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L’identità non è (solo) questione di documenti.

L’identità non è questione di documenti.

L’identità non si raggiunge solo perseguendo la logica imposta dal pensiero unico che sembra dominare tutto e tutti. Non si raggiunge parlando sempre dello stesso argomento.

Tutelare l’identità non è tornare ad essere razzisti, ma viceversa è l’idea di preservare “le piccole realtà particolari” come diceva Pasolini, distrutte dall’omologazione imposta dalla “società dei consumi”.

Un video di Pasolini trovato in rete molto tempo fa e che mi diede uno spunto per scrivere.

Guardiamoci attorno nei piccoli paesi desertificati con l’avvento dei grandi centri di consumo.

Nelle zone dove vivo, ho visto che oramai sono 3 inverni che tutto è rimasto più o meno immobile. Una gestione “post terremoto” che vede ancora tutto fermo o quasi. Casette provvisorie che marciscono, silenzi e paura, chi ci riesce fa come può e per se stesso.

Intanto le piccole identità muoiono, non solo per catastrofi naturali, ma per un sistema che distrugge tradizioni lunghe centinaia di anni, insieme a quelli che non hanno la forza di reagire, sono costretti a trovare altri luoghi in cui vivere dove essere sradicati anche per convenienza volontaria, ma non so fino a che punto sia per volontà propria.

Interi territori presi sempre e solo come mega spot pubblicitari per propagande elettorali permanenti.

Chi persevera e rimane al passo con lo stile di vita dominante, diventa qualcuno, chi non lo è, viene calpestato. Non si accendono mai i riflettori sulla tutela ben fatta di una buona economia locale, si cercano sempre spot su noncuranza e menefreghismo.

E’ per questo che mi hanno molto toccato le parole di Camille Relvas che anche se vive dall’altra parte del mondo, proprio ieri mi ha mandato un suo piccolo scritto che tratta di stile di vita.

Evidentemente non è solo una questione di catastrofi naturali, ma anche e soprattutto, di un’idea totalitaria di gestione economica, politica e sociale.

Camille Relvas, è traduttrice, ha una passione per le scienze sociali e sta raggiungendo l’abilitazione professionale per l’insegnamento della sociologia nei licei brasiliani.

Mi ha mandato queste righe che parlano di stile di vita. Parole che condivido e sono felice di mettere a disposizione di quanti vorranno leggerle. Camille ha già scritto qualcosa per il mio blog in passato (link qui e qui)e trovo molto positivo avere punti di vista comuni anche se si è distanti geograficamente.

Di seguito inserisco il suo scritto.

"Stile di Vita?"

Lo stile di vita, il vecchio ed il nuovo ‘American Way of Life’, è un’offesa alle culture dei differenti soggetti, è cancellare le loro identità. Quell’espressione è mondialista, intenzionale e causa innumerevoli danni.

Nella misura in cui l’individuo non adotta un determinato stile di vita, il così detto: della ‘società dello spettacolo’, lo stesso non è considerato una “buona persona”, addirittura, nemmeno un “buon cittadino”. Quel imperativo è totalitario, con finalità di omogeneizzare i popoli. Il perfetto culto al consumismo, all’individualismo ed all’alienazione.

Togliere la cultura di una persona e/o di un popolo, li rende xenofobi, toglie la possibilità della stranezza e della curiosità costruttiva.

Toglie l’interesse di conoscere realtà diverse e rispettarle.

Toglie l’interesse di assaggiare nuovi colori e sapori, di provare nuovi pensieri ed idee, altri modi di essere e di agire.

Occorre che ciascuno possa riflettere sul perché e com’è assurdo l’abbandono di sé stesso, dimenticando le proprie radici, le proprie origini, le proprie abitudini, la propria cucina, il proprio modo di vestirsi “non imposto dal mercato”, le proprie caratteristiche, anche fisiche, senza modificarle con l’intervento chirurgico che va di moda.

E’ imperativo accettare se stessi. Siamo persone, non merci.

Camille Relvas.

Camille nei pressi di un area archeologica in Italia

Inserisco di seguito anche il testo originale in Portoghese, perché richiamo identitario e segno di rispetto per la sua terra.

"Estilo de vida?"

“Estilo de vida”, o velho e o novo “American Way of Life”, é uma ofensa às culturas dos diversos sujeitos, é roubar suas identidades. Essa expressão é mundialista, intencional e causa inúmeros danos.

Na medida em que tal indivíduo não adota determinado estilo de vida, imperativo, da assim dita: ‘sociedade do espetáculo’, o mesmo não é visto como uma “boa pessoa” ou, até mesmo, um “bom cidadão”. Esses determinismos são totalitários, a fim de homogeneizar os povos. Um perfeito culto ao consumismo, ao individualismo e à alienação de massa.

Tolher a cultura de uma pessoa e/ou povo, faz deles xenófobos, tolhe a possibilidade do estranhamento e curiosidade construtiva. Tolhe o interesse em conhecer realidades diferentes e de respeitá-las. Tolhe, em acréscimo, o interesse em experimentar cores e sabores, de experimentar novos pensamentos e ideias, outros modos de ser, de existir e de agir.

Cabe a cada um, refletir por que e quão absurdo é o abandono de si mesmo, em esquecer as próprias raízes, origens, os próprios costumes, culinária, o modo “fora da moda” de se vestir, as próprias características, que sejam elas físicas, sem modificá-las com o intervento cirúrgico da vez.

Aceite-se. Somos pessoas, não mercadorias.

Camille Relvas.

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Pulp Sisma – parte terza –

Pulp sisma 3: Samuel Jakson a Forte dei Marmi scambiato per profugo, i terremotati al mare scambiati per vacanzieri. Per il resto …silenzi fra i boschi.

Ci mancava solo Samuel Jackson scambiato da profugo insieme a Magic Johnson a Forte dei Marmi, per indicare quasi profetico questo titolo. Forse nemmeno Tarantino riuscirebbe a rendere così “Pulp” la situazione reale di queste “zone rosse”.

Allora ecco la parte terza che sicuramente sarà velata, coperta come le altre due parti prima di questa, dalla comunicazione locale e nazionale, perché va sopra le righe di un sistema che vuole la gente appiattita a se stessa, che non deve avere interferenze affinché l’omologazione delle masse possa compiersi.

E’ proprio “il cammino dell’uomo timorato”, riprendendo un passaggio recitato nel film dallo stesso Jackson, che sembra dover percorrere la gente di questa italia, presa di mira da troppe frasi fatte e tante situazioni lasciate volutamente a metà.

Occorrono… silenzi sul sisma, altrimenti uscirebbero fuori i discorsi seri sui diritti fondamentali dell’uomo, primo fra tutti, quello di avere una casa, calpestati come carta straccia dai galoppini dei partiti a suon di propaganda istituzionale sui nuovi progetti di centri commerciali nelle località del cratere, piste di atterraggio di fianco a monumenti di pregio storico artistico, o addirittura di alberghi, che potrebbero trovare nuove caratterizzazioni per celare il fatto di essere, altrimenti, dichiarati per quello che sono in realtà, eco-mostri oramai vecchi e da smantellare.

Leggevo in un articolo di qualche testata, come questo sia stato il sisma dove i riflettori si sono spenti nel modo più veloce, quasi istantaneo. Di cosa avrebbero dovuto parlare i grandi strumenti di comunicazione di massa? Della più grande concentrazione di lecchini impiegati nel centro italia? Parlare di questo terremoto ribalterebbe la concezione stessa del “politically correct” che vige nella classe politica dei palazzi del potere (soprattutto nelle Regioni), parlare del sisma del centro Italia li metterebbe automaticamente alla gogna dei media, i quali, se prendesse piede una comunicazione fattuale delle stupidaggini fatte fin qui, non potrebbero far altro che giustificare il dissenso popolare verso la più grande schiera di incompetenti e ruffiani che compongono la macchina pubblica italiana, e trovano luogo a partire dalle regioni, mi dispiace dirlo solo per quei pochissimi e rari casi di quella gente che lavora anche bene.

Hanno dimostrato la loro incapacità a far qualsiasi cosa e di produrre, a distanza di un anno dal terremoto, il niente cosmico. Se aggiungiamo che la seconda e la terza carica dello Stato hanno origini in queste zone, fra l’altro anche allineate nello stesso partito di governo, sai che bella figura internazionale ci farebbe l’Italia.

Se ne parlassero i media, come verrebbe spiegato alla casalinga di Voghera che il mese scorso la stessa regione Marche, che è dello stesso colore del partito di governo, proponeva di fare la pista ciclabile dall’entroterra alla costa? Oppure che qualche mese fa gli pseudo influencer di instagram, ovviamente pagati dalle risorse dell’ente, quasi contrastavano snobbandole, invece che sostenere le iniziative nate, per proprio conto da gruppi di persone autogestite, perché terremotate anche loro? Se finalmente i grandi media iniziassero a fare il loro lavoro, quale sarebbe la giustificazione riguardo alle casette consegnate, che sono solo 42 delle oltre 2 mila richieste? Che risposte si darebbero se a parlare fossero quei sindaci dei piccoli paesini che non hanno più la tessera del PD e forse qualcuno non l’ha avuta mai, vista la strafottenza di sbilanciamento politico verso altre esigenze? Come raccontare la resilienza dei piccoli borghi a questa parte di manager dove la partitocrazia è solo una scusa per immergersi nella logica della “società dei consumi” per fare affari ad ogni costo fregandosene ampiamente delle “piccole identità particolari” come le chiamava Pasolini, intellettuale, guarda caso di sinistra, ampiamente inascoltato oggi se non per la sua questione sessuale, usata come strategia di divagazione dai contenuti veri, di cui intanto, solo per una specifica di contenuto, ne metto un link.

Come giustificherebbe proprio il PD questo diniego aberrante delle proprie radici culturali, se dovesse venire a galla la questione morale del terremoto? Io penso che i grandi media nazionali non possono parlare dei terremotati, perché questo implicherebbe di andare a fondo su come vengono fatti gli investimenti, sul possibile recupero delle identità territoriali, completamente ancora disatteso per evidenti e più grandi interessi speculativi da come appaiono le notizie e i progetti sulla stampa locale, rispetto al tentativo di conservare le caratterizzazioni agricole che questi luoghi, nonostante tutto, ancora preservano, grazie alla caparbietà dei loro abitanti.

Purtroppo a questi radical chic dell’ultima ora sembra proprio che non interessi niente di tutto questo perché di disturbo alle loro eventuali manovre, quindi, per ovvi motivi va coperto. Celato, chiuso dietro la nebbia di possibili finanziamenti a tasso agevolato per zittire anche quei 4 rompi balle rimasti, con leggine di comodo per serrare il discorso a chi la vedrebbe molto più semplice di come sembra essere ora la ricostruzione; si potrebbe concludere immediatamente la ricostruzione, con uno schema di rimborsi, ben controllati ed immediati a chi presenta il lavoro a regola d’arte ed in stato di avanzamento. Si produrrebbero imprese locali, rifiorirebbe l’economia distrutta in pochi giorni.

Invece no, via con le negazioni palesi dei diritti fondamentali, avere subito ed in via prioritaria un tetto dove vivere non è evidentemente la priorità, anche se la tecnologia lo permette e le istituzioni avrebbero l’obbligo di far questo, mettere un tetto sopra la testa di chi non ce l’ha, anche se provvisorio ma immediato e che non costi 80 mila euro, che è l’altro vero schifo assoluto, lo fanno passare come non prioritario, e stanno tutti zitti.

Nessun ragionamento sui fatti e sulle priorità, solo il balletto delle nomine dei consulenti, che vanno e che vengono, si riapre puntualmente, la bagarre fra la politica dei sindaci e gli enti “superiori” con i primi, che hanno, in molti casi, l’attenuante di trovarsi in prima linea schiacciati tra l’incudine e il martello, a combattere una logica sprezzante riguardo qualsiasi elemento di umanità.

A Visso, a Castel Sant’Angelo sul Nera, come ad Ussita o nei mille paesini distrutti dalla natura, la società viene devastata da una classe dirigente che li fa spostare, allo stesso modo di quanto succede in Africa equatoriale dove si impone ai Pigmei di spostare i propri villaggi per far spazio alla deforestazione con logiche di leggi o di ordinanze molto simili fra loro. Basterebbe aprire gli occhi per capire quanto si stia completamente sbagliando rotta.

Qui il terremoto ha preparato il campo a tutti quegli affaristi che hanno bisogno di spazi per agire, demoralizzare gli ultimi rimasti in loco, è il succo amaro di una schiera di gente targata da un sentimento ideologico esclusivamente vessato a fare soldi che non c’entra nulla con i resilienti: è la voglia di auto celebrazione personale che cavalca silenziosa la disperazione degli sfollati, con buona pace di tutta quella sinistra della “questione morale”, della “casa per tutti” e della tutela delle “realtà particolari”.

Ecco che allora le dimissioni di Curcio e di Errani erano prevedibili perché questa, spero tanto sia una bolla destinata a scoppiare, meglio se in maniera apartitica, e che soprattutto, non potrà rimanere celata per molto tempo ancora, nonostante ci si provi con tutti questi …silenzi fra i boschi, a proposito di nomine.

Spero che da questa situazione Pulp, chi oggi ne sta subendo le conseguenze ne possa uscire fuori dall’incubo al più presto, specialmente gli artigiani di montagna, che non credo si piegheranno per molto tempo ancora a questa fatiscenza amministrativa perché prima o poi, direbbe Samuel Jackson, “… la giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno…”

 

Chi si fosse persa la prima e la seconda parte, a seguire inserisco i link.

Pulp Sisma  – parte prima –

Pulp Sisma; il festival degli orrori – parte seconda –

 

 

Verdicchio 50 anni di …vite! Quali programmi?

Manca meno di un mese al cinquantesimo compleanno della denominazione di origine controllata del Verdicchio di Matelica e c’è solo un manifesto che campeggia sotto la torre civica.

In effetti l’associazione di produttori e gli enti coinvolti, sembra facciano di tutto per tenere nascosto l’evento. Mi chiedo come si possa essere attrattivi con un programma che non è uscito nemmeno su internet, che se hai una struttura ricettiva non puoi nemmeno preparare un pacchetto last minute per un weekend, hanno programmato la comunicazione dell’iniziativa, esiste uno straccio di timeline? Si trova qualcosa giusto sul sito del comune e ogni tanto arriva qualche notizia qua e la sui social, su qualche cena di viticoltori che la organizzano da soli e questo se autentico è lodevole.

Quello che è chiaro però, è che non esiste una strategia, tutto sembra sia frutto del caso, qualche fumosa iniziativa singola di propaganda, o polemica senza capo ne coda di qualche politico locale. Tutto questo francamente è inaccettabile e porta la gente a sentirsi ancor più presa per il culo, perché se il verdicchio è identità, questa va condivisa e non preclusa. Non è possibile sentirsi attorniati da questo senso di chiusura verso un argomento che dovrebbe, viceversa, essere comune a tutti, soprattutto dopo quello che è successo con il terremoto, che per fortuna ha toccato Matelica meno di altri centri.

Potrebbe essere il festival della rinascita ma resta difficile continuarlo a sperare cercando motivazioni di ausilio, sostegno e collaborazione attiva con i paesi più colpiti, (anche perché qui ci abito finché regge casa ecco perché ancora spero) invece, sembra il festival del “noi semo noi e voi nun sete un cazzo!” Lo slogan non esiste, o meglio pare il manifesto di uno che festeggia 50 anni, con gli amici che gli hanno messo il poster in piazza. Il fatto di festeggiare un compleanno di per se non è una notizia. Come fai a trovare spunti per parlarne? Il tempo che passa è un’ovvietà. Sarebbe molto diverso argomentare un traguardo, fatto di collaborazioni, rapporti di amicizia nel segno della qualità, anche con altre realtà, che in Italia aspettano solo l’intelligenza di un inizio dialogo anche istituzionale. Invece le risposte sembrano disinteressate a tal punto che,  con questa spocchia, viene voglia di smettere addirittura di berlo il verdicchio, e allora si che il fallimento sarebbe totale e i soldi pubblici buttati.

Da matelicese sogno che questo possa divenire il festival della vicinanza con tutti quei luoghi ‘minori’ (perché comunque meno conosciuti) che sono rimasti senza niente, ma hanno ancora la solidità del saper fare eccellenze e lo spirito di collaborazione semplice tra persone, nonostante tutto. Mi sarebbe piaciuto vedere i produttori del Verdicchio essere primi sostenitori dei Sibillini colpiti, le loro genti i testimonial della resilienza con i loro prodotti per le vie del paese, qualcuno che ha potuto fra l’altro è già qui in paese. Allora si che diventerebbe, questo un must identitario, allora non servirebbero più i grandi vip, ma sarebbero gli stessi piccoli produttori di ciauscolo (meglio se senza igp), formaggi di sopravissana e altri prodotti colpiti a sentirsi ancora vivi, veri testimoni ed esempi di una rinascita di un intero territorio.

Invece l’impressione è quella della spocchia di chi sa come andare nel mondo senza, in realtà, accorgersi di niente. Snobbano tutto, fanno lo “street food” che ormai è trito e ritrito in tutte le sagre, invece di raccontare storie, creare percorsi dove il visitatore possa sentirsi parte di una storia che al tempo stesso è anche realtà di come si vive oggi tra queste valli.

Gli assaggi di verdicchio per una sera sola, ma che vuol dire? Che c’entra con l’identità territoriale, qual è il target di pubblico a cui è riferito l’evento? …i visitatori dei paraggi?

Sul programma addirittura si prendono a prestito altri eventi per arricchire il cartellone della festa, ma che è la minestra riscaldata? Che senso ha?

Quanto sarebbe più proficua una festa di scambi, inviti reciproci incontri sulla tutela della qualità enogastronomica? Quanta attenzione creerebbe l’idea di stringersi verso le eccellenze “sfollate”, amalgamando storie su come si riesce ancora, nonostante tutto ad essere coltivatori di eccellenze.

La vite che aiuta la vita, una stretta di amicizia con i prodotti dei monti sibillini, abbiamo Giorgio Calabrò a Matelica, uno dei migliori norcini d’italia, i suoi prodotti stanno nelle cucine dei grandi ristoranti, il financial times ha parlato di lui, e qui gli danno il contentino, il banchettino in piazza dove se vuole può fare gli assaggi, ma per favore!

Abbiamo esempi di resilienza identitaria a portata di mano e ci si affanna a chiamare i personaggi dello spettacolo, è la vittoria della plastica rispetto alla realtà semplice e straordinaria del coraggio di questi contadini, pastori, pasticceri e altri artigiani.

La comunicazione fatta al verdicchio in una versione sbiaditissima sulla falsa riga di un prodotto iper commerciale, quando dovrebbe essere il contrario esatto.

Circa 12 anni fa con Carlo Cambi scrivemmo un’idea di rassegna di vini bianchi italiani, un’idea di scambio e confronto fra le alte eccellenze italiane, la possibilità di affidare alla gente a chi il vino lo beve consapevolmente, di decidere quale fosse il miglior bianco d’Italia, il miglior “bianco dell’estate” votandolo fino al mare e, cercando di far partire così una spirale crescente di coinvolgimento con gran finale a Matelica. Niente si è realizzato, per la chiusura degli stessi produttori e altri politicanti ciechi, al grido della volontà di imporre loro stessi contro la paura della concorrenza a 2 euro dei discount, che gli stanno, oggi ome ieri, comunque sotto casa.

Non si riesce ancora a capire che tra produttori di qualità, è la squadra che vince e arriva anche il compratore se esiste una proposta intrisa di emozioni autentiche su questi paesaggi, mentre gli sgambetti, le invidie fra tanti singoli sono inutili, è la squadra vince, meglio se variegata di proposte, evidenziando differenze di valore, ma condividendo gli intenti. Magari è tardi per fare la squadra con i vini bianchi d’italia, ma c’è una montagna di prodotti gastronomici da abbinare e salvare, proprio qua attorno, allora perché non fare percorsi di un paio di giorni almeno (come si diceva con Giorgio l’altro giorno) proprio sui vicoli del paese quasi tutti agibili, affidando ad ognuno di essi un tema, una storia fra verdicchio e salumieri, pastori, apicoltori, pittori, musicisti e teatranti. Vie e racconti verso il futuro di una nuova coscienza identitaria. Questa sarebbe una notizia. Il racconto reale di quello che c’è dietro all’etichetta. Storie semplici su quello che siete e che siamo, apriamo le porte e facciamo aria, condividiamo la nostra identità e risolleviamoci rinnovando le tradizioni. Non svendiamo tutto agli avventori perché abbiamo la possibilità di tornare ad essere comunità, coscienti di quello che abbiamo.

E’ l’unica via per rinfrancare la società. Buon verdicchio a tutti.

matelica - Fonte Internet
matelica – Fonte Internet

 

Dionisio…. ciao amico mio!

Ciao amico mio!

Ciao tra i dolori di una terra che avrebbe ancora bisogno di te!

Inaspettatamente sei scomparso, come rassegnato da una stupida cecità di un popolo inerme, isolato e desolato. Sei stato un maestro di vita prima di essere quasi un nonno per me! Ti ho voluto bene e ti chiedo scusa se ti ho deluso! Se ho deposto le armi, rassegnato da questa ignoranza sterile della gente che ho visto disorientata! Dionisio sei Stato formula di coraggio esempio di un vivere pioneristico asimmetrico alle convenzioni!

Un uomo che mi onoro di aver conosciuto, dal coraggio reale delle proprie convinzioni, portate avanti da marchigiano vero, pragmatico nelle scelte e con il coraggio umile di chi conosce i limiti e le potenzialità della propria terra!

Un grande esempio per tutti gli stolti che popolano oggi questi paesaggi straordinari! Un agriCultore con la cultura del paesaggio, di quelli che non esistono più!

Il Tuo orgoglio identitario, timido e deciso spero che faccia breccia sulla stupidità telematica di oggi! Sui tanti falsi intellettuali, i consulenti della prima ora che popolano le istituzioni e che tu hai reso inermi da sempre.

Ti voglio bene Dionisio, sei stato un grande maestro di vita per me e per molti altri. Sei uscito di scena ad ottantotto anni, senza far rumore mentre fuori c’era la neve.

Il tuo essere all’avanguardia nonostante l’età è dimostrato dal fatto che della tua scomparsa, io almeno, ne sia venuto a conoscenza da un blogger. Un ottantenne declamato da un internauta dell’Italia di oggi sembra quasi un paradosso.

Bertini, hai spezzato i sigilli! Sei un baluardo, un esempio di un’identità che può essere riscoperta attraverso la condivisione, connubio di armonie tra esperienza ed innovazione.

Sei il nonno PIONIERE di tutti quelli che preferiscono RACCONTARE piuttosto che copiare male le frasi senza senso degli esperti di marketing.

Mi ricordo i giorni in cui scherzavo del fatto che vendessi farina per polenta in Valsugana. Tu mi dicevi che non era così paradossale perché le varietà di granturco erano completamente differenti. Sono uncinate le pannocchie loro mentre qui, il TUO “quarantino del maceratese” era diverso, quindi APPETIBILE per quei posti. Io sorridevo e scherzando ti dicevo che eri un grande commerciale, ma non avevo capito niente. Il tuo era un esempio di orgoglio territoriale, che non c’entra niente con il commercio o col marketing. La tua era sapienza si era fatta sul campo.

Ti voglio bene amico mio e, sono convinto che il tuo messaggio è stato un esempio da seguire per tutti quelli che vogliono un mondo migliore senza tante “stupidate”, ma con il tesoro delle tante cose che il nostro paesaggio può offrire.

Ciao grande, sei stato la mia icona pop!

La gente solida!

Era una giornata calda di settembre dello scorso anno. L’aria frizzante dei pomeriggi di inizio autunno nelle zone di alta collina. Stavo a Pievebovigliana presso il Convento di San Francesco che adesso, credo, abbia più di qualche crepa, ma che presto, spero, torni a rivivere per quel bellissimo luogo che è stato.

In quella bella occasione ho conosciuto Alberta Paggi assessore del comune, con il piglio di una mamma più che di un politico. Un bellissimo evento, mi avevano chiamato per fare da speaker e reinventarmi una sorta di “Show Cooking” che poi è diventata una grande risata collettiva.

Ricordo il coro del Trentino che era in trasferta proprio lì, qualche turista, e un calore come quello di casa anche se non conoscevo nessuno.

Io li a parlare e cercando di strappare sorrisi alla gente, con la speranza di riuscire a far passare anche qualche contenuto d’identità culinaria, reinventando, insieme a Dino Casoni i piatti con gli ingredienti della tradizione antica di queste zone. A colpi di battute, nel descrivere cosa fosse la “Finocchiella” piuttosto che il “Ciauscolo” ai trentini che erano li, ho conosciuto un cuoco che oggi meriterebbe l’appellativo di Chef con la “C” maiuscola, non fosse altro che per la sua tenacia. Dino è il cuoco del Ristorante Hotel Carnevali di Muccia. Lo stabile è un pezzo di storia recente, la struttura è quella di un vecchio Motel Agip, tra i primi fatti costruire da un grande mio concittadino, Enrico Mattei. Oggi, quel luogo degli anni sessanta, ha seri problemi legati alle fortissime scosse di fine ottobre.

Ho rivisto Dino poco meno di una settimana fa e, la prima cosa che ha fatto è stata quella di sorridermi, con un uno di quei sorrisi spontanei, sinceri e diretti che fa la gente che ti vuole bene, quando ti incontra inaspettatamente. Muccia è un luogo fantasma, le persone rimaste sono pochissime, Dino ha preso in affitto un tendone davanti al suo locale, lì ha spostato provvisoriamente il bar per mantenere un minimo di servizio a chi si ferma in zona. Quel sorriso mi ha descritto oggettivamente la forza del suo carattere.

La caparbietà di voler ripartire nonostante oggi supplisca ad un’esigenza di carattere sociale, civile e morale, quella di ridare una “piazza provvisoria” a chi è rimasto in quel paese ferito. I sopralluoghi, per lo meno in via ufficiale, ancora non ci sono stati, assurdo mi è parso il vedere cosi tante pattuglie attorno a quella stazione di servizio, nessuna pattuglia però assegnata ad un sopralluogo sulla struttura per dichiararne lo stato effettivo di inagibilità, per accelerare la ripartenza di un punto nevralgico per la gente di questi luoghi. Non mi interessa montar polemica sui tempi e i modi lenti di un “ricominciare” così affannato, anzi ne vorrei cogliere gli aspetti involontariamente positivi rispetto ad apparati istituzionali inconcludenti, e soffermarmi solo a dire che, per fortuna qualcuno, un’anima ancora ce l’ha.

Per tutto il resto, questo è il terremoto dell’abbandono a se stessi, dove l’unico vanto in una catastrofe così grande, lo si può scovare proprio dietro il sorriso della gente come Dino, che, sono sicuro, ripartirà anche più forte di prima. Con queste due righe, per testimonianza e voglia di speranza, mando a lui e a quelli come lui un abbraccio grande, perché nonostante tutto, la voglia di ripartire è veemente.

Possiamo rinfrancare la voglia di rialzarsi grazie ad un sorriso di speranza come quello dello Chef Dino Casoni e della sua famiglia.

p.s. nella foto un selfie che ci siamo fatti quella bella giornata. Io Dino, Stefano, Alberta e tutta l’altra gente.

Ripartendo dai MESTIERI.

– ‘Giorgio ce l’hai una bella fiorentina che stasera non vedo l’ora d’accenne lu focu e scallà la griglia’
– ‘oh Marco non me roppe che lo sai che non ce l’ho!’ –
– ‘Si mbriacu, quella che è….?’
– ‘Questa mica è la fiorentina, è la marchigiana, te la fo una fetta da un chilo e due….?’
– ‘Giorgio fai cacà …questa è marchigiana vera o finta?’
– ‘è estera …vene da la Pieve!’ –
– ‘Beh Pievebovigliana mica è Visso so dieci chilometri ohhh ….Ahahahaha!’
-‘Oh Marco vattela a pià nder saccu, damme retta senti che robba che è!’-

Questi sono più o meno i dialoghi tra me e lui quando passo a Visso.

Giorgio Calabrò è uno dei migliori norcini d’Italia.
Uno che con estrema semplicità, quasi tiene celata la sua maestria, la passione, l’attaccamento alla propria terra, anche una certa dose di furbizia da montanaro, ma soprattutto la sapienza e la caparbietà di chi vuole migliorarsi per rendere, da sempre, e molto prima del terremoto, vivibile e migliore un paesaggio stupendo come quello di Visso, nella tutela di quei valori semplici ma fondamentali, specchio di una diversità che, oggi più che mai, dobbiamo salvaguardare. Valori culturali, d’identità gastronomiche, chiavi fondamentali per iniziare a ricostruire questi luoghi, e lui lo faceva molto prima di una catastrofe come questa.

Io riparto da Giorgio perché in quei locali dove stagionava i ciauscoli, insaccati senza tutti quei nitrati consentiti e, affumicati a legna, si trovava ad essere bersaglio, di disciplinari di produzione fatti in maniera criminale che hanno esteso la zona di produzione di una identità dei Sibillini, fino al mare, (cercate l’igp del ciauscolo), che per compiacere i metodi industriali, quasi dovevano essere bandite le antiche cantine di stagionatura, come se tutti conservanti ammessi, avessero effetti minori sulla salute dei consumatori.
Riparto da Giorgio che nonostante tutto utilizza solo sale e maestria per mantenere i suoi prodotti, e ha resistito a quella catastrofe prima della catastrofe, reinventandosi il “Vissuscolo” per rimarcare costanza identitaria ad un patrimonio comune di tutti i vissani e tutti i marchigiani.
Voglio ripartire da Giorgio perché ha ridato nome al ciauscolo, lui come pochi altri norcini di quelle zone, senza perdersi d’animo, cercando di spiegare come si fa un prodotto della tradizione anche quando, gli organi competenti, con l’introduzione del marchio di qualità hanno fallito clamorosamente nell’istituzione di quel tipo di tutela che ha fatto danni molto prima del sisma.
Vorrei che sia lui l’esempio di come rialzarsi oggi, che non ha più niente, ma che il mestiere, quello non glielo toglie nessuno, ha retto i colpi, tanti anche prima del sisma, è stato un elemento di promozione per il territorio, citato dal Financial Times, oltre che dalle migliori guide gastronomiche italiane. Lui sta li con la semplicità furba di chi riesce con orgoglio a vivere con un territorio stupendo quanto insidioso. Io sto con Calabrò perché è simpatico, semplice e, dopo avermi detto che non aveva più niente per lavorare, sorridendo ha aggiunto, che però quel cartello col maiale che avevo disegnato è rimasto li. Sto con lui e anche con Renato, un salumiere macellaio di Matelica che lo ha subito ospitato per segno di rispetto della grande manualità di questo artigiano.

Era una questione quasi morale per me andare a Visso proprio in questo periodo e passare da lui, minimo per un paio di salami, la bistecca o un pezzo di lonza oppure per le sue novità. Era Visso e, respiravo l’aria fresca degli odori della montagna d’autunno, quel profumo dolce e acre dei camini accesi con davanti i ciauscoli a stagionare. Giorgio oggi li, come altri, non ha più niente. Tutto è zona rossa.

L’Italia è il popolo dei mestieri e oggi dobbiamo ricominciare a mettercelo in testa, per forza, non fosse altro che per contrastare gli effetti più insensati della globalizzazione che sta rendendo impossibile la salvaguardia di quanto, ancora riesca a dare senso identitario al nostro vivere.
Allora sono esempi da seguire sia Giorgio che Renato, che lo ha ospitato a casa sua perché quel mestiere lo condividono nonostante le macerie o la concorrenza, continuano a lavorare per migliorare sempre di più la loro qualità artigianale, dimostrando una solidarietà nei fatti e non nelle chiacchiere.

Per questi motivi l’assurdità più cieca ed insensata della politica di oggi è quella di lasciar morire nell’apatia queste economie di montagna, già devastate ancora prima del terremoto. I marchi, le illusioni di tranquillità fittizie della casa perfetta in stile “mulino” ci dovrebbero far riflettere invece su quanto sia importante ritrovare, viceversa, il senso della conoscenza delle persone e della fiducia nel loro ‘saper fare’.
Da una tragedia come il terremoto infatti, stanno rinascendo fra le macerie, cose fantastiche proprio tra chi questo senso del fare ce l’ha dentro e quindi se ne frega di sbandierarlo ai 4 venti.

Giorgio Calabrò è uno dei maestri della norcineria delle marche e oggi a pieno titolo, dopo il terremoto, dell’Italia intera. Cerca una cantina a mattoni, per continuare la tradizione, nonostante abbia perso la casa, la macelleria, i locali di stagionatura ed è ospitato a Matelica dal suo amico salumiere Renato. Una cantina di quelle di una volta oggi stra bersagliate dalle varie normative sanitarie con cui poi compongono disciplinari di produzione che fatti così stabilizzano la produzione industriale dei prodotti, ma non la loro qualità intrinseca. La “qualità”, quella parola non quantificabile a pieno da nessuno slogan, ma colma di umanità perché permeata di un sapore vero e genuino, quello della creatività umana e della continua ricerca nel migliorarsi.

Allora oggi dovremmo essere tutti come loro, Giorgio e Renato, due persone che nell’umiltà della produzione artigianale ancora sono attaccati alla sostanza dei valori, quelli veri, quelli che sono evidenti in un sorriso avanti ad una fetta di ciauscolo ed un bicchiere di verdicchio.

Vi lascio i recapiti per acquistare i loro prodotti, non ne rimarrete delusi.
Macelleria Fantasy di Bartocci Renato Tel. 0737.83348
Orario dal Lun. al Sab. dalle 8:00 alle 13:00 e dalle 15:30 alle 19:00

“A” come Affile….scorcio dell’Italia

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Il primo miracolo di San Benedetto è avvenuto proprio qui, nell’antica Eufide, oggi Affile.

Il miracolo sarebbe, secondo le cronache di San Gregorio, quello di aver riparato un “vaglio” (probabilmente un setaccio di coccio) rotto accidentalmente dalla sua nutrice Cirilla. Il gesto è avvenuto presumibilmente nei locali di questa chiesa dalle origini paleocristiane, come testimoniato anche da alcuni affreschi che ritraggono il santo con la nutrice, Cirilla appunto, originaria secondo Gregorio Magno Proprio di Affile (anticamente, Eufide o Effide – maggiori informazioni le avete in questo testo -link- inviatomi dal Vice Sindaco del Comune)

Sembra un miracolo, invece, che, in questo borgo, interessante sotto molti aspetti, arroccato in posizione dominante sopra la valle dell’Aniene e con le tipiche caratteristiche di un piccolo paesino dell’italia centrale, si sia riusciti a ripristinare, dopo anni, la coltivazione di un vino raro ed unico, prodotto con uve dell’omonimo vitigno autoctono, il Cesanese di Affile.

In questo luogo infatti, accade che nel 2001 per opera di questa cantina Vini Raimondo, vengono reimpiantati e messi a dimora due ettari di Cesanese di Affile e negli anni successivi viene creata la prima etichetta. Dopo oltre trent’anni dall’avvenuto riconoscimento della DOC (1973 c.a.) ed anche a seguito di una tradizione millenaria di questa uva a bacca nera, unica, sicuramente coltivata con la metodicità monastica della “regola” Benedettina fra le colline di alberi tagliati, le “Caese” di Affile, viene “salvato”, da una probabile estinzione, un pezzo importante dell’identità di questi territori ai confini con la Capitale. Oggi le cantine che producono vino Cesanese di Affile sono tre (le altre due sono Formiconi e “Colline di Affile”), oltre sicuramente a chi lo produce ancora in casa, da sempre e per tradizione delle famiglie del posto.

Ho assaggiato il “Cisinianum” di Formiconi e devo dire che ne sono rimasto piacevolmente soddisfatto.

Tuttavia di Affile si può dire che appena si entra nella parte antica del borgo, si rimane pervasi di quella spontanea autenticità delle cose semplici, dove trovi un’atmosfera di genuina coscienza di un tempo che scorre lento, in un ambiente abbastanza accogliente, fatto da gente semplice ma non ingenua.

Con le premesse di essere un evento molto interessante, a seguito di una prima edizione molto riuscita nel 2014 a fine luglio, una manifestazione chiamata “AFFILando… il Gusto”; in sintesi, una rassegna di aziende artigiane di gastronomia, e di cantine, provenienti da gran parte della Penisola, per un weekend nelle piazze e nelle vie di questo Borgo accogliente e fresco d’estate; inoltre un’occasione costruita intelligentemente sulle basi reali del marketing territoriale, caso raro in Italia, oltre al riacceso interesse verso il Cesanese di Affile.

In sintesi un scorcio vero dell’Italia, sicuramente tutto da scoprire.

P.s. Per questo pezzo ringrazio il vice Sindaco Giampiero Frosoni per le foto, la passione che mette lavorando per l’interesse comune e, per la bella idea avuta insieme ad Alessandro Gemmellaro e le associazioni del posto, Proloco, consiglio giovani, Fisar ecc, con cui, insieme, sono riusciti ad organizzare l’evento “AFFILando… il Gusto”

Se delle varie realtà particolari, non frega più niente a nessuno, …perché indignarsi per il TTIP ?

Era il 1974, Pasolini parla di regime della civiltà dei consumi, vedete il video poi leggete il pezzo se avete finito di struccarvi da “zombie idioti”. Questa intervista sembra fatta oggi! Ecco perché me ne frego del TTIP e di tutte le puttanate che sparano i politici. Tanto sono tutte strategie per far ingerire la pillola e far in modo che niente possa cambiare in meglio. Oggi paradossalmente occorrebbe essere “tradizionalmente anticonformisti”. 

Quella omologazione che il fascismo non è riuscito ad ottenere, il potere della civiltà dei consumi, riesce ad ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari, togliendo realtà ai vari modi di essere uomini, che l’Italia ha prodotto in modo storicamente molto differenziato. Questa acculturazione sta distruggendo l’Italia. Quello che posso dire è che il vero fascismo è proprio questo potere della civiltà dei consumi.

Pier Paolo Pasolini a Sabaudia, Febbraio – 1974 –

La gente che ha fatto ore di fila per vedere un padiglione dell’Expò dove ci stanno pezzi di plastica a forma di cibo, è lo specchio di una civiltà inutile. Mi domando ma un giro per i paesi vi da proprio fastidio? Parlare con i contadini, respirare l’odore delle case di un borgo, i primi camini accesi, si scopre sempre qualcosa di nuovo e trovi sicuramente una sorpresa più genuina dietro un sorriso di un anziano o di un bambino.

Dopo aver sparato 4 miccette per Halloween ed essersi tolti il trucco da “zombie rincretinito”, mi piacerebbe fare quattro passi all’aria aperta. Tanto per respirare un po’ di aria fresca e, magari, capire che la vera bellezza sta dentro i luoghi che snobbiamo di più. Un piccolo borgo, un centro storico, un pezzo di natura ancora in equilibrio con gli uomini.

Camminando per i vicoli dei paesi, non rimane quasi più nulla delle varie “realtà particolari”, le realtà che hanno caratterizzato da sempre l’Italia, sono sempre più assottigliate, e più le istituzioni e la politica parlano di agire per salvaguardarle, sempre più spesso, per colpa di ignoranze e superficialità, si scrivono normative o leggi che ne favoriscono l’effetto opposto, quindi la scomparsa. Se avete tempo, cercate di leggere cosa ci sia scritto nei disciplinari di produzione  IGP, DOP, DOCG ecc. di diversi prodotti.

La stragrande maggioranza di queste sigle sono regolate da norme che ne ammettono spesso l’utilizzo di conservanti per l’esigenza, dicono loro, di sostenere il mercato. Allora mi domando se esiste una Denominazione di Origine Protetta perché la tendenza è quella di affrontare il mercato? Tanto varrebbe scrivere “Promozionale” invece che “Protetta”. Viceversa se si vuol “proteggere” un determinato prodotto, lo stesso andrebbe reso puro dall’aggiunta di “roba chimica”.

Bisogna capire che ci sono prodotti di eccellenza e alta manualità che non devono essere fatti per il mercato ma andrebbero tutelati proprio dal mercato stesso. Andrebbero trattati al pari delle opere d’arte di un museo.

Ecco perché, in fondo, diviene ovvio che l’Organismo Mondiale della Sanità lanci l’allarme sulle carni e sugli insaccati. Quindi, da una parte le lobby della soia e multinazionali come la Monsanto che premono per una omologazione che ci porta a marcire, dall’altra le istituzioni regionali e locali che permettono di vagliare disciplinari per insaccati estremamente discutibili, dove si ammette ad esempio l’uso del salnitro o di altri conservanti, quando tradizionalmente questi non c’erano, quindi la conseguenza è che, anche il prodotto alimentare che lo contiene, per la proprietà transitiva, diventi potenzialmente cancerogeno.

Il problema non ci sarebbe se ricominciassimo a riconsiderare “le varie realtà particolari”, la straordinaria varietà dei nostri prodotti territoriali, le manualità che forse ancora sopravvivono nei piccoli borghi. Tutti questi allarmi non ci sarebbero se invece di andare al centro commerciale a stressarci tra gli scaffali, iniziassimo a camminare per le strade provinciali e per le colline e/o andassimo nei caseifici, o nelle salumerie di campagna, parlassimo ai contadini o vivessimo più a contatto con la realtà.

Se invece, tolto il trucco da zombie per Halloween, preferiamo far 50 km di autostrada per vedere l’ultimo mobile da montare all’IKEA, mangiando per pranzo un Hamburger e una bibita fresca, fanno bene a far passare il TTIP, non avremo più barriere per marcire tutto l’anno da zombie rincoglioniti e spenderemo ancora meno per comprare stronzate, mangiare schifezze e decontestualizzare completamente le nostre identità.

Buona domenica a tutti bella gente!

Una delle strade di provincia dove scorgi paesaggi che la civiltà dei consumi riduce in un poster
Una delle strade di provincia dove scorgi paesaggi che la civiltà dei consumi riduce in un poster

L’OMS, il TTIP? Stasera Bistecca, “ciauscolo” e caffè !

L’OMS spara una notizia ovvia quanto interpretabile: la carne è cancerogena! Risposta: Stigranc… non ce li metti?

Pressioni legate al mercato internazionale, la comunicazione diviene isterica e, tra la gente scoppia il panico!

Sto riflettendo anche sul fatto che qualcuno tempo fa mi ha chiesto se ce l’avessi col mondo! Non ce l’ho col mondo, ma sono convinto che, forse, sono tra i pochi rimasti sani di mente. E mi viene da ringraziare mia mamma per avermi fatto nascere, più che intelligente e bello (stereotipi conformisti) “simpatico” (dicono) ma, soprattutto, “curioso”!

Allora ecco perché voglio correre il rischio di farmi prendere un tumore da cibo!

Allora salame, fiorentina da un chilo, caffè e sigaretta! Si perché alla faccia delle organizzazioni che tutelano la salute cercando di farci marcire col tofu, la soia e altre porcherie “veganchimiche di importazione” (tacci loro), io voglio morire, ma lo faccio con stile, nella mia maniera, “tradizionalmente anticonformista!”

“Tradizionale” perché se mangio salame non comprerò mai un ciauscolo IGP, (perdonate la mia innata maceratesità) ma vado dal mio salumiere di fiducia e pretendo che dentro non ci siano additivi come il salnitro (nitrato di potassio ammesso a disciplinare, ecco il link), ma solo sale aglio e vino! (Di questo ne parlai nell’ormai lontano 2010 quando fecero la porcheria di stilare un disciplinare di produzione IGP che ha destabilizzato tutte le piccole produzioni di qualità…ecco il link al pezzo per quelli che vogliono… approfondire).

Perché sono i conservanti industriali che rendono un prodotto cancerogeno, sono i mangimi dei prodotti che andiamo a comprare contenti sotto costo al supermercato che ci ammazzano e, non serviva l’OMS a ribadirlo!

Siamo schiavi della comunicazione globale, tutti quanti. Ci fanno parlare di 4 cose e basta. Perché è ovvio che alle multinazionali serve una società che marcisca piano piano senza identità, senza sapore! Allora io invece di marcire, preferisco morire godendo, con gusto! Nel frattempo che ci prendiamo il coccolone per la dichiarazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, vediamo che Europa e America stanno trattando il TTIP, ossia la possibilità di farci invadere, senza nessuna barriera doganale, di prodotti standard industriali. Allora sarà sempre più difficile rincorrere la qualità della carne allevata ad esempio allo stato brado e non in batteria, perché accordi di intercambio, come appunto il TTIP, favoriscono tutti i prodotti da supermercato.

Alla fine li vorrei proprio vedere quelli che cercano il Km zero al supermercato.

Ma comunque, personalmente, io stasera una bella bistecca di razza bovina marchigiana l’ho messa sulla brace calda, ci ho abbinato un verdicchio che sta in cantina dal 2007, è di Coloccini di Staffolo, di sicuro in vigna lui non ha messo più del verde rame. Poi un rosso del 2010 Onorio di Maraviglia, una favola.

Per finire un caffé ristretto (visto che l’OMS dice che i prossimi referti cancerogeni sembrano riguardare proprio il caffè) e per finire una buona Lucky Strike, per “….rendermi conto di quanto le maledirai ….” ché almeno faccio contento anche Vasco Rossi.

Il buon cibo è cultura identitaria, è la manipolazione commerciale delle Holding che, proprio nel generare caos e frenesia, disorientano volutamente la gente facendoci diventare alieni in casa nostra, qualunque essa sia. Ecco il mio anticonformismo tradizionale!

P.S.: I prodotti e le aziende, come sempre, non sono state inserite a scopi promozionali, ma per meriti raggiunti nella mia scala di valutazione personale!

Trovare il senso…

Solitudine bianco e nero
Solitudine bianco e nero – foto di Enea Francia

Trovare il senso delle cose,verificare se tutto può essere allineato.

Pensare, tacere, parlare, ridere, soffrire poi rinascere.

Essere qualcosa di diverso, di irripetibile, decidere se tutto fa parte di noi stessi.

 

Riposto in un cassetto dei ricordi, quell’oggetto che ti dice chi eri, non si muove,

ti guarda in silenzio, aspetta di essere raccolto, usato, attende il tuo coraggio di bambino.

 

Fregarsene delle opinioni della gente che ti osserva

come cornacchie appese al filo della pubblica ipocrisia,

gracchianti e avide, mentre tu sei il contadino che

sta seminando al meglio il campo della vita.

 

Sentirsi un seme di quel campo, in attesa di germogliare di nuovo,

apparentemente sordo al fastidioso e stridente gracchiare degli uccellacci.

In solitudine, nell’attesa inerme che qualcosa possa sbocciare di nuovo.

Qualcosa che riesca a dare un senso al tutto.

Qualcosa che sia in grado di tracciare il solco,

per tornare a sorridere e a capire chi sono.