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Gabriele e Sara “VitiCultori” di Genuinità

Viti Cultori, non a caso ho usato questo termine, due giovani che hanno fatto la loro scelta di vita. Identitaria, nobile, fresca e genuina. La spontaneità di essere accolti in famiglia. Fanno tutto da soli, coltivano la vigna, ne ricavano il loro vino e li vedi felici. Sono andato a trovarli l’altro giorno, l’idea era quella di passare un’oretta per capire come Gabriele fa il suo vino, poi invece siamo arrivati a sera perché più che una storia di vite, la loro è la storia di una scelta di vita. Oramai Gabriele è alla terza generazione della cantina fondata da suo nonno Nazzareno, vicino la vecchia stazione di Matelica, coi campi piantati a verdicchio, le più anziane o antiche vigne stanno sul crinale vicino la frazione Colli di Matelica e poi, la “parte grossa” in zona Cavalieri, dove abitano e accolgono i loro amici o chi è interessato a condividere questo modo allegro di armonizzarsi con la natura.

Gabriele fra i colori della natura.
Gabriele fra i colori della “natura”.

Gabriele matelicese DOC, è figlio di Eugenio che adesso gli ha lasciato le redini dell’azienda agricola, lui, per ringraziarlo, coraggiosamente, e con la voglia di mantenere ed evidenziare continuità identitaria, ha tirato fuori il Verdicchio Gegé che è diminutivo appunto del nome di suo padre. Un vino coraggioso in queste zone perché nelle prime uscite non era filtrato e quindi, ha corso il rischio di non essere subito capito dai consumatori, ma poi è diventato un prodotto importante, arrivando ad essere inserito nelle carte dei vini di ristoranti stellati. Il non eccessivo filtraggio può essere preso come un segno ad un ritorno indietro. Invece nel Gegè e anche in altri vini della cantina Cavalieri è tutt’altro, un gancio di continuità intelligente col passato. Una cantina piccola, parliamo di circa 200 quintali di vino prodotti ogni anno, Gabriele può permettersi di verificare attentamente, anche con l’aiuto di nuova tecnologia, tutto il processo produttivo, quindi l’idea di ripristinare antichi metodi possono migliorare il bouquet del vino, ma abbassano drasticamente l’utilizzo di altre sostanze. Questo equilibrio, ben mantenuto, risulta un valore aggiunto.

Dafne al cancelletto.
Dafne al cancelletto.

In vigna veniamo accolti dalla simpatica Dafne, che dal recinto saltellava, lei la prima guardiana della tenuta, con al suo centro, un bel casolare di campagna. Invece Sara la moglie ci accoglie col sorriso ed un bicchiere di vino per entrambi. Lei legge molto e da poco ha deciso di aprire il primo wine shop sul corso principale del paese di Matelica dove cura personalmente una buonissima selezione di bottiglie e altri prodotti di gastronomia posti lì in vendita.

Sotto la tettoia del casolare due tavoloni fatti con un legno massiccio, recuperato da alcune mangiatoie, danno senso di eleganza e solidità. Di fianco la parete dipinta da artisti veri e improvvisati, fatta fare nel 1995 da babbo Eugenio; quella parete oggi è chiaramente ancora piena di colori. Arriva il pane caldo, l’olio ricavato da alcuni ulivi messi a dimora da non molti anni, un gusto interessante, rispecchia la freschezza colorata di questo posto. Poi Sara taglia ancora ciauscolo e formaggio. Due ore volano in un lampo. Parliamo di tutto e, soprattutto riscopriamo la sensazione di sentirci matelicesi, una bella cosa che, in verità non mi capita di rivivere da troppo tempo ormai.

Grappoli e filari nuovi ripresi da vecchi vitigni.
Grappoli e filari nuovi ripresi da vecchi vitigni.

Mentre il sole sta per tramontare andiamo tra i filari e lì Gabriele mi spiega dei nuovi vigneti che ha fatto derivare da quelli vecchi del crinale vicino ai Colli. Un esempio concreto di tutela della biodiversità. Torniamo, passando sotto la vecchia quercia che divide il campo dal giardino, le foglie leggermente mosse dal vento, qualche altra fetta di ciauscolo e formaggio, qualche altro bicchiere di vino. Parliamo anche di America, dell’acqua al cloro di Central Park, o di altri posti dove sui cocktail non puoi farti mettere il ghiaccio. Ci accorgiamo che il problema dell’acqua da noi non c’è perché pura, ma comunque non se n’è bevuta molta quella sera. Poi entrambi mi dicono: “Tempo fa alcuni Olandesi sono venuti a piedi fino a qui, che li abbiamo visti passare addirittura per la vigna, hai capito il perché?”.

La bellezza delle piccole cose, che alla fine sono le più importanti. Li saluto contento perché ci credono in quello che fanno. Torno a casa grato a loro per queste belle sensazioni. In bocca a lupo per tutto e nonostante tutto.

info: Cantina Cavalieri

Il Gegè e ... gli altri...
Il Gegè e … gli altri…

Il Picciolo di Rame

Al Picciolo di Rame di Vestignano una frazione di Caldarola nelle Marche, nonostante le scosse che ancora ogni tanto riportano alla mente quei giorni terribili di un anno fa, è la tenacia che fa andare avanti e continuare a sperare gli artigiani, anche quelli del gusto come Silvano di cui vi parlo oggi, perché non si può definirlo un ristoratore, ma anzi un artigiano di bottega, un pezzo di cultura identitaria come le altre “botteghe artigiane” di altri settori, che sono il cuore pulsante della tradizione italiana, mai come oggi sole contro il mondo, specie in centro Italia.

Voglio parlare di Silvano Scalzini ed il suo ex frantoio diventato istituzione della cucina tradizionale maceratese. La voglia di ricordare chi siamo, l’orgoglio di provenire da una terra che seppur martoriata, sempre seconda nelle pagine dei grandi media, rispecchia ancora in molte sue piccole parti, l’autenticità fatta di persone che ripercorrono gli aspetti di questa tradizione, rinnovandola nella consapevolezza che sono quei gesti prima o poi, a divenire i piloni di rinforzo ad una società in costante spopolamento ed oggi resa ancora più fragile per gli effetti devastanti della natura. Quindi parlo di Silvano perché merita di essere raccontato per il lavoro che svolge, per la passione che infonde nell’essere punto fermo di una identità che non può essere infranta, dimenticata e magari domani, solo rimpianta perché relegata nei racconti di un libro.

Silvano dal 2000 lo trovi li nel suo frantoio che diventa istituzione popolate di tutela gastronomica e boccascena per la sua opera prima che trasmette, ogni volta ai suoi ospiti, la sua autorevolezza semplice, i suoi racconti su come ha trovato questa o quella ricetta ottocentesca, il modo con cui ha preparato il sugo, perché il ragù qui non è la stessa cosa. Nelle 12 portate, servite nell’ambientazione medievale del frantoio con le sedie a tre pioli, i runner di lino e cotone che adornano la tavola di legno massello, arrivano tutti i capisaldi della cucina maceratese: I frascarelli, i cargiù, la roveja, piatti dimenticati che prendono la giusta rivalutazione in una cucina, quella di Silvano appunto, che con la sapiente maestria del cuoco che impara dalla “vergara” senza distorcere la tradizione ma semmai enfatizzandola nella sua purezza, si stacca dai fornelli (grazie anche alla vera Vergara sua mamma ed il suo promettente aiuto cuoco) e racconta i suoi piatti come esperienze di viaggio, come una ricerca viva fra i ricordi e fra quegli angoli dei Sibillini che ancora racchiudono scrigni di purezza gastronomica reale.

Da Silvano ci vai solo se prenoti prima, la sua cucina è fatta di materie fresche ed esclusivamente locali, non ha menù ma rappresenta un estratto gustativo completo della tradizione maceratese. Silvano è il custode di una sapienza che si rischiava di perdere ancora prima delle scosse, la sua “Bottega” è il laboratorio che preserva i sapori e le tecniche che stiamo dimenticando, per la frenesia stressante a rincorrere il tempo in una cena frugace da fast food, o fra i conti salati per una creatività, spesso fittizia degli “chef da show”.

In questo senso Silvano Scalzini per me è il cuoco sapiente che racconta la semplicità dei suoi gesti in cucina; li ha acquisiti quei gesti grazie alla curiosità di uno sguardo attento, che non sbircia ma osserva, ed è per questo che riesce ad essere se stesso, trasferendo ai suoi ospiti, l’emozione di assistere e condividere con lui tutti i dodici atti del suo spettacolo gastronomico.

 

Il Picciolo di Rame – Loc. Castello di Vestignano – Highlights info row image 348 331 6588

I miei tagliolini tra Matelica e Cetara.

ingredienti che ho utilizzato
gli ingredienti che ho utilizzato

Tagliolini con la colatura di alici, a metà tra Matelica e Cetara. Qualcuno mi ha chiesto di postare una ricetta. Giusto l’altra sera ne ho reinventata una dopo essere tornato dalla costiera amalfitana. Ho visitato Cetara, magari in un prossimo pezzo racconto anche le tante cose interessanti che ho visto in quelle zone. In questo pezzo invece racconto come ho cercato di reinterpretare e coniugare i gusti di due zone d’Italia, Cetara e Matelica. Non esistono motivazioni storiche o particolari, li accosto solo perché in un posto ci vivo, mentre l’altro è davvero affascinante. Gli ingredienti sono semplici e facilmente reperibili, forse la colatura di alici se non siete di Cetara avrete difficoltà a reperirla anche se si trova su internet, comunque io l’ho presa sul posto, e comunque qualche negozio specializzato la tiene anche in altre zone fuori dalla “Costiera”. Apparte questo ho utilizzato una pasta lunga all’uovo, di solito a casa mi preparo da solo le tagliatelle ma siccome ho promesso facilità, ho utilizzato le caserecce all’uovo Mosconi, per due motivi, buon rapporto qualità prezzo, soprattutto per la loro rugosità, aggrappano molto bene il sapore del sugo e poi sono matelicesi. Poi ho usato pomodorini freschi, meglio se Pachino, germogli di Vitalbe o Viticchi, rubati dietro la fratta della Tipografia Francia, che poi, siccome lì sono terminati perché li ho presi tutti io, vi posto la foto così potete raccoglierli dove volete senza disturbare il tipografo, che lui deve stampare. Poi occorre, l’olio extravergine di oliva, possibilmente italiano e di produttore fidato, peperoncino fresco, se diavolicchio calabrese o jalapeno meglio ancora; il peperoncino non deve essere estremamente piccante, altrimenti rovinate tutto. Alla fine deve venire fuori un piatto delicato e le sfumature di sapore, se si eccede in piccantezza, se ne andrebbero a quel paese. Non da ultimo, il prezzemolo e, appunto, queste vitalbe.

vitalbe o viticchi germogli
vitalbe o viticchi, germogli

A proposito, per chi non avesse ancora capito che cosa siano questi strani germogli, chiedete ai vostri genitori o comunque a qualcuno che era adolescente tra gli anni 60 e 70, fate proprio questa domanda “dove stanno le (“vitalle” – per quelli del centro Italia) piante rampicanti (per gli altri) che vi fumavate?”.

Sono sicuro che in questo modo non avrete problemi a riconoscerle, tra l’altro sono buone anche nella frittata, mentre la parte del tronchetto era utile per l’altro scopo sessantottino… Tornando alla ricetta, ho utilizzato anche qualche mandorla e una schiacciata di un forno locale.

Adesso che avete l’occorrente togliete l’animella all’aglio, tagliatelo a pezzettini e fatelo soffriggere a fuoco bassissimo con l’olio, nel frattempo mettete a bollire l’acqua senza salarla. Tagliate a pezzetti o a spicchi i pomodorini e appena inizia a soffriggere l’aglio aggiungeteli insieme al trito di prezzemolo e viticchi per 4 o 5 minuti, il tempo di cottura della pasta che nel frattempo avrete gettato in pentola perché l’acqua è arrivata a bollitura.

Scolate la pasta e fatela saltare nella padella calda non più di un minuto, se occorre aggiungete acqua di cottura. Mi raccomando aggiungete la colatura di alici solo alla fine, senza fuoco sotto la padella perché “altrimenti il sapore del mare se ne scappa” come dicono a Cetara. Alla fine si può aggiungere la sbriciolatura grossolana di mandorle e la schiacciata del forno. Un filo di olio a crudo che sta sempre bene e buon appetito.

Di vino io ho bevuto un rosso Canovaccio dell’azienda agricola Colpaola, che è stata una piacevole scoperta, ma andrebbe benissimo un verdicchio o un buon bianco campano non eccessivamente corposo, e soprattutto che sia fatto… solo …con l’uva.

Per questo pezzo ringrazio Gianluca D’uva ed il suo chef Stefano Cavaliere un grandissimo in bocca a lupo per la nuova bottega del gusto ‘Alici come prima’ proprio a Cetara, hanno aperto solo da qualche giorno. Bravi e simpaticissimi i loro spaghettoni alla colatura coi taralli quaresimali e cavolfiori, mi hanno ispirato il pezzo.

La gente solida!

Era una giornata calda di settembre dello scorso anno. L’aria frizzante dei pomeriggi di inizio autunno nelle zone di alta collina. Stavo a Pievebovigliana presso il Convento di San Francesco che adesso, credo, abbia più di qualche crepa, ma che presto, spero, torni a rivivere per quel bellissimo luogo che è stato.

In quella bella occasione ho conosciuto Alberta Paggi assessore del comune, con il piglio di una mamma più che di un politico. Un bellissimo evento, mi avevano chiamato per fare da speaker e reinventarmi una sorta di “Show Cooking” che poi è diventata una grande risata collettiva.

Ricordo il coro del Trentino che era in trasferta proprio lì, qualche turista, e un calore come quello di casa anche se non conoscevo nessuno.

Io li a parlare e cercando di strappare sorrisi alla gente, con la speranza di riuscire a far passare anche qualche contenuto d’identità culinaria, reinventando, insieme a Dino Casoni i piatti con gli ingredienti della tradizione antica di queste zone. A colpi di battute, nel descrivere cosa fosse la “Finocchiella” piuttosto che il “Ciauscolo” ai trentini che erano li, ho conosciuto un cuoco che oggi meriterebbe l’appellativo di Chef con la “C” maiuscola, non fosse altro che per la sua tenacia. Dino è il cuoco del Ristorante Hotel Carnevali di Muccia. Lo stabile è un pezzo di storia recente, la struttura è quella di un vecchio Motel Agip, tra i primi fatti costruire da un grande mio concittadino, Enrico Mattei. Oggi, quel luogo degli anni sessanta, ha seri problemi legati alle fortissime scosse di fine ottobre.

Ho rivisto Dino poco meno di una settimana fa e, la prima cosa che ha fatto è stata quella di sorridermi, con un uno di quei sorrisi spontanei, sinceri e diretti che fa la gente che ti vuole bene, quando ti incontra inaspettatamente. Muccia è un luogo fantasma, le persone rimaste sono pochissime, Dino ha preso in affitto un tendone davanti al suo locale, lì ha spostato provvisoriamente il bar per mantenere un minimo di servizio a chi si ferma in zona. Quel sorriso mi ha descritto oggettivamente la forza del suo carattere.

La caparbietà di voler ripartire nonostante oggi supplisca ad un’esigenza di carattere sociale, civile e morale, quella di ridare una “piazza provvisoria” a chi è rimasto in quel paese ferito. I sopralluoghi, per lo meno in via ufficiale, ancora non ci sono stati, assurdo mi è parso il vedere cosi tante pattuglie attorno a quella stazione di servizio, nessuna pattuglia però assegnata ad un sopralluogo sulla struttura per dichiararne lo stato effettivo di inagibilità, per accelerare la ripartenza di un punto nevralgico per la gente di questi luoghi. Non mi interessa montar polemica sui tempi e i modi lenti di un “ricominciare” così affannato, anzi ne vorrei cogliere gli aspetti involontariamente positivi rispetto ad apparati istituzionali inconcludenti, e soffermarmi solo a dire che, per fortuna qualcuno, un’anima ancora ce l’ha.

Per tutto il resto, questo è il terremoto dell’abbandono a se stessi, dove l’unico vanto in una catastrofe così grande, lo si può scovare proprio dietro il sorriso della gente come Dino, che, sono sicuro, ripartirà anche più forte di prima. Con queste due righe, per testimonianza e voglia di speranza, mando a lui e a quelli come lui un abbraccio grande, perché nonostante tutto, la voglia di ripartire è veemente.

Possiamo rinfrancare la voglia di rialzarsi grazie ad un sorriso di speranza come quello dello Chef Dino Casoni e della sua famiglia.

p.s. nella foto un selfie che ci siamo fatti quella bella giornata. Io Dino, Stefano, Alberta e tutta l’altra gente.

Una sfumatura ‘italiana’ a Greenwich!

Una bella camminata verso Greenwich village.

Con alle spalle il Washington square park, attraversando la sesta strada, arrivo fino a Bleecker Street, al n.305, mentre New York cambia aspetto. I grattacieli diventano palazzi, la città si abbassa e sicuramente assume un aspetto più a misura d’uomo. Una punteggiatura di piccoli negozi e ristoranti adorna i viali abbastanza ben tenuti di questo villaggio che in passato, come ora, è stato la casa degli artisti come Bob Dylan oltre che la culla del movimento hippy degli anni sessanta e settanta.

Proprio al ‘Village’, mi cadono gli occhi su una vetrina che a primo impatto mi sembra essere una specie di minimarket.

Leggo tra gli scaffali Campofilone,

italianità americana
italianità americana

il rimando diretto va alla pasta di Enzo Rossi, l’imprenditore che ha fatto notizia in Italia per aver aumentato lo stipendio a tutti i suoi dipendenti di qualche centinaia di euro, alcuni anni fa. Anche se non sono una novità i maccheroncini di Campofilone a New York, mi viene da pensare a quanto, invece, quelli di Enzo per un certo periodo di tempo, abbiano dato un’aria rinnovata, non tanto e non solo al sapore della pasta, ma soprattutto al concetto d’impresa etico-sociale, un sentore certamente non decifrabile di solidarietà, quasi un tentativo di riaccostamento fra classi sociali. Ritrovarli in America, la patria del liberismo assoluto, mi ha fatto un certo effetto. Ho subito pensato che chi avesse fatto quella ricerca di materie prime da vendere, in un tutt’uno con le motivazioni immateriali di un senso d’italianità troppo spesso falsato in quei luoghi, avesse conosciuto l’Italia o, per lo meno quello che ne rimane del Paese più bello del mondo. Entro in quella bottega per curiosità, per quel paniere di prodotti ben selezionati che non enfatizzavano solamente i nomi degli ingredienti italiani, nessun ‘ravioli tricolore’ o ‘italian’s pizza’ per capirci. Niente ‘Amatriciana per Amatrice’ come ad ‘Eataly’ dove viceversa, non ho trovato alcun cameriere che avesse il benché minimo lontano accento sforzato che ricordasse l’Italia. Dentro quella bottega gestita da Steve, credo un americano di famiglia, invece, ho conosciuto Luigi, un immigrato siciliano che Greenwich la conosce bene come l’italiano, e l’Italia si vede che la tiene con se, nel cuore. Luigi sentendomi chiedere del cibo nel mio inglese …’italico’, mi risponde senza tanti giri di parole con un ‘vuoi mangiare qualche cosa?’. Inizia a descrivermi i prodotti e farmeli assaggiare, scelgo un bel panino e prendo l’occasione per chiedergli del posto mentre lui farcisce il pane con prosciutto di Parma, vero, poi inizia a parlarmi della sua avventura in America, di quando lo stile della bottega lo aveva importato trent’anni fa proprio nella New York difficile di quei tempi. Mentre affetta un san marzano e una mozzarella, mi racconta di come le cose avessero avuto alti e bassi per lui come per molti immigrati italiani, mi dice che New York è cambiata come d’altronde anche l’Italia, parla della sua vita nella grande mela Luigi. A più di sessantanni a reinventarsi un’italianità troppo spesso scippata da una guerra tra poveri, diversi immigrati che svendono un finto belpaese pur di lavorare. Ha ancora la luce dell’avventura americana negli occhi Luigi. Quella foglia di basilico a chiudere quel pezzo di pane ripieno e quel cartoccio semplice ed elegante sono stati per me una grande sintesi di cosa significasse essere italiani nel mondo. L’autenticità delle cose fatte col cuore nonostante tutto.

Se passate per il Greenwich village, in quella bottega l’Italia lì la trovate!

Sito Internet e contatti: Suprema Provisions

il bancone
il bancone

-Errata Corrige- Il marchio La Campofilone (link) a New York lo trovate ad Eataly nelle sedi del World Trade Center (link) e nel Flatiron (link). Il marchio che ho trovato da Suprema Provisions è L’Antica Pasta di Campofilone (link). Mi scuso con le aziende e spero che questo frainteso contribuisca a rendere sempre più appetibile il nome di un territorio nella sua interezza che sa ancora fare prodotti di ottima qualità grazie alla grande sapienza artigiana.

Per quanto riguarda la mia impressione su Eataly specifico che, nonostante l’indiscussa qualità di selezione dei prodotti proposti, la sensazione che ho avuto rispetto all’iniziativa di amatriciana solidale rimane la stessa.

L’OMS, il TTIP? Stasera Bistecca, “ciauscolo” e caffè !

L’OMS spara una notizia ovvia quanto interpretabile: la carne è cancerogena! Risposta: Stigranc… non ce li metti?

Pressioni legate al mercato internazionale, la comunicazione diviene isterica e, tra la gente scoppia il panico!

Sto riflettendo anche sul fatto che qualcuno tempo fa mi ha chiesto se ce l’avessi col mondo! Non ce l’ho col mondo, ma sono convinto che, forse, sono tra i pochi rimasti sani di mente. E mi viene da ringraziare mia mamma per avermi fatto nascere, più che intelligente e bello (stereotipi conformisti) “simpatico” (dicono) ma, soprattutto, “curioso”!

Allora ecco perché voglio correre il rischio di farmi prendere un tumore da cibo!

Allora salame, fiorentina da un chilo, caffè e sigaretta! Si perché alla faccia delle organizzazioni che tutelano la salute cercando di farci marcire col tofu, la soia e altre porcherie “veganchimiche di importazione” (tacci loro), io voglio morire, ma lo faccio con stile, nella mia maniera, “tradizionalmente anticonformista!”

“Tradizionale” perché se mangio salame non comprerò mai un ciauscolo IGP, (perdonate la mia innata maceratesità) ma vado dal mio salumiere di fiducia e pretendo che dentro non ci siano additivi come il salnitro (nitrato di potassio ammesso a disciplinare, ecco il link), ma solo sale aglio e vino! (Di questo ne parlai nell’ormai lontano 2010 quando fecero la porcheria di stilare un disciplinare di produzione IGP che ha destabilizzato tutte le piccole produzioni di qualità…ecco il link al pezzo per quelli che vogliono… approfondire).

Perché sono i conservanti industriali che rendono un prodotto cancerogeno, sono i mangimi dei prodotti che andiamo a comprare contenti sotto costo al supermercato che ci ammazzano e, non serviva l’OMS a ribadirlo!

Siamo schiavi della comunicazione globale, tutti quanti. Ci fanno parlare di 4 cose e basta. Perché è ovvio che alle multinazionali serve una società che marcisca piano piano senza identità, senza sapore! Allora io invece di marcire, preferisco morire godendo, con gusto! Nel frattempo che ci prendiamo il coccolone per la dichiarazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, vediamo che Europa e America stanno trattando il TTIP, ossia la possibilità di farci invadere, senza nessuna barriera doganale, di prodotti standard industriali. Allora sarà sempre più difficile rincorrere la qualità della carne allevata ad esempio allo stato brado e non in batteria, perché accordi di intercambio, come appunto il TTIP, favoriscono tutti i prodotti da supermercato.

Alla fine li vorrei proprio vedere quelli che cercano il Km zero al supermercato.

Ma comunque, personalmente, io stasera una bella bistecca di razza bovina marchigiana l’ho messa sulla brace calda, ci ho abbinato un verdicchio che sta in cantina dal 2007, è di Coloccini di Staffolo, di sicuro in vigna lui non ha messo più del verde rame. Poi un rosso del 2010 Onorio di Maraviglia, una favola.

Per finire un caffé ristretto (visto che l’OMS dice che i prossimi referti cancerogeni sembrano riguardare proprio il caffè) e per finire una buona Lucky Strike, per “….rendermi conto di quanto le maledirai ….” ché almeno faccio contento anche Vasco Rossi.

Il buon cibo è cultura identitaria, è la manipolazione commerciale delle Holding che, proprio nel generare caos e frenesia, disorientano volutamente la gente facendoci diventare alieni in casa nostra, qualunque essa sia. Ecco il mio anticonformismo tradizionale!

P.S.: I prodotti e le aziende, come sempre, non sono state inserite a scopi promozionali, ma per meriti raggiunti nella mia scala di valutazione personale!

Una ricetta contro la crisi… ogni tanto ci vuole: Rigatoni ai fiori (nella) zucca e sgombro!

Ogni tanto capita che invento qualche ricetta contro la crisi pure io come i politici.

Prendete l’olio, se volete essere fighi prendete un extravergine monovarietale di Orbetana, versatelo in una padella insieme alla cipolla tritata e ai pomodorini, per essere di tendenza meglio i Pachino DOP, precedentemente tagliati in 4 spicchi. Fate rosolare piano finchè la cipolla non viene dorata. In questo periodo di crisi, un po’ di oro anche se solo nel colore non fa male vederlo, …o sbaglio?

Nel frattempo prendete uno sgombro da mezzo chilo, mi raccomando fresco, che il pesce è importante perché trasferisce fosforo e, il fosforo si sa, aiuta la mente a ragionare!! Il ragionamento è un altro fattore fondamentale per il contrasto della crisi. Comunque lo sgombro va eviscerato e sfilettato. I filetti vanno messi nella padella di cui sopra e poco dopo il tutto va “svampato” come l’Italia ai Mondiali, con mezzo bicchiere di Prosecco, se di Valdobbiadene siete i numeri uno. Poi, come ho fatto io, andate in giardino o nell’orto a raccogliere i fiori di zucca, il basilico e la maggiorana. I fiori di zucca li ho presi nel orto/giardino di casa perché la “zucca” è un contenitore importantissimo per il fiore che genera ragionamento e, senza ragionamento è difficile fare i giusti sillogismi, un po’ come lo sgombro non vi pare?

Nel frattempo che il vino “svampa”, 5 minuti massimo ma dategli sempre un’occhiata, lavate i fiori, se sono quelli di zucca gialla, togliete il pistillo che è un po’ amaro, poi tagliateli a rondelle o come vi piace di più e metteteli in padella per 5 minuti col resto del preparato.

In un’altra padella mettete un filo d’olio e del pan grattato (non più di 50 grammi) fatelo dorare saltandolo in padella. Dopo 5 minuti aggiungete il basilico e la maggiorana a piacere e finite la doratura in 10 minuti totali, senza alzare eccessivamente il fornello, altrimenti invece di dorare bruciate tutto di sicuro! Una volta dorato il pan grattato lasciatelo dove sta, tanto non è che ve lo rubano o prende valore!

Sicuramente avrete precedentemente messo a bollire abbondante acqua salata dove ora i rigatoni stanno cuocendo, se non lo avete fatto prima, potete tranquillamente mettere 2 sgombri invece di uno ma, sinceramente non so se il fosforo vi farà effetto ugualmente. E non iniziate a prendervela con me dicendo che potevo dirlo prima. Come si intitola la ricetta? RIGATONI con i fiori NELLA zucca …!!! Quindi non avete scuse! Siete un branco di comunisti, direbbe qualcuno di Arcore!

Ricapitolando se avete in una padella il sugo, magari anche aggiustato di sale e, soprattutto non troppo asciutto, poi da un’altra parte avete preparato il pan grattato dorato, e i rigatoni in acqua stanno cuocendo, siete a buon punto. Quindi scolate la pasta al dente e ripassatela in padella col sugo.

Poi fate i piatti con un filo d’olio a crudo, e una spolverata di pan grattato dorato al profumo di basilico e maggiorana e servite.

Di sicuro non risolverà l’economia del paese ma avrete mangiato un piatto dagli ingredienti poveri, provato sapore e per un attimo magari vi uscirà un sorriso contro la crisi.