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Place de la Contrescarpe, viaggio nel “savoire faire”

Contrescarpe è “savoire faire”. 

Chissà cosa penserebbe Hemingway se vedesse oggi la sua Place de la Contrescarpe? Chissà se la troverebbe “troppo turistica” oppure abbastanza mantenuta nei suoi tratti essenziali?

 

 

Mi sono posto questa domanda appena ho trovato la casa del suo soggiorno parigino, proprio vicino a quella piazza da dove parlava del freddo che, “a Parigi arriva da un giorno all’altro, senza avvisare”. Ho constatato che è ancora così.

Contrescarpe è Savoire Faire -Io sotto casa di Hemingway.
Contrescarpe è Savoire Faire - Io sotto casa di Hemingway.

Parigi allora era molto diversa, probabilmente molto meno cosmopolita di oggi ma penso che la tenacia dei francesi di sicuro sia stata molto simile ad oggi.

 

Stimo i francesi anche se non li amo molto, per il loro saper vivere la loro identità nazionale che non da peso eccessivo al “padrone di turno”.

 

In questo senso non è un caso che la traduzione di “savoire faire” sia “sapere come fare”. Non si buttano appresso ad ogni folata di vento, sono convinti di rappresentare se stessi e non blaterano soluzioni ambiziose se non supportate da una logica fattuale. 

 

Lo vedi dai loro modi di mantenere vive le tradizioni culturali. Ho assaggiato una Crepe piena di Francia, buonissima anche se quasi stomachevole perché dentro c’era la sintesi di tutto il Paese. 

 

Attraverso quei bistrot in cui si respira un romantico profumo del tempo che passa ma non muta, ci si accorge di un modo di vita differente, non migliore di quel che era il nostro, qui in Italia, anche più radicato. Ecco allora che le carni frollate diventano un elemento sostanziale della cultura gastronomica locale; si da “enfasi” a chi produce espedienti creativi valorizzando i propri elementi distintivi.

 

Forse è anche per questo motivo che la crepe nel mondo sia più conosciuta della piadina. Quell’essenza di tutela degli elementi sociali come cibo ed arte vengono valorizzati più dei supermercati aperti la domenica, sono considerati elementi propedeutici per la determinazione della propria coscienza nazionale, che qui è una cosa seria.

 

Da questo punto di vista è certo che la confusione distruttiva di una globalizzazione inutile quanto terribile viene rallentata. 

 

Credo che noi italiani dovremmo prendere esempio dalla loro tutela delle questioni territoriali.

In Italia questo senso di tutela la troviamo forse al nord verso le Dolomiti ed ai piedi del monte Grappa, e in qualche altro piccolo paese, ma ne parlerò più avanti. (Ecco il link)

 

Tornando dal mio giro intorno alla Place de la Contrescarpe, passeggiare per quelle vie, mi ha dato modo di scoprire un angolo di Parigi che sono riuscito a vivere più da curioso viaggiatore che da turista. 

 

Ecco perché alla “Contrescarpe” ho pensato al “savoire faire”, e di certo ho capito che il “saper fare” dei francesi era proprio anche di Hemingway e si mostra chiaro nel pragmatismo dei suoi scritti, non a caso, visse periodi della sua vita a Parigi ed in Italia ai piedi del monte Grappa.

 

Place de la Contrescarpe è Savoire Faire - alberi addobbati per il natale
Place de la Contrescarpe è Savoire Faire - alberi addobbati per il natale
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Al Louvre senza italiano

Louvre, non è cosa da poco anche se a primo impatto, non mi ha trasferito una bellissima sensazione. Sono un italiano, nonostante le contraddizioni in cui viviamo nel Bel Paese, quel senso di distacco snob mi ha dato un po’ fastidio.

Si perché infastidisce trovare la mappa di benvenuto scritta nelle lingue più disparate ma, guarda caso non in lingua italiana. Eppure l’opera di maggior successo del Museo è senza ombra di dubbio “Monnalisa” di Leonardo da Vinci, il dipinto più famoso di tutti i tempi. Tuttavia se riflettiamo sulla composizione dell’esposizione, sale l’orgoglio italiano per sprofondare subito, un attimo dopo, rendendoci conto di come siamo messi in patria oggi.

Tuttavia le opere d’arte fanno rifiorire l’anima; “Amore e Psiche”di Canova lascia col fiato sospeso, lo stesso vale per i busti di Michelangelo, una straordinaria collezione di opere di Raffaello Sanzio, altri pittori del Rinascimento italiano riempiono di bellezza e contenuti le gallerie principali dell’intero museo. Di certo le stanze sono ricche anche di reperti provenienti da tutto il mondo, ma questo snobbare l’italianità, se da una parte mi ha dato fastidio, dall’altra mi ha fatto capire che forse, dovremmo ritrovare il nostro senso profondo, e tornare a vivere come quel popolo di artisti e creatori che eravamo. 

Ricominciare a cercare la bellezza, difendere la creatività ed il genio dell’uomo, Louvre è uno scrigno di conoscenza unico al mondo e bisogna dare atto che oltralpe riescono molto meglio di noi a dare un senso pregevole di tutela e valorizzazione delle opere culturali e artistiche. Passeggiare per le gallerie fra le maestose opere pittoriche, in un palazzo che interseca le più disparate civiltà, è inebriante per l’anima. Non basta di certo solo un giorno per visitare tutto il museo e una volta dentro, il tempo vola sulle ali del genio artistico dei racconti dipinti, opere che sintetizzano il sublime. 

Quindi è chiaro che se fate un viaggio a Parigi, il Louvre diviene una tappa obbligatoria. 

Se una stazione ferroviaria, un aeroporto o una fermata di una metro rappresentano “non luoghi” perché sono strumenti di collegamento, passaggi senza contesto, quasi tutti uguali, fatta eccezione del cartello che ne identifica il sito, un museo al contrario è una riserva di unicità e di identità, e questo più degli altri risulta eccezionale anche perché nel tempo, a mio avviso, è divenuto il “Luogo dei luoghi”. 

E’ il luogo per eccellenza, non tanto e non solo per le opere più importanti, ma soprattutto per quelle meno conosciute al pubblico, perché destano meraviglia e molte ti riportano con la mente a casa. Imbattersi in opere di Lorenzo Lotto, di Raffaello o di Marco Palmezzano, è stato senza dubbio un richiamo alla mia terra, fra l’altro proprio su Lorenzo Lotto c’è una bella mostra che consiglio di visitare a Macerata in questo periodo.

Il Louvre rappresenta un estratto dell’arte nel mondo. Tornando alla mappa di benvenuto del museo non tradotta in italiano, quella che in un primo momento avevo preso come una specie di provocazione populista a sfondo calcistico, in realtà mi ha indotto una riflessione più profonda, come di un avvertimento a dover tornare indietro dalla deriva di un’italianità imbruttita dall’immagine a tutti i costi che non riesce più a produrre sostanza, bellezza e confronto. Un avvertimento per cui quella lingua “…dove il sì suona” forse siamo arrivati a non meritarla più perché troppo aulica rispetto alla manica di idioti che siamo diventati. Chissà che non abbiano fatto la traduzione in italiano proprio per questo motivo?

Sono uscito col dubbio e con la certezza che anche la Parigi dei grandi intellettuali si sia genuflessa alla società dei consumi. Devo dire però che la meraviglia dei luoghi e dei momenti rimane sempre. In questo periodo, nemmeno a farlo apposta, c’è una mostra che richiama il sogno d’Italia intitolata proprio “Un Reve d’Italie – la collezione del Marchese Campana”, andateci se potete. Per quanto mi riguarda, le scuse son finite, dovrò mettermi sotto ad imparare il francese.

Info: Sito Internet Ufficiale

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Montmartre quartiere d’arte

Parigi – Montmartre. Con l’aereo scesi a Charles de Gaulle e fra RER e Metro, si arriva a Montmartre. La curiosità di quel posto mi assaliva in tutto il viaggio. L’idea d’incontrare quegli artisti con l’ombrellino, incrociare i ritrattisti lungo i piccoli vialetti che circondano la basilica del Sacro Cuore, fermarsi a visionare le tecniche di pittura, i tipi di pennelli, le spatole oppure gli altri oggetti usati per dare un significato al colore: il senso di creare arte. 

Montmartre è la genuinità di Parigi, i suoi artisti, alcuni fantastici, sono quelli che rappresentano, il senso più romantico di vivere l’esperienza dell’arte. In questa piazza sono passati artisti del calibro di Pissarro, Steinlen, Modigliani, Picasso ed altri ancora, l’essenza dell’artista in piazza con l’ombrellino non indica minor valore, ne aumenta il verso romantico. Un’emozione per gli occhi, se un’opera riesce a trasmettermi, sincerità, intuizione e conoscenza della tecnica per me acquista valore insieme a quella genuinità improvvisa e mai improvvisata di voler fissare su qualsiasi supporto qualcosa che riesca a trasmettere emozioni e sentimenti, ritorna utile nell’arte, impronta un pezzo di se stessi verso il pubblico. 

 

Montmartre e la sua place du Tertre è stata per me un’iniezione di spunti creativi, un tuffo nel passato, un richiamo alla Belle Epoque alla spensierata ricerca di nuove avanguardie fino ai covi d’intellettuali che hanno donato nuova linfa al mondo di cui però continuerò a parlare in un altro pezzo. A Montmartre ci ho passeggiato due volte di sera appena arrivato, ed in tarda mattinata. Due stupori diversi. La prima volta quella serale, dopo aver costeggiato il Sacro Cuore ho raggiunto la piazzetta, c’erano seduti non più di una decina di artisti per lo più chi faceva ritratti. Da lontano uno di loro mi dice: “italiano vuoi un ritratto?” – io sbalordito perché stavo pure zitto in quel momento, gli domando – “Come l’hai capito che sono italiano?” – “ce l’avete scritto in faccia che siete italiani, voi …italien!” poi mi sorride e si volta salutandomi. Anche io sorrido e continuo, di certo quel momento lì ha avuto la sua valenza immateriale, di stupore, sorriso, battute. In quel momento, anche quelle emozioni sono state una forma d’arte. A pensarci bene avrei dovuto fermarmi e tornare e farmi fare quel ritratto che mi avrebbe ricordato e forse, chissà avrebbe aumentato anche il suo valore nel tempo. Continuando la passeggiata tra vicoli e bistrò, la chiesa del Sacro Cuore era ancora aperta. Bella maestosa, da quella collinetta che domina e protegge Parigi. Se Montmartre sotto certi aspetti ricorda la nostra Trastevere, quella basilica è il balcone del Gianicolo. Guarda Parigi con gli occhi di una madre, è un messaggio di pace evidente e rigenerante. 

Montmartre di sera l’ho notata tranquilla e cordiale ma attenzione perché tutti avvertono di stare attenti al portafogli, e forse anche Maurice Leblanc ne sarà stato ispirato quando ha inventato Lupin.

Quando sono tornato di giorno, Montmartre era un’emozione diversa, fatta di luce e di un autunno ancora caldo anche se per poco. I colori accesi delle foglie gialle e rosse, le famose vigne che danno un tocco romantico ad un quartiere già unico e sinuoso. Le piccole botteghe aperte sono piene di visitatori, non solo turisti, anche autenticità. I ritrattisti ti fermano per le piccole viuzze acciottolate ed altri ancora sono in place du Tertre insieme agli artisti di paesaggio, di figure  fantastiche o di astratti. Un vecchio pittore ha appena terminato da poco 4 piccole tele ad olio fatte a spatola, l’odore dei colori e la luce d’autunno rende unico questo luogo, colmo ancora di grande autenticità. Sembra che qui la globalizzazione sia stata in qualche modo fermata dalla creatività, rimango attratto da un astrattista che sembrava impazzire sopra i suoi acquerelli, getta acqua sul cartoncino e la toglie con frenesia, più avanti, altre opere di altri artisti che rimandavano il pensiero indietro nel tempo, agli inizi del secolo scorso. Intrecci di passato, presente e futuro donano continuità all’essenza dell’arte.

Le vigne a Montmartre - I toni rossi delle foglie di Vite
Le vigne a Montmartre - I toni rossi delle foglie di Vite
Montmartre - Sapori semplici di tradizione Francese
Montmartre - Sapori semplici di tradizione Francese

Vicino alla piazzetta una piccola locanda da fuori abbastanza anonima e di certo non pulitissima ma, una volta dentro sembra tornare indietro di 100 anni, l’inizio del ‘900. Posateria d’argento e costi molto equilibrati per essere a Parigi, buon vino rosso, selezione di formaggi interessante e un arrosto d’oca davvero equilibrato di casa, di rispetto per la tradizione. Oltre al cibo interessante anche i clienti sembrano calati in una gestualità che ricorda molto quella gentilezza ereditata dalla étiquette e dal costume di quegli anni. 

Montmartre - Le Vieux Chalet un posto davvero interessante
Montmartre - Le Vieux Chalet un posto davvero interessante
Paul dietro al bancone è stato davvero gentilissimo
Paul dietro al bancone è stato davvero gentilissimo

Un altro locale molto interessante si chiama “Le Caulaincourt” e si trova nella zona omonima. Mi ha servito Paul (foto a sinistra) con molta cortesia e professionalità dato che il mio francese risulta di fatto inesistente. Accenno a questo locale perché è stato aperto da pochi mesi ed è un gruppo di ragazzi a gestirlo. Mi è sembrato molto interessante il richiamo alla tradizione parigina. Buono anche l’abbinamento con i vini soprattutto nel rapporto qualità prezzo.

Terrina di oca, cipolla rossa e salsa, piatto molto equilibrato e interessante
Terrina di oca, cipolla rossa e salsa, piatto molto equilibrato e interessante
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Il Foliage di Canfaito

Esiste una foresta che sembra quasi incantata, una zona delle Marche dove ho passato molto tempo della mia infanzia. Sono posti che stimolano la fantasia, ti donano atmosfere da fiaba, è come se da un momento all’altro possano sbucare fuori da dietro qualche albero, uno gnomo, oppure una fata o, dato il periodo, forse anche una strega. 

Questo luogo straordinario è dominato da una grande faggeta che gli dona una scenografia naturale unica. Ci sono ritornato per una passeggiata pochi giorni fa, in due momenti diversi, con la nebbia e col sole. 

Foresta di faggi con la nebbia - Canfaito - Foto Marco Costarelli
La faggeta di Canfaito con la nebbia regala uno spettacolo ovattato, quasi surreale.

Ogni volta l’emozione che arriva è diversa. Visitarli e viverli in autunno regala un senso di fascino inaspettato. Richiamano il silenzio, caratterizzano un’approccio diretto e semplice con la natura, il silenzio è rotto dal solo brusio delle foglie, mentre il canto degli uccelli armonizza un sottofondo di una musicalità rilassante. I pascoli, le sfumature degli alberi che imbruniscono, sono immagini adatte a momenti da passare con se stessi, tutto qui rimanda al pensiero.

Il Foliage di Canfaito. Pascolano tranquilli e si mettono quasi in posa i capi di bestiame immersi nella quiete della montagna.
Il Foliage di Canfaito. Pascolano tranquilli e si mettono quasi in posa i capi di bestiame immersi nella quiete della montagna.

Una natura dalle mille varietà di colori, una biodiversità così dirompente, il sottobosco in questo periodo è ricco di sapori, per chi ha fortuna o ne conosce bene i posti è il periodo dei porcini, pochi ma di certo eccezionali. Agli occhi quei panorami regalano momenti estrema bellezza, “i monti azzurri” all’orizzonte innevati per la prima neve di quest’anno danno un senso di poesia declinata all’ “Infinito”.

In questi luoghi l’autunno è protagonista con i suoi colori caldi, le foglie che cadono, quel “foliage” è una promessa di calma e momenti di contatto esclusivo con la natura. Quella faggeta è ricca di tutte queste sensazioni, dominata dal marrone ramato che contrasta elegantemente il senso di altezza chiaro e stretto dei tronchi che sembrano correre verso l’alto alla ricerca di un loro pezzo di cielo. 

Il Foliage di Canfaito. La prima neve sui Monti Azzurri in lontananza.
Il Foliage di Canfaito. La prima neve sui Monti Azzurri in lontananza verso l'Infinito.

I faggi secolari sono meravigliosi, quelli più vecchi li riconosci da un senso di sacralità che li pervade attorno, la natura rispetta l’anzianità, l’eleva a bellezza, senso del tempo, statica mutevolezza naturale, punti fermi nel continuo passar del tempo, delle stagioni, degli animali, delle genti. 

Così in quei nodi il legno evoca con sinuosità il tempo che passa, richiama forme che sembrano animarsi, animali fantastici, che ti guardano muti ma vigili. Quei volti se li ascolti ti avvertono che è indispensabile aiutarli a mantenere un equilibrio che solo l’uomo può mutare irreversibilmente. 

L’altro giorno ne ho visto uno di volto, stava in un tronco spezzato, accovacciato dolorante ma non sconfitto, mi guardava, sembrava una specie di rinoceronte mitologico incastonato in quei legni. Mi guardava ricordandomi quanto sia importante sognare. 

il tronco che parla con gli occhi - foto Marco Costarelli
Il Foliage di Canfaito. Spesso gli alberi, specialmente quelli più vecchi sembra che ti parlano, ti osservano e se li ascolti ti raccontano storie incredibili.

Alle pendici di questa faggeta è possibile ammirare anche i piccoli paesini di Braccano con i suoi Murales, oppure Elcito con le sue caretteristiche e ben tenute viuzze che ti fanno inevitabilmente tornare indietro nel tempo.

Non so perché ma in quel momento ritorno con la memoria a quei fine settimana d’estate quando mia nonna insieme ai miei genitori preparavano teglie interminabili di vincisgrassi, verdure gratinate, arrosti, scorte infinite per una giornata in montagna. La piana di Canfaito piena di gente, sembrava quasi che i paesi intorno si svuotassero per trasferirsi in montagna. Atmosfere genuine in un paesaggio indimenticabile.

Il Foliage di Canfaito. Il sottobosco magnifico.
Il Foliage di Canfaito. Il sottobosco magnifico.

Trovate altre informazioni sul Borgo di Braccano qui (link al sito) e su Elcito qui (link al sito)

Per informazioni su come raggiungere la Faggeta di Canfaito inserisco la mappa di seguito.

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Campodonico, la Pineta dell’autenticità!

Siamo inondati dal vintage, dalle proposte a marchio di qualità fino al “vegan friendly”, che spesso sono solo un continuo inseguire tendenze. Lontano anni luce dal vero ‘stare bene’ che te lo fanno rincorrere senza raggiungerlo mai, senza mai darti l’impressione di vivere fino in fondo momenti e sensazioni, in maniera semplice e autentica, chiara e consapevole.

Mi sono fatto spesso domande su cosa mangio e da dove viene quello che mangio, o sul come mai certi posti, falsamente vintage ti fanno aspettare un ora prima di sederti a tavola e poi, sui blocchi di pietra “scenografica” ti servono agnello scozzese, oppure, su un vetro a forma di tronco d’albero freddissimo, l’Angus argentino che nel frattempo si è raffreddato anche lui. Spesso mi sono chiesto quale sia la maledizione che porta l’italiano medio a consacrare ed elevare a templi del “food and beverage” locali asettici, senza storia, cultura del cibo, conoscenza del prodotto e connessione con il territorio. Spesso mi chiedo come mai sia sempre più frequente questa volontà di rincorrere la ricerca del contorno scenografico (e non mi riferisco all’insalata) rispetto alla sostanza della materia prima.
Di sicuro trovare un compromesso tra ‘forma e sostanza’ è abbastanza difficoltoso, quel che è certo però è che, purtroppo, la ‘forma’ ricercata sta divenendo tristemente il sostituto più redditizio della ‘sostanza’ vera, semplice, genuina e rincorsa con fatica. A volte penso seriamente che stiamo andando contro ad un inesorabile appiattimento entropico, anche nelle sfumature organolettiche del cibo, è come se le papille gustative non riescano più a determinare certi gusti, soprattutto nei sentori più spiccati, sembra esistere una vera e propria ritrosia organolettica, soprattutto nelle nuove generazioni verso ciò che viene semplicemente, dalla tradizione, dalla buona cura degli allevamenti, quelli dove non si abusa di ‘sostanze’ ma si lavora con ‘sostanza’.

A volte mi chiedo il perché di queste file ottuse radical chic, quanto sia viva ancora la voglia di conoscenza alimentare e quanto sia indotta, viceversa, la volontà di essere succubi involontari di condizionamenti indotti, dal marketing, compreso quello sul “prodotto tipico”. A volte vado alla ricerca del valore che ha il cibo, mentre in troppi, oggi purtroppo, valutano, in definitiva solamente i costi.

coratella d'agnello del Pineta
coratella d’agnello del Pineta

In questa mia condizione, disadatta rispetto alla massa, anche se normale per me, mi riscopro anticonformista e mi sorprendo quando scopro equilibri fatti di cordiale autenticità, prodotti esaustivi nella loro completezza semplice ed in armonia con una tradizione immutata nel tempo. Mi sorprendo quando trovo morbidezza in un piatto di fagioli con le cotiche, oppure quando trovo leggerezza e rotondità di sapore in una coratella di agnello, mi stupisco quando le papille gustative si accendono rimandandomi ai ricordi della cucina delle mie nonne, che riuscivano ad infondere un’impareggiabile leggerezza in pietanze così corpose. Insomma è facile esprimere leggerezza ed equilibrio di sapori in un’insalata, ma provate a fare la stessa cosa con le cotiche o con le interiora e ditemi se ci riuscite.

cotiche e fagioli, Pineta
cotiche e fagioli, Pineta

Questi ricordi d’infanzia, i giochi di sapori armoniosi, sono la conferma di conoscenze messe in pratica in cucina, rispettose dei canoni tradizionali e con sapiente utilizzo delle materie prime. Infatti poi capita che quella percezione trova conferma proprio in quella materia prima, l’agnello ad esempio, che scopri essere, non solo di razza fabrianese, quasi in via di estinzione, ma che addirittura proviene dall’allevamento di famiglia e va da se che il rapporto di Qualità delle costolette allo “scottadito” con i soli (si fa per dire) odori della montagna diviene di 20 a uno rispetto all’import scozzese oggi sempre più presente nei ristoranti. Secondo me insomma è importante sottolineare che al Pineta ho trovato autenticità, rispetto per il territorio e richiamo netto, ma non auto imposto alla tradizione, alla genuina riscoperta di quello che offre quella terra ruvida, ma fertile sotto tutti i punti di vista. Ho riscoperto il valore di un’esperienza che solca in qualche modo gli anni 70 nostrani, le scampagnate in compagnia, o le cerimonie in famiglia, la voglia di stare insieme in modo semplicemente conviviale, reale e con un richiamo vintage autentico, senza finzioni ma con suggestioni fatte di semplice genuinità.

A Campodonico, poco lontano da Fabriano, sulle montagne basse che collegano due regioni e tre province, l’hotel Pineta è uno di quei pochi posti rimasti che mi ha ricordato tutto questo; il luogo di cerimonie importanti per molta gente nei miei dintorni e anche della mia famiglia, i ricordi vivaci della mia infanzia, il matrimonio di mio zio Patrizio, quando stare insieme era semplice motivo di felicità e mai rincorsa contro un tempo libero che non torna mai.

Il Pineta è uno di quei luoghi che ti devi meritare, devi dedicargli il tempo ma ne vale la pena. Dista circa 10 chilometri dai centri urbani, si apre a margine di un collegamento fra luoghi diversi, interessanti e non privi di quell’autorevolezza contadina, ruvida ma solidale e, per fortuna è immerso in una terra ancora genuina e autentica.
E’ il sogno e la passione di Francesco Dell’Uomo divenuti realtà nel 1962 quando finisce di costruire con le sue mani quella che oggi è la struttura principale di tutto il complesso turistico. Caparbietà di raggiungere un traguardo per un artigiano antesignano del turismo, una mano sapiente atta a valorizzare, senza distorcerlo il sapore autentico di questi luoghi, in perenne simbiosi con la natura. Checco per i suoi amici, insieme alla sua famiglia, sono riusciti negli anni a trasformare il concetto di “comunanza agraria” in una sorta di “comunanza dell’accoglienza”, sono l’elemento fondamentale oggi per quel territorio per rinfrancare il legame con quel bosco sotto la montagna, il senso di aprire al mondo la condivisione rispettosa delle identità legate a quel paesaggio. Al Pineta è evidente il senso di un successo costante nel tempo grazie ad una lettura non distorsiva di quei posti e la capacità di evidenziarne gli aspetti più veri. Una passione nell’accogliere gli ospiti e raccontare loro il territorio la noti nella spontaneità elegante di Tiziana che dolcemente racconta emozionata la sua famiglia e questo sogno, Valeria, sua figlia, la rinnova con la creatività e l’avanguardia della wedding planner. Una equipe in generale di professionalità competenti e gentili.

Il “gusto di tornare all’autentico” è per me il messaggio silenziosamente eloquente di quel focolare fatto con pietre porose ricavate proprio da quelle montagne che ogni giorno rinnovano un patto di convivenza e gratitudine reciproca. Al Pineta lo sanno e per questo sorridono.

 

 

Info: Hotel Pineta

 

La Bottega dell’imballo

La Bottega dell’imballo, utile per chi viaggia l’isola e vuole spedirne un pezzo a casa sua. La famiglia Lombardo fa imballi dal 1958.
Vicino alle poste di Catania, una piccola bottega caratterizzata da una quantità di cartoni, gomma piuma e polistirolo, il tutto utile, ovviamente a migliorare la tenuta del pacco che si sta imballando.

Domenico alla fine degli anni 50 ha aperto le porte di questa attività artigianale che è rimasta sempre li, ma nel frattempo ha spedito di tutto e dappertutto e con gli anni, come da tradizione artigiana, ha trovato un aiutante che ha ora le redini della bottega, suo figlio Gianfranco.

La Bottega dell'imballo - mori da imballare
La Bottega dell’imballo – mori
Dalle maioliche di Caltagirone, i Mori, ai personaggi del presepe, fino alle cere di Gesù Bambino e Santi da oltre cinquant’anni da quel posto viene sigillato a dovere di tutto per essere poi consegnate presso l’ufficio postale che le invia a destinazione, e “sono arrivate sempre intatte!” come ci tiene Domenico a sottolineare.
Con l’autorizzazione del Ministero dello Sviluppo Economico, orgogliosamente esposta a sottolineare professionalità, la bottega rende veramente un gran servizio perché utile a chi magari sta in aereo ed è invaso dalle buste di ricordini e spesa varia, oppure semplicemente acquista un pezzo ingombrante e non può portarlo con se, in questo caso l’imballo corretto diviene fondamentale, e trovarsi un’attività a due passi dalla posta diviene per chi è in viaggio in Sicilia e si trova a Catania, una gran bella comodità che non trovi dappertutto.
Nel Paese dei mestieri e del saper fare bene, questa piccola e caratteristica bottega ne sottolinea ed evidenzia il valore di filiera, dalla buona manifattura alla spedizione che deve avere un imballo da manuale aggiungendo un tocco vintage al pacco, uno stile retrò che richiama all’eleganza della sostanza. Qui non ci sono, o quanto meno non sono la priorità, i lustrini e i colori della carta da regalo, qui il fascino sta nel pacco, nel vedere Gianfranco e Domenico, creare quei nodi dello spago attorno all’inscatolato, fino a creare una sorta di reticolo dell’imballaggio, per un attimo è impossibile non pensare ad atmosfere passate, ai viaggi di avventura a quanto sia attuale l’idea di proteggere le cose a cui tieni perché tengono vivo il ricordo di quanto si sta vivendo.
I Lombardo ricevono oggetti da spedire fuori dalla Sicilia da gran parte degli artisti o artigiani limitrofi, una volta fu commissionata loro l’imballaggio per la spedizione di un motore intero verso Maranello. Una bottega più unica che rara, un tassello che aggiunge fascino ad un’isola magnifica già di suo.
Esempio di sapienza artigianale, un mestiere utile e affascinante.

Info: La Bottega dell’Imballo, Via Rizzari, 10, 95124 Catania CT – Tel. 095.312036 (link a google maps)

Da Vallinfante a Visso, un gattino fra il silenzio delle fate.

Da Vallinfante a Visso, fra ricordi, sorrisi, malinconie e un gatto.

“Museo dell’acqua” recita un cartello ad indicare le sorgenti del fiume Nera a pochi passi da Vallinfante, frazione di Castel Sant’Angelo sul Nera. Una paesino piccolo, ai piedi del Monte Prata, poco distante dal “Passo Cattivo” sul parco nazionale dei “Monti Sibillini”. Di fronte a quel cartello, vicino alla sorgente, un gattino (in foto) spaesato ma non randagio, abituato come solito far dei gatti al luogo, forse più che alle persone.

Ho trovato quel gatto spaesato nel significato letterale del termine, cioè senza il suo paese che non c’è più. Non so perché ma in pochi secondi il pensiero vola a quella lezione di scuola elementare sugli antichi egizi che li adoravano come divinità ai gatti, poi mi torna in mente un mio amico, un grande artista che li dipinge e, dai suoi quadri, escono addirittura con l’anima di acuti osservatori i gatti, mi esce un sorriso, pensare che sono anche allergico al pelo di gatto, ma lo riguardo quel felino e mi convinco che, se lui sta li a scrutarmi con quegli occhi che raccontano sensazioni, evidentemente gli antichi egizi un motivo valido per arrivare ad adorarli lo avevano per forza e che, inoltre, loro non siano animali parlanti solo nelle fiabe, ma ti offrono uno sguardo diverso sul mondo come i quadri di Mauro.

E’ passato un anno dalle scosse, qui il silenzio è rotto soltanto da un motociclista fermo ad osservare la skyline delle macerie ammucchiate, delle trasparenze non volute sulle stanze delle case, immobili da tempo, squarci di aperture sui saloni, un lampadario appeso sopra una tavola, che nessuno apparecchierà più.

un lampadario, una tavola, una casa che fu
un lampadario, una tavola, una casa che fu

Trasparenze non volute ma rese tali dalle mura cadute sopra i sentimenti di una società spezzata, che non piange vite umane, ma la morte della speranza in questi luoghi di silenzio, rifugi naturali dallo stress quotidiano, momenti di calma ricercati prima delle scosse, mai però così obbligati come ora.

Vallinfante, circola voce che non verrà nemmeno rimessa in piedi.

Quella processione per San Rocco così amata dai suoi abitanti, forse troverà l’inerzia clericale per andare avanti, senza l’anima però di chi, questi posti, li ha sentiti propri, magari tornando anche solo in estate, magari scappandoci per qualche giorno, per rimaner tranquilli a riflettere fra le montagne. Probabilmente quei momenti di vita paesana, fatti di ricordi, dialetto, usanze contadine, fiaschi di vino e ciauscolo, verranno pure relegati dentro l’ennesimo “Museo della civiltà contadina”, ma non so se potranno mai ritrovare la forza di rivivere con le suggestioni che emanano, insieme a quello spirito vivo del dialogo con la natura, ancora splendida, nonostante l’uomo e le sue istituzioni, spesso farlocche nell’intraprendere le azioni di sviluppo delle aree interne, oggi più che mai insensate, dietro questa interminabile emergenza.

Quel gatto arruffato osserva, non mi toglie lo sguardo di dosso, si avvicina, struscia sulla caviglia, cerca le persone che non ci sono più. Non è eccessivamente smagrito, sembra più disorientato, forse depresso, non so se un gatto possa o meno essere depresso. Forse, mi viene da pensare, sarà rassegnato anche lui. Nei suoi movimenti c’è un qualcosa di molto simile alla rassegnazione, lo percepisco, lui lì solo in mezzo ad un silenzio assordante.

una porta dietro al niente o al tutto
una porta dietro al niente o al tutto

Decidiamo di riprendere la strada per tornare a Visso, o quel che ne rimane di un paese grazioso nella sua ruvidità di montagna, un’architettura elegante, sfregiata, oggi dalla natura e, nel passato, da una fobia cieca nel costruire cose, troppo spesso senza senso. La zona rossa delimita tutto il centro storico.

Vissosteniamo, è il titolo della festa organizzata dai resilienti rimasti in paese. Mangio un panino al “Vissuscolo” di Giorgio, si perché il nome “Ciauscolo” qualcuno se lo aveva già portato via prima del terremoto, compro anche un pezzo di lardo speziato, noto che almeno quei profumi di un tempo, sono rimasti intatti anche se, inevitabilmente, si sono spostati i luoghi dove li si poteva percepire. La festa di sabato è al laghetto, ce ne sono state altre prima, una serie di prefabbricati in legno circondano il campetto li vicino. Qualche attività artigianale è li per dichiarare di esistere ancora, nonostante tutto. Quei sapori rimangono sempre gli stessi, qualche nuovo progetto si vede all’orizzonte, Stefano che con la sua frutta ha preparato sangria per la festa, mi fa conoscere una nuova rete di piccole aziende che hanno come obiettivo l’idea di voler abbinare la creazione di oggetti in lana di pecora ‘sopravissana’ ai prodotti caseari ed ai salumi; iniziativa interessante, da tenere d’occhio. Incrocio Christian, indaffarato, tiene duro da sempre per il suo paese, un ciao detto di corsa, un sorriso e chissà se non gli sia tornata in mente quella mattinata in cui avevamo “salato” (si dice così da noi quando si fa tappa) a scuola nel ’97 e una “scossa” la prendemmo proprio sotto “la rocca” di Camerino.

vissosteniamo, le bancarelle, fra tenacia e speranza
vissosteniamo, le bancarelle, fra tenacia e speranza

Poco più in la sotto un gazebo Giovanni prepara la griglia per le salsicce, lui è l’instancabile presidente della Croce Rossa di Visso, pur di stare in mezzo alla sua gente, è da oltre un anno che dorme in quello che dovrebbe essere un “ufficio di emergenza”, ovviamente provvisorio, poco più di un gazebo in legno.

Decidiamo di tornare a casa prima del tramonto; nelle buste il mix di odori di qualche piccolo acquisto, due pezzi di formaggio, una ricotta salata, un pezzo di Ciauscolo e uno di lardo aromatizzato mi fanno pensare a quando c’era il centro a Visso, tornando per la Valnerina (ancora chiusa oggi per la frana che ha deviato il Nera) non vedevo l’ora di arrivare per sera a far scorta di prodotti, che avevano l’essenza di un territorio genuino, negli ultimi anni già sfrattato da una burocrazia che li ha oppressi e oggi tende a dividerli ciecamente, sembra che ci si diverta a volerli rendere abusivi a casa loro, in senno a metodi che si sono dimostrati assolutamente fallimentari in passato, rei di possedere sapienza agricola e artigianale, di privilegiare in maniera spontanea e con coscienza, i ritmi di un equilibrio perfetto con la natura.

Mi piacerebbe poter dare un senso magico a questa storia; il senso di quegli artigiani resilienti, quel gatto che fa da guardiano alla sorgente, vorrei che fosse il messaggero delle fate dei Sibillini, che nell’operosità stanno compiendo la magia di rimanere, nonostante tutto, intatte nella loro anima, fatta di vite che le ascoltano ancora, che seguono i loro ritmi scanditi dalle stagioni, che non hanno paura della terra che trema, ma restano ruvidi e ruvide, nonostante le pretese degli uomini ‘altri’, quelli che, nella tempesta burocratica, stanno facendo carte false con le loro speculazioni per riuscire a rovinare tutto ma non ci riusciranno!

Nella speranza di poter concludere la fiaba con un … e vissero felici e contenti, mi auguro che continui questa resistenza!

Monreale tra i monumenti. Arte, coraggio e bontà.

Monreale è una cittadina monumentale sia per gli aspetti di questo titolo, sia per un quarto che li raccoglie tutti e tre; quello dell’ospitalità, peculiare in tutta la Sicilia. Posso dire che Elvira sia riuscita a trasferire l’emozione di Monreale, in maniera non artefatta ma sua, reale e autentica, una vera e propria casa siciliana, a poco più di 200 metri dal Duomo di Monreale, riceve i suoi ospiti con il calore, la gentilezza e la sapienza delle case tradizionali di quest’isola.

La sala di Elvira
La sala di Elvira

Conoscitrice delle radici e della storia della sua città, già  dalla colazione riesce a farti immergere in quell’atmosfera unica del suo paese di origine; infatti è stata proprio lei a raccontarmi dei biscotti ad “S” tipici di questa città e derivanti da una tradizione ecclesiastica delle suore Benedettine del Monastero Castrense nei primi dell’ottocento. Dolci che hanno addirittura ispirato Giuseppe Tomasi di Lampedusa che ne parla ne “Il Gattopardo”, descrivendo dettagliatamente le colazioni del principe Salina con questi biscotti immersi nel caffé.

Biscotti ad "S" di Monreale
Biscotti ad “S” di Monreale

Oggi la tradizione si rinnova giornalmente, grazie ai forni e le pasticcerie del centro che ne ripropongono i sapori ottimi ed immutati di un tempo, anche se con diverse consistenze, personalmente posso sottolineare i biscotti del forno di Maria Rosa Campanella che ho trovato ottimi insieme all’aspetto classico della bottega un luogo chiaramente e per fortuna, ancora fuori dal tempo. Tuttavia è chiaro che parlando di questo dolce, una menzione prioritaria sia dovuta all’antico biscottificio Modica che è nato nei primi dell’ottocento proprio per volere di una suora che ne caratterizzò chiaramente i tratti della propria famiglia trasportando immutata questa tradizione fino ai giorni nostri.

Monreale è ricca di fascino culturale, sia sotto l’aspetto gastronomico che storico artistico; salendo verso il Duomo

Interno del Duomo Monreale
Interno del Duomo Monreale

una piccola via passa sotto ad un’arco che apre in maniera spettacolare sulla piazza centrale, fulcro dell’intero centro storico. Inevitabile la visita all’interno della chiesa del Duomo con i suoi mosaici inestimabili.

Naturalmente conseguente ed altrettanto interessante è il Chiostro dei Benedettini, i cui sfarzi nei decori delle colonne plurime e degli archi, conferiscono un gioco di geometrie sinuose ed importanti a tutto l’ambiente, culminando in maniera elegante nella fontana angolare che richiama alla mente chiare atmosfere orientali.
Fontana del chiostro dei Benedettini
Fontana del chiostro dei Benedettini

Il passeggio per le vie centrali del paese fa inevitabilmente imbattere l’occhio nella lapide di Emanuele Basile, il coraggioso ufficiale dei Carabinieri ucciso qui per mano di “Cosa Nostra” nel 1980, quel marmo porta a riflettere riguardo alla complessa e contrastante bellezza di questi luoghi. Continuando la passeggiata, il crocifisso riprodotto in maiolica nella parete esterna della Collegiata merita una menzione per grandezza, colore e soprattutto per il richiamo alla presenza del Cristo miracoloso nel suo interno.

Il territorio molto ampio, quasi a cavallo di due province, quella di Palermo e di Trapani, fa di Monreale un centro

particolare delle colonne del chiostro
particolare delle colonne del chiostro

interessante che nelle serate estive, si anima di diversi locali, tutti fortemente caratteristici; un giro per le vie verso l’ora di cena, è una vera tentazione per il palato e rinunciare di assaggiare le prelibatezze di questo paese diviene un’impresa impossibile a cui tanto vale cedere. Una sosta per cena in uno dei tanti locali del borgo completa la visita deliziando il palato di sapori ed il naso di profumi semplicemente unici perché sono il risultato di contaminazioni di  arabo/normanne che con sapienza e semplicità hanno trovato loco nel contesto italico esaltandone le sensazioni.

Uscendo da Monreale due parole mi giravano per la testa, ed erano queste; “Sapienza e Semplicità”, entrambe iniziano per la lettera “S” e sono state proprio queste due la caratteristiche congruenti di questi luoghi. Una grande conoscenza delle proprie radici, quasi viscerale e sanguigna espressa però con la semplicità disarmante della franchezza.
Chissà se la chiave dei significati racchiusi nella forma di quei biscotti non sia proprio questa.
informazioni: Bed and Breakfast “Elvira al Duomo”

Restauro artistico, nobile recupero della storia

Abituati alla vita frenetica di oggi, dove la maggior parte di noi corre senza capire nemmeno il perché, nell’atrio di una “casa-museo” con una collezione ricchissima, sicuramente fra le più interessanti dell’intera Regione Marche, e d’Italia, oggi purtroppo non senza i problemi annessi e connessi del sisma che lo ha reso inagibile, si scopre, una parte importante dell’essere uomo. Fino a poco tempo fa era la possibilità di trovare un senso di calma fra le espressioni d’arte, un motivo per rifocillarsi dai ritmi frenetici della vita quotidiana.

Entrando nel porticato mesta, quasi nascosta, la piccola bottega di una giovane artista, Angela Allegrini. Una restauratrice di opere d’arte sicuramente unica nei suoi modi di fare eleganti, creativi e nella sua innata professionalità. Entrando in bottega il primo bel contrasto che palese si mostra agli occhi è la superbia eleganza dei suoi restauri. Ricordo qualche anno fa di una Madonna col Bambino del ‘700 attribuita al “Brandi”, imponente ed elegante che Angela ha riportato alla luce con la pazienza e la minuziosità di una professione che puoi affrontare solo se alla professionalità aggiungi una passione accorata, intima nell’animo. Era un’opera imponente, sapientemente “medicata” da questa “piccola” ma grande “dottoressa” dell’arte.

Angela ha conseguito il diploma di Laurea presso l’Istituto per l’Arte ed il Restauro di Palazzo Spinelli a Firenze. Per 4 anni ha poi lavorato presso ditte Urbinate specializzate in lavori di restauro in esclusiva per le soprintendeze ai beni storici artistici di gran parte delle regioni italiane. Dal 2007 ha deciso di mettere a disposizione il suo mestiere alla città in cui è nata. Nella sua bottega esegue restauri di opere importanti provenienti anche da altre zone d’Italia, sono convinto che avere in casa un artigiana-artista come lei sia un orgoglio per tutti i matelicesi. Un’arte nobile quella del restauro artistico.

Un particolare di bottega
Un particolare di bottega

Fra le opere ridate alla luce Angela conta il “Monumento ai Caduti” presso i Giardini Pubblici commissionato dal Lions Club, diverse tele di Nature Morte settecentesche attribuite allo “Spadino”, opere di illustri ritrattisti del passato come “Raffaele Fidanza”, restauri di affreschi in chiese importanti, e non da ultimo il ripristino della bella carrozza di Mons. V.F. Piersanti presso la stessa “casa museo”. Una poliedrica, vivace e giovane artista del restauro. La sapienza di un mestiere nobile nella sua importanza culturale, di grande responsabilità nella conservazione di pezzi unici della storia dell’arte. Uno di quei mestieri che sono un fondamentale contributo al ripristino della “cultura del bello” oggi quanto mai importante nel nostro bel Paese ferito, ma da sempre, fervido esempio per il mondo intero. Comunque quando a far questi mestieri si trovano professionisti, giovani, capaci, responsabili, allegri e pimpanti come Angela si riaccende la speranza.

Uscendo dalla bottega, l’augurio è quello di vedere ripristinata presto la possibilità di fare una visita a “Casa Piersanti” e poter solcare di nuovo quel portone importante, per respirare a pieni polmoni l’essenza storico-artistica di questa parte del maceratese. Oggi Angela è una restauratrice artistica, che persegue il suo talento a ricucire gli strappi che le scosse hanno prodotto. Oggi più che mai, credo la sua passione dovrà trovare la possibilità di essere espressa, perché oggi di questo tipo di “saperi” se ne ha estremo bisogno.

Angela Allegrini “Vita per l’Arte” – 62024 Matelica (MC)

t.+39.338.1095752 – www.vitaperlarte.it

Pasticceria Vissana, ultima frontiera!

Pasticceria Vissana, ultima frontiera. Vi ricordate Star Trek, iniziava sempre così “Spazio, ultima frontiera” e allo stesso modo voglio iniziare a parlarvi di questi pasticceri- fornai coraggiosi, esempio di resistenza e attaccamento al territorio, dove, nonostante tutto, hanno scelto di rimanere.

E’ il caso del cratere della devastazione più grande che l’Italia abbia potuto subire negli ultimi secoli. La costanza dei resilienti, quelli che nonostante tutto non mollano. Vi racconto della costanza di Fabio e Lina che questa “ultima frontiera” la vivono ogni giorno, offrendo un servizio essenziale agli altri come loro, rimasti in queste zone distrutte. Come vivi baluardi, marcano l’autentica essenza coraggiosa delle genti di queste montagne. Fabio Cerri e Lina Albani avevano un forno al centro di Visso, “L’albero del Pane”, e la “Pasticceria Vissana”, due locali, il primo che ora è semidistrutto e si trova al centro della zona rossa, mentre l’altro miracolosamente rimasto in piedi, poco in periferia, segna il confine con la devastazione.

Fabio mi racconta che mentre faceva il pane avvertì un frastuono intorno a lui, un movimento continuo di tutto, erano le 3 e 36 del 24 agosto 2016, Amatrice a non più di 50 km in linea d’aria da Visso, stava per essere rasa al suolo. Passato quel momento, i due hanno continuato a fare il loro lavoro, nonostante i cocci da rimettere in piedi, con la sostanza del fare sono rimasti uniti sotto le scosse, nella voglia di sopravvivere ai momenti più cupi, con tenacia e con lo spirito di aiuto fraterno dei paesi sono divenuti, a pieno titolo, aspetti di vita esemplare in quelle zone. Si sono rimboccati le maniche, lui pisano di origine ma Vissano da quasi trent’anni hanno continuato a riempire il bancone ogni giorno, durante lo sciame sismico imperterrito, traslocando da Camerino a Belforte del Chienti, quella serranda l’hanno sempre aperta ogni mattina, per un senso di continuità, nonostante fuori, tutto fosse cambiato. Lina e Fabio hanno continuato imperterriti a sfornare pane e prodotti di alta pasticceria, nonostante le scosse continue, ancora oggi sono lì, per una certa dose di fortuna, ma soprattutto per tenacia.

In maniera estremamente genuina con tutti gli ingredienti delle comunità ancora in piedi, di quei pastori  e contadini che sono rimasti lì, a presidio del territorio a dimostrare un continuo e mai cessato dialogo con quello che la natura di questi luoghi ancora riesce ad offrire. Anche dopo un evento di questa portata, le loro torte alla ricotta di pecora sopra vissana vengono sfornate puntualmente, anzi hanno un sapore più marcato perché arricchite di un ingrediente impalpabile che nessuna pubblicità o strategia di marketing potrà mai equiparare, quello dell’amore per quello che si è scelto, dell’utilità di fornire un momento di ristoro in mezzo al caos, a tutti, dall’esercito che presidia la zona rossa, ai vigili del fuoco che si occupano di ricostruire, fino agli sfollati che tornano a riprendere i propri oggetti o capire cosa stia succedendo ma, “in primis” a tutti quelli che sono rimasti, imperterriti ma con i piedi ben saldi nel loro paese natale. E’ la gente come questa che va presa da esempio e modello di ricostruzione, sono questi gli eroi inconsapevoli di questi luoghi, che hanno il bisogno e la necessità di essere vissuti di nuovo nelle belle giornate di sole come questa, è saper vivere e riconoscere rispettosamente queste sensazioni, la chiave di sblocco e di ripartenza anche nei confronti di una macchina burocratica troppo lenta in una situazione seppur immane e grave come questa.

Fabio e Lucia però stanno lì, alle porte d’ingresso di quel borgo fatato che era Visso, oggi, purtroppo ferito ed ansimante, ma non distrutto nell’animo, con il campanile che ancora svetta a ricordarglielo, sopra quei palazzi nobiliari violentati ed impoveriti, dalla furia della natura prima, e dal fastidioso scaricabarile istituzionale poi. Sono circa venti i coraggiosi senza casa rimasti a Visso anche se per le aree attrezzate delle casette si stanno disponendo solo adesso le strutture di urbanizzazione primaria.

In tutto questo Fabio e Lina non hanno mai smesso di fare il loro mestiere. Dopo le scosse del 24 agosto e poi quelle del 27 ottobre, fino alla mattina di quel fatidico 30 di ottobre, alle 7, i banconi della loro pasticceria sono stati sempre pieni dei tesori di queste terre.

Sono le loro torte antisismiche, la risposta più dolce al disastro; più di tutto mi ha sbalordito la torta di ricotta, che da sola vale un viaggio intero nel parco nazionale dei monti Sibillini, un percorso anche solo per ripercorrerne la filiera identitaria nei pascoli di pecore sopra-vissane. Quegli spicchi di torta danno il senso di cosa sia stata e cosa potrebbe tornare ad essere questa zona, la genuinità di una filiera autentica fatta di riconoscenza e di rispetto, dell’essere quello che si fa, emblema per l’economia reale di cui se ne sente la necessità un po’ dappertutto, questo li rende unici. Quelli come loro sono inconsapevoli ed efficaci antidoti alla plasticata pantomima dei centri commerciali aperti la domenica. Dentro un prodotto da forno sintetizzano il concetto di “terroir” perché ne sono testimoni viventi anche ai margini dei luoghi di distruzione; per questo sono dei vincenti.

Sono estremamente convinto che oggi più che mai abbia senso cercare emozioni in un piccolo viaggio fatto nei pascoli di quegli stessi pastori abbandonati in inverno sotto la neve, ascoltare i loro racconti, oggi,  dietro il sorriso malinconico di persone come Fabio e Lina si nasconde l’idea vera della solidarietà fra gli uomini, fatta di cose semplici e per questo molto più salda delle travi cadute con il terremoto. Da esempi di caparbietà come questo, quelle genti raccontano le parti più vere di loro stesse, diventano esempi di coraggio, trasferiscono quella nobiltà d’animo propria dei saperi di un tempo, la cultura viva e vegeta che non troviamo in un tabloid o al centro commerciale. Tutto questo dobbiamo tutelare, quelli come loro sono l’economia reale da difendere.

Quindi, in coscienza, non sono l’ultima, ma la prima frontiera !

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