osservatore oggettivo e “descrittore del mondo”.
In virtù della mobilità e della lontananza con cui valuta e giudica, l’”estraneo” può cogliere la generalità dei rapporti indipendentemente dalla situazione locale.
Le caratteristiche del viaggiatore sono, secondo Rimmel: la libertà, l’oggettività, la generalità e l’astrazione. Il viaggiatore osserva e registra. Egli può descrivere la realtà che osserva e conosce in modo maggiore o minore a seconda del suo livello di cultura. Ma “estraneo” significa anche “straniero” e lo straniero viene visto come estraneo dalla comunità che lo riceve e viceversa, un confronto dal quale  scaturiscono conflitti o elementi positivi.
Questo tipo di contatto, di rapporto con la comunità locale dev’essere analizzato, valutato, per poter interpretare lo stato mentale del viaggiatore, le sue inibizioni, le sue potenzialità di crescita.

Ci sono diversi tipi di viaggiatori

Chi interpreta il viaggio come penitenza. Viaggi di fede verso luoghi sacri per devozione. Questo tipo di viaggi oggi sono più o meno corrotti dal consumismo e dalle strategie di comunicazione effettuate che a mio parere risultano tutte più o meno stridenti. La fede va sentita e non mercificata.

Chi interpreta il viaggio per studio o ricerca. L’idea che il viaggio potenzi l’intelligenza di chi lo intraprende è antica. E lo stesso Ulisse, per Dante, viaggiò per seguire «virtude e conoscenza».

Si può poi viaggiare per imitazione, perché altri lo fanno e bisogna seguire le mode, per consumismo. Seguire le tendenze e le mode. Dove fa leva più di altro il marketing territoriale. Creare la tendenza appetibile da seguire. E’ la forma di turismo che può essere costruita. E’ quella che “rende” ma anche quella più sterile se non resa “sostenibile”.

Oggi ho voluto fare delle considerazioni sui vari modi di interpretare i vari modi di viaggiare (d’altronde da gestore di albergo dovrò pure capire cosa vuole chi mi viene a trovare o no ?).

D’altronde questo è il periodo in cui si pensa a viaggiare (… o almeno si dovrebbe avendone le possibilità vista l’aria di crisi che si respira)