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9/11 la grande mela, mia nonna e la tv

9/11 nella Grande Mela vista da lontano. Era il 2001, mi ricordo mia nonna tra una faccenda e l’altra con la TV accesa. Mi ricordo come se fosse ieri, di averle chiesto da quando avesse iniziato a preferire i film d’azione sul genere delle americanate alla “Die Hard”, rispetto alle serie TV come Beautiful o similari, che vedeva, diceva lei, “giusto perché fa compagnia”, soprattutto a quell’ora mentre riassettava le cose del pranzo. Infatti le abitudini televisive non le aveva cambiate; la TV stava su RAI UNO e quello non era un film americano, ma l’edizione straordinaria del TG1, un aereo era finito dentro ad uno dei grattacieli più alti del mondo. Poco dopo, il secondo aereo, tutto documentato in diretta, lei mi guarda e mi dice, “s’è ammattitu lu munnu!” (il mondo è diventato matto). Mia nonna, che aveva vissuto la guerra attraverso nonno, prigioniero in Germania, che non so quanta strada avesse fatto, a piedi per tornare a casa, lei una donna del dopoguerra, forte e calma che tanti conoscevano in paese, era per me e per tutti in famiglia, la semplicità rassicurante della “vergara marchigiana”. Il suo sguardo sbigottito verso l’assurdo di due aerei dall’altra parte del mondo, finiti dentro due grattacieli di una città a lei sconosciuta e anche a me come a tanti altri. “Tu zio c’è stato li dentro …” mi disse un po’ sommessa, chissà cosa nascondesse quel suo sguardo? Forse un brivido nascosto, forse l’idea che quell’insicurezza dall’odore amaro della guerra potesse ritornare in qualche modo, in maniera più subdola, terroristica. Di certo posso dire solo che quello sguardo mi è rimasto impresso, è stata la descrizione limpida della saggezza degli anziani, la semplicità di due frasi, la sintesi esatta di tutto quello che poi è stato. “Me pare che è diventati tutti matti!” aveva sottolineato. Nel 2004 e nel 2005 sono tornato nella grande mela, però non ne ho parlato molto (forse solo questo articolo).
La nuova stazione del WTC e la Freedom Tower
La nuova stazione del WTC e la Freedom Tower
Poi ancora sono tornato lo scorso anno, l’undici settembre l’ho passato lì. Ho notato una costante nell’atteggiamento generale dei newyorkesi e alcune differenze. La costante è il ricordo di stragi che hanno segnato un popolo nell’animo, nelle villette del New Jersey campeggiano ogni anno, in questa ricorrenza le candele o i ceri alle finestre in segno di rispetto per chi ha sacrificato la vita involontariamente in quel cambio di paradigma sociale. Al di la di conformismi vari, le differenze che ho potuto verificare stanno nell’idea stessa di un popolo che ha voluto capire di voler andare più piano, forse di imparare a smettere di correre senza motivo, cercando il significato della vita che esiste oltre al mercato. Forse non è stato un caso se da li a pochi anni siano scoppiate le più grandi bolle finanziarie che l’economia moderna possa ricordare. Dal lutto alla crisi del sistema economico mondiale. Il tiro al bersaglio su quelle torri, forse, ha portato a riflettere il popolo americano verso l’idea di ricostruzione della società, in maniera tecnologica certo, vedi l’espansione dei social network da quegli anni li, ma soprattutto in un modo più riflessivo, forse più autentico e paradossalmente, se consideriamo che questa è l’America, meno plasticato. Nonostante l’economia iperliberista da cui è avvolto il Paese, l’idea di cercare un’identità oltre alla bandiera è il cambiamento graduale che ho potuto osservare in queste visite, seppur sporadiche nella Grande Mela. Lo scorso anno ho visitato anche “ground zero”, quel luogo che era di rispetto ed assoluto silenzio nel 2004 – 2005, dopo l’apertura del museo l’ho trovato esageratamente rivolto al “marketing del dolore”. A mio avviso è un’esaltazione estrema alla visibilità di quanto sia accaduto. La giustificazione, che però ho trovato nei confronti di questa mercificazione del dolore, sta in una spiegazione proprio sui cimeli esposti, appartenuti alle vittime che, credo siano stati, in moltissimi casi, pagati come vere opere d’arte ai familiari delle vittime dalle stesse banche o fondazioni che hanno finanziato la “galleria”. Una consolazione in termini di valore economico, seppur di scambio, che ha in se uno schema di ragionamento un po’ distante dai canoni del pensiero “classico” mediterraneo. Tuttavia è vero che New York rimane la città dai mille volti, un luogo pieno di emozioni diverse e distanti. Un posto da vivere con la consapevolezza distaccata che si ha con gli sconosciuti, nonostante quell’aria cinematografica che la rende, allo stesso tempo, estremamente familiare.
La grazia ed il senso di sicurezza della donna delle libertà
La grazia ed il senso di sicurezza della donna delle libertà
Scrivendo queste poche righe mi è salita un po’ di nostalgia, ma non tanto perché non sto a New York oggi, quanto per gli sguardi, i gesti rassicuranti di mia nonna. Lo scorso anno, guardando la statua della Libertà, mi è tornata in mente lei, nonna Adriana, la robustezza di una donna di altri tempi, protezione e traguardo della libertà. Modi di tempi passati, che anche dall’altra parte del mondo, mi hanno fatto ricordare chi sono.
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Il giardino magico di Philadelphia

La Philadelphia del giardino magico. Stavo notando che da quando la terra trema, non scrivo più di altro. Stavolta no e voglio raccontare un bel ricordo, fatto soprattutto di un incontro importante.

Quando nella semplicità trovi la grandezza di chi fa del suo pensiero un modo di vivere e condividere con gli altri, qualcosa di inestimabile che fa vibrare le corde della sensibilità, un messaggio di alto valore artistico e simbolico, da chi sa costruire la sua vita comunicando arte e manualità, lasciandoti dentro un modo in più per dare un senso alle cose.

Per quanti lo troveranno utile, il racconto delle magie di Isaiah nell’America Trumpiana.

Uno dei momenti più creativi del viaggio a Philadelphia è stato senza dubbio nel posto dei sogni di Isaiah Zagar, nel suo Magic Garden. Ormai un’attrazione di arte contemporanea tra le più importanti di Pennsylvania e degli Stati Uniti, il sogno di Isaiah nasce negli anni sessanta, guarda caso un momento di estrema creatività mondiale.

Il ‘giardino’ però viene alla luce negli anni novanta. Tuttavia il suo espandersi e modificarsi ancora non è concluso, e non finirà mai. Come ogni sogno, o come ogni pensiero, si evolve e continua a migliorare ed integrare la sua condizione artistica fatta di quella volontà, a tratti estrema, di dare uno spazio, un significato ed un’espressione a cose nate con una finalità del tutto diversa. Come la vita, anche le opere d’arte del giardino di Filadelfia, mutano e si evolvono, esprimono concetti astratti e fantasticamente reali. Il pensiero che tenta di materializzarsi in quegli oggetti inseriti sui muri, miriadi di racconti, catene infinite di emozioni.

Oggetti riciclati, cocci e bottiglie, ruote di biciclette e vecchie mattonelle, bambole in terracotta

bambole raccontano
bambole raccontano

e cianfrusaglie, cose che non avrebbero più senso per la maggior parte di noi consumatori contemporanei, attenti a guardare il mondo con cli occhi smarriti di chi corre senza motivo, cose da buttare, oggetti anch’essi smarriti, che riprendono significato e si coordinano in sinfonie di colori e movimenti soavi, riescono a raccontare storie e suscitare emozioni grazie al genio di un “compositore” ricco di motivazioni. Le tante piccole cose che, armonizzate insieme, mutano in armoniosi costrutti di bellezza. Aver visitato un posto così, immergermi dentro questa esplosione artistica, in un periodo particolare ed eccessivamente povero di fantasia, ed averlo fatto a pochi giorni dalla fine di una delle campagne elettorali più brutte della storia contemporanea, è stato strabiliante, mi ha fatto capire quanto l’America sia ricca di contrasti, e, quanto l’arte riesca ancora ad esprimere sostanza creativa, ribaltando l’idea collettiva degli “states” come la terra dell’immagine prima di tutto.

Di sicuro Isaia è uno di quei personaggi che riescono a raccontare se stessi anche solo con due parole e uno sguardo. Ad essere sincero, questa volta ho rimpianto il mio inglese “sufficiente” perché avrei voluto parlarci di più con lui. L’ironia con cui ha salutato il mio essere italiano, pronunciando sorridente, in accento anglosassone “Michelangelo, Raffaello…”, oltre  alla calma accogliente con cui ha sintetizzato il suo giardino, mi ha fatto capire che anche in America esiste qualcuno che riesce a far riflettere l’uomo a stimolare le sue corde del pensiero, cosa che lo rende unico e diverso, libero da schemi che ne condizionano l’esistenza, sminuendone la sua stessa essenza, fino a chiuderlo nella gabbia dorata del consumatore frustrato. La vista del Magic Garden è la porta aperta a quella gabbia, un respiro dell’arte.

Io e Giulia con Isaiah Zagar
Io e Giulia con Isaiah Zagar

Un raro luogo del pensiero quello di Isaiah che insieme a sua moglie Giulia, anno dopo anno, sta costruendo un posto dove far germogliare il pensiero dell’anima. Philadelphia è il luogo giusto per accogliere chi semina sogni, la città di Benjamin Franklin, l’inventore e lo scienziato, un uomo di profonda conoscenza, fondamentale padre fondatore dei primi 13 Stati Uniti che, non a caso, firmarono i documenti più importanti della loro indipendenza, proprio in questa città. Anche per questo, il ‘Giardino magico’ di Isaiah e Giulia non poteva trovare posto più adeguato dove sbocciare.

“I built this sanctuary to be inhabited by my ideas & my fantasies”

Credo che tutti dovremmo immaginare un luogo dove far abitare le nostre idee e i nostri sogni.

link utili: Magic Gardens, Isaiah Zagar

L’irrefrenabile costanza dei sogni

Si sfioravano le labbra ad occhi chiusi, come nei sogni. Più del sesso che si accendeva tra di loro, c’era quell’atmosfera di calore, di cose dolci, di un posto sicuro, ovunque. Perché in quei baci si celava il profumo dolce di casa. In qualsiasi parte del mondo se li fossero scambiati, la dolcezza di quei momenti era sublime e costante. Un momento di delicata essenza del vivere per sognare.

Mary era lì di fronte a John, in un tempo indeterminato di un posto qualunque nel mondo, consapevoli della sola volontà di riprendersi la loro vita. Ad ogni costo, inseguire quella pragmatica utopia di essere felici. In fondo, dentro quei baci erano racchiusi momenti che avrebbero lasciato un sapore indelebile nelle loro anime.

La forza di quel volersi entrambi, nonostante tutto, era irrefrenabile, accarezzava i loro cuori portandoli dentro un volo di sola andata per la felicità. Mozzafiato, la costante volontà di incrociare di nuovo i loro sguardi, dare aria ai loro gemiti, per riuscire a nutrire un’irrefrenabile voglia di respirare la vita a pieni polmoni.

times square

Una sfumatura ‘italiana’ a Greenwich!

Una bella camminata verso Greenwich village.

Con alle spalle il Washington square park, attraversando la sesta strada, arrivo fino a Bleecker Street, al n.305, mentre New York cambia aspetto. I grattacieli diventano palazzi, la città si abbassa e sicuramente assume un aspetto più a misura d’uomo. Una punteggiatura di piccoli negozi e ristoranti adorna i viali abbastanza ben tenuti di questo villaggio che in passato, come ora, è stato la casa degli artisti come Bob Dylan oltre che la culla del movimento hippy degli anni sessanta e settanta.

Proprio al ‘Village’, mi cadono gli occhi su una vetrina che a primo impatto mi sembra essere una specie di minimarket.

Leggo tra gli scaffali Campofilone,

italianità americana
italianità americana

il rimando diretto va alla pasta di Enzo Rossi, l’imprenditore che ha fatto notizia in Italia per aver aumentato lo stipendio a tutti i suoi dipendenti di qualche centinaia di euro, alcuni anni fa. Anche se non sono una novità i maccheroncini di Campofilone a New York, mi viene da pensare a quanto, invece, quelli di Enzo per un certo periodo di tempo, abbiano dato un’aria rinnovata, non tanto e non solo al sapore della pasta, ma soprattutto al concetto d’impresa etico-sociale, un sentore certamente non decifrabile di solidarietà, quasi un tentativo di riaccostamento fra classi sociali. Ritrovarli in America, la patria del liberismo assoluto, mi ha fatto un certo effetto. Ho subito pensato che chi avesse fatto quella ricerca di materie prime da vendere, in un tutt’uno con le motivazioni immateriali di un senso d’italianità troppo spesso falsato in quei luoghi, avesse conosciuto l’Italia o, per lo meno quello che ne rimane del Paese più bello del mondo. Entro in quella bottega per curiosità, per quel paniere di prodotti ben selezionati che non enfatizzavano solamente i nomi degli ingredienti italiani, nessun ‘ravioli tricolore’ o ‘italian’s pizza’ per capirci. Niente ‘Amatriciana per Amatrice’ come ad ‘Eataly’ dove viceversa, non ho trovato alcun cameriere che avesse il benché minimo lontano accento sforzato che ricordasse l’Italia. Dentro quella bottega gestita da Steve, credo un americano di famiglia, invece, ho conosciuto Luigi, un immigrato siciliano che Greenwich la conosce bene come l’italiano, e l’Italia si vede che la tiene con se, nel cuore. Luigi sentendomi chiedere del cibo nel mio inglese …’italico’, mi risponde senza tanti giri di parole con un ‘vuoi mangiare qualche cosa?’. Inizia a descrivermi i prodotti e farmeli assaggiare, scelgo un bel panino e prendo l’occasione per chiedergli del posto mentre lui farcisce il pane con prosciutto di Parma, vero, poi inizia a parlarmi della sua avventura in America, di quando lo stile della bottega lo aveva importato trent’anni fa proprio nella New York difficile di quei tempi. Mentre affetta un san marzano e una mozzarella, mi racconta di come le cose avessero avuto alti e bassi per lui come per molti immigrati italiani, mi dice che New York è cambiata come d’altronde anche l’Italia, parla della sua vita nella grande mela Luigi. A più di sessantanni a reinventarsi un’italianità troppo spesso scippata da una guerra tra poveri, diversi immigrati che svendono un finto belpaese pur di lavorare. Ha ancora la luce dell’avventura americana negli occhi Luigi. Quella foglia di basilico a chiudere quel pezzo di pane ripieno e quel cartoccio semplice ed elegante sono stati per me una grande sintesi di cosa significasse essere italiani nel mondo. L’autenticità delle cose fatte col cuore nonostante tutto.

Se passate per il Greenwich village, in quella bottega l’Italia lì la trovate!

Sito Internet e contatti: Suprema Provisions

il bancone
il bancone

-Errata Corrige- Il marchio La Campofilone (link) a New York lo trovate ad Eataly nelle sedi del World Trade Center (link) e nel Flatiron (link). Il marchio che ho trovato da Suprema Provisions è L’Antica Pasta di Campofilone (link). Mi scuso con le aziende e spero che questo frainteso contribuisca a rendere sempre più appetibile il nome di un territorio nella sua interezza che sa ancora fare prodotti di ottima qualità grazie alla grande sapienza artigiana.

Per quanto riguarda la mia impressione su Eataly specifico che, nonostante l’indiscussa qualità di selezione dei prodotti proposti, la sensazione che ho avuto rispetto all’iniziativa di amatriciana solidale rimane la stessa.

Se delle varie realtà particolari, non frega più niente a nessuno, …perché indignarsi per il TTIP ?

Era il 1974, Pasolini parla di regime della civiltà dei consumi, vedete il video poi leggete il pezzo se avete finito di struccarvi da “zombie idioti”. Questa intervista sembra fatta oggi! Ecco perché me ne frego del TTIP e di tutte le puttanate che sparano i politici. Tanto sono tutte strategie per far ingerire la pillola e far in modo che niente possa cambiare in meglio. Oggi paradossalmente occorrebbe essere “tradizionalmente anticonformisti”. 

Quella omologazione che il fascismo non è riuscito ad ottenere, il potere della civiltà dei consumi, riesce ad ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari, togliendo realtà ai vari modi di essere uomini, che l’Italia ha prodotto in modo storicamente molto differenziato. Questa acculturazione sta distruggendo l’Italia. Quello che posso dire è che il vero fascismo è proprio questo potere della civiltà dei consumi.

Pier Paolo Pasolini a Sabaudia, Febbraio – 1974 –

La gente che ha fatto ore di fila per vedere un padiglione dell’Expò dove ci stanno pezzi di plastica a forma di cibo, è lo specchio di una civiltà inutile. Mi domando ma un giro per i paesi vi da proprio fastidio? Parlare con i contadini, respirare l’odore delle case di un borgo, i primi camini accesi, si scopre sempre qualcosa di nuovo e trovi sicuramente una sorpresa più genuina dietro un sorriso di un anziano o di un bambino.

Dopo aver sparato 4 miccette per Halloween ed essersi tolti il trucco da “zombie rincretinito”, mi piacerebbe fare quattro passi all’aria aperta. Tanto per respirare un po’ di aria fresca e, magari, capire che la vera bellezza sta dentro i luoghi che snobbiamo di più. Un piccolo borgo, un centro storico, un pezzo di natura ancora in equilibrio con gli uomini.

Camminando per i vicoli dei paesi, non rimane quasi più nulla delle varie “realtà particolari”, le realtà che hanno caratterizzato da sempre l’Italia, sono sempre più assottigliate, e più le istituzioni e la politica parlano di agire per salvaguardarle, sempre più spesso, per colpa di ignoranze e superficialità, si scrivono normative o leggi che ne favoriscono l’effetto opposto, quindi la scomparsa. Se avete tempo, cercate di leggere cosa ci sia scritto nei disciplinari di produzione  IGP, DOP, DOCG ecc. di diversi prodotti.

La stragrande maggioranza di queste sigle sono regolate da norme che ne ammettono spesso l’utilizzo di conservanti per l’esigenza, dicono loro, di sostenere il mercato. Allora mi domando se esiste una Denominazione di Origine Protetta perché la tendenza è quella di affrontare il mercato? Tanto varrebbe scrivere “Promozionale” invece che “Protetta”. Viceversa se si vuol “proteggere” un determinato prodotto, lo stesso andrebbe reso puro dall’aggiunta di “roba chimica”.

Bisogna capire che ci sono prodotti di eccellenza e alta manualità che non devono essere fatti per il mercato ma andrebbero tutelati proprio dal mercato stesso. Andrebbero trattati al pari delle opere d’arte di un museo.

Ecco perché, in fondo, diviene ovvio che l’Organismo Mondiale della Sanità lanci l’allarme sulle carni e sugli insaccati. Quindi, da una parte le lobby della soia e multinazionali come la Monsanto che premono per una omologazione che ci porta a marcire, dall’altra le istituzioni regionali e locali che permettono di vagliare disciplinari per insaccati estremamente discutibili, dove si ammette ad esempio l’uso del salnitro o di altri conservanti, quando tradizionalmente questi non c’erano, quindi la conseguenza è che, anche il prodotto alimentare che lo contiene, per la proprietà transitiva, diventi potenzialmente cancerogeno.

Il problema non ci sarebbe se ricominciassimo a riconsiderare “le varie realtà particolari”, la straordinaria varietà dei nostri prodotti territoriali, le manualità che forse ancora sopravvivono nei piccoli borghi. Tutti questi allarmi non ci sarebbero se invece di andare al centro commerciale a stressarci tra gli scaffali, iniziassimo a camminare per le strade provinciali e per le colline e/o andassimo nei caseifici, o nelle salumerie di campagna, parlassimo ai contadini o vivessimo più a contatto con la realtà.

Se invece, tolto il trucco da zombie per Halloween, preferiamo far 50 km di autostrada per vedere l’ultimo mobile da montare all’IKEA, mangiando per pranzo un Hamburger e una bibita fresca, fanno bene a far passare il TTIP, non avremo più barriere per marcire tutto l’anno da zombie rincoglioniti e spenderemo ancora meno per comprare stronzate, mangiare schifezze e decontestualizzare completamente le nostre identità.

Buona domenica a tutti bella gente!

Una delle strade di provincia dove scorgi paesaggi che la civiltà dei consumi riduce in un poster
Una delle strade di provincia dove scorgi paesaggi che la civiltà dei consumi riduce in un poster

Giornata della terra! …e Google mi ha detto che sono un drago di Komodo

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Google ha linkato un test veloce e simpatico sull’home page del portale. E’ venuto fuori che sono un Drago di Komodo.

Ora, sul fatto che sia affamato di vita, non ho niente da eccepire, ma che mangi capre intere, dovremmo metterci d’accordo.

Sicuramente però se prendiamo l’aspetto metaforico della frase, devo ammettere che quello ci sta tutto. Ultimamente infatti sono propenso a fare figure da “capra” senza rendermene conto e, per fortuna, ancora in occasioni non lavorative.

Inoltre è palese che ci siano capre che mangerei vive, intendo tutti quegli esseri che, senza cognizione di causa parlano ed esprimono considerazioni proprie senza sapere nemmeno di cosa dicono. Di quelle ce ne sono fin troppe.

Comunque l’evento si celebra da moltissimi anni. All’inizio era il 21 marzo di ogni anno, giorno d’ingresso della primavera ma ormai da parecchi anni (credo intorno agli anni ’70, poi se cercate su internet vedete con precisione) è stata ufficializzata la data al 22 aprile. La giornata della terra è una ricorrenza istituita per far riflettere sulle tematiche ambientali e sui modi in cui poter inquinare meno. Comunque maggiori informazioni potrete trovarle qui.

http://www.earthdayitalia.org/

P.S: Dovrebbe essere ogni giorno la “Giornata della Terra”. Parola di ….Drago di Komodo… Vedi te sto faccia da Google!

Decadenza colorata! … sensazioni italo americane, senza tempo.

"Decadent Polycrhomatic Bridge" - Marco Costarelli 2005
“Decadent Polycrhomatic Bridge” – Marco Costarelli 2005

 

Era il 2005, il mio secondo viaggio nella “Grande Mela”. Il primo lo avevo fatto nel 2004. Mi accorgo solo oggi di non aver mai scritto di quella bella avventura professionale ed emotiva.

Tuttavia ho deciso di non iniziare ancora a descrivere, nemmeno oggi, la parte professionale di quel viaggio, ma solo quella emotiva. Voglio narrare, per ora, ed in maniera esclusiva, il motivo ispiratore dell’opera che sta in foto.

La sensazione di essere approdato per la seconda volta nel cuore di una nazione coesa, quanto paradossalmente contraddittoria.

L’Impero Romano dell’occidente contemporaneo. La consapevolezza di un territorio e del suo popolo che, seppur ferito al cuore, stava trovando il coraggio a ricomporre la spinta verso l’alto per salvare la propria sorte, anche se erano passati solo 4 anni dal disastro del WTC.

I Newyorkesi apparivano umilmente solidali. Questo essere disponibili e aperti al prossimo stonava con l’immagine di un territorio così diretto verso il capitalismo sfrenato, verso l’interesse a tutti i costi. Vedevo due velocità, in due direzioni contrapposte. Quella delle istituzioni e del business che stavano, nonostante tutto, spingendo sul pedale economico perché la nazione mantenesse la sua leadership di continua e convulsa espansione verso il resto del mondo da una parte, e, dall’altra, un popolo, che nel contempo, cerca di cicatrizzare le sue ferite, nel modo più lento e doloroso possibile, attraverso il ricordo permanente ed indelebile delle vittime innocenti, intese come causa ed effetto dell’oppressione istituzionale sui controlli doganali, che stridevano con il simbolo della fiaccola alzata da Lady Libertà su Ellis Island.

La “Grande Mela” morsa, non tanto nella sua prodigiosa effervescenza tecnologica, quanto nel suo orgoglio di paese inattaccabile. Un paese di ponti che univano i territori multietnici della metropoli, ma che allo stesso tempo, stavano evidenziando anche i confini sociali fra razze sempre più stratificate e diversificate fra loro.

Quella interazione di genti e di culture, che ha fatto della “City” per eccellenza il luogo di fusione della policromia culturale, sembrava essere causa ed effetto di quel attacco inaspettato. 

Da questa riflessione nasce “Decadent Polycrhomatic Bridge” (foto all’inizio del pezzo). Sensazioni timidamente vivaci e non nitide di acrilico su tavoletta telata. Spero che vi piaccia.

Oggi è Obama!

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Obama trionfa: è il 44′ Presidente. Notte storica per gli Stati Uniti. Il mondo Barack: “E’ arrivata l’ora del cambiamento”

Mc Cain fa un discorso veramente interessante. Riconoscere la sconfitta in maniera dignitosa.

Io mi sono chiesto, quando qui in Italia possa succedere una cosa simile. Noi elettori italiani si è tutti in attesa di esempi di lealtà politica espressi pubblicamente come ha fatto Mc Cain nel rispetto della migliore tradizione americana.

Oggi una mia amica festeggia ad Urbisaglia, un paese qui vicino. Stranamente sembrano risvegliarsi tutti i sognatori. Una bella sensazione. Sarà perchè è un Presidente nero, perchè dice quello che la gente vuol sentirsi dire cioè “POSSIAMO CAMBIARE”.

Oggi sognamo, domani però dovremo iniziare a renderci conto di essere noi tutti i protagonisti di un cambiamento “positivo” e verso un mondo migliore. Cambiare è anche un rischio. Ma se nel mondo si riuscisse a infondere più forza d’animo, passione e coraggio, cambieremo tutti in meglio. Persone come Obama sono simboli e, se percepiti nel verso giusto, possono essere, credo, uno stimolo per tutti.

Obama

La politica estera è un argomento difficile da trattare per diversi motivi. Devi attingere a fonti ragionevoli per conoscere notizie attendibili, comprendere situazioni che non sono proprie del tuo quotidiano, in sintesi cercare di immergerti in una realtà che non è la tua. Ma che sicuramente aiuta nel fare confronti.

Oggi, corro il rischio e, parlo di Obama. Riporto pezzi del suo discorso analizzando notizie trovate in rete.

«America, siamo migliori degli ultimi otto anni – ha detto ai sostenitori e ai milioni di spettatori che lo ascoltavano in diretta tv – »siamo un paese migliore di questo».

Il lavoro, la casa, la benzina, la sanità, l’istruzione. Il cahier des doleances è un lungo elenco dierrori di Bush o di guai che Bush non ha saputo risolvere, lasciando al prossimo presidentepezzi. La promessa di Obama è quella di ripararla, rispondendo un’America a «con immensa gratitudine e grande umiltà» al mandato che i democratici gli hanno affidato con la storica nomination. (stralcio preso da: La Stampa)

Dice quello che non va Obama. Tira fuori la grinta, è lo specchio di un paese che sa cosa vuol dire proporre il cambiamento. Di madre bianca e padre nero, giovane e  diretto (scenografia kitch a parte per il giorno della candidatura ufficiale), punta con grinta a parlare di come l’America possa cambiare. Ha fin’ora cercato di scaldare un Paese addormentato impaurito e rassegnato. Questo fa il politico, interpreta i bisogni della gente e cerca di trovare il modo affinchè si possano soddisfare. Senza tanti mezzucci. Dal sito oggi si chiedono in primis “donazioni”, la schiettezza mediatica è evidente la logica “servono soldi = li chiedo apertamente perchè questo lavoro lo faccio per tutti e non solo per me stesso” dovrebbe essere applicata anche da noi e non nascosta per giustificare l’oligarchia di dirigenti sensa più alcun senso.

Parla nel quarantacinquesimo anniversario del discorso del «sogno» di uguaglianza di Martin Luther King, ma Obama non cita mai il suo colore della pelle. Che si tratta di un «giorno storico» ci ha pensato il suo avversario a dirlo: McCain ha annunciato una tregua di un giorno nella campagna contro Obama, in segno di rispetto. Obama non ha restituito il favore: «Se McCain vuole avere un dibattito sul temperamento e sul giudizio che servono al prossimo comandante delle forze armate – ha detto – non vedo l’ora di cominciare».

Le cose vengono dette, c’è dibattito. L’America è in profonda crisi, lo mostra al mondo, e la politica ne parla. C’è conflitto fra i due poli. Deve esserci. Soprattutto viene interpretata, fatta propria ed espressa, la voglia di cambiare insita nella gente. Oggi ho visto che gli americani che, fino adesso, credevo un popolo finto e tenuto insieme da una sorta di marketing mediatico, siano viceversa, un popolo più vero e reale di noi italiani, confusi e addormentati.

Ora veniamo a noi. Facciamo due confronti. Abbiamo copiato male oltre ai partiti loro (quello Democratico ha pure lo stesso nome) anche gli slogan elettorali; “CHANGE yes we can believe in” = “Possiamo credere nel cambiamento”, quando il PD in Italia parlava di “Si può fare” o meglio “Se po’ fa”. L’arte di semplificare i messaggi e amplificare la burcrazia. La catastrofe mediatica. Nessun punto di riferimento. Se provi a dire qualcosa ai sampientoni di destra e sinistra, ti dicono che “non è vero”, se insisti “sei matto”. Guai a dare messaggi chiari e semplici in Italia. Siamo “il Paese delle mezze verità” come cantano Fabri Fibra e Gianna Nannini. Si urla al cambiamento ma l’elite di persone pronte a “non” attuarlo sono inevitabilmente sempre le stesse a tutti i livelli.

Ma la colpa è nostra di tutti noi, del popolo, egoista, rincoglionito e costretto a non pensare più.

Gli americani, che riescano a rialzarsi o meno dalla crisi nessuno può dirlo. Ma stanno mostrando di essere un popolo vivo che riesce ad esprimere gente normale, con un soffio di idealismo, di speranza e … di sogno.

“I have a dream !” Voglio che succeda anche da noi !

…ma chiedo troppo ?