Ho fatto un sogno… antisismico!

Ho fatto un sogno, di quelli a colori, di quelli che dicono, ci siano più probabilità che si avverino.

Ho sognato un premier in visita di corsa nelle zone stese, affamate, distrutte, colpite, lasciate sole allo sbando senza più nessuna economia da cui ripartire.

Ho sognato Sindaci, che di solito si battono per i loro campanilismi, o storie di politica locale essere uniti dimostrando di non essere i soliti galoppini, perché scossi, resi genuini, magari anche più onesti, a testa alta tutti a resistere. Muri gentili ma solidi, contro i soliti poteri forti!

Di fronte alla propaganda contro una democrazia già fragile perché minata nella sua essenza di società, questo muro di persone rette e coraggiose, persone per bene si erigevano, almeno nel sogno con grandi pretese! E soprattutto con tre domande e una considerazione.

1- “Come ricreiamo la società e l’economia spezzata della montagna, con tutti gli sfollati che stanno al mare?”

2- “Perché i senzatetto che provvedono a sistemarsi autonomamente sono abbandonati due volte, una quando vagano a cercare una roulotte o un container, due, quando scoprono che gli aiuti decorrono dai sopralluoghi di inagibilità vidimati dal sindaco e non dalla data della catastrofe? Così perdono anche un mese.”

3- “Perché non si vedono ancora le urbanizzazioni per i villaggi di casette di legno visto che già nevica?”

…poi la considerazione conseguente…

– “Sandro Pertini, grande padre costituente, 48 ore dopo l’irpinia aveva già, ‘sfanculato’ il Governo – si diceva proprio così nel mio sogno – denunciando le mancanze del post terremoto, Mattarella non lo ha fatto, quindi, lei dovrebbe ritenersi molto fortunato ad andare in quel paese di ‘Sordiana’ memoria solo tra pochi giorni quando l’Italia, se non è del tutto marcita, si recherà in massa alle urne a votare NO perché, lei signor presidente, e tutto il suo governo, ha perso una grande opportunità, quella di essere esempio di cambiamento concreto, dimostrando una Europa forte nei valori sociali in grado di meritare la fiducia del suo popolo. La prova più eccezionale avviene di fronte ad una catastrofe come questa, invece lei e la sua compagnia ha deciso di abbandonarci tutti e continuare a prenderci per il culo! Ma stia sereno, che non ha considerato, stavolta, l’effetto boomerang al ciauscolo!”

Poi mi sono svegliato! Fuori nevicava, la gente sorrideva, come se non fosse mai successo niente!

Credo che ci sia bisogno mai come ora di unità della gente per far ripartire questi posti, l’allusione ai Sindaci nel sogno come persone rette e per bene, vale anche in molti casi nella vita reale, anche se non in tutti. So che in molti di loro hanno fatto e stanno facendo l’impossibile per mantenere in vita questi paesi straziati. Per questo vanno ringraziati veramente!

La gente solida!

Era una giornata calda di settembre dello scorso anno. L’aria frizzante dei pomeriggi di inizio autunno nelle zone di alta collina. Stavo a Pievebovigliana presso il Convento di San Francesco che adesso, credo, abbia più di qualche crepa, ma che presto, spero, torni a rivivere per quel bellissimo luogo che è stato.

In quella bella occasione ho conosciuto Alberta Paggi assessore del comune, con il piglio di una mamma più che di un politico. Un bellissimo evento, mi avevano chiamato per fare da speaker e reinventarmi una sorta di “Show Cooking” che poi è diventata una grande risata collettiva.

Ricordo il coro del Trentino che era in trasferta proprio lì, qualche turista, e un calore come quello di casa anche se non conoscevo nessuno.

Io li a parlare e cercando di strappare sorrisi alla gente, con la speranza di riuscire a far passare anche qualche contenuto d’identità culinaria, reinventando, insieme a Dino Casoni i piatti con gli ingredienti della tradizione antica di queste zone. A colpi di battute, nel descrivere cosa fosse la “Finocchiella” piuttosto che il “Ciauscolo” ai trentini che erano li, ho conosciuto un cuoco che oggi meriterebbe l’appellativo di Chef con la “C” maiuscola, non fosse altro che per la sua tenacia. Dino è il cuoco del Ristorante Hotel Carnevali di Muccia. Lo stabile è un pezzo di storia recente, la struttura è quella di un vecchio Motel Agip, tra i primi fatti costruire da un grande mio concittadino, Enrico Mattei. Oggi, quel luogo degli anni sessanta, ha seri problemi legati alle fortissime scosse di fine ottobre.

Ho rivisto Dino poco meno di una settimana fa e, la prima cosa che ha fatto è stata quella di sorridermi, con un uno di quei sorrisi spontanei, sinceri e diretti che fa la gente che ti vuole bene, quando ti incontra inaspettatamente. Muccia è un luogo fantasma, le persone rimaste sono pochissime, Dino ha preso in affitto un tendone davanti al suo locale, lì ha spostato provvisoriamente il bar per mantenere un minimo di servizio a chi si ferma in zona. Quel sorriso mi ha descritto oggettivamente la forza del suo carattere.

La caparbietà di voler ripartire nonostante oggi supplisca ad un’esigenza di carattere sociale, civile e morale, quella di ridare una “piazza provvisoria” a chi è rimasto in quel paese ferito. I sopralluoghi, per lo meno in via ufficiale, ancora non ci sono stati, assurdo mi è parso il vedere cosi tante pattuglie attorno a quella stazione di servizio, nessuna pattuglia però assegnata ad un sopralluogo sulla struttura per dichiararne lo stato effettivo di inagibilità, per accelerare la ripartenza di un punto nevralgico per la gente di questi luoghi. Non mi interessa montar polemica sui tempi e i modi lenti di un “ricominciare” così affannato, anzi ne vorrei cogliere gli aspetti involontariamente positivi rispetto ad apparati istituzionali inconcludenti, e soffermarmi solo a dire che, per fortuna qualcuno, un’anima ancora ce l’ha.

Per tutto il resto, questo è il terremoto dell’abbandono a se stessi, dove l’unico vanto in una catastrofe così grande, lo si può scovare proprio dietro il sorriso della gente come Dino, che, sono sicuro, ripartirà anche più forte di prima. Con queste due righe, per testimonianza e voglia di speranza, mando a lui e a quelli come lui un abbraccio grande, perché nonostante tutto, la voglia di ripartire è veemente.

Possiamo rinfrancare la voglia di rialzarsi grazie ad un sorriso di speranza come quello dello Chef Dino Casoni e della sua famiglia.

p.s. nella foto un selfie che ci siamo fatti quella bella giornata. Io Dino, Stefano, Alberta e tutta l’altra gente.

La mafia della stupidità

Continuano le scossette di magra intensità, piccole, numerose e silenti ci fanno capire che viviamo un momento di instabilità totale. Dalle istituzioni alle famiglie, tutti indistintamente. Il terremoto dovrebbe farci capire che la società deve essere riequilirata. Invece no. Continuano le scosse dentro gli animi di chi, una casa lesionata già ce l’ha.

È l’apoteosi dello scandalo nella evidente continuità di una utopica visione del mondo unilaterale e iperliberista. Dove il mercato è padrone e noi da cittadini siamo catapultati a consumatori nella più becera visione degli schiavi moderni.

In maniera inequivocabile e con le mazzate dei politici e leader locali che, da, ogni ordine e grado imperano dictact su come sia meglio fare. Mai una parola sulla libertà di deciderselo da soli il proprio futuro. Un futuro di instabilità totale dove nessuna “protezione civile” può arrivare e che nessun social può descrivere.

L’idea di tenere tutto sotto controllo, mai come adesso è completamente svanita sui continui movimenti della terra. È ora di riconsiderare l’uomo nella sua integrità fisica e morale. Riconsiderare l’idea che la gente è tale perché ha un intelletto proprio e la semplicità complessa di combattere per continuare a vivere la propria storia. Per questo il Governo sbaglia nel perseverare a voler mandare tutti al mare. Perché interrompere le economie agricole di alta collina o montagna, mandando tutti in ‘vacanza forzata’ è una stronzata dettata solo da un’ipocrisia politica di stampo regionale. Dovrebbe essere resa reato perseguibile civilmente se non a livello penale!

Comprendere queste cose è presupposto fondamentale per interventi massicci atti a ricostruire ‘in primis’ intere comunità. Un esempio è Gagliole, un piccolo paesino del maceratese che, anche se non abbia avuto evidenti crolli sulle strutture edilizie, vive una dimensione di sfiducia enorme verso tutti gli apparati istituzionali, oggi ho parlato con Mauro Riccioni, il sindaco ‘a gratis’ di questo piccolissimo comune terremotato.

il sindaco Mauro Riccioni
il sindaco Mauro Riccioni

Un avvocato mio amico, salito alla ribalta per il fatto di aver urlato al mondo di fare il sindaco senza ricevere indennità di mandato, l’ultimo comunista vero. Una cosa inconcepibile nell’economia di mercato. Encomiabile per i suoi cittadini fino a prima del sisma.

Dopo le scosse l’ho visto solo, più di prima. Tanto che nella sua voce non ho più sentito l’idea pacata, per quanto decisa di un uomo con una propria coscienza civica, ma solo la fragilità di non riuscire a mantenere gli impegni ad una società indebolita dalla paura di perdere tutto e rimanere abbandonata a se stessa. Mauro, che in tempi normali urlava contro un sistema fatto di utopie liberiste, oggi l’ho visto impaurito, iperattivo sul fronte scatenato della volontà di ricucire una comunità fatta di uomini e donne sfiduciati dal timore di cosa sarà il domani, encomiabile, ma non nego dubbi su come avverrà questa ricostruzione ‘la quiete dopo la tempesta’.

Intravedo nitido il senso di disorientamento su come andare avanti domani. Proposte e sacrifici a sperare in un futuro migliore ed identitario. Cammino difficile, pieno di motivazioni, nonostante la Regione, il ministero e il mondo della burocrazia che si fa spazio dentro uno sciame sismico di aiuti promessi ma che non arrivano mai. Unico modo per urlare al mondo che esistiamo, quello di farci sentire coesi e determinati a voler far continuare ad essere le nostre comunità. Siamo un popolo fatto di uomini e donne che dovrebbero unirsi nel continuare a respirare questi territori. Nonostante tutto e tutti. Ora è il momento della calma e della riflessione cose in cui i marchigiani si perdono spesso. Ma è anche il tempo di essere comunità, anche se impaurita, dimostrare di essere gente che vuole ricominciare a viverli di nuovo questi paesaggi.

In sostanza è una guerra contro la mafia della stupidità, umana, politica e sociale. Se non la vinciamo, meritiamo tutte le catastrofi che abbiamo!

Per questo, forza e coraggio!

La mia culla

La mia culla è il luogo dei miei sogni, è una coccola dolce.

La mia culla è ritrovarmi abbracciato stretto stretto con chi amo che ha gli occhi grandi come la luna di queste sere di fine autunno.

La mia culla è potermi risvegliare nonostante le terra che trema, è sotto le coperte a fare le cose più belle e più insensate.

La mia culla è una guerra contro il mondo, un avamposto verso la superluna che mai come adesso rischiara le notti di tutti.

La mia culla è il dolce amaro di un destino che verrà, nonostante tutto.

La mia culla sono i miei peccati originali, tanti come le scosse di questo periodo, rimessi al mondo per proseguire a vivere.

Il mio respiro vola vago verso un cielo coperto da nuvole che il chiarore dell’alba dissolverà.

La mia culla è l’odore di libertà.

P.s. la foto è di Enea Francia che ringrazio  per la sua ‘culla’, mentre il pezzo è mio che non ho ancora una ‘culla’ come quella…

Benvenuti nel Pulp Sisma!

‘Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi.’

In questo periodo è la frase che ci diciamo sempre quando ci incontriamo con un mio amico. Un pezzo di Bibbia reinventato e fatto pronunciare da Quentin Tarantino a uno dei suoi personaggi di ‘Pulp Fiction’ prima di premere il grilletto. Tutti ricorderanno questi passaggi del film.

Inequivocabili mi tornano in mente queste scene nel rivedere le immagini in tv o le notizie dei tg, perché oggi più che mai, danno spazi esagerati a questioni futili o di riflesso; per contro, scorgo quello stato di incertezza tra tutta la gente che vedo intorno a me. È una situazione ‘pulp’ corollata di zone rosse, avamposti di pattuglia in paesi devastati e resi deserti dalle scosse di giorni fa ma che ancora continuano, con tanto di autoblindo delle forze dell’ordine, che almeno ci sono, in assetto antisciacallaggio.

È una caotica routine su come far ripartire l’economia stracciata di una zona prevalentemente agricola e artigianale. È una corsa a rimettere al loro posto le chiese e forse, anche le case, dimenticando, forse troppo, di ricucire nel frattempo, le società identitarie che quasi abbandonate, ancora resistono in questi luoghi. Il sentore è che, sopra alle difficoltà di chi imperterrito continua a far quel che può in questi posti disgraziati, ci sia uno Stato che non vede l’ora che i montanari testardi abbandonino tutto per regalare il territorio a lobby di comodo, allora si che la tragedia avrà il suo effetto conclusivo. Tra le foto degli ori e gli affreschi chic negli interni della Trump tower, non vedo nessuna allegoria al pastore che cerca in ogni modo di rimanere vicino al suo gregge di pecore sopravissane, già minacciate da tempo da problemi di estinzione, mentre è questo che accade oggi sulle alture di Cupi o di Castelsantangelo sul Nera. Non vedo, nei discorsi delle varie o avariate domeniche di spettacolo, nessuno come quei norcini che, anche se rimasti senza niente, stanno cercando in tutti i modi di riparare il prima possibile (trovandone di simili nel frattempo) le cantine di stagionatura dei ciauscoli per cercare di garantire una continuità a pezzi di cultura che valgono quanto un’opera d’arte. Vedo tanta finzione negli occhi impauriti dei miei compaesani che troppo spesso vacillano, io compreso dietro un’insensata routine.

In questa situazione pulp, nel frattempo che i vari cuochi stellati o Farinetti imbacuccati si sono riempiti la bocca di amatriciane solidali, non ho mai notato alcuno citare Giampiero, l’unico a cucinare la Griscia a Grisciano la frazione di Accumoli dove è nata questa tradizione. Lui in mezzo alle macerie ci si è trovato a lottare ed il giorno dopo quel 24 agosto, aiutava la protezione civile a montare le tende nel giardino del suo ristorante. Chissà se oggi ha ancora la forza di combattere per quel pezzo di identità. In questo ‘pulp sisma’ di enunciazioni paradossali di Errani che sembra aver detto che se fossimo giapponesi saremmo tutti evacuati, c’è per fortuna qualche sindaco che spera almeno di riuscire a far continuare a vivere il forno del paese o che allestisce i campi per ospitare i moduli abitativi provvisori, che fino a ieri non erano sicuri. A Gagliole, sotto le crepe della rocca medievale, l’ultimo sindaco comunista d’italia urla al mondo che quel paesino ce la farà a risorgere.

Ai proclami del ‘ricostruiremo tutto com’era’, in questa situazione paradossale è la tigna di montagna degli allevatori, contadini, norcini e artigiani l’unica a non essere deviata e distorta dalla… ‘tirannia degli uomini malvagi e potenti’. Solo loro col coraggio delle azioni intelligenti stanno reggendo le botte della burocrazia dopo le scosse. Per fortuna che esistono perché altrimenti grosse fette di identità territoriale sparirebbero e rimarrebbe solo ‘il grandissimo sdegno’ continuando con pulp fiction, qui oggi c’è un mare di gente che ‘non è mai stata così lontano dallo stare bene!’

Con le scarpe negli usa e il sedere che trema!

Scrivo con le scarpe negli USA ed il sedere che trema, orgoglioso di esclamare che, francamente, non me ne frega niente di Trump che vince contro Ilary  Clinton.

Era abbastanza palese che dentro un sistema ipercapitalista avrebbe vinto chi ne rispecchia il suo emblema, soprattutto se come avversario ha la copia imbiondita di Rosy Bindi. 

Non me ne frega niente delle elezioni americane perché non sopporto i voltagabbana dell’ultimo minuto,  sono stanco di questa unica via del turbo capitale mascherata dalla social democrazia fittizia di Renzi e compagnia. Non me ne frega perché sono un marchigiano e sto a trenta chilometri dall’epicentro di un sisma che ha cambiato volto a tre regioni, per questo ho il sedere che trema.

Con le scarpe negli USA - Chrisler Building dalla Stazione Centrale
Con le scarpe negli USA - Chrisler Building dalla Stazione Centrale
Con le scarpe negli USA - Pezzi di Little Italy
Con le scarpe negli USA - Pezzi di Little Italy

 

Stavo a New York a metà settembre e ho visto una città piena di italianità, nonostante le amatriciane solidali di una nota catena del food fatte cucinare da messicani o marocchini e senza nemmeno la lontana vicinanza ai sapori di un posto che oggi è fantasma.

Ho camminato per Manhattan con le scarpe di Stefano Minetti, c’ho fatto in un pomeriggio circa 4 chilometri, che con Giulia ridevamo sul fatto che le scarpe fatte a mano a “little italy” le indossavo solo io e la mafia. Chiaro che “io so io…” parafrasando Sordi per ridere. 

Dico questo perché a 30 chilometri dal sisma alla gente come Stefano, di Trump e Hillary non gliene può fregar di meno, perché i problemi sono altri, sono quelli della bottega vuota, nonostante faccia le scarpe in cuoio per chi vuole lui ed al prezzo che decide, perché la manualità è la SUA e fa giustamente quel che desidera del suo talento. Però se la gente non c’è come si fa…? Chi le risuola le scarpe dopo un terremoto? 

Con le scarpe negli USA - Empire State 10 settembre 2016
Con le scarpe negli USA - Empire State 10 settembre 2016
Con le scarpe negli USA - NY Skyline del 10 settembre 2016
Con le scarpe negli USA - NY Skyline del 10 settembre 2016

Non lo dicono questo alla Rai….o nelle tv della nuova oligarchia dei lecchini globali. Non lo postano i politici locali questo, le telecamere si spengono davanti a chi come Stefano può far paura perché lui la responsabilità di fare un prodotto di qualità, partendo da zero, se la prende tutta. 

Nel suo Business Plan, parola che va tanto di moda nell’economia globale, non poteva pensare ad una catastrofe così evidente e, allo stesso tempo, oscurata da tutti i media convenzionali. Provate con le scarpe in cuoio a farci i chilometri dentro Manhattan, io con le sue scarpe ci sono riuscito anche comodamente.

In tv, se questo fosse un mondo di gente di coscienza, domani ci dovrebbe essere lui (oppure chi come lui, sta passando questo periodo buio), a raccontare come si sopravvive ad una catastrofe totale come quella di pochi giorni fa. 

Invece, mentre scrivo sento analizzare il voto degli Usa, tipi che sbandierano doppio petto in stile Silvione d’annata, che se non altro faceva ridere. 

Con le scarpe negli USA - Con le "Minetti Derby" per Manhattan
Con le scarpe negli USA - Con le "Minetti Derby" per Manhattan
Con le scarpe negli USA - Il calzolaio Stefano Minetti a lavoro
Con le scarpe negli USA - Il calzolaio Stefano Minetti a lavoro

Sarò utopico per la massa dei coglioni che si fanno prendere per il culo dai mass media e dalle lobby, oppure più semplicemente penso questo perché ho le scarpe negli USA ed il sedere che trema in Italia, ma per me oggi le persone che valgono milioni di dollari non sono ne Trump ne altri milionari star della tv. 

Oggi per me un ‘the million man’ è Stefano Minetti, perché poco meno di un mese fa mi ha dato l’occasione di passeggiare comodo in mezzo a Manhattan con un paio di scarpe che di sicuro avevo solo io! 

Pensate ero in mezzo a milioni di persone con un paio di Minetti, a vedere tanta gente diversa ma incollata a differenze finte costruite ad hoc da strategie di marketing.

Io no, io ero l’unico diverso da tutta quella gente e questo grazie anche a Stefano.

Calzolaio Stefano Minetti – Pagina Facebook 

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Ripartendo dai MESTIERI.

– ‘Giorgio ce l’hai una bella fiorentina che stasera non vedo l’ora d’accenne lu focu e scallà la griglia’
– ‘oh Marco non me roppe che lo sai che non ce l’ho!’ –
– ‘Si mbriacu, quella che è….?’
– ‘Questa mica è la fiorentina, è la marchigiana, te la fo una fetta da un chilo e due….?’
– ‘Giorgio fai cacà …questa è marchigiana vera o finta?’
– ‘è estera …vene da la Pieve!’ –
– ‘Beh Pievebovigliana mica è Visso so dieci chilometri ohhh ….Ahahahaha!’
-‘Oh Marco vattela a pià nder saccu, damme retta senti che robba che è!’-

Questi sono più o meno i dialoghi tra me e lui quando passo a Visso.

Giorgio Calabrò è uno dei migliori norcini d’Italia.
Uno che con estrema semplicità, quasi tiene celata la sua maestria, la passione, l’attaccamento alla propria terra, anche una certa dose di furbizia da montanaro, ma soprattutto la sapienza e la caparbietà di chi vuole migliorarsi per rendere, da sempre, e molto prima del terremoto, vivibile e migliore un paesaggio stupendo come quello di Visso, nella tutela di quei valori semplici ma fondamentali, specchio di una diversità che, oggi più che mai, dobbiamo salvaguardare. Valori culturali, d’identità gastronomiche, chiavi fondamentali per iniziare a ricostruire questi luoghi, e lui lo faceva molto prima di una catastrofe come questa.

Io riparto da Giorgio perché in quei locali dove stagionava i ciauscoli, insaccati senza tutti quei nitrati consentiti e, affumicati a legna, si trovava ad essere bersaglio, di disciplinari di produzione fatti in maniera criminale che hanno esteso la zona di produzione di una identità dei Sibillini, fino al mare, (cercate l’igp del ciauscolo), che per compiacere i metodi industriali, quasi dovevano essere bandite le antiche cantine di stagionatura, come se tutti conservanti ammessi, avessero effetti minori sulla salute dei consumatori.
Riparto da Giorgio che nonostante tutto utilizza solo sale e maestria per mantenere i suoi prodotti, e ha resistito a quella catastrofe prima della catastrofe, reinventandosi il “Vissuscolo” per rimarcare costanza identitaria ad un patrimonio comune di tutti i vissani e tutti i marchigiani.
Voglio ripartire da Giorgio perché ha ridato nome al ciauscolo, lui come pochi altri norcini di quelle zone, senza perdersi d’animo, cercando di spiegare come si fa un prodotto della tradizione anche quando, gli organi competenti, con l’introduzione del marchio di qualità hanno fallito clamorosamente nell’istituzione di quel tipo di tutela che ha fatto danni molto prima del sisma.
Vorrei che sia lui l’esempio di come rialzarsi oggi, che non ha più niente, ma che il mestiere, quello non glielo toglie nessuno, ha retto i colpi, tanti anche prima del sisma, è stato un elemento di promozione per il territorio, citato dal Financial Times, oltre che dalle migliori guide gastronomiche italiane. Lui sta li con la semplicità furba di chi riesce con orgoglio a vivere con un territorio stupendo quanto insidioso. Io sto con Calabrò perché è simpatico, semplice e, dopo avermi detto che non aveva più niente per lavorare, sorridendo ha aggiunto, che però quel cartello col maiale che avevo disegnato è rimasto li. Sto con lui e anche con Renato, un salumiere macellaio di Matelica che lo ha subito ospitato per segno di rispetto della grande manualità di questo artigiano.

Era una questione quasi morale per me andare a Visso proprio in questo periodo e passare da lui, minimo per un paio di salami, la bistecca o un pezzo di lonza oppure per le sue novità. Era Visso e, respiravo l’aria fresca degli odori della montagna d’autunno, quel profumo dolce e acre dei camini accesi con davanti i ciauscoli a stagionare. Giorgio oggi li, come altri, non ha più niente. Tutto è zona rossa.

L’Italia è il popolo dei mestieri e oggi dobbiamo ricominciare a mettercelo in testa, per forza, non fosse altro che per contrastare gli effetti più insensati della globalizzazione che sta rendendo impossibile la salvaguardia di quanto, ancora riesca a dare senso identitario al nostro vivere.
Allora sono esempi da seguire sia Giorgio che Renato, che lo ha ospitato a casa sua perché quel mestiere lo condividono nonostante le macerie o la concorrenza, continuano a lavorare per migliorare sempre di più la loro qualità artigianale, dimostrando una solidarietà nei fatti e non nelle chiacchiere.

Per questi motivi l’assurdità più cieca ed insensata della politica di oggi è quella di lasciar morire nell’apatia queste economie di montagna, già devastate ancora prima del terremoto. I marchi, le illusioni di tranquillità fittizie della casa perfetta in stile “mulino” ci dovrebbero far riflettere invece su quanto sia importante ritrovare, viceversa, il senso della conoscenza delle persone e della fiducia nel loro ‘saper fare’.
Da una tragedia come il terremoto infatti, stanno rinascendo fra le macerie, cose fantastiche proprio tra chi questo senso del fare ce l’ha dentro e quindi se ne frega di sbandierarlo ai 4 venti.

Giorgio Calabrò è uno dei maestri della norcineria delle marche e oggi a pieno titolo, dopo il terremoto, dell’Italia intera. Cerca una cantina a mattoni, per continuare la tradizione, nonostante abbia perso la casa, la macelleria, i locali di stagionatura ed è ospitato a Matelica dal suo amico salumiere Renato. Una cantina di quelle di una volta oggi stra bersagliate dalle varie normative sanitarie con cui poi compongono disciplinari di produzione che fatti così stabilizzano la produzione industriale dei prodotti, ma non la loro qualità intrinseca. La “qualità”, quella parola non quantificabile a pieno da nessuno slogan, ma colma di umanità perché permeata di un sapore vero e genuino, quello della creatività umana e della continua ricerca nel migliorarsi.

Allora oggi dovremmo essere tutti come loro, Giorgio e Renato, due persone che nell’umiltà della produzione artigianale ancora sono attaccati alla sostanza dei valori, quelli veri, quelli che sono evidenti in un sorriso avanti ad una fetta di ciauscolo ed un bicchiere di verdicchio.

Vi lascio i recapiti per acquistare i loro prodotti, non ne rimarrete delusi.
Macelleria Fantasy di Bartocci Renato Tel. 0737.83348
Orario dal Lun. al Sab. dalle 8:00 alle 13:00 e dalle 15:30 alle 19:00

Stress da terremoto…

Iniziano a passare i giorni, dopo le scosse fortissime e la sensazione di continui movimenti sotto al culo anche quando fai la cacca. Alla tv parlano solo di questo. Allora esci, ti fai un giro per il paese perché casa ancora regge bene per fortuna oppure per miracolo, chi lo sa… Vedi le facce stanche della gente che è straziata da questi giorni infiniti. Le forze dell’ordine fanno il massimo, gli ingegneri per l’emergenza, i vigili del fuoco stanno lavorando senza sosta nonostante la politica dei soliti piccoli che montano polemiche sul referendum ma non dicono un cazzo per i moduli provvisori arrivano troppo tardi se per natale! Occorre creare una rete fra chi mantiene i propri animali e le proprie campagne, acquistare subito i prodotti o chi può aiutare seriamente questi piccoli agricoltori di montagna prima che arrivino domani le multinazionali a portarsi via pezzi di territorio. È francamente insopportabile! Le fragili economie agricole di montagna, con i loro abitanti al mare come fanno a sopravvivere senza chi li governa ogni giorno? L’unità di idiozia politica di questi giorni è imbarazzante, dal premier ai galoppini di vari movimenti che invece di far leva su questioni fondamentali come avere un rifugio provvisorio immediato per continuare la vita in questi luoghi, montano cagnare sul referendum e compagnia bella.
Spero tanto che quanto scrivo possa arrivare a chi di competenza e abbia il semplice effetto di dimostrare che nell’emergenza vengono prima le persone poi le cose! Nonostante le botte queste tradizioni identitarie centenarie non possono essere spazzate via da una scossa!

Ps. Ho messo l’immagine della chiesa delle Anime del suffragio di Matelica perché è caduto il crocefisso. Possono cadere i simboli ma non le coscienze!