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Verdicchio 50 anni di …vite! Quali programmi?

Manca meno di un mese al cinquantesimo compleanno della denominazione di origine controllata del Verdicchio di Matelica e c’è solo un manifesto che campeggia sotto la torre civica.

In effetti l’associazione di produttori e gli enti coinvolti, sembra facciano di tutto per tenere nascosto l’evento. Mi chiedo come si possa essere attrattivi con un programma che non è uscito nemmeno su internet, che se hai una struttura ricettiva non puoi nemmeno preparare un pacchetto last minute per un weekend, hanno programmato la comunicazione dell’iniziativa, esiste uno straccio di timeline? Si trova qualcosa giusto sul sito del comune e ogni tanto arriva qualche notizia qua e la sui social, su qualche cena di viticoltori che la organizzano da soli e questo se autentico è lodevole.

Quello che è chiaro però, è che non esiste una strategia, tutto sembra sia frutto del caso, qualche fumosa iniziativa singola di propaganda, o polemica senza capo ne coda di qualche politico locale. Tutto questo francamente è inaccettabile e porta la gente a sentirsi ancor più presa per il culo, perché se il verdicchio è identità, questa va condivisa e non preclusa. Non è possibile sentirsi attorniati da questo senso di chiusura verso un argomento che dovrebbe, viceversa, essere comune a tutti, soprattutto dopo quello che è successo con il terremoto, che per fortuna ha toccato Matelica meno di altri centri.

Potrebbe essere il festival della rinascita ma resta difficile continuarlo a sperare cercando motivazioni di ausilio, sostegno e collaborazione attiva con i paesi più colpiti, (anche perché qui ci abito finché regge casa ecco perché ancora spero) invece, sembra il festival del “noi semo noi e voi nun sete un cazzo!” Lo slogan non esiste, o meglio pare il manifesto di uno che festeggia 50 anni, con gli amici che gli hanno messo il poster in piazza. Il fatto di festeggiare un compleanno di per se non è una notizia. Come fai a trovare spunti per parlarne? Il tempo che passa è un’ovvietà. Sarebbe molto diverso argomentare un traguardo, fatto di collaborazioni, rapporti di amicizia nel segno della qualità, anche con altre realtà, che in Italia aspettano solo l’intelligenza di un inizio dialogo anche istituzionale. Invece le risposte sembrano disinteressate a tal punto che,  con questa spocchia, viene voglia di smettere addirittura di berlo il verdicchio, e allora si che il fallimento sarebbe totale e i soldi pubblici buttati.

Da matelicese sogno che questo possa divenire il festival della vicinanza con tutti quei luoghi ‘minori’ (perché comunque meno conosciuti) che sono rimasti senza niente, ma hanno ancora la solidità del saper fare eccellenze e lo spirito di collaborazione semplice tra persone, nonostante tutto. Mi sarebbe piaciuto vedere i produttori del Verdicchio essere primi sostenitori dei Sibillini colpiti, le loro genti i testimonial della resilienza con i loro prodotti per le vie del paese, qualcuno che ha potuto fra l’altro è già qui in paese. Allora si che diventerebbe, questo un must identitario, allora non servirebbero più i grandi vip, ma sarebbero gli stessi piccoli produttori di ciauscolo (meglio se senza igp), formaggi di sopravissana e altri prodotti colpiti a sentirsi ancora vivi, veri testimoni ed esempi di una rinascita di un intero territorio.

Invece l’impressione è quella della spocchia di chi sa come andare nel mondo senza, in realtà, accorgersi di niente. Snobbano tutto, fanno lo “street food” che ormai è trito e ritrito in tutte le sagre, invece di raccontare storie, creare percorsi dove il visitatore possa sentirsi parte di una storia che al tempo stesso è anche realtà di come si vive oggi tra queste valli.

Gli assaggi di verdicchio per una sera sola, ma che vuol dire? Che c’entra con l’identità territoriale, qual è il target di pubblico a cui è riferito l’evento? …i visitatori dei paraggi?

Sul programma addirittura si prendono a prestito altri eventi per arricchire il cartellone della festa, ma che è la minestra riscaldata? Che senso ha?

Quanto sarebbe più proficua una festa di scambi, inviti reciproci incontri sulla tutela della qualità enogastronomica? Quanta attenzione creerebbe l’idea di stringersi verso le eccellenze “sfollate”, amalgamando storie su come si riesce ancora, nonostante tutto ad essere coltivatori di eccellenze.

La vite che aiuta la vita, una stretta di amicizia con i prodotti dei monti sibillini, abbiamo Giorgio Calabrò a Matelica, uno dei migliori norcini d’italia, i suoi prodotti stanno nelle cucine dei grandi ristoranti, il financial times ha parlato di lui, e qui gli danno il contentino, il banchettino in piazza dove se vuole può fare gli assaggi, ma per favore!

Abbiamo esempi di resilienza identitaria a portata di mano e ci si affanna a chiamare i personaggi dello spettacolo, è la vittoria della plastica rispetto alla realtà semplice e straordinaria del coraggio di questi contadini, pastori, pasticceri e altri artigiani.

La comunicazione fatta al verdicchio in una versione sbiaditissima sulla falsa riga di un prodotto iper commerciale, quando dovrebbe essere il contrario esatto.

Circa 12 anni fa con Carlo Cambi scrivemmo un’idea di rassegna di vini bianchi italiani, un’idea di scambio e confronto fra le alte eccellenze italiane, la possibilità di affidare alla gente a chi il vino lo beve consapevolmente, di decidere quale fosse il miglior bianco d’Italia, il miglior “bianco dell’estate” votandolo fino al mare e, cercando di far partire così una spirale crescente di coinvolgimento con gran finale a Matelica. Niente si è realizzato, per la chiusura degli stessi produttori e altri politicanti ciechi, al grido della volontà di imporre loro stessi contro la paura della concorrenza a 2 euro dei discount, che gli stanno, oggi ome ieri, comunque sotto casa.

Non si riesce ancora a capire che tra produttori di qualità, è la squadra che vince e arriva anche il compratore se esiste una proposta intrisa di emozioni autentiche su questi paesaggi, mentre gli sgambetti, le invidie fra tanti singoli sono inutili, è la squadra vince, meglio se variegata di proposte, evidenziando differenze di valore, ma condividendo gli intenti. Magari è tardi per fare la squadra con i vini bianchi d’italia, ma c’è una montagna di prodotti gastronomici da abbinare e salvare, proprio qua attorno, allora perché non fare percorsi di un paio di giorni almeno (come si diceva con Giorgio l’altro giorno) proprio sui vicoli del paese quasi tutti agibili, affidando ad ognuno di essi un tema, una storia fra verdicchio e salumieri, pastori, apicoltori, pittori, musicisti e teatranti. Vie e racconti verso il futuro di una nuova coscienza identitaria. Questa sarebbe una notizia. Il racconto reale di quello che c’è dietro all’etichetta. Storie semplici su quello che siete e che siamo, apriamo le porte e facciamo aria, condividiamo la nostra identità e risolleviamoci rinnovando le tradizioni. Non svendiamo tutto agli avventori perché abbiamo la possibilità di tornare ad essere comunità, coscienti di quello che abbiamo.

E’ l’unica via per rinfrancare la società. Buon verdicchio a tutti.

matelica - Fonte Internet
matelica – Fonte Internet

 

Siamo tutti terroristi… sine qua non

Terroristi di noi stessi, una pagina bianca di sentimenti inutili, sprazzi di vita buttati nel cesso dietro ai condizionamenti di un marketing versato su tutto, anche sulla spiritualità che abbiamo oramai delegato agli smartphone e di cui siamo schiavi inconsapevoli.

Si sopravvive sotto gli egoismi di paesi sfrattati, svuotati dentro, morti nello spirito di una identità storica surclassata dagli slogan delle vetrine imponenti dei centri commerciali aperti di domenica.

Siamo le pecore del consumismo, schiavi vogliosi di miti irraggiungibili, vuoti dentro la falsa sicurezza di lavori fatui, scatole nere di sopravvivenza marcia.

Siamo una società colma di terrore, maschere piene di falsi altruismi, in preda al panico del non essere, viviamo una vita dietro la rincorsa affannata di ciò che non ci apparterrà mai.

Vittime e carnefici pronti a puntare il dito contro il diverso, verso il male altrui, coltiviamo il razzismo, senza mai provare a guardare il marcio che abbiamo dentro noi stessi. Il male, per noi risiede nei diversi, senza specificare mai che i cretini stanno tra i neri, i bianchi, i gialli e sono tutti marroni dentro… ma non come la cioccolata.

Siamo noi quella gente che fa schifo, si azzuffa nelle piazze e se ne frega di regalare un sorriso. Si incazza per il fallo, il calcio di rigore, il semaforo rosso, l’autovelox e le cose che non funzionano, pieni di stress, sempre pronti a parlare di arte storia e cultura apprezzandola per sentito dire, senza coglierne internamente le emozioni per cui è stata progettata, trattiamo l’arte e la creatività allo stesso modo della rata del mutuo che scade, strumenti per rinfrescare il nostro status symbol, per celare il nulla che abbiamo dentro. Abbiamo abbandonato la creatività per inseguire la logica di una vita di agi fasulli che ci porta lo stress di una tecnologia incontrollabile e subdola.

Abbiamo la pubblicità fin sotto al culo, le immagini di condizionamento ci riempiono le giornate, ma ci sta bene così. Siamo pieni di fard, lamette e tatuaggi per essere anticonformisti nella folla che alla fine se ne frega dei nostri appunti sulla pelle. Viviamo per apparire anche verso il nostro spirito, ce ne freghiamo della natura, ma facciamo i vegani, siamo contro l’olio di palma, ma ogni anno rinnoviamo il parquet di teak o la cucina iper accessoriata per sentirci più vivi nella nostra caparbietà all’indebitamento.

Andiamo a messa perché così si deve fare e poi lasciamo sempre più soli gli anziani perché tanto alla casa di cura hanno tinteggiato di fresco le pareti. Diventiamo ambientalisti per dare un senso alla nostra vita senza preoccuparci di essere invasi dagli stessi rifiuti che contribuiamo ad ammucchiare. Tendiamo all’auto giustificazione col sorrisetto fasullo, su tutto, non ammettiamo mai una volontà non conforme con quello che vuole la società.

Siamo quelli che critichiamo, abbiamo paura di chi si fa esplodere perché stiamo implodendo, finti e sfiniti dentro una società che è piena di mezzi e priva di scopi.

Siamo terroristi della vita, indissoluti e scaltri a prendercela con tutti quelli che non la pensano come noi, perché alla fine nessuno riflette più, in pochissimi sentono chi parla per quello che dice e non per chi è o per chi rappresenta. Lecchiamo il culo al più potente con la smania di poter avere una briciola in cambio, di raggiungere il punto più vicino alla vetta di una vita vissuta per sentito dire.

Non riusciamo più ad avere uno spirito critico, usciamo per confrontarci, ci parliamo per cortesia e non per volontà, si portano i figli verso una vita piena di attività, in piscina, in palestra, a tennis, basket, calcio, calcetto e religione, poi ci si meraviglia se da maggiorenni sono stanchi di non aver vissuto.

Scoppiano le guerre sante, scaturite da altri cretini come noi che per deficienza totale, invece di riflettere, segue dogmi inutili di devianze religiose, ma infondo ci importa di striscio, perché siamo impegnati a correre anche se non ce n’è bisogno.

Viviamo un surrogato di vita che ci auto imponiamo in questa società dei consumi, siamo schiavi felici di una modernizzazione imposta e subita. Ci celiamo dietro una chat oppure dietro un monitor per fare a gara su chi è più coglione.

Ce ne freghiamo di scoprire e conoscere il mondo perché ci basta vederlo ma non riusciamo più a viverlo.

Viviamo programmati da step innaturali che ci rendono zombie inutili che percorrono strade impossibili con la cretinaggine e l’ipocrisia di esseri che hanno perso la volontà di riflettere.

Siamo il popolo dell’immaginario che diviene realtà, personaggi che non cercano più nemmeno l’autore perché la società decide per loro e guai ad andare contro senso.

Tutti ammaestrati da modi di vita comuni e avvicendati tra loro. Tutti attaccati al guadagno, alla carriera, allo stress, ai tranquillanti, agli psicofarmaci e anche alla cocaina. Siamo bombe ad orologeria pronte ad esplodere in noi stessi al primo sussulto, alla prima paura, al primo fiato di vento.

Siamo quelli che dibattono per i diritti degli omosessuali anche se non arrivano a pagare il mutuo a fine mese. Siamo quelli di tendenza. La tendenza ad autodistruggersi.

Siamo sulla buona strada, la buona scuola, i buoni vaccini, i buoni prodotti tipici, le buone maniere, le buone prassi, i buonisti, i buoni pasto, la buona vita avvelenata che spero di cambiare prima di essere sommersi da tutto questo buono schifo.

Non solo chiacchiere e clandestini!

Per dare un senso solidale e vero alla festa della Repubblica, parlo di un grande italiano!

Buon 2 giugno a tutti!

Solo chiacchiere e clandestini! Siamo solo questo. In questi giorni tutta Italia parla del fenomeno dei migranti dall’Africa. Di quanti ne parlano, penso che nel continente nero (paraponziponzipo) ce ne siano stati al massimo in 3 o 4, perché altrimenti, sono arrivati lì tutti con gli occhi bendati e le orecchie tappate.

Ci sono stato per un periodo di venti giorni, (e per questo non smetterò mai di ringraziare chi me ne ha dato l’opportunità) poco per far qualcosa, ma abbastanza per rendersi conto di una cosa essenziale, cioè che non è vero che nessuno faccia niente per il continente africano. Viste le boiate di questi giorni in tv, dove tutti parlano in maniera più o meno razzista o spesso più interessata che per solidarietà, a moltissimi sfugge l’opera dei frati e delle suore. Lo dico da laico e da discreto peccatore, ma confermo e sottolineo che le opere migliori, i ponti culturali, la solidarietà la fanno, sottolineo frati e suore! Penso che in generale nel continente si faccia troppo e si faccia troppo male. Si parla sempre di chi fugge perché il problema ci riguarda da vicino, perché arrivano in Italia, e ci invadono. Quando scatta lo scandalo dei membri di ONG coinvolte nelle attraversate clandestine si apre il vaso di Pandora, sempre con le mezze verità a mezzo stampa e riaffiorano gli interessi e da bravi burattini, ricominciano con il teatro delle mezze verità.

Nel maggio del 2015 per circa 20 giorni sono stato ospite a Yaoundè la capitale del Camerun di Padre Sergio Ianeselli e della sua opera quarantennale di missione in quelle zone. In quanti sanno della sua opera quarantennale? Quanti talk show con Salvini, Renzi e compagnia dobbiamo vedere come zombie senza dire una parola di chi ha costruito il ponte più solido per quella cultura nativa, Padre Sergio ha tradotto la lingua Bulu in francese e poi in italiano e ne ha scritto un vocabolario per primo. Lo scambio può avvenire non imponendo una lingua nazionale ma comprendendo le esigenze dei popoli che c’erano prima di noi occidentali. In quanti partono da questi esempi per capire i motivi di queste nuove forme di colonialismi? Come fermiamo i processi di invasione di questi popoli se non capiamo i motivi che li portano da noi? Chi ce li spiega i motivi? Salvini? Renzi? Grillo?

Posso affermare con certezza da quanto ho visto e non me ne frega se mi credete o no, quanti istituti scolastici, collegi e strutture di servizio sanitario in quarantanni l’opera di questo frate ha potuto tirare su in questi luoghi. Padre Sergio Ianeselli dovrebbe essere un orgoglio italiano ed invece non sta nemmeno in un trafiletto di Wikipedia. Un trentinoDOC che, per primo ha aperto le porte alla comprensione lessicale con i nativi, col rispetto e la caparbietà proprie delle sue origini. Il linguaggio è la prima forma di confronto fra gli uomini. Tutto questo non passa nei media tradizionali, allora vediamo se internet funziona, chiedo di farmi aiutare da voi, pochi o tanti che mi leggete a far passare questo messaggio di cose fatte con un senso.

Un modo reale per sostenere la cooperazione internazionale e invertire la rotta degli interessi di comodo di chi fino ad ora si spartisce la torta delle materie prime e ci fa digerire le notizie che vuole, in qualche caso con la collaborazione di pezzi deviati della solidarietà internazionale. Esistono realtà come Promhandicam (link al sito) dove potete informarvi, diretta dello stesso “mon Père Sergio Ianeselli”, Agape, oppure le altre piccole realtà italiane come Agape onlus (link al sito) o spagnole che ho avuto modo di vedere e che sono direttamente coinvolte nell’opera missionaria.

Un gruppo di persone che vogliono dare una mano cooperando e non invadendo. Lo stesso Padre Sergio due anni fa mi disse a lungo che sarebbe opportuno avere imprenditori che potessero portare investimenti in Africa invece che togliere solo materie prime.

Nell’Africa centrale c’è bisogno di una regolamentazione reale della libertà personale, esiste in Camerun il divieto di fare foto in pubblico per la paura di mostrare i livelli di arretratezza per cui a mio avviso, anche il governo francese non è privo di responsabilità nel caso specifico.

Siamo stati bersagliati per due anni dalla questione dell’olio di palma quando nessuno e dico nessuno abbia mai tirato in ballo lo scempio che si sta verificando con immensi pezzi di foresta madre che viene sostituita dalla palma per rimboschimento, perché il legname dei baobab o il teak sono un business primario. In Italia il dibattito è sul prendiamoceli o mandiamoli a casa, quando invece dovrebbe essere sullo scegliere fra chi aiuta a costruire motivi per far restare le popolazioni native in Africa e chi fa lo sciacallo continuando a fare il contrario. Abbiamo ancora,orgogli nazionali che sono principalmente persone con una missione sincera in terra d’Africa, abbiamo, chi può farci sentire ancora orgogliosi di essere Italiani, al di la del credo religioso, e ve lo dice uno che non è un devoto, e quindi non sono di parte. Diamo voce in patria a questi esempi positivi oggi che ne è la festa o quel che ne rimane.

Facciamo in modo di dare un futuro a quelle terre continuamente svuotate dall’egoismo occidentale post moderno.

Non va in tivvù “Le Mon Père” come lo chiamano in Camerun, lui ha debellato la lebbra in Camerun, ma non fa comodo a nessun manager della cooperazione internazionale dare spazio a chi della propria vita ha fatto una missione sociale ancor prima che religiosa.

Lui sta con le sue scuole dei villaggi Pigmei del sud del Camerun, sta nella sua Yaoundé quasi in periferia, in un luogo che attualmente sta prendendo una veloce espansione urbana, per quanto in quelle zone il concetto di urbanizzazione sia da prendere con le pinze. Padre Sergio l’amministra, col voto di povertà dei Frati! Sta li a curare e sconfiggere la lebbra, la poliomelite, portare riso e penicilina a quei villaggi contaminati per la fame di materie prime dei mercenari d’occidente. Chi li aiuta? Io ho visto solo lui e pochi altri come lui, suor Christine Messomo dell’orfanotrofio di Sangmelima, Frate Thaddeus della struttura per sordomuti di Ebolowa che ti aprono il cuore con quegli sguardi, che ti urlano che la vita si costruisce comunque e deve essere un diritto per tutti, non una nuova tratta degli schiavi dell’era moderna.

Quindi non è vero che non esistono gli aiuti a casa loro, ci sono e vanno potenziati a discapito dei farabutti che invece, adesso paradossalmente assorbono la comunicazione di riflesso magari anche dagli scandali. Nono sono molti quelli come Padre Sergio ma ci sono e vanno sostenuti.  Allora mi domando perché questi scandali, perché mercifichiamo anche la sofferenza totale, soprattutto perché parlare di sbarchi e parti di grandi ONG corrotte per poi fregarcene completamente quando si racconta una storia esemplare?

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Fate girare e soprattutto informatevi e aiutate chi se lo merita.

Buona Pasqua… più di sempre!

Buona Pasqua a chi ti fa ridere, alle lacrime di gioia, alle piccole cose belle.

Buona Pasqua ai miei genitori che se mi guardo dentro, quanto mi hanno dato nella vita.

Buona Pasqua ai parenti, agli ex colleghi e a quelli attuali.

Buona Pasqua a quelli che mi vogliono bene, quelli che mi stimano e quelli che… si però anche no…

Buona Pasqua a chi non vedo da molto, qualcuno rimane nel cuore e qualche altro invece no.

Buona Pasqua a chi è musulmano, induista, animista, buddhista, laico e comunista. Buona Pasqua a chi ha il cuore tenero; a chi è stronzo invece no.

Buona Pasqua ai timidi agli ottimisti, ai sinceri, agli audaci, ai paurosi, ai nerd e ai timidi, buona Pasqua ai vincenti e ai perdenti. Agli ipocriti invece no!

Buona Pasqua a quelli costanti, li invidio, buona Pasqua ai creativi, ai disobbedienti, agli ultimi e buona Pasqua anche ai miscredenti. Ai falsi e agli indifferenti invece no.

Buona Pasqua a chi amo e a chi ho amato, buona Pasqua ai miei egoismi, che, spero di riuscire a mettere da parte un giorno o l’altro.

Buona Pasqua a chi crede che la sofferenza di quello lì nel quadro gche ho dipinto circa dieci anni fa), sia un esempio di altruismo universale prima che una predica cristiana solo domenicale.

Buona Pasqua a chi preferisce la ‘Felicità interna lorda’ al ‘Prodotto interno lordo’ e non sorride ignaro pensando che sia solo un gioco di parole, perché non lo è! (link)

Buona Pasqua a chi l’Italia ripudia la guerra, e a chi ‘…però le bombe possono essere utili…’, invece no! Perché la cosa peggiore non è la paura di morire, ma avere la colpa di non vedere più rifiorire una rosa.

Buona Pasqua a chi secrede lo merita, buona Pasqua, forse, anche a me.

Con le scarpe negli usa e il sedere che trema!

Scrivo con le scarpe negli USA ed il sedere che trema, orgoglioso di esclamare che, francamente, non me ne frega niente di Trump che vince contro Ilary  Clinton.

Era abbastanza palese che dentro un sistema ipercapitalista avrebbe vinto chi ne rispecchia il suo emblema, soprattutto se come avversario ha la copia imbiondita di Rosy Bindi. 

Non me ne frega niente delle elezioni americane perché non sopporto i voltagabbana dell’ultimo minuto,  sono stanco di questa unica via del turbo capitale mascherata dalla social democrazia fittizia di Renzi e compagnia. Non me ne frega perché sono un marchigiano e sto a trenta chilometri dall’epicentro di un sisma che ha cambiato volto a tre regioni, per questo ho il sedere che trema.

Con le scarpe negli USA - Chrisler Building dalla Stazione Centrale
Con le scarpe negli USA - Chrisler Building dalla Stazione Centrale
Con le scarpe negli USA - Pezzi di Little Italy
Con le scarpe negli USA - Pezzi di Little Italy

 

Stavo a New York a metà settembre e ho visto una città piena di italianità, nonostante le amatriciane solidali di una nota catena del food fatte cucinare da messicani o marocchini e senza nemmeno la lontana vicinanza ai sapori di un posto che oggi è fantasma.

Ho camminato per Manhattan con le scarpe di Stefano Minetti, c’ho fatto in un pomeriggio circa 4 chilometri, che con Giulia ridevamo sul fatto che le scarpe fatte a mano a “little italy” le indossavo solo io e la mafia. Chiaro che “io so io…” parafrasando Sordi per ridere. 

Dico questo perché a 30 chilometri dal sisma alla gente come Stefano, di Trump e Hillary non gliene può fregar di meno, perché i problemi sono altri, sono quelli della bottega vuota, nonostante faccia le scarpe in cuoio per chi vuole lui ed al prezzo che decide, perché la manualità è la SUA e fa giustamente quel che desidera del suo talento. Però se la gente non c’è come si fa…? Chi le risuola le scarpe dopo un terremoto? 

Con le scarpe negli USA - Empire State 10 settembre 2016
Con le scarpe negli USA - Empire State 10 settembre 2016
Con le scarpe negli USA - NY Skyline del 10 settembre 2016
Con le scarpe negli USA - NY Skyline del 10 settembre 2016

Non lo dicono questo alla Rai….o nelle tv della nuova oligarchia dei lecchini globali. Non lo postano i politici locali questo, le telecamere si spengono davanti a chi come Stefano può far paura perché lui la responsabilità di fare un prodotto di qualità, partendo da zero, se la prende tutta. 

Nel suo Business Plan, parola che va tanto di moda nell’economia globale, non poteva pensare ad una catastrofe così evidente e, allo stesso tempo, oscurata da tutti i media convenzionali. Provate con le scarpe in cuoio a farci i chilometri dentro Manhattan, io con le sue scarpe ci sono riuscito anche comodamente.

In tv, se questo fosse un mondo di gente di coscienza, domani ci dovrebbe essere lui (oppure chi come lui, sta passando questo periodo buio), a raccontare come si sopravvive ad una catastrofe totale come quella di pochi giorni fa. 

Invece, mentre scrivo sento analizzare il voto degli Usa, tipi che sbandierano doppio petto in stile Silvione d’annata, che se non altro faceva ridere. 

Con le scarpe negli USA - Con le "Minetti Derby" per Manhattan
Con le scarpe negli USA - Con le "Minetti Derby" per Manhattan
Con le scarpe negli USA - Il calzolaio Stefano Minetti a lavoro
Con le scarpe negli USA - Il calzolaio Stefano Minetti a lavoro

Sarò utopico per la massa dei coglioni che si fanno prendere per il culo dai mass media e dalle lobby, oppure più semplicemente penso questo perché ho le scarpe negli USA ed il sedere che trema in Italia, ma per me oggi le persone che valgono milioni di dollari non sono ne Trump ne altri milionari star della tv. 

Oggi per me un ‘the million man’ è Stefano Minetti, perché poco meno di un mese fa mi ha dato l’occasione di passeggiare comodo in mezzo a Manhattan con un paio di scarpe che di sicuro avevo solo io! 

Pensate ero in mezzo a milioni di persone con un paio di Minetti, a vedere tanta gente diversa ma incollata a differenze finte costruite ad hoc da strategie di marketing.

Io no, io ero l’unico diverso da tutta quella gente e questo grazie anche a Stefano.

Calzolaio Stefano Minetti – Pagina Facebook 

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Ripartendo dai MESTIERI.

– ‘Giorgio ce l’hai una bella fiorentina che stasera non vedo l’ora d’accenne lu focu e scallà la griglia’
– ‘oh Marco non me roppe che lo sai che non ce l’ho!’ –
– ‘Si mbriacu, quella che è….?’
– ‘Questa mica è la fiorentina, è la marchigiana, te la fo una fetta da un chilo e due….?’
– ‘Giorgio fai cacà …questa è marchigiana vera o finta?’
– ‘è estera …vene da la Pieve!’ –
– ‘Beh Pievebovigliana mica è Visso so dieci chilometri ohhh ….Ahahahaha!’
-‘Oh Marco vattela a pià nder saccu, damme retta senti che robba che è!’-

Questi sono più o meno i dialoghi tra me e lui quando passo a Visso.

Giorgio Calabrò è uno dei migliori norcini d’Italia.
Uno che con estrema semplicità, quasi tiene celata la sua maestria, la passione, l’attaccamento alla propria terra, anche una certa dose di furbizia da montanaro, ma soprattutto la sapienza e la caparbietà di chi vuole migliorarsi per rendere, da sempre, e molto prima del terremoto, vivibile e migliore un paesaggio stupendo come quello di Visso, nella tutela di quei valori semplici ma fondamentali, specchio di una diversità che, oggi più che mai, dobbiamo salvaguardare. Valori culturali, d’identità gastronomiche, chiavi fondamentali per iniziare a ricostruire questi luoghi, e lui lo faceva molto prima di una catastrofe come questa.

Io riparto da Giorgio perché in quei locali dove stagionava i ciauscoli, insaccati senza tutti quei nitrati consentiti e, affumicati a legna, si trovava ad essere bersaglio, di disciplinari di produzione fatti in maniera criminale che hanno esteso la zona di produzione di una identità dei Sibillini, fino al mare, (cercate l’igp del ciauscolo), che per compiacere i metodi industriali, quasi dovevano essere bandite le antiche cantine di stagionatura, come se tutti conservanti ammessi, avessero effetti minori sulla salute dei consumatori.
Riparto da Giorgio che nonostante tutto utilizza solo sale e maestria per mantenere i suoi prodotti, e ha resistito a quella catastrofe prima della catastrofe, reinventandosi il “Vissuscolo” per rimarcare costanza identitaria ad un patrimonio comune di tutti i vissani e tutti i marchigiani.
Voglio ripartire da Giorgio perché ha ridato nome al ciauscolo, lui come pochi altri norcini di quelle zone, senza perdersi d’animo, cercando di spiegare come si fa un prodotto della tradizione anche quando, gli organi competenti, con l’introduzione del marchio di qualità hanno fallito clamorosamente nell’istituzione di quel tipo di tutela che ha fatto danni molto prima del sisma.
Vorrei che sia lui l’esempio di come rialzarsi oggi, che non ha più niente, ma che il mestiere, quello non glielo toglie nessuno, ha retto i colpi, tanti anche prima del sisma, è stato un elemento di promozione per il territorio, citato dal Financial Times, oltre che dalle migliori guide gastronomiche italiane. Lui sta li con la semplicità furba di chi riesce con orgoglio a vivere con un territorio stupendo quanto insidioso. Io sto con Calabrò perché è simpatico, semplice e, dopo avermi detto che non aveva più niente per lavorare, sorridendo ha aggiunto, che però quel cartello col maiale che avevo disegnato è rimasto li. Sto con lui e anche con Renato, un salumiere macellaio di Matelica che lo ha subito ospitato per segno di rispetto della grande manualità di questo artigiano.

Era una questione quasi morale per me andare a Visso proprio in questo periodo e passare da lui, minimo per un paio di salami, la bistecca o un pezzo di lonza oppure per le sue novità. Era Visso e, respiravo l’aria fresca degli odori della montagna d’autunno, quel profumo dolce e acre dei camini accesi con davanti i ciauscoli a stagionare. Giorgio oggi li, come altri, non ha più niente. Tutto è zona rossa.

L’Italia è il popolo dei mestieri e oggi dobbiamo ricominciare a mettercelo in testa, per forza, non fosse altro che per contrastare gli effetti più insensati della globalizzazione che sta rendendo impossibile la salvaguardia di quanto, ancora riesca a dare senso identitario al nostro vivere.
Allora sono esempi da seguire sia Giorgio che Renato, che lo ha ospitato a casa sua perché quel mestiere lo condividono nonostante le macerie o la concorrenza, continuano a lavorare per migliorare sempre di più la loro qualità artigianale, dimostrando una solidarietà nei fatti e non nelle chiacchiere.

Per questi motivi l’assurdità più cieca ed insensata della politica di oggi è quella di lasciar morire nell’apatia queste economie di montagna, già devastate ancora prima del terremoto. I marchi, le illusioni di tranquillità fittizie della casa perfetta in stile “mulino” ci dovrebbero far riflettere invece su quanto sia importante ritrovare, viceversa, il senso della conoscenza delle persone e della fiducia nel loro ‘saper fare’.
Da una tragedia come il terremoto infatti, stanno rinascendo fra le macerie, cose fantastiche proprio tra chi questo senso del fare ce l’ha dentro e quindi se ne frega di sbandierarlo ai 4 venti.

Giorgio Calabrò è uno dei maestri della norcineria delle marche e oggi a pieno titolo, dopo il terremoto, dell’Italia intera. Cerca una cantina a mattoni, per continuare la tradizione, nonostante abbia perso la casa, la macelleria, i locali di stagionatura ed è ospitato a Matelica dal suo amico salumiere Renato. Una cantina di quelle di una volta oggi stra bersagliate dalle varie normative sanitarie con cui poi compongono disciplinari di produzione che fatti così stabilizzano la produzione industriale dei prodotti, ma non la loro qualità intrinseca. La “qualità”, quella parola non quantificabile a pieno da nessuno slogan, ma colma di umanità perché permeata di un sapore vero e genuino, quello della creatività umana e della continua ricerca nel migliorarsi.

Allora oggi dovremmo essere tutti come loro, Giorgio e Renato, due persone che nell’umiltà della produzione artigianale ancora sono attaccati alla sostanza dei valori, quelli veri, quelli che sono evidenti in un sorriso avanti ad una fetta di ciauscolo ed un bicchiere di verdicchio.

Vi lascio i recapiti per acquistare i loro prodotti, non ne rimarrete delusi.
Macelleria Fantasy di Bartocci Renato Tel. 0737.83348
Orario dal Lun. al Sab. dalle 8:00 alle 13:00 e dalle 15:30 alle 19:00

Insostenibile IPOCRISIA dell’essere UMANO!

“L’Urlo”

A volte, periodicamente e, oramai sempre più di frequente, mi trovo a sprofondare in mezzo all’insostenibile ipocrisia dell’essere umano. Mi sento un alieno, li osservo li ascolto e non capisco i loro atteggiamenti, quasi sempre illogici, inappropriati e superficiali.

Uno cerca di fare la cosa migliore, la fai e gli altri non ti capiscono. Vivo in un paradosso surreale. Sempre più spesso mi capita di vedere questo. Di vivere l’illogico e l’irrazionale come se fosse la realtà. Mi sembra tutto un “pressapoco” un “andiamo avanti perché bisogna tirare a campare”.

Allora mi domando, che senso abbia, il campare se non si cerca il vivere…!

Poi però riaffondo in un urlo muto, come se tutto scorre senza che nessuno possa accorgersi dell’immane niente che ci lasciamo alle spalle.

Come se potessimo vivere tranquillamente, come se non fosse niente, ….immersi nelle nostre convenienze.

Africa Vera – parliamone a Teatro

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  • Africa Vera a Matelica – Africa Vera si è svolta il 16 ottobre 2015 dalle ore 18 fino alle 24 presso i nuovi locali dell’enoteca Comunale, nel Foyer del Teatro “Giuseppe Piermarini” a Matelica, l’aperitivo musicale e mostra fotografica, “Africa Nera – Africa Vera”.

Un’iniziativa che ho avuto l’onore di vivere in prima persona, sia col viaggio in Africa (ne parlo nel blog in articoli precedenti nella sezione Africa) che con i successivi bei momenti di dialogo condivisi al ritorno in Italia con i colleghi e coloro che hanno letto i pezzi che ho scritto.

Sicuramente visitando la mostra, si avrà l’opportunità di vivere un’esperienza che non sempre viene passata dai media…

Questo aperitivo/mostra fotografica è la prima sintesi di una missione, sostenuta da molti anni dall’azienda per cui lavoro Halley Informatica, che ha dato l’opportunità a me e altre mie colleghe (Monia Bregallini, Monia Pecchia e Santina Barboni) di poter fotografare in 20 giorni la grandiosa opera di “costruzione reale” di un dialogo interculturale “vero” fra popoli, iniziato oltre quarant’anni fa da Padre Sergio Ianeselli.

Ribadisco da laico che quel frate lì (Padre Sergio) è davvero una figura da seguire, al di la di ogni fede religiosa.

Per questo motivo, siamo veramente soddisfatti del fatto che Associazione Pro MatelicaComune abbiano sposato l’idea di coinvolgere i produttori di verdicchio e gastronomici locali per creare questa serata, che abbinerà momenti di convivialità e riflessione all’interno di una struttura di altissimo pregio culturale come quella del Teatro Giuseppe Piermarini.

Ovviamente l’incasso della serata verrà direttamente inviato alla missione di Padre Sergio; per maggiori dettagli www.promhandicam.org.

Un’occasione per vivere la realtà africana e dare un sostegno a popoli disagiati in maniera del tutto diretta e senza alcun filtro!

Volantino
Volantino “Africa Vera – Africa Nera”

Pigmei…una società parallela

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14 maggio, Djoum, Camerun.

Stanno nei villaggi. La loro casa di rami intrecciati e foglie di palma e banano si chiama Angulum.
Il capo villaggio è la figura di riferimento dell’intera comunità. Il più anziano, quindi reputato il più saggio.
I villaggi più interessanti, qui in Camerun, sono all’estremo sud.
Per incontrarli bisogna andare dentro la foresta, oltre la città di Djoum, che non è collegata al resto del Paese con una vera e propria strada come la intendiamo noi dei paesi cosiddetti ‘sviluppati’.
140 km di sterrato in mezzo alla foresta equatoriale, sempre più vicini al parallelo centrale che divide il mondo tra nord e sud. L’estremo centro del nostro pianeta. I saliscendi di terra rossa disegnano percorsi quasi impossibili. Ho avuto la fortuna di passarli in auto, con le mie compagne di avventure, in un off-road che chiamarlo impegnativo è davvero riduttivo.
In questo caso da laico, ammetto, che qui, forse, la Provvidenza Divina ci sia venuta in soccorso, oltre ovviamente ai consigli su come guidare di Padre Sergio che, con Lei, sembra lavorarci gomito a gomito.
‘Il Don’ come lo chiamiamo noi, che per 40 anni ha seguito i Pigmei, ne ha imparato le tradizioni la lingua, ha tradotto la lingua dei Betì, ‘il bulu’ fino a scriverne un vocabolario specifico che oggi è uno dei rarissimi documenti a preservare questa tradizione linguistica che prima era solo orale oltre ad identificare molti vocaboli del più arcaico linguaggio pigmeo dei ‘bakà’.

Lungo il viaggio parliamo dello spirito di condivisione di queste genti, mi viene spontaneo chiedere il significato della parola ‘Ubuntu’…mi risponde che non è ‘bulu’ ma ‘swahili’, una lingua composta da alcuni grammatici anglosassoni ad inizio del secolo scorso, un insieme di più lingue bantù locali della costa ad ovest del continente.
Quindi ‘condividere’, in ‘bulu’ si dice ‘bo akap’ e anche nei Pigmei è un concetto inversamente proporzionale all’occidentalizzazione e all’arrivo del denaro, di alcol e consumi importati dall’uomo moderno che stanno aumentando i livelli di egoismo disperdendo valori ancora praticati. Tuttavia le missioni cattoliche e anche laiche (zercaylejos ne è una spagnola che abbiamo visto operare tramite Ginebra Penā, una loro volontaria) in questi luoghi, cercano per lo più di curare le infezioni (perché incapaci di curarsi da soli con rimedi naturali) e tutelare la propria identità, instaurando piccole scuole per le basi di un dialogo con il resto del mondo.

La deforestazione e le attività estrattive intense, stanno evidentemente plasmando questa parte di Africa, un popolo che, purtroppo, sta acquisendo il peggio dell’Occidente dal neo colonialismo intercontinentale, che ne amplifica gli aspetti negativi, e fa abbandonare a queste genti le proprie caratteristiche umane di convivenza armoniosa con la natura equatoriale.

Entrando a contatto con i Pigmei, spontanee si presentano le domande sul senso della vita, se siamo noi ‘civilizzati’ che lo abbiamo perso, se questi popoli abbiano bisogno di evolversi o, se sia realmente possibile una ‘terza via’ dove si cresce reciprocamente soprattutto nella ricerca di una prospettiva dentro ognuno di noi.

Sicuramente se ci fossero meno speculazioni e visioni distorte di questa parte di mondo, tutto sarebbe più facilmente comprensibile.

Il Camerun, Yaunde. Un immersione nei forti contrasti.

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Partire con una grande curiosità addosso. Non sapere cosa aspettarsi una volta arrivati a destinazione.

Siamo decollati da Fiumicino alle 6 e trenta insieme a Monia Bregallini, Santina Barboni e Monia Pecchia di Halley informatica, e gli altri partiti con noi dell’associazione Agape Daniele Ortolani, Cristiana Consalvi e Francesca Cuccu. Ci hanno introdotto nella mentalità che avremmo incontrato nel cuore del continente nero.

Appena scesi a Yaunde, dopo due scali a Bruxelles a Duala e circa dodici ore di viaggio, siamo stati accolti da uno splendido tramonto africano. Qui la notte scende presto, alle 18 e 30 è già sera. Finiti i controlli aeroportuali per l’ingresso in Paese, non molti in realtà come si può immaginare, il cielo si è scurito.

Padre Sergio era lì, ci ha preso in consegna, siamo in Africa. La mia prima impressione è stata quella di essere ospite di una figura importante, per cosa sta affrontando in queste terre con coraggio e vocazione, una missione d’amore per il prossimo.

Oggi è il secondo giorno, e già abbiamo visto molte cose. Siamo nella struttura di Padre Sergio, un’oasi per i bambini di Yaunde, li abbiamo visti andare a scuola, alcuni, a dire il vero ricoverati e controllati per alcune malattie, più o meno gravi, altri in fisio terapia per cercare di tenere sotto controllo sindromi di spasticismo.

C’è ancheun laboratorio di ottica curato e gestito da un’italiana, Sonia Gasperini.

Nel pomeriggio di oggi, siamo stati in visita presso le strutture ricettive universitarie che Padre Sergio ha fatto costruire qualche anno fa vicino Yaunde. Toccando con mano la realtà di questi territori, divengono chiare anche le difficoltà da superare, per cercare di aiutare e sostenere queste popolazioni. Un italiano medio come me, sarebbe portato a chiedersi “Ma chi glielo fa fare?”

La risposta e il sollievo dell’anima arriva dopo nello sguardo e nel sorriso commosso di quei giovani aiutati a crescere ed essere istruiti anche se non potrebbero permetterselo come nel caso di Elù, una giovane Camerunense che all’arrivo di Daniele e Cristiana li ha travolti letteralmente di abbracci.

E’ lontano il Camerun. Strana la sensazione di sentirsi “quello diverso” in terra straniera. Mi era successo in Germania non molto tempo fa a Dusseldorf dove ero l’unico moro in mezzo a tutti pallidi. Qui è un po’ diverso, i colori sono differenti ma i sorrisi, quando ci sono, hanno il potere di rafforzare una tavolozza multiculturale di straordinaria bellezza.

Per le strade l’imbarazzo nel colore della mia pelle, per quanto in queste zone, noi bianchi siamo stati a dir poco invasivi. Abbiamo preso molto, in termini di materie prime e abbiamo restituito loro, molta voglia di occidente, la passione per il calcio, la coca cola e i jeans.

Però quel lieve senso di colpa nei confronti di queste popolazioni si allevia grazie al lavoro di quelli come Daniele, Cristiana, Francesca, e Sergio.

info e contatti: www.agapeonlus.it

P.S. Ringrazio Giovanni Ciccolini e Halley Informatica per questa straordinaria esperienza di vita che sto passando assieme alle colleghe.