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Castelluccio e nient’altro.

La voglia di chi ama questo paese lo tiene in vita, per questa gente è Castelluccio e nient’altro. Gli sguardi malinconici dei produttori che espongono i loro prodotti dentro a quello che rimane di un paese egualmente fantastico per i suoi altipiani e le sue suggestioni, ma che, altrimenti, sarebbe il fantasma di se stesso. Scomodamente adagiato sul disfacimento di una ricostruzione pigra, un’emergenza interminabile che non da soluzioni, ma espone macerie su macerie, fisiche, sociali ed umane.

 

Castelluccio e nient'altro - Pian Perduto
Castelluccio e nient'altro - Pian Perduto
Castelluccio e nient'altro - Sullo sfondo il Paese.
Castelluccio e nient'altro - Sullo sfondo il Paese.

 

L’ho raggiunta domenica partendo da Matelica, il mio paese, dove iniziano a vedersi i primi segni del terremoto 2016 che poi, diventano sempre più evidenti per la strada che conduce a Castelraimondo e a Camerino, col suo centro storico dai contorni di una skyline medievale, che all’imbrunire, rimane ombra di se stessa, sdraiata e dormiente sul niente declinato all’ennesima politica.

Continuo verso Muccia, passo alcune sistemazioni di emergenza, poi Pieve Torina, completamente trasferita in una piccola “new town” poco distante al centro storico che fu. Stessa immagine per Visso dove gli artigiani coraggiosi, (link anche qui) per fortuna loro, rianimano il paese con storie di ordinaria tenacia, perché quella è gente solida di montagna.

Vado avanti fino a Castel Sant’Angelo sul Nera, il centro storico è ancora impraticabile, è zona rossa. Per fortuna però, la strada per Castelluccio, ha i cancelli aperti oggi, ci sono motociclisti e appassionati di montagna per la strada, c’è la consapevolezza della gente che non dimentica e queste meraviglie, le viene a visitare comunque.

 

 

Castelluccio e nient'altro - Da sempre ci sono queste scritte sulla piazza bassa del paese
Castelluccio e nient'altro - Da sempre ci sono queste scritte sulla piazza bassa del paese
Castelluccio e nient'altro - Il cartello con le mille etichette di chi è arrivato fin qui da tutto il mondo.
Castelluccio e nient'altro - Il cartello con le mille etichette di chi è arrivato fin qui da tutto il mondo.

I sensi unici alternati e scanditi da semafori interminabili, danno l’idea della catastrofe che fu e di quanto sia difficoltoso ricostruire anche parti di strada dove la terra ha dimostrato tutta la sua furia. Dopo le curve, quasi arrivati sulla piana, uno sbalzo della strada oramai sistemato, da l’idea di quanto sia stato il distacco fra le faglie che, anche se in qualche modo sono state ripristinate con catrame e cemento, sul manto stradale, continuano ad evidenziare, disarmante l’immagine della violenza che la Terra abbia dato di se stessa, nel muoversi, in quei giorni d’inferno, di quasi tre anni fa.

Pian perduto si apre nel suo chiarore estivo dopo la salita e i disastri, che per un momento, non mostrano altre cicatrici a cambiarne il panorama.

Castelluccio è lassù a determinare un confine nitido tra i due altipiani, sembra intatta, immobile e sorniona. 

Si arriva sulla piazzetta, c’è il mercato degli agricoltori, consegnatari di una identità culturale ruvida e forte, mansueta e coraggiosa. Le bancarelle espongono i frutti di questa terra. La lenticchia, la Roveja ed altri legumi, descritti con quella devozione rispettosa verso le fasi del tempo e per il lavoro che si dedica alla loro raccolta.

Castelluccio e nient'altro - Strozzapreti Roveja e Barbaia.
Castelluccio e nient'altro - Strozzapreti Roveja e Barbaia.
Castelluccio e nient'altro - Pappardelle alla Castellucciana.
Castelluccio e nient'altro - Pappardelle alla Castellucciana.

Decido di fermarmi in una delle osterie del nuovo “Deltaplano” una struttura che ospita la maggior parte delle locande che stavano prima dentro al paese. Al di la delle critiche e dell’erbetta su quel tetto, che sembra non voler crescere mai, sopra quello stabile nuovo, almeno i locali trovano un tetto dove lavorare.

Non ci riesco a non chiedere perché si costruisca da nuovo invece di riprendere subito quelle costruzioni storiche, che in qualche caso, hanno retto bene anche sopra gli epicentri; è la domanda di tutti e la risposta di nessuno.

Mangiamo alla locanda “Lu socciu”, strozzapreti con la roveja e la barbaia di maiale e pappardalle alla Castellucciana. Due primi fantastici. Materie prime di alta tradizione abbinate a una creatività semplice ma efficace annaffiate da un buon mezzo litro di vino rosso. 

 

 

Castelluccio e nient'altro - Lilly che guarda gli ospiti.
Castelluccio e nient'altro - Lilly che guarda gli ospiti.
Castelluccio e nient'altro - La fetta di torta. Bottega in piedi sotto al paese, prodotti buonissimi.
Castelluccio e nient'altro - La fetta di torta. Bottega in piedi sotto al paese, prodotti buonissimi.

Arriva Lilly. Lei è la cagnolina di tutti li attorno al “deltaplano”, si fa il giro dei bar e dei ristoranti. Sembra stanca nell’osservare, forse ha qualche anno e di cose anche lei ne ha viste tante, ma è vispa e di sicuro tutto quello che succede in quei posti lei lo sa, ma lo tiene per se. Mi ha colpito anche un passerotto che è ospite fisso della locanda mi racconta il cameriere, è sempre lo stesso, quasi che aiuta per pulire. Lavora col sorriso la gente in quei locali, acceso e reale di chi ancora sa che può recuperare le proprie radici. Sono schietti, ci credono a voler rinascere, loro, ed è bello davvero passare del tempo in quei posti e soprattutto in estate.

Castelluccio e nient'altro - Ruderi in attesa di ricostruzione.
Castelluccio e nient'altro - Ruderi in attesa di ricostruzione.
Castelluccio e nient'altro - Panorama
Castelluccio e nient'altro - Panorama

Non nascondono nervosismi giustificati contro una classe dirigente completamente inadeguata vista l’estrema lungaggine di una ricostruzione che ancora non c’è. Il bancomat al Deltaplano non lo hanno ancora collegato, non si sa il perché. La locandiera però è gentile e anche adeguata alle nuove tecnologie, quindi mi da comunque la possibilità di pagare elettronicamente, è la prima volta in Italia che pago con Paypal. E’ stato un pomeriggio paradossalmente edificante. Torno al paese, o quello che ne è rimasto, arrivo in una bottega, che sembra, dalla struttura, una fetta di torta di quelle che rimangono, alla fine di una festa, con tutte le briciole attorno. Il proprietario mi spiega che lo ha rinforzato quel locale a sue spese, prima del 2016, è rimasto in piedi solo lui; intorno, briciole di altre macerie. Porto a casa ricotta, salumi e biscottini. 

Torno a casa con la contentezza di aver visitato luoghi devastati ma popolati da persone semplici e coraggiose. Sono fiducioso, prima o poi questa gente riuscirà. Lo vedo, è stampato negli occhi di quella gente dove c’è Castelluccio e nient’altro.

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Overshoot day. Risorse finite.

Oggi è l’Overshoot Day, abbiamo finito le risorse, ne parlavo anni fa (qui), ed oggi cosa è cambiato? 

Solo che ne parlano tutti e che avviene un mese prima rispetto a 10 anni fa.

 

Viviamo in un pianeta che non ci regge più e questo non è difficile da capire. In chiave ambientale si comprendono anche le migrazioni, spesso provocate da deforestazione selvaggia, istituzioni nate per proteggere le diverse identità locali di paesi come l’Africa che invece di promuovere e produrre uno sviluppo lento e sensato per quei popoli, ne vengono fuori con il peggio di quello che ha prodotto proprio l’occidente.

 

L’idea verde di un’economia legata ai fabbisogni oggi è di fatto ridotta alle chiacchiere. 

Nonostante internet e le grandi opportunità di messa in rete delle informazioni sulle identità locali, rappresentate dalla biodiversità, la possibilità reale di lavorare tutti e lavorare meno è rimasto uno slogan, il business della rincorsa alla produzione e alla crescita mettono in secondo piano la sostenibilità reale dell’ambiente.

 

Si fanno le cose in nome di un’efficienza che troppo spesso ormai, si può tradurre in deficienza.

 

Non occorre arrivare fino in Africa per capire come si stiano appiattendo le varie diversità locali, come stiamo distruggendo le micro economie locali, basta solo visitare i paesini spopolati d’Italia, come viene gestita ad esempio l’acqua pubblica, sempre più privata e sempre più diretta a soddisfare i fabbisogni di metropoli caotiche e imbarbarite.

 

Guardiamo i paesi colpiti dal sisma 2016, mi ha colpito l’altro giorno un mio amico di Visso a cui ho chiesto se avesse pane cotto a legna, mi ha risposto, che li è rimasta solo la legna, ma che allo stesso tempo non la possono nemmeno più bruciare perché non esistono più i forni a legna.

 

 

Prima della
Prima della "Zona Rossa" a Visso.
una porta dietro al niente o al tutto
una porta dietro al niente o al tutto

Questa esclamazione mi ha letteralmente spiazzato, sembra impossibile che una società di montagna possa reggersi senza la legna da ardere, eppure oggi è così non ci sono più le case coi camini e questo non è un vantaggio per l’equilibrio ambientale di quei luoghi. 

 

E’ un segno anche questo di come tutta quella economia naturale in equilibrio con quei posti, è saltata, sostituita da moduli abitativi provvisori che non hanno bisogno di spiegazioni.

 

Allora in maniera volutamente provocatoria, penso che servirebbe una “start up” che faccia iniziare ad usare la testa a quanti abbiano smesso di farla funzionare, sedotti dal niente di un consumismo fasullo, fatto solo di compravendita, speculativa, eccessiva ed esasperante.

 

Un parassitismo umano senza logica, cultura, fantasia, rispetto di tradizione ed etica. Intanto acceleriamo sempre di più seduti nel vagone “sgarrupato” e mal ridotto di questo treno in corsa col motore in fuori giri, su rotaie arrugginite dal nostro chiedere senza mai dare.

 

Sembra girare sempre più veloce questa centrifuga che ci porta verso il baratro naturale. 

 

Non occorrono tanti accorgimenti per capire che questa purtroppo è la realtà. Fatta la tara dei vari mutamenti climatici in atto, e dei post inutili sui social, forse anche miei, mi sono sempre reso conto di quanto sia inutile, oggi, il meccanismo di sovra produzione in atto nel mondo. 

Carnevale di Viareggio. La bocca della Balena piena di incrostazioni e di rifiuti un grande messaggio ambientale.
Carnevale di Viareggio. La bocca della Balena piena di incrostazioni e di rifiuti un grande messaggio ambientale.
Alberi stroncati dal vento in Val di Sella (TN), ci sono stato qualche tempo fa
Alberi stroncati dal vento in Val di Sella (TN), ci sono stato qualche tempo fa

Favoriamo con la nostra competizione giornaliera asfissiante la creazione di un divario sociale fatto da pochi ricchissimi e sempre più poveracci, intimoriti da uno “status quo” alienante che disarma e annienta, per cui da una parte la noia e dall’altra la fame, divengono sempre più spesso questioni fatali.

 

Un gioco al massacro delle materie prime che sono finite, terminate, le stiamo sfruttando in debito. 

 

Secondo il Global footprint network (link) stiamo consumando le risorse per il 75 per cento in più di quelle che la terra riesce a rigenerare, occorrerebbero di fatto 1,75 pianeti terra per soddisfare il consumo di risorse che consumiamo ogni anno. Siamo parassiti del pianeta e non ce ne rendiamo conto. 

 

Perché questo, secondo alcuni è ancora l’unico modo di vivere possibile, l’unica via dell’esistere, l’iper consumo; criceti in gabbia o rane bollite.

 

E’ incredibile come questo aspetto di economia distorta su scala globale, che porta a sprechi insensati sia paradossalmente ancora idolatrato come unico modus vivendi di una popolazione globale che sta soffocando per colpa dell’economia della competizione che si è imposta da sola. 

 

Siamo le vittime delle offerte speciali, degli sconti del supermarket del tutto e subito, senza nessun interesse per il domani, come se fossimo in fondo, tutti coscienti di non averlo per niente un futuro domani.

Overshoot day. A Fiastra colpisce come l'arte sia esempio di collaborazione tra uomo e natura.
Overshoot day. A Fiastra colpisce come l'arte sia esempio di collaborazione tra uomo e natura.
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Il bel Tempo di Fiastra.

Il bel tempo di Fiastra lo noti dal sole che accende il lago di uno spicchio di cielo.

L’altro giorno mi contatta Agata una figlia dell’ormai famosa nonna d’Italia, Peppina Fattori dicendomi che Lunedì avrebbero iniziato le demolizioni dei palazzi inagibili a San Martino dove è tornata finalmente sua madre, per tutti, Nonna Peppina (ulteriori post qui e qui). 

 

Decido di partire perché seguire la questione solo quando tutti ne parlano è facile ma è bene interessarsi anche quando soprattutto quando i riflettori si spengono. 

 

Vado e la situazione che trovo, nei fatti è la stessa di quando nonna Peppina iniziò il suo calvario burocratico e mediatico, con l’unica differenza che l’ultra novantenne, succube di una delle strumentalizzazioni mediatico-politiche più grandi del dopo sisma, è tornata nella sua “casetta” e finalmente nella sua San Martino. 

 

Tuttavia le demolizioni lunedì le hanno rinviate, con ulteriore allungamento dei tempi, siamo a 3 anni dal sisma e questa gente ormai ci è abituata, queste foto sono quello che ho visto andando sul posto.

San Martino di Fiastra - La casetta di Legno di Nonna Peppina
San Martino di Fiastra - La casetta di Legno di Nonna Peppina
San Martino di Fiastra - Striscioni per la ricostruzione.
San Martino di Fiastra - Striscioni per la ricostruzione.
San Martino di Fiastra - L'ingresso alla "Zona Rossa"
San Martino di Fiastra - L'ingresso alla "Zona Rossa"

Decido di proseguire perché il tempo è buono, bella luce e bei colori, arrivo a Fiegni dove mi fermo dietro una piccola chiesetta chiusa perché inagibile anche se non vedo le impalcature di sostegno, comunque prendo un panino con la lonza locale e il pecorino di Cupi, un sapore fantastico, veloce da spettacolo puro.

 

Continuo verso il lago, sul belvedere che lo domina tutto, una meraviglia di acque limpide e calme, quiete e speranza, la natura immutata e spettacolare che mantiene intatto lo splendore di se stessa anzi lo esalta per chi sa coglierne la sua essenza. 

 

Qualcuno a riva con i piedi a bagno ma nessuno più in la della riva perché, si sa, le acque del lago sono calme e pericolose.

Lago di Fiastra - Punto Panoramico attrezzato.
Lago di Fiastra - Punto Panoramico attrezzato.
Lago di Fiastra - Panorama
Lago di Fiastra - Panorama
Lago di Fiastra - Azzurro delle acque contornate dalla Collina
Lago di Fiastra - Azzurro delle acque contornate dalla Collina

Arrivo fino a Fiastra, lo faccio seguendo la strada di Fiegni. 

 

Vedo una piccola abazia di campagna, curatissima, quasi fantastica, fiori, lavanda, edere ben tenute, una chiesetta di campagna fatta erigere intorno al 1200 un luogo di riferimento per la zona perché la struttura è importante,e chiaramente riconducibile a quel periodo, le due navate asimmetriche la rendono unica e particolare, anche se la mancanza di una terza navata sottrae parziale maestosità alla facciata, la presenza delle case abitate del Parroco e della “corte”, compensano l’idea romantica di un luogo dove ancora tutto esiste, è vitale e rigoglioso.

Quei cortili con le chiavi appese ai portoni ne sono la testimonianza, una spontaneità di accoglienza locale, viva e vegeta, il segno di un’italianità semplice ed elegante, che ancora è chiara in quei vasi e tra quei piccoli angoli suggestivi e ben curati da chi li abita. 

 

Quella chiesetta è intitolata al Beato Ugolino (maggiori Info in questo sito).

Lago di Fiastra - Beato Ugolino ed il lago sul fondo
Lago di Fiastra - Beato Ugolino ed il lago sul fondo
Fiastra - Chiesa del Beato Ugolino
Fiastra - Chiesa del Beato Ugolino
Fiastra - Chiesa del Beato Ugolino, interno

Continuo verso il lago, ma non mi fermo, proseguo su fino al paese di Fiastra, arrivo nella zona delle prime SAE, dei servizi, la caserma, i bar, una farmacia, la banca, tutti nei conteiners, la voglia di ricostruire affissa su striscioni immobili, pesanti dell’ormai troppa inconcludenza decisionale con cui si è gestita questa storia del sisma. 

Mi hanno colpito i sorrisi malinconici ma sinceri che ho visto, la gente che ci crede ancora. Incrocio per caso un mio amico che sta prendendo l’acqua da una fontanella, ci scambiamo due battute, e vado via. 

Per questo è importante che oggi ci sia stato bel tempo a Fiastra, perché la natura rimane la prima fonte di bellezza e di richiamo in queste terre e la gente che questi posti li abita, di sicuro lo sa, e quando c’è il sole, sorride lo stesso.

Fiastra - La natura e l'uomo formano un albero
Fiastra - La natura e l'uomo formano un albero
Fiastra - L'incrocio di entrata al paese con le attività e gli uffici sulle SAE
Fiastra - L'incrocio di entrata al paese con le attività e gli uffici sulle SAE

Maggiori Informazioni: Comune di Fiastra sito istituzionale

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Visso in Rinascita

L’altro giorno è stata inaugurata la struttura “NeroGiardini” e “CariVerona” a Visso e questa è una bella notizia. Un gesto di solidarietà da parte di un imprenditore marchigiano che si è sentito in dovere di aiutare contribuendo a far rinascere un gruppo di artigiani e commercianti, un bel gesto, il secondo a Visso dopo i fatti del sisma 2016, perché una cosa simile denominata “La compagnia dei maestri artigiani” (link al sito) fu fatta costruire qualche mese fa dal gruppo Loro Piana insieme ad una cordata di 34 aziende. Giorgio un maestro norcino acclamato in Italia, ha ritrovato provvisoriamente la sua casa e la sua bottega, dopo un anno passato in  trasferta a Matelica (link al racconto) infatti, è tornato a far salumi nella sua Visso.

Una panoramica delle "strutture gemelle" inaugurate a Visso.
Una panoramica delle "strutture gemelle" inaugurate a Visso.

Per un territorio martoriato dal terremoto che si è portato dietro, oltre allo sciame sismico, anche uno sciame di burocrazia, sciacallaggi più o meno evidenti, il conseguente spopolamento, la depressione delle persone, in molti casi, l’abbandono forzato di questi luoghi, le due strutture oggi sono evidentemente il segno di una ripresa lenta, ma che ridà per lo meno un tetto ed una dignità a tutte quelle botteghe artigianali e commerciali che fino a pochi giorni fa stavano ancora dentro sedi provvisorie, furgoncini attrezzati come quello di Ambra e Stefano che conosco e di cui ho parlato (link al pezzo) e quello di Giuseppe Tarragoni un artista dei salumi insieme a sua moglie che ancora sognano la loro bottega prossima a via del Bargello, nel centro storico di Visso ancora e per molto, zona rossa.

L’inaugurazione è avvenuta domenica mattina, per caso o per volontà, è stata anche la domenica delle Palme. Motivi di Rinascita, voglia di restare per far tornare a vivere questi luoghi, farli ricrescere, nonostante tutto e nonostante un sistema di obblighi e vincoli spesso in eccessiva contraddizione fra loro.

L'ortolano dei Sibillini nella nuova struttura "NeroGiardini" di Visso.
L'ortolano dei Sibillini nella nuova struttura "NeroGiardini" di Visso.

Questa “Domenica delle Palme” per me è stata significativa. Ho potuto notare negli occhi della gente una contentezza spontanea, la volontà di tornare a sognare e crederci ancora in quelle radici da cui provengono.

Un albero pieno di fiocchi, di ovetti e di colori sovrasta il prato che sta crescendo fra le due “strutture gemelle” appena inaugurate e che sono state donate per l’esattezza, una da “NeroGiardini” e l’altra da “CariVerona”,  si percepisce il richiamo alla pace, alla coesione, ed anche un rinnovato senso di fratellanza di cui oggi se ne sente quanto mai il bisogno. Il senso della Pasqua, della Primavera, della Rinascita.

Se andrete a visitare queste nuove botteghe di Visso, non aspettatevi un classico “centro commerciale”, perché non troverete alcun sorriso obbligato, ma respirerete una felicità genuina, come quella che ho annusato domenica, semplice e ruvida di chi fa le cose con il cuore e di certo non guarda molto l’apparenza. Il risultato si vede nei prodotti offerti e nei rapporti che divengono sinceri per forza di cose.

Andateci a Visso a fare un giro fuori porta che fa più bene a voi che a loro.

Il Bancone recuperato da Giuseppe Tarragoni e sua moglie della "Salumeria Pettacci" con a prima vista il "Fiore di Finocchio" nella nuova struttura "CariVerona" a Visso.
Il Bancone recuperato da Giuseppe Tarragoni e sua moglie della "Salumeria Pettacci" con a prima vista il "Fiore di Finocchio" nella nuova struttura "CariVerona" a Visso.

Anche se non entrerete più dentro quel paesino grazioso e fiabesco perché è ancora zona rossa, troverete lo stesso la spontaneità genuina di chi lentamente torna a far rivivere questi luoghi. Vedrete un territorio fatto di artigiani, oggi, dislocati ancora fuori dal centro storico ma pieni di storie e di identità da condividere. Gente ruvida ma di parola, con la voglia di tornare ad essere se stessi, con la nostalgia di quel borgo, certo, ma in tutti quanti, la costanza nel voler ricominciare, che oggi è ancora più forte di prima.  

Prima della "Zona Rossa" a Visso.
Prima della "Zona Rossa" a Visso.
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Pomeriggio a Camerino

Sabato è stato un giorno insolito ma particolarmente emozionante.
Ho potuto assistere ad una bella inaugurazione di un gruppo di gente che, subito dopo le scosse, si è data da fare con coraggio e senza tregua nel soccorrere chi era rimasto senza niente da un minuto all’altro.

Dopo le scosse di quell’ottobre tremendo, tutto il centro storico del paese è stato reso inagibile ed è ancora zona rossa presidiata dall’esercito. 
Tuttavia per quel centro storico deserto si è accesa una piccola fiammella di speranza grazie a questa gente piena di tenacia, alla voglia di voler tornare ad essere una comunità coesa nei valori sociali dello stare insieme e nella tutela delle proprie identità culturali.
 
Poco fuori dalla zona rossa si è inaugurata a Camerino la nuova sede dell’associazione “Io non crollo”, erano presenti il parroco, gli associati, alcuni simpatizzanti e qualche giornalista.
Il momento dell'inaugurazione dei nuovi locali in centro.
Il momento dell'inaugurazione dei nuovi locali in centro.

Ho potuto parlare con Andrea uno dei fondatori oltre che amico e vecchio compagno di liceo, mi ha raccontato di quanto lavoro hanno dovuto affrontare dopo le scosse, quanta tenacia sia occorsa per andare incontro alle prime emergenze, le prime riunioni fatte tra le brandine nelle stanze messe a disposizione dal Comitato Universitario Sportivo, oppure nella sede del Consorzio dei trasporti Contram che ospita ancora il comune. 
La sua compagna Caterina, da subito dopo le scosse ha organizzato un coordinamento per sostenere ed aiutare gli allevatori, perché nei mesi successivi al sisma erano quelli che avevano più bisogno di aiuto e di presidio, gli animali non sarebbero potuti sopravvivere se lasciati a loro stessi; inoltre tutto il gruppo si è attivato nell’affiancamento alla protezione civile e nelle varie raccolte fondi in giro per l’Italia. Mi hanno raccontato anche dell’idea in via di realizzazione di un polo che possa essere anche centro di aggregazione per tutte le associazioni del paese, ho percepito nei loro racconti la voglia di tornare ad essere comunità unica via utile per tentare di rimarginare le crepe portate dal terremoto e da una conseguente burocrazia asfissiante. 

Speranza e senso di comunità sono state richiamate anche dal presidente Claudio Enrico Cingolani durante l’inaugurazione benedetta dal parroco. Un paio di ore felici, trascorse con la voglia di riaccendere la speranza per un futuro ritorno in quel bel centro storico ferito gravemente, oggi ancora deserto, impraticabile e vuoto. Andrea e Caterina in questo futuro ci credono sul serio e trasmettono grande forza d’animo. In mezzo a tutto quel trambusto hanno concepito un bambino stupendo di tre mesi, con un nome che richiama la voglia di volare. 

In tutta questa gente ho visto tenacia e speranza, la voglia di tornare ad esserci, non arrendersi e comunque ripartire. 
Inizio della "zona rossa" verso la piazza dietro al duomo
Inizio della "zona rossa" verso la piazza dietro al duomo
Foto e maglietta autografata, alcuni momenti dell'associazione "Io non Crollo"
Foto e maglietta autografata, alcuni momenti dell'associazione "Io non Crollo"
Scendendo verso valle quasi a sera, si accendevano verso valle luci di quartieri nuovi, alcuni con le Soluzioni Abitative di Emergenza ed altri invece veri e propri quartieri in costruzione. E’ il segno chiaro che i camerinesi vogliono rimanere nel loro paese, mantenere le proprie identità, consapevoli che quella storia centenaria, può fare la differenza anche per il futuro.

La curiosità mi ha fatto decidere di fermarmi un attimo al “Sottocorte Village”, un luogo costruito in pochissimo tempo, fortemente voluto dal Sindaco, dove si sono trasferiti, pochi mesi fa, tutti i commercianti del centro, la struttura che prende il nome dalla corte dei Da Varano, sita nella piazza del duomo di Camerino, approssimata in un nome solo “SOTTOCORTE” da tutti gli studenti che li si trovavano dopo lezione, o per semplice cazzeggio  con l’affaccio di un balcone, che nelle giornate limpide offre una vista spettacolare.

Oggi in quella struttura che sostituisce il centro, anche se mancano richiami di storia e di panorami, c’è ancora quella genuina ospitalità dei negozianti, che mi ha colpito favorevolmente. Anche se è evidente la nostalgia per il loro centro storico, perché l’aspetto è quello di un centro commerciale moderno, dentro è completamente diverso, non c’è un supermercato, ma l’insieme di tutti i piccoli artigiani, commercianti e bottegai del centro, un insieme di identità locali.
 
Curioso di alcune bottiglie di vetro, di bella fattura, scorse dalla vetrina, entro in una di queste botteghe, il proprietario mi dice che le ha trovate nel suo magazzino in centro che ora è inagibile, hanno ancora il prezzo in lire, decido di acquistarle, penso tra me e me che questi vetri sono intatti nonostante due terremoti nel corso di 20 anni, oggetti sopravvissuti, li porto via avendone cura, saluto ed esco.
Il negozio di fiori, piante e altro all'ingresso del "Sottocorte Village"
Il negozio di fiori, piante e altro all'ingresso del "Sottocorte Village"
Le bottiglie di vetro che ho acquistato già profumano di ricordi.
Più avanti vedo una bella esposizione di piantine, un negozio di fiori, piante ed altro come recita il biglietto da visita, al bancone Giorgio con un sorriso sincero, la simpatia generosa e tipica di queste genti è pronto a descrivere tutto quello che espone, è di fatto impossibile uscire da li senza sorridere. Con semplicità e naturalezza, scambiamo due battute, sullo scaffale vedo che in un angolo c’è anche lo scaffale con la pasta e altri generi alimentari, allora compro la maggiorana, il basilico ma anche la pasta di Camerino Hammurabi, un grano molto pregiato, selezionato da un gruppo di biologi locali. Il richiamo alla biodiversità è diretto, al lavoro e alla volontà di mantenere le caratteristiche proprie di questi territori.
 
Quel luogo che a prima vista sembra essere un centro commerciale, dentro conserva ancora il cuore della piazza di Paese.
Questo pomeriggio mi ha fatto vedere un paese mutato nel suo aspetto, che ha ancora molte ferite da ricucire ma che può contare ancora nello spirito di comunità dei suoi abitanti.
Sarebbe bello tornarci più spesso.
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Il rifugio.

interno dell'Angolum - la casa dei Pigmei
Angulum, il rifugio dei Pigmei, interno.

Oggi voglio condividere qui un messaggio che mi è stato inviato da un mio amico “rifugiato” a causa del terremoto. 

Il messaggio mi è arrivato per la manifestazione che abbiamo organizzato ad Esanatoglia dal titolo “Siamo tutti RIfugiati” qualche mese fa.

L’autore del pezzo vuole restare anonimo ma ho deciso di pubblicarne il contenuto perché la considerazione che fa merita una profonda riflessione su quanto sta accadendo nelle nostre zone del cratere sismico ed è un ulteriore tassello che avvicenda ogni rifugiato del mondo. Iniziare a rendersi conto che c’è bisogno di una società più equa in grado di rallentare e iniziare a fare le cose che abbiano senso cercando di eliminare il superfluo al di sopra dei concetti estremisti di razza e confini il necessario è garantire un rifugio e dignità a tutti, il resto è superfluo.

“Ciao Marco, tutti gli esseri viventi hanno l’istinto primordiale della ricerca di una tana rifugio, ma di sicuro per noi umani (e forse anche gli animali ma non posso parlare per tutti loro) non esiste solo il rifugio materiale, c’è soprattutto il rifugio sociale, i genitori, la famiglia, gli amici di sempre. 

I nostri rifugi sono i nostri punti di riferimento stabili, e quando si rompono il primo istinto è quello di ripararli e ricostruirli! E se non ci riusciamo ne soffriamo maledettamente. 

Oggi i nostri rifugi sono più rotti che mai, non solo nel nostro caso per il terremoto, ma tutte le famiglie spezzate, quelli che vagano per l’Europa in cerca di lavoro e non rivedono quasi più le loro famiglie di origine, gli amici di sempre, etc etc… il primo istinto sarebbe quello di ricostruire il rifugio rotto e perso, non quello di favorire ancora di più le fughe e le rotture, però si va nel verso opposto. 

Sul piano materiale, per fare un esempio, gli americani col “piano Marshall” dopo la seconda guerra mondiale, decisero di aiutarci a ricostruire il nostro rifugio, non aiutando solamente quelli che scappavano senza guardarsi più indietro anche se probabilmente sarebbe stato più conveniente per loro premiare quelli che meno ci tenevano a ricostruire il proprio rifugio, ma ci si rese conto che avrebbero mantenuto l’Italia e l’Europa più povere, quindi non lo fecero (di sicuro anche per paura dell’URSS). 

Anche col terremoto la scelta più facile sarebbe stata quella che aveva paventato Errani, se fossimo giapponesi non ricostruiremmo più lì, spostare tutti al mare o nelle città sarebbe più semplice. Ma il rifugio sarebbe rimasto rotto e perso per sempre, e la maggior parte delle persone ne avrebbe sofferto maledettamente.”

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Amare la terra, nonostante tutto.

Questo fine settimana si è conclusa la Rassegna Agricola del Centro Italia, ci ho fatto un giro e, devo dire che ho appreso una bella lezione. Ho imparato a capire da dove inizia un sorriso. Semplice, genuino, ruvido ma fatto col cuore. Ho sentito la spontaneità di quella gente che lavora la terra e che sa quanto vale stargli appresso, senza delegare, con addosso tutta la responsabilità di cercare di tirare fuori il meglio dalla loro fatica.

Si perché stare in mezzo al campo è faticoso ed è ovvio quindi, che debba almeno riuscire a farti vivere egregiamente. “La terra è di chi la lavora”, mi tornano in mente le parole dell’anziano presidente contadino dell’Uruguay Josè Mujica, che ha reso giustizia ad un settore come quello agricolo, troppo disprezzato fino a poco tempo fa. Ho visto nei volti degli agricoltori una nuova consapevolezza, che sta nell’orgoglio di concepire il proprio lavoro come una missione di libertà. Una presa di coscienza sulle piccole colture intese come nicchie fondamentali del tessuto agricolo.

Show cooking spazio Coldiretti
Lo Show cooking nello spazio Coldiretti tenuto da Marco Pacella.

Gente solida animata anche da un sano e allegro menefreghismo endemico (molto caratteristico da queste parti) che li porta a far spallucce spesso sui discorsi insensati dei politicanti, perché in fin dei conti, si deve andare avanti lo stesso, con la consapevolezza che comunque il proprio futuro dipende da quanto si riesce a fare, troppo spesso da soli. Nitida è la voglia di portare avanti la propria identità anche se spesso scoraggiata da tutta la centrifuga finanziaria, che come gli avvoltoi ruota attorno a tutti ma che, si spera in questo ambiente di piccole realtà, quindi sano per lo più, possa rimanere ancora marginale. I giovani con speranza e tanta voglia, si mettono in moto per ridare linfa vitale al tessuto agricolo, lampante è la certezza di voler essere dipendenti esclusivamente delle proprie radici e ricominciare a coltivarle.

Ce ne sono ancora tanti di buoni contadini in questa provincia, molti di loro esperti di tecniche agricole e non più chini solamente a lavorare la terra, ma impegnati, con passione a ripristinare il valore proprio della ruralità, che non c’entra nulla con l’agricoltura intensiva e che, soprattutto, non guarda solo al profitto come unica missione d’impresa, ma è attento a preservarne “in primis” la biodiversità. Purtroppo il sistema di oggi non riconosce ancora adeguatamente il valore di questa gente, ed è un peccato, perché saranno queste le realtà del futuro. L’economia buona dei prodotti della terra, che dovranno ritrovare faticosamente la loro naturale connotazione territoriale.

Luca Tombesi e il gruppo di giornalisti/fotografi/agricoltori di #ripartidaisibillinipress
Luca Tombesi e il gruppo di giornalisti/fotografi/agricoltori di #ripartidaisibillinipress

Certamente degna di nota l’iniziativa ideata da Luca Tombesi #ripartidaisibillini e #ripartidaisibillinipress, hashtag da seguire perché già subito dopo le prime scosse di terremoto, ha radunato in maniera volontaria una serie di blogger, fotografi e influencers, arrivando, quest’anno a coinvolgere anche le principali testate nazionali, attraverso il racconto di storie che hanno descritto gli eroi del necessario, con il merito di tenere alta l’attenzione mediatica su queste zone.

Per quanto mi riguarda, ciò che ho cercato di imparare a comprendere da questa rassegna è stato il sorriso genuino dei contadini, quelli che ti fanno sentire come a casa, che non cercano di venderti nulla, ma condividono quello che hanno nella maniera più naturale possibile e questa, è la sensazione più bella.

Uno splendido esemplare di Frisone col suo cavaliere
Uno splendido esemplare di Frisone col suo cavaliere

Il settore agricolo del maceratese, specialmente nell’entroterra, rimane comunque uno dei pochi, che nonostante la crisi, il terremoto e una burocrazia asfissiante, sembra reggere ancora, anche perché in certe zone è l’unica risorsa da mettere in gioco e per questo va protetta con le unghie e con i denti, sostenendo il più possibile la ripresa di colture identitarie che sono la principale possibilità di rilancio di questi luoghi.

“I partigiani fanno il danno e tagliano la corda, i contadini rimangono sul posto e pagano.” Ernest Hamingway

 

Con sorriso e competenza, grande “Chef” Dino Casoni

Dino Casoni, un Cuoco di quelli rari.
La chiave di volta della sua personalità è quella del sorriso, da quando lo conosco, non l’ho mai visto una volta abbattuto o affranto. Merita di essere riconosciuto per il gran Cuoco che è! Penso a ragion veduta che si possa definire un Cuoco con la “C” maiuscola, uno dei pochi rimasti ad essere ancora “di mestiere”.

Sono andato a trovarlo quasi all’improvviso, l’altro giorno al ristorante aperto da poco “Villa Ninetta” sopra Caldarola (MC); erano le 11 di mattina, sono arrivato quasi fino alla cucina da solo perché la sala aveva la porta chiusa, ma non a chiave, il che è tipico di quando si aspettano i camerieri. Dino lo trovo lì, in cucina ovviamente, con le pentole sul fuoco già da qualche ora, a far “tirare” il fondo bruno per gli arrosti, oppure il brodo vegetale quasi pronto per altri piatti o, ancora, qualche altro sugo del menù.

Il fondo bruno, il brodo vegetale, diciamoci la verità, non sono rimasti in molti gli “chef” che in cucina fanno tutto questo, ancora oggi nel periodo del “dado 2.0” dove il tempo è una variabile di business oramai in troppi ristoranti ed il rispetto dei “metodi lenti” è sempre più sacrificato alla logica bislacca dell’ottimizzazione dei costi.

Dino è così, concreto, creativo e dedito alla semplicità rituale della tradizione; abbina la competenza culinaria dello chef, alla tenacia professionale del cuoco.
Osservando e conoscendo la sua storia recente, travagliata per cause di forza maggiore e di magnitudo 7, non si avrebbe difficoltà a definirlo un mix di coraggio, sapienza, ottimismo e resilienza.

Qualche settimana fa sono stato a cena dove ha deciso di trasferirsi con la sua brigata, proprio lì, a Villa Ninetta

Cimelio vintage: il pentolone dell'ENI con i manici elettrosaldati, che Dino utilizza per il brodo vegetale.
Cimelio vintage: il pentolone dell’ENI con i manici elettrosaldati, che Dino utilizza per il brodo vegetale.

sopra Caldarola. Ho avuto modo di scoprire un posto incantevole fra le colline dell’altro maceratese che sarà, mi auguro, il posto che consacrerà il suo talento, anche se è stato, a tutti gli effetti, un trasferimento forzato per continuare la sua professione poiché prima stava presso i locali di famiglia del ristorante hotel Carnevali a Muccia, uno fra i primi ed ormai storici “Motel Agip” voluti da Enrico Mattei in persona verso gli inizi degli anni ’60, ora inagibile causa sisma, ha ancora il fascino vintage del ricordo di quegli anni, quando si compiva il “miracolo italiano”, le persone erano più umane e in giro, c’era aria di fiducia verso il futuro.

risotto ipnotico, rapa rossa, yogurth, e polpettine
risotto ipnotico, rapa rossa, yogurt, e polpettine

Dino di quel periodo conserva ancora alcune “vettovaglie” di solida eleganza, l’ingrediente non commestibile che aggiunge un piccolo tassello di qualità al suo “saper fare”, oltre alla bellezza certamente più attuale dell’odierna location, immersa in un contesto di raffinata natura nostrana. I suoi piatti ricordano sapori genuini e allo stesso tempo, creativi e delicati, con i giusti richiami alla tradizione maceratese. Interessante la galantina fatta in casa messa nel bouquet di antipasti, dal sapore strepitosamente delicato. Ipnotico il risotto alla rapa rossa, che, richiama il suo estro creativo, un primo piatto, il risotto, non molto in voga da queste parti, il suo esprime delicatezza e rotondità al palato.

“Scusa mamma mi si è rovesciato il vaso” è la conclusione dolce di un viaggio in questa zona e nell’esperienza di vita e di cucina di Casoni, è la risposta “vissuta” non tanto dell’oramai famosa crostata di Bottura, quanto del dolce omonimo di uno dei più eloquenti ambasciatori della cucina marchigiana a Londra Andrea Angeletti, Executive Chef stellato al ristorante “Evoluzione” dell’Hotel Xenia (e questa in corsivo è un’errata corrige che inserisco con felicità, perché si tratta di un eccellente cuoco marchigiano ricco di passione creativa e che spero di conoscere personalmente n.d.a.), questo piatto rappresenta la sintesi della storia recente che ha affrontato Dino, che la terra l’ha vista muoversi per davvero e di vasi veri caduti a terra, ne ha dovuti raccogliere e rimettere apposto veramente tanti. Ma la stessa sensazione di “rovesciamento” viene esorcizzata, chiude un viaggio col sorriso dolce della frutta sopra ai due tipi di crema insieme allo sbriciolato di biscotto al cacao a simulare il terriccio. In questo senso, l’idea diviene un richiamo di suggestioni, dove sorridi anche tu insieme ai tuoi sensi. Altro che tiramisù.

Dino a Villa Ninetta, l’avamPAsto del sorriso!

Info: villaninetta.com

Dolce vaso rovesciato
La “rivisitazione vissuta” di Dino Casoni del dolce ideato da Andrea Angeletti a Londra.

La casetta di Peppina, non si sequestra alla mattina

La casetta di Peppina non si tocca.
Questo pezzo è stato scritto insieme a Stefano Blanchi e lo spirito encomiabile di un gruppo di ragazzi di Camerino.
Lo sguardo saggio di una nonna, questo è l’effetto che fa nonna Peppina, un’anziana di quasi 95 anni, portata fuori la sua abitazione di emergenza da San Martino di Fiastra questa mattina intorno alle ore 9.00 dai carabinieri forestali.
La vicenda presenta aspetti tragicomici poiché sembra che il tutto sia avvenuto attraverso un esposto anonimo a cui pare aver dato seguito il comando dell’autorità forestale di zona e che poi sia stato tradotto in un sequestro giudiziario da parte del giudice competente.
La stranezza è che i cartelli sono stati affissi con una tempestività sbalorditiva. Andiamo per ordine, la storia inizia ovviamente a seguito delle scosse del sisma di ottobre 2016, la casa di Peppina diviene inagibile e in zona rossa ma la sua coscienza testarda ma da anziana saggia e attaccata alle proprie origini le impone di rimanere vicino alla sua casa, vicino ai suoi ricordi. Quindi i familiari decidono di trasferirla in urgenza nel container che avevano tenuto dal sisma del ’97 ma le temperature di quest’estate insieme all’età di Giuseppa Fattori, questo è il nome della nonna di Fiastra, li hanno condotti ad una scelta obbligata. Prendere quel fazzoletto di terra di proprietà e già edificabile e costruirci sopra una casetta in legno. Il tempo però è tiranno e la burocrazia delle istituzioni non è da meno, così accade che la famiglia chiede la concessione edilizia al Comune con tutti i pareri e i “cosiddetti calcoli”, già prescritti da tecnici di fiducia, però manca di una parte fondamentale, il certificato di sismicità del Genio Civile per cui sembra occorrano 6 mesi ma, colpo di scena quest’ultimo sembra sia già arrivato al Comune ieri per Posta Certificata.
Quindi ad oggi le autorizzazioni a costruire più importanti ci sarebbero tutte e a questo punto il comune potrebbe essere messo in condizione di rilasciare la concessione e sarebbe tutto ok, al massimo un’ammenda, ma nonna Peppina sta fuori dalla casetta.
Peppina, quasi 95 anni, fino a poco prima delle scosse faceva ancora le tagliatelle "...co lu stennerellu".
Peppina, quasi 95 anni, fino a poco prima delle scosse faceva ancora le tagliatelle “…co lu stennerellu”.

Si può obiettare per carità sui modi di anticipare i cosiddetti “bolli” ma siamo seri, prendere provvedimenti così veloci e tempestivi per un’anziana che ha una casetta messa su di urgenza e con tutti gli oneri di urbanizzazione primaria, fra l’altro in condizioni di estrema emergenza e, soprattutto pagata coi soldi propri e in una sede assolutamente non impattante perché è anche nascosta fra gli alberi è qualcosa che fa ridere se non fosse che a rimetterci è un’ultranovantenne che desidera solo vivere gli ultimi anni fra le sue montagne.

Per quanto mi riguarda spero che la storia della “Casetta di Peppina” possa risolversi con un nulla di fatto e lei ritorni dentro al più presto e, le istituzioni, dal comune, al Genio Civile, alla Regione, gli organi giudiziari e tutto il resto, fino all’anonimo che ha fatto l’esposto possano finalmente normalizzare un’azione oggettivamente esagerata.
Riporto in tal senso una riflessione che mi ha fatto Agata Turchetti, la figlia maggiore di Giuseppina, questa mattina mentre raccontava la storia ai giornalisti accorsi sul posto.
“Vivere in montagna vuol dire anche recuperare il rapporto con il cielo stellato, esistono leggi in Europa che introducono il diritto a vedere le stelle durante la notte perché nelle città non si vedono più, se ci accaniamo contro chi queste zone le ha tutelate per natura da sempre insegnando per primi i rapporti corretti di coesione con l’ambiente, rovesciamo insensatamente il mondo e diviene difficile venirne fuori.” – Ha continuato con tenacia, Agata che di lavoro è insegnante e dirigente scolastico, dichiarando la sua ferma volontà a procedere fino al tribunale europeo dei diritti dell’uomo – “sono stata educata da mio padre con le parole di Kennedy che dicevano questo “prima di chiedervi cosa lo stato possa fare per noi, chiediamoci cosa possiamo fare noi per lo stato”, sono indignata perché nonostante mia madre sia stata custode di fatto di queste terre e non abbiamo chiesto nulla facendo la casetta con le nostre risorse, arrivano e ce la mettono sotto sequestro con questa foga.

Agata in questo anno dal sisma è stata anche autrice di un libro “Le faglie della memoria” dove racconta episodi e storie che hanno caratterizzato questi territori, intrecciandoli probabilmente con i fatti di ottobre.

Peppina, Agata, Marco e altri ragazzi di un comitato spontaneo di solidarietà che mi hanno comunicato il fatto.
Peppina, Agata, Marco e altri ragazzi di un comitato spontaneo di solidarietà che mi hanno comunicato il fatto.
Ci sarà una protesta silenziosa e senza scranni di alcun partito Lunedì pomeriggio a San Martino di Fiastra a cui parteciperò soprattutto per incoraggiare e salutare nonna Peppina che con il suo coraggio di calma resiliente, sta dando lezione di vita a tutti quanti!

Da Vallinfante a Visso, un gattino fra il silenzio delle fate.

Da Vallinfante a Visso, fra ricordi, sorrisi, malinconie e un gatto.

“Museo dell’acqua” recita un cartello ad indicare le sorgenti del fiume Nera a pochi passi da Vallinfante, frazione di Castel Sant’Angelo sul Nera. Una paesino piccolo, ai piedi del Monte Prata, poco distante dal “Passo Cattivo” sul parco nazionale dei “Monti Sibillini”. Di fronte a quel cartello, vicino alla sorgente, un gattino (in foto) spaesato ma non randagio, abituato come solito far dei gatti al luogo, forse più che alle persone.

Ho trovato quel gatto spaesato nel significato letterale del termine, cioè senza il suo paese che non c’è più. Non so perché ma in pochi secondi il pensiero vola a quella lezione di scuola elementare sugli antichi egizi che li adoravano come divinità ai gatti, poi mi torna in mente un mio amico, un grande artista che li dipinge e, dai suoi quadri, escono addirittura con l’anima di acuti osservatori i gatti, mi esce un sorriso, pensare che sono anche allergico al pelo di gatto, ma lo riguardo quel felino e mi convinco che, se lui sta li a scrutarmi con quegli occhi che raccontano sensazioni, evidentemente gli antichi egizi un motivo valido per arrivare ad adorarli lo avevano per forza e che, inoltre, loro non siano animali parlanti solo nelle fiabe, ma ti offrono uno sguardo diverso sul mondo come i quadri di Mauro.

E’ passato un anno dalle scosse, qui il silenzio è rotto soltanto da un motociclista fermo ad osservare la skyline delle macerie ammucchiate, delle trasparenze non volute sulle stanze delle case, immobili da tempo, squarci di aperture sui saloni, un lampadario appeso sopra una tavola, che nessuno apparecchierà più.

un lampadario, una tavola, una casa che fu
un lampadario, una tavola, una casa che fu

Trasparenze non volute ma rese tali dalle mura cadute sopra i sentimenti di una società spezzata, che non piange vite umane, ma la morte della speranza in questi luoghi di silenzio, rifugi naturali dallo stress quotidiano, momenti di calma ricercati prima delle scosse, mai però così obbligati come ora.

Vallinfante, circola voce che non verrà nemmeno rimessa in piedi.

Quella processione per San Rocco così amata dai suoi abitanti, forse troverà l’inerzia clericale per andare avanti, senza l’anima però di chi, questi posti, li ha sentiti propri, magari tornando anche solo in estate, magari scappandoci per qualche giorno, per rimaner tranquilli a riflettere fra le montagne. Probabilmente quei momenti di vita paesana, fatti di ricordi, dialetto, usanze contadine, fiaschi di vino e ciauscolo, verranno pure relegati dentro l’ennesimo “Museo della civiltà contadina”, ma non so se potranno mai ritrovare la forza di rivivere con le suggestioni che emanano, insieme a quello spirito vivo del dialogo con la natura, ancora splendida, nonostante l’uomo e le sue istituzioni, spesso farlocche nell’intraprendere le azioni di sviluppo delle aree interne, oggi più che mai insensate, dietro questa interminabile emergenza.

Quel gatto arruffato osserva, non mi toglie lo sguardo di dosso, si avvicina, struscia sulla caviglia, cerca le persone che non ci sono più. Non è eccessivamente smagrito, sembra più disorientato, forse depresso, non so se un gatto possa o meno essere depresso. Forse, mi viene da pensare, sarà rassegnato anche lui. Nei suoi movimenti c’è un qualcosa di molto simile alla rassegnazione, lo percepisco, lui lì solo in mezzo ad un silenzio assordante.

una porta dietro al niente o al tutto
una porta dietro al niente o al tutto

Decidiamo di riprendere la strada per tornare a Visso, o quel che ne rimane di un paese grazioso nella sua ruvidità di montagna, un’architettura elegante, sfregiata, oggi dalla natura e, nel passato, da una fobia cieca nel costruire cose, troppo spesso senza senso. La zona rossa delimita tutto il centro storico.

Vissosteniamo, è il titolo della festa organizzata dai resilienti rimasti in paese. Mangio un panino al “Vissuscolo” di Giorgio, si perché il nome “Ciauscolo” qualcuno se lo aveva già portato via prima del terremoto, compro anche un pezzo di lardo speziato, noto che almeno quei profumi di un tempo, sono rimasti intatti anche se, inevitabilmente, si sono spostati i luoghi dove li si poteva percepire. La festa di sabato è al laghetto, ce ne sono state altre prima, una serie di prefabbricati in legno circondano il campetto li vicino. Qualche attività artigianale è li per dichiarare di esistere ancora, nonostante tutto. Quei sapori rimangono sempre gli stessi, qualche nuovo progetto si vede all’orizzonte, Stefano che con la sua frutta ha preparato sangria per la festa, mi fa conoscere una nuova rete di piccole aziende che hanno come obiettivo l’idea di voler abbinare la creazione di oggetti in lana di pecora ‘sopravissana’ ai prodotti caseari ed ai salumi; iniziativa interessante, da tenere d’occhio. Incrocio Christian, indaffarato, tiene duro da sempre per il suo paese, un ciao detto di corsa, un sorriso e chissà se non gli sia tornata in mente quella mattinata in cui avevamo “salato” (si dice così da noi quando si fa tappa) a scuola nel ’97 e una “scossa” la prendemmo proprio sotto “la rocca” di Camerino.

vissosteniamo, le bancarelle, fra tenacia e speranza
vissosteniamo, le bancarelle, fra tenacia e speranza

Poco più in la sotto un gazebo Giovanni prepara la griglia per le salsicce, lui è l’instancabile presidente della Croce Rossa di Visso, pur di stare in mezzo alla sua gente, è da oltre un anno che dorme in quello che dovrebbe essere un “ufficio di emergenza”, ovviamente provvisorio, poco più di un gazebo in legno.

Decidiamo di tornare a casa prima del tramonto; nelle buste il mix di odori di qualche piccolo acquisto, due pezzi di formaggio, una ricotta salata, un pezzo di Ciauscolo e uno di lardo aromatizzato mi fanno pensare a quando c’era il centro a Visso, tornando per la Valnerina (ancora chiusa oggi per la frana che ha deviato il Nera) non vedevo l’ora di arrivare per sera a far scorta di prodotti, che avevano l’essenza di un territorio genuino, negli ultimi anni già sfrattato da una burocrazia che li ha oppressi e oggi tende a dividerli ciecamente, sembra che ci si diverta a volerli rendere abusivi a casa loro, in senno a metodi che si sono dimostrati assolutamente fallimentari in passato, rei di possedere sapienza agricola e artigianale, di privilegiare in maniera spontanea e con coscienza, i ritmi di un equilibrio perfetto con la natura.

Mi piacerebbe poter dare un senso magico a questa storia; il senso di quegli artigiani resilienti, quel gatto che fa da guardiano alla sorgente, vorrei che fosse il messaggero delle fate dei Sibillini, che nell’operosità stanno compiendo la magia di rimanere, nonostante tutto, intatte nella loro anima, fatta di vite che le ascoltano ancora, che seguono i loro ritmi scanditi dalle stagioni, che non hanno paura della terra che trema, ma restano ruvidi e ruvide, nonostante le pretese degli uomini ‘altri’, quelli che, nella tempesta burocratica, stanno facendo carte false con le loro speculazioni per riuscire a rovinare tutto ma non ci riusciranno!

Nella speranza di poter concludere la fiaba con un … e vissero felici e contenti, mi auguro che continui questa resistenza!