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Gabriele e Sara “VitiCultori” di Genuinità

Viti Cultori, non a caso ho usato questo termine, due giovani che hanno fatto la loro scelta di vita. Identitaria, nobile, fresca e genuina. La spontaneità di essere accolti in famiglia. Fanno tutto da soli, coltivano la vigna, ne ricavano il loro vino e li vedi felici. Sono andato a trovarli l’altro giorno, l’idea era quella di passare un’oretta per capire come Gabriele fa il suo vino, poi invece siamo arrivati a sera perché più che una storia di vite, la loro è la storia di una scelta di vita. Oramai Gabriele è alla terza generazione della cantina fondata da suo nonno Nazzareno, vicino la vecchia stazione di Matelica, coi campi piantati a verdicchio, le più anziane o antiche vigne stanno sul crinale vicino la frazione Colli di Matelica e poi, la “parte grossa” in zona Cavalieri, dove abitano e accolgono i loro amici o chi è interessato a condividere questo modo allegro di armonizzarsi con la natura.

Gabriele fra i colori della natura.
Gabriele fra i colori della “natura”.

Gabriele matelicese DOC, è figlio di Eugenio che adesso gli ha lasciato le redini dell’azienda agricola, lui, per ringraziarlo, coraggiosamente, e con la voglia di mantenere ed evidenziare continuità identitaria, ha tirato fuori il Verdicchio Gegé che è diminutivo appunto del nome di suo padre. Un vino coraggioso in queste zone perché nelle prime uscite non era filtrato e quindi, ha corso il rischio di non essere subito capito dai consumatori, ma poi è diventato un prodotto importante, arrivando ad essere inserito nelle carte dei vini di ristoranti stellati. Il non eccessivo filtraggio può essere preso come un segno ad un ritorno indietro. Invece nel Gegè e anche in altri vini della cantina Cavalieri è tutt’altro, un gancio di continuità intelligente col passato. Una cantina piccola, parliamo di circa 200 quintali di vino prodotti ogni anno, Gabriele può permettersi di verificare attentamente, anche con l’aiuto di nuova tecnologia, tutto il processo produttivo, quindi l’idea di ripristinare antichi metodi possono migliorare il bouquet del vino, ma abbassano drasticamente l’utilizzo di altre sostanze. Questo equilibrio, ben mantenuto, risulta un valore aggiunto.

Dafne al cancelletto.
Dafne al cancelletto.

In vigna veniamo accolti dalla simpatica Dafne, che dal recinto saltellava, lei la prima guardiana della tenuta, con al suo centro, un bel casolare di campagna. Invece Sara la moglie ci accoglie col sorriso ed un bicchiere di vino per entrambi. Lei legge molto e da poco ha deciso di aprire il primo wine shop sul corso principale del paese di Matelica dove cura personalmente una buonissima selezione di bottiglie e altri prodotti di gastronomia posti lì in vendita.

Sotto la tettoia del casolare due tavoloni fatti con un legno massiccio, recuperato da alcune mangiatoie, danno senso di eleganza e solidità. Di fianco la parete dipinta da artisti veri e improvvisati, fatta fare nel 1995 da babbo Eugenio; quella parete oggi è chiaramente ancora piena di colori. Arriva il pane caldo, l’olio ricavato da alcuni ulivi messi a dimora da non molti anni, un gusto interessante, rispecchia la freschezza colorata di questo posto. Poi Sara taglia ancora ciauscolo e formaggio. Due ore volano in un lampo. Parliamo di tutto e, soprattutto riscopriamo la sensazione di sentirci matelicesi, una bella cosa che, in verità non mi capita di rivivere da troppo tempo ormai.

Grappoli e filari nuovi ripresi da vecchi vitigni.
Grappoli e filari nuovi ripresi da vecchi vitigni.

Mentre il sole sta per tramontare andiamo tra i filari e lì Gabriele mi spiega dei nuovi vigneti che ha fatto derivare da quelli vecchi del crinale vicino ai Colli. Un esempio concreto di tutela della biodiversità. Torniamo, passando sotto la vecchia quercia che divide il campo dal giardino, le foglie leggermente mosse dal vento, qualche altra fetta di ciauscolo e formaggio, qualche altro bicchiere di vino. Parliamo anche di America, dell’acqua al cloro di Central Park, o di altri posti dove sui cocktail non puoi farti mettere il ghiaccio. Ci accorgiamo che il problema dell’acqua da noi non c’è perché pura, ma comunque non se n’è bevuta molta quella sera. Poi entrambi mi dicono: “Tempo fa alcuni Olandesi sono venuti a piedi fino a qui, che li abbiamo visti passare addirittura per la vigna, hai capito il perché?”.

La bellezza delle piccole cose, che alla fine sono le più importanti. Li saluto contento perché ci credono in quello che fanno. Torno a casa grato a loro per queste belle sensazioni. In bocca a lupo per tutto e nonostante tutto.

info: Cantina Cavalieri

Il Gegè e ... gli altri...
Il Gegè e … gli altri…

Il Picciolo di Rame

Al Picciolo di Rame di Vestignano una frazione di Caldarola nelle Marche, nonostante le scosse che ancora ogni tanto riportano alla mente quei giorni terribili di un anno fa, è la tenacia che fa andare avanti e continuare a sperare gli artigiani, anche quelli del gusto come Silvano di cui vi parlo oggi, perché non si può definirlo un ristoratore, ma anzi un artigiano di bottega, un pezzo di cultura identitaria come le altre “botteghe artigiane” di altri settori, che sono il cuore pulsante della tradizione italiana, mai come oggi sole contro il mondo, specie in centro Italia.

Voglio parlare di Silvano Scalzini ed il suo ex frantoio diventato istituzione della cucina tradizionale maceratese. La voglia di ricordare chi siamo, l’orgoglio di provenire da una terra che seppur martoriata, sempre seconda nelle pagine dei grandi media, rispecchia ancora in molte sue piccole parti, l’autenticità fatta di persone che ripercorrono gli aspetti di questa tradizione, rinnovandola nella consapevolezza che sono quei gesti prima o poi, a divenire i piloni di rinforzo ad una società in costante spopolamento ed oggi resa ancora più fragile per gli effetti devastanti della natura. Quindi parlo di Silvano perché merita di essere raccontato per il lavoro che svolge, per la passione che infonde nell’essere punto fermo di una identità che non può essere infranta, dimenticata e magari domani, solo rimpianta perché relegata nei racconti di un libro.

Silvano dal 2000 lo trovi li nel suo frantoio che diventa istituzione popolate di tutela gastronomica e boccascena per la sua opera prima che trasmette, ogni volta ai suoi ospiti, la sua autorevolezza semplice, i suoi racconti su come ha trovato questa o quella ricetta ottocentesca, il modo con cui ha preparato il sugo, perché il ragù qui non è la stessa cosa. Nelle 12 portate, servite nell’ambientazione medievale del frantoio con le sedie a tre pioli, i runner di lino e cotone che adornano la tavola di legno massello, arrivano tutti i capisaldi della cucina maceratese: I frascarelli, i cargiù, la roveja, piatti dimenticati che prendono la giusta rivalutazione in una cucina, quella di Silvano appunto, che con la sapiente maestria del cuoco che impara dalla “vergara” senza distorcere la tradizione ma semmai enfatizzandola nella sua purezza, si stacca dai fornelli (grazie anche alla vera Vergara sua mamma ed il suo promettente aiuto cuoco) e racconta i suoi piatti come esperienze di viaggio, come una ricerca viva fra i ricordi e fra quegli angoli dei Sibillini che ancora racchiudono scrigni di purezza gastronomica reale.

Da Silvano ci vai solo se prenoti prima, la sua cucina è fatta di materie fresche ed esclusivamente locali, non ha menù ma rappresenta un estratto gustativo completo della tradizione maceratese. Silvano è il custode di una sapienza che si rischiava di perdere ancora prima delle scosse, la sua “Bottega” è il laboratorio che preserva i sapori e le tecniche che stiamo dimenticando, per la frenesia stressante a rincorrere il tempo in una cena frugace da fast food, o fra i conti salati per una creatività, spesso fittizia degli “chef da show”.

In questo senso Silvano Scalzini per me è il cuoco sapiente che racconta la semplicità dei suoi gesti in cucina; li ha acquisiti quei gesti grazie alla curiosità di uno sguardo attento, che non sbircia ma osserva, ed è per questo che riesce ad essere se stesso, trasferendo ai suoi ospiti, l’emozione di assistere e condividere con lui tutti i dodici atti del suo spettacolo gastronomico.

 

Il Picciolo di Rame – Loc. Castello di Vestignano – Highlights info row image 348 331 6588

Monreale tra i monumenti. Arte, coraggio e bontà.

Monreale è una cittadina monumentale sia per gli aspetti di questo titolo, sia per un quarto che li raccoglie tutti e tre; quello dell’ospitalità, peculiare in tutta la Sicilia. Posso dire che Elvira sia riuscita a trasferire l’emozione di Monreale, in maniera non artefatta ma sua, reale e autentica, una vera e propria casa siciliana, a poco più di 200 metri dal Duomo di Monreale, riceve i suoi ospiti con il calore, la gentilezza e la sapienza delle case tradizionali di quest’isola.

La sala di Elvira
La sala di Elvira

Conoscitrice delle radici e della storia della sua città, già  dalla colazione riesce a farti immergere in quell’atmosfera unica del suo paese di origine; infatti è stata proprio lei a raccontarmi dei biscotti ad “S” tipici di questa città e derivanti da una tradizione ecclesiastica delle suore Benedettine del Monastero Castrense nei primi dell’ottocento. Dolci che hanno addirittura ispirato Giuseppe Tomasi di Lampedusa che ne parla ne “Il Gattopardo”, descrivendo dettagliatamente le colazioni del principe Salina con questi biscotti immersi nel caffé.

Biscotti ad "S" di Monreale
Biscotti ad “S” di Monreale

Oggi la tradizione si rinnova giornalmente, grazie ai forni e le pasticcerie del centro che ne ripropongono i sapori ottimi ed immutati di un tempo, anche se con diverse consistenze, personalmente posso sottolineare i biscotti del forno di Maria Rosa Campanella che ho trovato ottimi insieme all’aspetto classico della bottega un luogo chiaramente e per fortuna, ancora fuori dal tempo. Tuttavia è chiaro che parlando di questo dolce, una menzione prioritaria sia dovuta all’antico biscottificio Modica che è nato nei primi dell’ottocento proprio per volere di una suora che ne caratterizzò chiaramente i tratti della propria famiglia trasportando immutata questa tradizione fino ai giorni nostri.

Monreale è ricca di fascino culturale, sia sotto l’aspetto gastronomico che storico artistico; salendo verso il Duomo

Interno del Duomo Monreale
Interno del Duomo Monreale

una piccola via passa sotto ad un’arco che apre in maniera spettacolare sulla piazza centrale, fulcro dell’intero centro storico. Inevitabile la visita all’interno della chiesa del Duomo con i suoi mosaici inestimabili.

Naturalmente conseguente ed altrettanto interessante è il Chiostro dei Benedettini, i cui sfarzi nei decori delle colonne plurime e degli archi, conferiscono un gioco di geometrie sinuose ed importanti a tutto l’ambiente, culminando in maniera elegante nella fontana angolare che richiama alla mente chiare atmosfere orientali.
Fontana del chiostro dei Benedettini
Fontana del chiostro dei Benedettini

Il passeggio per le vie centrali del paese fa inevitabilmente imbattere l’occhio nella lapide di Emanuele Basile, il coraggioso ufficiale dei Carabinieri ucciso qui per mano di “Cosa Nostra” nel 1980, quel marmo porta a riflettere riguardo alla complessa e contrastante bellezza di questi luoghi. Continuando la passeggiata, il crocifisso riprodotto in maiolica nella parete esterna della Collegiata merita una menzione per grandezza, colore e soprattutto per il richiamo alla presenza del Cristo miracoloso nel suo interno.

Il territorio molto ampio, quasi a cavallo di due province, quella di Palermo e di Trapani, fa di Monreale un centro

particolare delle colonne del chiostro
particolare delle colonne del chiostro

interessante che nelle serate estive, si anima di diversi locali, tutti fortemente caratteristici; un giro per le vie verso l’ora di cena, è una vera tentazione per il palato e rinunciare di assaggiare le prelibatezze di questo paese diviene un’impresa impossibile a cui tanto vale cedere. Una sosta per cena in uno dei tanti locali del borgo completa la visita deliziando il palato di sapori ed il naso di profumi semplicemente unici perché sono il risultato di contaminazioni di  arabo/normanne che con sapienza e semplicità hanno trovato loco nel contesto italico esaltandone le sensazioni.

Uscendo da Monreale due parole mi giravano per la testa, ed erano queste; “Sapienza e Semplicità”, entrambe iniziano per la lettera “S” e sono state proprio queste due la caratteristiche congruenti di questi luoghi. Una grande conoscenza delle proprie radici, quasi viscerale e sanguigna espressa però con la semplicità disarmante della franchezza.
Chissà se la chiave dei significati racchiusi nella forma di quei biscotti non sia proprio questa.
informazioni: Bed and Breakfast “Elvira al Duomo”

Il tesoro di Alarico tra Matelica e Affile

Ancora è fitto il mistero sul tesoro del re dei Visigoti, Alarico, tanto che in Italia ci sono state amministrazioni comunali intente (link), addirittura da programma elettorale, a cercare fra i reperti archeologici, una qualche traccia di quel leggendario bottino usurpato all’Impero Romano di Onorio e Stilicone intorno al 400.

Fra le cittadine di Matelica ed Affile, quel tesoro, o forse la sua essenza leggendaria, potranno trovarlo nella tutela e nella costante ricerca delle loro identità enologiche. Fra i due paesi esiste una serie interessante di similitudini e giacimenti enologici. La prima è la terra del Verdicchio, vino bianco in continua ascesa nelle classifiche nazionali ed estere per la qualità delle sue fragranze uniche e con una forte connotazione territoriale. Sul verdicchio, narra lo storico Cimarelli che proprio il re dei Visigoti Alarico, “nell’anno del Signore 410, diretto al Sacco di Roma, portò via con sé da queste terre quaranta muli con gerle cariche di barili di vino perché nulla rendeva i suoi guerrieri più bellicosi e più coraggiosi.” La prodigiosa bevanda che li aiutò nel saccheggio dell’Impero romano, retto allora da Onorio, mi piace pensare che fosse Verdicchio. Che sia storia o pura leggenda, nel Verdicchio ci sono oggi caratteristiche di forza ed eleganza, sapidità e bevibilità, maturità e, allo stesso tempo freschezza, che lo colmano di elementi distintivi.

Sono fiero di aver contribuito ad accostare questa leggenda di Alarico alla cantina Maraviglia oramai più di dieci anni fa, un nome che racconta di un periodo storico suggestivo e particolare, e per certi aspetti con qualche analogia coi nostri tempi.

Sullo stesso percorso storico, trova spazio in quel di Affile questa volta un vino rosso come la porpora romana con la rotondità di un carattere unico, un vino identitario; la cittadina posta tra Subiaco e Roma, era ai tempi, uno dei terreni sicuramente più ricchi del prezioso nettare purpureo. Questa è la terra dello storico Cesanese di Affile, nato, sembra proprio per opera dei coloni romani; in questo percorso fra storia, storie e vino, il rosso potrebbe rappresentare la potenza dell’Impero Romano in un fantomatico duello del gusto, e nell’immaginario di due realtà contrapposte, nel contempo, dalla passione nella tutela dei loro orgogli enologici.

Il Cesanese di Affile ed il Verdicchio di Matelica. Due Denominazioni di Origine Controllata importanti anche se non estese, due realtà vicine ad altre Doc di vitigni similari ma non uguali, Affile ha vicino la DOC del Cesanese del Piglio e Matelica il Verdicchio dei Castelli di Jesi, due storie antiche, soprattutto quella di Affile dove si annoverano testimonianze che la rendono uno dei luoghi del vino fra i più antichi d’Italia, addirittura si parla della coltura di quelle viti arrampicate sulle “cesae”, gli alberi troncati, sin dai tempi dei romani e, successivamente elevata dall’opera dei Benedettini, figli spirituali di quel santo patrono d’Europa, San Benedetto appunto, che proprio in Affile, compì il suo primo miracolo.

Due territori che si possono incontrare per contrasto e similitudine, nella caparbietà di credere con forza alle loro storie identitarie, alla loro qualità nel saper fare e, nell’utilizzo degli strumenti moderni per poter rafforzare i sentori di gusti autentici e antichi come i lustri di storia importanti che hanno vissuto.

Chiacchierando e fantasticando su questi corsi e ricorsi storici, con Giampiero Frosoni, grande culture di storia ed identità locale, oltre che esperto gourmet e vice sindaco di Affile, ci è saltata in mente l’idea, di legare in qualche modo queste due realtà di una grande tradizione enologica con una serie di sinergie atte a rinforzare i concetti comuni di tutela identitaria fra le cantine di Verdicchio e quelle di Cesanese.

Già dallo scorso anno ho potuto partecipare, in veste di ospite alla manifestazione di punta per l’enogastronomia nel suo paese alle porte di Roma, Affilando il Gusto, ne ho parlato qui sul blog.

Visto il cinquantesimo compleanno della DOC del Verdicchio, sarebbe straordinario, a mio avviso ripercorrere le vicende storiche colorate di leggenda e mito, avvenute intorno al 400 dopo cristo, come pretesto per momenti di scambio e crescita fra produzioni di alta qualità in questi due territori, così diversi e così affini nel valorizzare e promuovere con tenacia la propria diversità identitaria e produttiva, ergendo entrambi i paesi in quel cerchio qualitativo di chi, con attenzione, controllo e rispetto delle tradizioni, riesce ancora a far percepire sfumature uniche tra sapori e sentori.

Ad oltre 1500 anni di distanza dal sacco di Roma di Alarico si potrebbe costruire un “fil rouge” fra due cittadine con obiettivi comuni nell’elevare le produzioni enologiche ad una qualità percettibile, frutto di percorsi storici che le avvicendano nelle rispettive vocazioni identitarie e, perché no, anche nella leggenda.

La speranza è quella di far si che possa iniziare un dialogo, fatto magari di partecipazioni incrociate agli eventi, cene a tema o show-cooking nei vigneti di Matelica e in quelli di Affile e, visti i recenti accadimenti, ripercorrere questa leggenda del “Sacco di Roma” sguainando, in “singolar tenzone” i ciauscoli di Visso piuttosto che le spade. Spero che questa idea possa mettere le ali e spiccare il volo.

Comunque vada, buon vino a tutti.

 

Una sfumatura ‘italiana’ a Greenwich!

Una bella camminata verso Greenwich village.

Con alle spalle il Washington square park, attraversando la sesta strada, arrivo fino a Bleecker Street, al n.305, mentre New York cambia aspetto. I grattacieli diventano palazzi, la città si abbassa e sicuramente assume un aspetto più a misura d’uomo. Una punteggiatura di piccoli negozi e ristoranti adorna i viali abbastanza ben tenuti di questo villaggio che in passato, come ora, è stato la casa degli artisti come Bob Dylan oltre che la culla del movimento hippy degli anni sessanta e settanta.

Proprio al ‘Village’, mi cadono gli occhi su una vetrina che a primo impatto mi sembra essere una specie di minimarket.

Leggo tra gli scaffali Campofilone,

italianità americana
italianità americana

il rimando diretto va alla pasta di Enzo Rossi, l’imprenditore che ha fatto notizia in Italia per aver aumentato lo stipendio a tutti i suoi dipendenti di qualche centinaia di euro, alcuni anni fa. Anche se non sono una novità i maccheroncini di Campofilone a New York, mi viene da pensare a quanto, invece, quelli di Enzo per un certo periodo di tempo, abbiano dato un’aria rinnovata, non tanto e non solo al sapore della pasta, ma soprattutto al concetto d’impresa etico-sociale, un sentore certamente non decifrabile di solidarietà, quasi un tentativo di riaccostamento fra classi sociali. Ritrovarli in America, la patria del liberismo assoluto, mi ha fatto un certo effetto. Ho subito pensato che chi avesse fatto quella ricerca di materie prime da vendere, in un tutt’uno con le motivazioni immateriali di un senso d’italianità troppo spesso falsato in quei luoghi, avesse conosciuto l’Italia o, per lo meno quello che ne rimane del Paese più bello del mondo. Entro in quella bottega per curiosità, per quel paniere di prodotti ben selezionati che non enfatizzavano solamente i nomi degli ingredienti italiani, nessun ‘ravioli tricolore’ o ‘italian’s pizza’ per capirci. Niente ‘Amatriciana per Amatrice’ come ad ‘Eataly’ dove viceversa, non ho trovato alcun cameriere che avesse il benché minimo lontano accento sforzato che ricordasse l’Italia. Dentro quella bottega gestita da Steve, credo un americano di famiglia, invece, ho conosciuto Luigi, un immigrato siciliano che Greenwich la conosce bene come l’italiano, e l’Italia si vede che la tiene con se, nel cuore. Luigi sentendomi chiedere del cibo nel mio inglese …’italico’, mi risponde senza tanti giri di parole con un ‘vuoi mangiare qualche cosa?’. Inizia a descrivermi i prodotti e farmeli assaggiare, scelgo un bel panino e prendo l’occasione per chiedergli del posto mentre lui farcisce il pane con prosciutto di Parma, vero, poi inizia a parlarmi della sua avventura in America, di quando lo stile della bottega lo aveva importato trent’anni fa proprio nella New York difficile di quei tempi. Mentre affetta un san marzano e una mozzarella, mi racconta di come le cose avessero avuto alti e bassi per lui come per molti immigrati italiani, mi dice che New York è cambiata come d’altronde anche l’Italia, parla della sua vita nella grande mela Luigi. A più di sessantanni a reinventarsi un’italianità troppo spesso scippata da una guerra tra poveri, diversi immigrati che svendono un finto belpaese pur di lavorare. Ha ancora la luce dell’avventura americana negli occhi Luigi. Quella foglia di basilico a chiudere quel pezzo di pane ripieno e quel cartoccio semplice ed elegante sono stati per me una grande sintesi di cosa significasse essere italiani nel mondo. L’autenticità delle cose fatte col cuore nonostante tutto.

Se passate per il Greenwich village, in quella bottega l’Italia lì la trovate!

Sito Internet e contatti: Suprema Provisions

il bancone
il bancone

-Errata Corrige- Il marchio La Campofilone (link) a New York lo trovate ad Eataly nelle sedi del World Trade Center (link) e nel Flatiron (link). Il marchio che ho trovato da Suprema Provisions è L’Antica Pasta di Campofilone (link). Mi scuso con le aziende e spero che questo frainteso contribuisca a rendere sempre più appetibile il nome di un territorio nella sua interezza che sa ancora fare prodotti di ottima qualità grazie alla grande sapienza artigiana.

Per quanto riguarda la mia impressione su Eataly specifico che, nonostante l’indiscussa qualità di selezione dei prodotti proposti, la sensazione che ho avuto rispetto all’iniziativa di amatriciana solidale rimane la stessa.

La Pasqua dei … Fedeli …è di cioccolata… a Matelica.

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La Pasqua di cioccolata a Matelica.

Si lo so… Pasqua è un momento di riflessione anche e soprattutto nel pensiero… filosofico, culturale e religioso, infatti, la parte riflessiva l’ho scritta, l’altro giorno, in questo articolo.

Oggi invece, voglio augurare buona Pasqua in maniera più godereccia, raccontando a grandi linee la storia di due cioccolatieri della mia Matelica. Voglio parlarvi di due maestri dell’arte dolciaria. I fratelli Fedeli.

Una tradizione familiare che ha scandito le ricorrenze della mia famiglia e di molte altre, da quando Augusto e Maddalena sfornavano, lungo il corso, capolavori di pasticceria tradizionali. Ricordo che da piccolo con i miei genitori o i miei nonni, spesso, le feste iniziavano con la “smalletta” di pasticcini presi la mattina della festa nella loro bottega artigiana. Dal 1965 quella bottega ha iniziato ad addolcire le giornate di moltissime famiglie del mio paese.

Ricordo anche se ero molto piccolo l’inconfondibile, quanto oggi sempre più raro, odore del forno di pasticceria. La gentilezza spontanea e semplice grande quanto l’umile e cosciente maestria nel preparare veri e propri capolavori di tradizione locale.

Oggi, questa maestria, è stata tramandata ai figli Fabrizio e Paolo Fedeli che, dal 2008, hanno affinato l’arte pasticcera della loro famiglia e sono diventati maestri cioccolatieri, entusiasmando così i palati di chi come me al richiamo del cioccolato non riesce a resistere. Meditata attenzione all’intero ciclo di lavorazione completamente artigianale dei prodotti, una selezione accurata delle materie prime, rendono la cioccolata Fedeli un must gastronomico di tutto il territorio.

Oltre alla cioccolata sono davvero gustosissime le mousse, che oserei definire certamente “uniche” per l’estremo equilibrio di dolcezza e cremosità.

I due fratelli cioccolatieri oggi li trovate nella bottega di viale Cesare Battisti, poco fuori il centro storico di Matelica.

Insegna fedeli cioccolata
Insegna

Chiaramente se qualche lettore di passaggio sta accorrendo ad acquistare le ultime uova di cioccolato, è inutile dire, che il mio consiglio spassionato sia quello di andarli a trovare, tanto sono sicuramente aperti anche stasera.

Buona Pasqua “cioccolatosa” a tutti!

Per maggiori info: Fedeli Fabrizio e Paolo – Cioccolato – Viale Cesare Battisti, 20 -62024- Matelica (MC) Tel. 0737.85406

Boadas, a Barcellona i Cocktails nella storia

Tra una dedica di Mirò, una foto con attori di ieri e di oggi, un locale di pochi metri quadrati nella fatidica Rambla di Barcellona, stile retrò, dove la tradizione è un assioma ormai legato alla grande esperienza nel saper miscelare liquori di altissimo pregio.

Dalla Boteguita del Medio a Cuba all’inizio del secolo scorso, inventando, di fatto, il famoso Mjito, a Barcellona, “Boadas Cocktail” è una consuetudine storica per i Catalani che amano il buon bere. In questa vera e propria “bottega del saper fare”, immerse in un turbinio di opere d’arte di un recente passato, si trovano tracce inconfondibili del suo fondatore; Miguel Boadas che ne ha aperto i battenti nel lontano 1933, a seguito di una altrettanto interessante quanto avventurosa esperienza a Cuba, dove in precedenza era già divenuto l’anima del cocktail facendo parlare addirittura Hemingway  dei Daiquiri del “Floridita”, e dei Mojito da lui (Hemingway in persona) nella creativa e di avanguardia “Boteguita del Medio”. In entrambe quei locali della “Habana de Cuba” Miguel ha accresciuto e affinato la sua professionalità, creando equilibri di sapori fino a poco prima sconosciuti per poi tornare in patria aprendo il cult dei cocktail bar di Barcellona.

L’anima creativa e allo stesso tempo tradizionale è rimasta una costante stupefacente del Boadas, portato avanti nella linea della tradizione dei professionisti nel saper fare Cocktail, divenendo di fatto, da parecchi anni, una vera e propria istituzione di Barcellona. Personalmente posso dire che l’equilibrio che ho trovato nei gusti delle miscele preparate al momento in questo locale, mi hanno stupito, specialmente quelle con il Whisky.

Un’esperienza che consiglio a tutti quelli che si trovano a fare un giro per la Rambla di Barcellona.

Il Bancone del Boadas
Il Bancone del Boadas
Sorseggiando un cocktail, con Paolo e Ginepra
Sorseggiando un cocktail, con Paolo e Ginepra

Un viaggio nei sapori per il quale devo ringraziare il mio amico Paolo e soprattutto, una gran bella persona, conosciuta in Camerun, una vera artista che riesce a coniugare immagine e sostanza in modo maestoso, la mia amica Ginepra che ci ha “raccontato” questo pezzo di storia della sua Catalunya.