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Melting Pot e identità

Il Melting Pot è inevitabile, sta alle persone e alle istituzioni dove esse risiedono la possibilità, il dovere civico e morale di promulgare regole, leggi e metodi utili a scegliere quali siano i valori da salvaguardare per preservare la propria identità, la propria tradizione e darne modo di poterla promuovere preservandone la propria economia e se possibile rilanciarla su scala globale.

Anni fa si parlava di pensiero locale ed azione globale, oggi tutto questo non si accenna nemmeno più, sembra essere divenuto anacronistico. Oggi la questione in gioco sembra essere solo a riguardo di idee passate, a mio avviso, che fanno da traino alla “bile” peggiore del popolo, quelli che spesso celano le proprie ignoranze buttandola in baruffa, una guerra verbale dove gli unici a rimetterci sono quelli che cercano i fatti e i problemi da risolvere.

Melting Pot e identità: le differenze non stanno bene solo nella parete del salone.
Melting Pot e identità: le differenze non stanno bene solo nella parete del salone.
Il compito per salvaguardare e far uscire da questo guado infinito tutta la società civile non è facile ma di certo atteggiamenti di guerriglia verbale non aiutano e le soluzioni, spero che passino attraverso scelte oculate ed utili ad emancipare le persone e ad accompagnare le comunità verso il domani, evitandone la loro dispersione, ed in molti casi, il proprio sradicamento soprattutto se involontario.
Io qualche idea la salvaguardo a mie spese per un mio senso di libertà e spero di utilità sociale, da qualche anno, quando ne ho voglia e tempo sul mio blog.
 
Tutto il resto, le pulsioni di odio, le estreme contrapposizioni fra neo fascisti e antifascisti, sono tutte questioni estremamente anacronistiche!
Chiamateli strumenti utili al manovratore o al mercato, ma la sostanza non manca è il rigurgito della bile repressa di una società che ha perso il suo orizzonte, che ingoia il sopruso quotidiano, mette la testa sotto terra e poi lo trasforma in odio, paritetico da una parte e dall’altra.
 
Il pericolo che vedo più imminente è che la gente di oggi vive per dogmi, e non sfama più la sua curiosità, internet sta diventando una Bibbia dove vince chi urla di più o imposta la strategia migliore. Da piattaforma democratica di scambio dei contenuti, a trampolino di lancio per il successo degli urlatori seriali.
 
Poi la società civile imbarbarisce e diventa irragionevole e tende ad estremizzare tutto. Per questi motivi trovo molto interessante il post scritto su Itidealia. Vi invito a leggerlo, è scritto molto bene e soprattutto la narrazione è di un uomo che gran parte della sua vita l’ha passata viaggiando.
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L’identità non è (solo) questione di documenti.

L’identità non è questione di documenti.

L’identità non si raggiunge solo perseguendo la logica imposta dal pensiero unico che sembra dominare tutto e tutti. Non si raggiunge parlando sempre dello stesso argomento.

Tutelare l’identità non è tornare ad essere razzisti, ma viceversa è l’idea di preservare “le piccole realtà particolari” come diceva Pasolini, distrutte dall’omologazione imposta dalla “società dei consumi”.

Un video di Pasolini trovato in rete molto tempo fa e che mi diede uno spunto per scrivere.

Guardiamoci attorno nei piccoli paesi desertificati con l’avvento dei grandi centri di consumo.

Nelle zone dove vivo, ho visto che oramai sono 3 inverni che tutto è rimasto più o meno immobile. Una gestione “post terremoto” che vede ancora tutto fermo o quasi. Casette provvisorie che marciscono, silenzi e paura, chi ci riesce fa come può e per se stesso.

Intanto le piccole identità muoiono, non solo per catastrofi naturali, ma per un sistema che distrugge tradizioni lunghe centinaia di anni, insieme a quelli che non hanno la forza di reagire, sono costretti a trovare altri luoghi in cui vivere dove essere sradicati anche per convenienza volontaria, ma non so fino a che punto sia per volontà propria.

Interi territori presi sempre e solo come mega spot pubblicitari per propagande elettorali permanenti.

Chi persevera e rimane al passo con lo stile di vita dominante, diventa qualcuno, chi non lo è, viene calpestato. Non si accendono mai i riflettori sulla tutela ben fatta di una buona economia locale, si cercano sempre spot su noncuranza e menefreghismo.

E’ per questo che mi hanno molto toccato le parole di Camille Relvas che anche se vive dall’altra parte del mondo, proprio ieri mi ha mandato un suo piccolo scritto che tratta di stile di vita.

Evidentemente non è solo una questione di catastrofi naturali, ma anche e soprattutto, di un’idea totalitaria di gestione economica, politica e sociale.

Camille Relvas, è traduttrice, ha una passione per le scienze sociali e sta raggiungendo l’abilitazione professionale per l’insegnamento della sociologia nei licei brasiliani.

Mi ha mandato queste righe che parlano di stile di vita. Parole che condivido e sono felice di mettere a disposizione di quanti vorranno leggerle. Camille ha già scritto qualcosa per il mio blog in passato (link qui e qui)e trovo molto positivo avere punti di vista comuni anche se si è distanti geograficamente.

Di seguito inserisco il suo scritto.

"Stile di Vita?"

Lo stile di vita, il vecchio ed il nuovo ‘American Way of Life’, è un’offesa alle culture dei differenti soggetti, è cancellare le loro identità. Quell’espressione è mondialista, intenzionale e causa innumerevoli danni.

Nella misura in cui l’individuo non adotta un determinato stile di vita, il così detto: della ‘società dello spettacolo’, lo stesso non è considerato una “buona persona”, addirittura, nemmeno un “buon cittadino”. Quel imperativo è totalitario, con finalità di omogeneizzare i popoli. Il perfetto culto al consumismo, all’individualismo ed all’alienazione.

Togliere la cultura di una persona e/o di un popolo, li rende xenofobi, toglie la possibilità della stranezza e della curiosità costruttiva.

Toglie l’interesse di conoscere realtà diverse e rispettarle.

Toglie l’interesse di assaggiare nuovi colori e sapori, di provare nuovi pensieri ed idee, altri modi di essere e di agire.

Occorre che ciascuno possa riflettere sul perché e com’è assurdo l’abbandono di sé stesso, dimenticando le proprie radici, le proprie origini, le proprie abitudini, la propria cucina, il proprio modo di vestirsi “non imposto dal mercato”, le proprie caratteristiche, anche fisiche, senza modificarle con l’intervento chirurgico che va di moda.

E’ imperativo accettare se stessi. Siamo persone, non merci.

Camille Relvas.

Camille nei pressi di un area archeologica in Italia

Inserisco di seguito anche il testo originale in Portoghese, perché richiamo identitario e segno di rispetto per la sua terra.

"Estilo de vida?"

“Estilo de vida”, o velho e o novo “American Way of Life”, é uma ofensa às culturas dos diversos sujeitos, é roubar suas identidades. Essa expressão é mundialista, intencional e causa inúmeros danos.

Na medida em que tal indivíduo não adota determinado estilo de vida, imperativo, da assim dita: ‘sociedade do espetáculo’, o mesmo não é visto como uma “boa pessoa” ou, até mesmo, um “bom cidadão”. Esses determinismos são totalitários, a fim de homogeneizar os povos. Um perfeito culto ao consumismo, ao individualismo e à alienação de massa.

Tolher a cultura de uma pessoa e/ou povo, faz deles xenófobos, tolhe a possibilidade do estranhamento e curiosidade construtiva. Tolhe o interesse em conhecer realidades diferentes e de respeitá-las. Tolhe, em acréscimo, o interesse em experimentar cores e sabores, de experimentar novos pensamentos e ideias, outros modos de ser, de existir e de agir.

Cabe a cada um, refletir por que e quão absurdo é o abandono de si mesmo, em esquecer as próprias raízes, origens, os próprios costumes, culinária, o modo “fora da moda” de se vestir, as próprias características, que sejam elas físicas, sem modificá-las com o intervento cirúrgico da vez.

Aceite-se. Somos pessoas, não mercadorias.

Camille Relvas.

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Il Roccone di Esanatoglia e l’integrazione

Oggi vi racconto una storia un po’ particolare che relaziona due aspetti, il restauro e l’integrazione culturale.
Panorama di Esanatoglia dal Roccone
Panorama di Esanatoglia dal Roccone

Ad Esanatoglia, paesino a pochi km da Matelica c’è un mastio difensivo che poggia in una collinetta poco al di sopra del centro abitato.

Certamente era una torre di avvistamento appartenente al sistema della cinta muraria difensiva trecentesca dell’antico complesso di Sant’Anatolia. Soprannominato da tutti “il Roccone” o “Lu Roccone”, è stato recentemente restaurato ad opera del comune stesso ed oggi risulta abbastanza raggiungibile.
Il progetto finale però è quello di piantare un ulivo nel mezzo del Roccone che fosse simbolo di convivenza pacifica fra i Paesi. Sotto l’ulivo la possibilità di lasciare testimonianza di passaggio delle esperienze di viaggio delle genti che passano per il piccolo paese dell’entroterra marchigiano. Lasciare un piccolo segno del passaggio, una bustina di terra prelevata dai luoghi nativi, un modo per confrontare le diverse identità, nel rispetto e nel dialogo.

Le mura e il paese...
Le mura e il paese…
Me ne parlò Pino ideatore del progetto di recupero e referente del comune, che per ora è stato effettuato solo in parte e sotto l’aspetto edilizio, manca quello della conoscenza, mi ha detto, quello del racconto di esperienze, di scambio nel rispetto fra le culture del mondo.
Il progetto finito oltre all’ulivo delle “terre del mondo” prevede anche una sorta di anfiteatro all’aperto intorno a quell’area.
E’ stata una bella sorpresa scoprire a pochi passi da casa, soprattutto in un periodo come questo, la volontà di confrontare diverse culture, diversi stili di vita, un mondo migliore da coltivare insieme nel rispetto delle proprie identità.
Approfondire le motivazioni e le cause di chi affronta viaggi. Apprendere il perché oggi sembra essere sempre più difficile rimanere aggrappati alle proprie origini. Quell’area è interessante per il fine che prospetta un luogo utile all’uomo, al suo confrontar se stesso con l’altro mantenendo le proprie radici ed il rispetto, nel confronto con le altre culture.
Per smettere di sentirci tutti rifugiati.

L’Italia è come la “Griscia”

La Griscia che i romani chiamano Gricia è un piatto di pasta che è oramai una peculiarità rappresentativa della Gastronomia popolare italiana. Tuttavia rispetto a questa pietanza caratteristica, in pochissimi ne conoscono le origini attribuendo l’origine della nascita ai Grici, mastri dell’arte bianca una specie di panettieri dei nostri giorni che si sono trasferiti a Roma e facevano in bottega questa antica ricetta. Di certo la popolarità e la fama a questa pietanza è stata data dalla capitale e dalle poesie su di essa di Aldo Fabrizi o dalle ricette di Sora Lella e altri che l’hanno resa il tipico e popolare piatto da osteria romana.

Tuttavia in Italia esiste una frazione di Accumoli che si chiama Grisciano, frazione a pochi km da Amatrice. La cittadina oggi è centro simbolico di un cratere sismico fra i più catastrofici, ampi e dirompenti che la storia ricordi. Questo piccolo borgo, che appunto si chiama Grisciano si trova al centro di tre regioni; il Lazio, l’Abruzzo e le Marche. Posto a valle è stato sicuramente un crocevia in passato dei pastori che migravano per la transumanza fra le montagne di questo spazio dell’Italia centrale. E’ quindi verosimile che la vera derivazione del piatto fatto di materie prime povere sia da attribuire a questa località, il dibattito potrebbe essere infinito ma sarebbe bello che nonostante tutto possa continuare, soprattutto perché da questa derivazione ne scaturisce, di fatto anche una filiera di produzione qualitativamente importante e fonte di sostentamento economico di queste zone. La produzione del guanciale amatriciano di cui ho avuto modo di assaggiarne in tempi non sospetti diversi tipi molto interessanti dal punto di vista organolettico.

Ecco, da un pretesto storico a grandi linee molto grossolane, ho delineato quale potrebbe essere anche un’economia basata su una storicità possibile e probabile, che tuttavia traccia il percorso sulla base di un’economia spicciola, un mercato realmente percorribile e ripristinabile per qualità di territorio, vocazione agricola specifica e soprattutto rispetto e ripristino di filiere tradizionali identitarie.

Partendo da questa logica estremamente locale, mi domando perché la rete, i media e tutti gli organi preposti a veicolare un’informazione corretta e pertinente, non si pongano nemmeno lontanamente questo obiettivo, che viceversa sarebbe il presupposto metodologico per instaurare una crescita reale e soprattutto di alto valore culturale.

Insomma, nessuno si domanda oggi come sta la Griscia o come sta Grisciano, da dove viene realmente quell’emozione che porta tedeschi, francesi e americani ad imparare a girare gli spaghetti fra i denti della forchetta, spesso facendo danni anche più gravi di quelli che stanno nelle loro economie espansionistiche. Mi domando se questo non debba più essere lo specchio dell’economia reale, allora l’economia reale che cos’è?

Sono quesiti come questo che mi danno la convinzione che il problema della crisi politica ed economica italiana sia partita dalla messa al bando di intere piccole o piccolissime filiere tradizionali, messe insieme da piccoli artigiani e agricoltori di mestiere, comunanze agrarie che, oggi nell’era di internet potrebbero vivere un nuovo rinascimento in termini di emotività indotta e alta qualità della vita, mentre si lasciano abbandonare nel vuoto di una burocrazia ingessata nella conta dello spread dettato dalle agenzie di rating.

La distruzione di queste “realtà particolari” per citare Pasolini, è la catastrofe economico/sociale della nostra Italia, comprese le sue opere d’arte i suoi talenti, dietro ad incomprensibili emergenze di formulare troppo spesso ormai disciplinari di produzioni o piani di sviluppo rurali antitetici rispetto alle vere esigenze di vita in questi luoghi, oppure dietro gli incomprensibili meccanismi delle “armonizzazioni contabili” o del pareggio di bilancio dei  comuni che se non sono crollati per una catastrofe come quella del terremoto, sono già stati svuotati da una rassegnazione intrinseca che le leggi della turbo finanza 4.0, con la complicità di classi politiche, troppo spesso inconsapevoli, hanno già contribuito a devastare.

Se non ripartiamo dalla passione per mantenere il necessario, rischiamo di vedere sempre più nero e non ci sarà nessun trattato europeo a salvarci dalla prossima ondata speculativa, e così il sogno di una migliore qualità del vivere lo potremmo gustare dalla foto stampata sul fronte del tetra-pack del discount a $ 4.99. Ma nessun luogo ritratto in quella foto avrà corrispondenza nella realtà, perché le oscillazioni imprevedibili dello spread non ce lo permetteranno.

Due luoghi che conosco dove la Griscia racconta la sua storia? La Vecchia Ruota che si trova proprio a Grisciano ed Il Picciolo di Rame  dove ho scattato la foto recentemente.

Lintulì lapperlà… è da provà!

“Lintulì Lapperlà”, come “tu là, lapperdelì”, sono indicazioni dialettali certamente, ma da oggi campeggiano ondose anche sull’insegna di un localino molto interessante e, soprattutto con un buon rapporto di qualità e prezzo.

Un piccolo locale che ha rispolverato un modo di dare indicazioni in un dialetto a cavallo fra la zona dell’anconetano ed il maceratese. Un gioco di parole ballerino che ne racchiude la volontà di ritrovare prodotti genuini, di prossimità e buona qualità… magari proprio chissà …la per là.

Semplice ed ospitale, un ristorantino dove si può tranquillamente passare la pausa pranzo del lavoro o cenare, sentendosi quasi a casa. La scelta di Eleonora Monteverde, titolare della piccola Osteria e del cuoco Carlo, è la territorialità, ritrovare un rapporto autentico con i produttori, la salsiccia del salumiere a pochi passi da lì, i vini locali non esageratamente assortiti ma ben scelti. E’ piacevole sapere che sia nato questo nuovo locale anche per un motivo semplice ma secondo me essenziale.

Matelica sta vivendo una depressione del centro storico disarmante, sono esagerate le serrande abbassate sul corso principale, quello che era fino a dieci anni fa un punto di riferimento per la “movida”, chiamata in zona “la vasca”, cioè la passeggiata sul corso di tutta la zona circostante, oggi sembra essere un paese addormentato dietro un provincialismo cieco ed un sempre più crescente isolamento sociale.

Maschera simpatica di sole e luna all'ingresso della saletta da pranzo
Maschera simpatica di sole e luna all’ingresso della saletta da pranzo

In questo senso, una nuova attività che riprende vita con l’orgoglio di essere parte attiva nella ricostruzione della società è una scelta di coraggio e quella serranda che viene rialzata ogni mattina infonde un briciolo di speranza a tutti. La voglia di ricominciare nonostante tutto. Esiste ancora forza di volontà per affrontare un viaggio avventuroso attraverso i sapori ed i gusti di questo straordinario territorio. La speranza è che sia un buon viaggio di sapori dove poter ritornare a rifugiarsi ogni tanto… la per là.

Info: Lintulì Lapperlà – corso Vitt. Emanuele, 134 – 62024 Matelica – tel. 348 2687101 – (pagina Facebook)

Con sorriso e competenza, grande “Chef” Dino Casoni

Dino Casoni, un Cuoco di quelli rari.
La chiave di volta della sua personalità è quella del sorriso, da quando lo conosco, non l’ho mai visto una volta abbattuto o affranto. Merita di essere riconosciuto per il gran Cuoco che è! Penso a ragion veduta che si possa definire un Cuoco con la “C” maiuscola, uno dei pochi rimasti ad essere ancora “di mestiere”.

Sono andato a trovarlo quasi all’improvviso, l’altro giorno al ristorante aperto da poco “Villa Ninetta” sopra Caldarola (MC); erano le 11 di mattina, sono arrivato quasi fino alla cucina da solo perché la sala aveva la porta chiusa, ma non a chiave, il che è tipico di quando si aspettano i camerieri. Dino lo trovo lì, in cucina ovviamente, con le pentole sul fuoco già da qualche ora, a far “tirare” il fondo bruno per gli arrosti, oppure il brodo vegetale quasi pronto per altri piatti o, ancora, qualche altro sugo del menù.

Il fondo bruno, il brodo vegetale, diciamoci la verità, non sono rimasti in molti gli “chef” che in cucina fanno tutto questo, ancora oggi nel periodo del “dado 2.0” dove il tempo è una variabile di business oramai in troppi ristoranti ed il rispetto dei “metodi lenti” è sempre più sacrificato alla logica bislacca dell’ottimizzazione dei costi.

Dino è così, concreto, creativo e dedito alla semplicità rituale della tradizione; abbina la competenza culinaria dello chef, alla tenacia professionale del cuoco.
Osservando e conoscendo la sua storia recente, travagliata per cause di forza maggiore e di magnitudo 7, non si avrebbe difficoltà a definirlo un mix di coraggio, sapienza, ottimismo e resilienza.

Qualche settimana fa sono stato a cena dove ha deciso di trasferirsi con la sua brigata, proprio lì, a Villa Ninetta

Cimelio vintage: il pentolone dell'ENI con i manici elettrosaldati, che Dino utilizza per il brodo vegetale.
Cimelio vintage: il pentolone dell’ENI con i manici elettrosaldati, che Dino utilizza per il brodo vegetale.

sopra Caldarola. Ho avuto modo di scoprire un posto incantevole fra le colline dell’altro maceratese che sarà, mi auguro, il posto che consacrerà il suo talento, anche se è stato, a tutti gli effetti, un trasferimento forzato per continuare la sua professione poiché prima stava presso i locali di famiglia del ristorante hotel Carnevali a Muccia, uno fra i primi ed ormai storici “Motel Agip” voluti da Enrico Mattei in persona verso gli inizi degli anni ’60, ora inagibile causa sisma, ha ancora il fascino vintage del ricordo di quegli anni, quando si compiva il “miracolo italiano”, le persone erano più umane e in giro, c’era aria di fiducia verso il futuro.

risotto ipnotico, rapa rossa, yogurth, e polpettine
risotto ipnotico, rapa rossa, yogurt, e polpettine

Dino di quel periodo conserva ancora alcune “vettovaglie” di solida eleganza, l’ingrediente non commestibile che aggiunge un piccolo tassello di qualità al suo “saper fare”, oltre alla bellezza certamente più attuale dell’odierna location, immersa in un contesto di raffinata natura nostrana. I suoi piatti ricordano sapori genuini e allo stesso tempo, creativi e delicati, con i giusti richiami alla tradizione maceratese. Interessante la galantina fatta in casa messa nel bouquet di antipasti, dal sapore strepitosamente delicato. Ipnotico il risotto alla rapa rossa, che, richiama il suo estro creativo, un primo piatto, il risotto, non molto in voga da queste parti, il suo esprime delicatezza e rotondità al palato.

“Scusa mamma mi si è rovesciato il vaso” è la conclusione dolce di un viaggio in questa zona e nell’esperienza di vita e di cucina di Casoni, è la risposta “vissuta” non tanto dell’oramai famosa crostata di Bottura, quanto del dolce omonimo di uno dei più eloquenti ambasciatori della cucina marchigiana a Londra Andrea Angeletti, Executive Chef stellato al ristorante “Evoluzione” dell’Hotel Xenia (e questa in corsivo è un’errata corrige che inserisco con felicità, perché si tratta di un eccellente cuoco marchigiano ricco di passione creativa e che spero di conoscere personalmente n.d.a.), questo piatto rappresenta la sintesi della storia recente che ha affrontato Dino, che la terra l’ha vista muoversi per davvero e di vasi veri caduti a terra, ne ha dovuti raccogliere e rimettere apposto veramente tanti. Ma la stessa sensazione di “rovesciamento” viene esorcizzata, chiude un viaggio col sorriso dolce della frutta sopra ai due tipi di crema insieme allo sbriciolato di biscotto al cacao a simulare il terriccio. In questo senso, l’idea diviene un richiamo di suggestioni, dove sorridi anche tu insieme ai tuoi sensi. Altro che tiramisù.

Dino a Villa Ninetta, l’avamPAsto del sorriso!

Info: villaninetta.com

Dolce vaso rovesciato
La “rivisitazione vissuta” di Dino Casoni del dolce ideato da Andrea Angeletti a Londra.

Il Picciolo di Rame

Al Picciolo di Rame di Vestignano una frazione di Caldarola nelle Marche, nonostante le scosse che ancora ogni tanto riportano alla mente quei giorni terribili di un anno fa, è la tenacia che fa andare avanti e continuare a sperare gli artigiani, anche quelli del gusto come Silvano di cui vi parlo oggi, perché non si può definirlo un ristoratore, ma anzi un artigiano di bottega, un pezzo di cultura identitaria come le altre “botteghe artigiane” di altri settori, che sono il cuore pulsante della tradizione italiana, mai come oggi sole contro il mondo, specie in centro Italia.

Voglio parlare di Silvano Scalzini ed il suo ex frantoio diventato istituzione della cucina tradizionale maceratese. La voglia di ricordare chi siamo, l’orgoglio di provenire da una terra che seppur martoriata, sempre seconda nelle pagine dei grandi media, rispecchia ancora in molte sue piccole parti, l’autenticità fatta di persone che ripercorrono gli aspetti di questa tradizione, rinnovandola nella consapevolezza che sono quei gesti prima o poi, a divenire i piloni di rinforzo ad una società in costante spopolamento ed oggi resa ancora più fragile per gli effetti devastanti della natura. Quindi parlo di Silvano perché merita di essere raccontato per il lavoro che svolge, per la passione che infonde nell’essere punto fermo di una identità che non può essere infranta, dimenticata e magari domani, solo rimpianta perché relegata nei racconti di un libro.

Silvano dal 2000 lo trovi li nel suo frantoio che diventa istituzione popolate di tutela gastronomica e boccascena per la sua opera prima che trasmette, ogni volta ai suoi ospiti, la sua autorevolezza semplice, i suoi racconti su come ha trovato questa o quella ricetta ottocentesca, il modo con cui ha preparato il sugo, perché il ragù qui non è la stessa cosa. Nelle 12 portate, servite nell’ambientazione medievale del frantoio con le sedie a tre pioli, i runner di lino e cotone che adornano la tavola di legno massello, arrivano tutti i capisaldi della cucina maceratese: I frascarelli, i cargiù, la roveja, piatti dimenticati che prendono la giusta rivalutazione in una cucina, quella di Silvano appunto, che con la sapiente maestria del cuoco che impara dalla “vergara” senza distorcere la tradizione ma semmai enfatizzandola nella sua purezza, si stacca dai fornelli (grazie anche alla vera Vergara sua mamma ed il suo promettente aiuto cuoco) e racconta i suoi piatti come esperienze di viaggio, come una ricerca viva fra i ricordi e fra quegli angoli dei Sibillini che ancora racchiudono scrigni di purezza gastronomica reale.

Da Silvano ci vai solo se prenoti prima, la sua cucina è fatta di materie fresche ed esclusivamente locali, non ha menù ma rappresenta un estratto gustativo completo della tradizione maceratese. Silvano è il custode di una sapienza che si rischiava di perdere ancora prima delle scosse, la sua “Bottega” è il laboratorio che preserva i sapori e le tecniche che stiamo dimenticando, per la frenesia stressante a rincorrere il tempo in una cena frugace da fast food, o fra i conti salati per una creatività, spesso fittizia degli “chef da show”.

In questo senso Silvano Scalzini per me è il cuoco sapiente che racconta la semplicità dei suoi gesti in cucina; li ha acquisiti quei gesti grazie alla curiosità di uno sguardo attento, che non sbircia ma osserva, ed è per questo che riesce ad essere se stesso, trasferendo ai suoi ospiti, l’emozione di assistere e condividere con lui tutti i dodici atti del suo spettacolo gastronomico.

 

Il Picciolo di Rame – Loc. Castello di Vestignano – Highlights info row image 348 331 6588

Favara “Farm Cultural invidia Park”

Perché, secondo me, la “Farm Cultural Park” è il parco dell’invidia.
Al Farm Cultural Park di Favara hanno tolto i nastri da qualche giorno, ma la riflessione resta sul senso di vera diversità. Passeggiando per Favara questa sensazione l’ho provata forte e chiara. Ho avvertito l’idea colorata di far rivivere un centro che, altrimenti, sarebbe stato non certo fiorente.

La vicenda sui sigilli alla “fattoria culturale” l’ho appresa come la creazione di una vittima dell’invidia a chi spicca per intuito e creatività, altrimenti altre ragioni non si trovano per descrivere quei sigilli messi lì con tanta ignoranza. E’ da tempo che tengo in serbo questo pezzo, almeno 20 giorni, oggi dopo i fatti di Barcellona, ed il terremoto di Ischia, l’ho trovato molto attuale, quei nastri bianchi e rossi delimitano la zona di afflusso della gente in un caso, e li separa dalle macerie dall’altro, certamente tesi a contenere i rischi per le persone, ma di certo la preclusione degli spazi resta, così come lo stupro dei propri tenori di vita, il terreno fertile del terrorismo è l’ignoranza, non la conoscenza.

Ecco che in caso di attentato quei sigilli delimitano zone di sicurezza o di indagine, nei casi di disastri naturali delimitano le macerie, che nella mia regione Marche ancora stanno li, ma nel caso di Favara non ho smesso di chiedermi a cosa siano servite.

I nastri di plastica non possono fermare la conoscenza se questa poggia solida sul terreno della propria identità.

Abbiamo dormito presso il bed and breakfast “Casa Natia” e siamo stati davvero accolti in maniera spettacolare.

Quando ho appreso dei sigilli alla farm il primo sentimento che ho avuto è stato quello di incredulità di fronte a tanta stupidità. Non c’è più spazio per gli spunti creativi per quelli artistici. Abito in mezzo al cratere del terremoto che è pieno di stronzate burocratiche come quelle capitate al Comune di Favara , ormai ci siamo abituati; i giornali da noi non parlano di arsenali trovati in casa della gente come riportato in un giornale l’altro giorno, ma siamo pieni lo stesso di arsenali di rassegnazione, tanto che non facciamo nemmeno notizia.

Questa corsa all’omologazione assolda sempre soldati pronti a livellare l’assoluto standard di mediocrità della gente, riduce tutto ad un centro commerciale. Ho letto quella scritta “Fuck” ripetuta più volte alle pareti della farm, aggiungeteci “market” che manca.

Manca anche l’idea di richiamare nella farm contesti identitari propri della sicilia. Al B&B mi ha raccontato la proprietaria che suo marito agronomo sta impiantando nuovi campi di sementi autoctone e questo potrebbe essere un tassello da aggiungere al percorso di Favara, (che almeno lì è partito) questo potrebbe essere un collegamento diretto al museo della mandorla sito nel centro storico, richiamandolo all’interno della zona di riqualificazione urbana, oppure potrebbe essere l’estensione della stessa Farm fino al museo.

Tuttavia posso dire che questo aspetto di Favara è stato per me la risposta urlata per ampliare la dignità riconquistata di un centro storico che ha bisogno di interventi, in certi casi essenziali, perché fuori dalla “Farm” si vedono palazzi che oggi tra Lazio e Marche starebbero in zona rossa.

Mi ha commosso la storia raccontatami da Antonio Liotta sulla motivazione di Andrea Bartoli e sua moglie Florinda di dare un futuro possibile ai propri bambini senza rinunciare alle proprie radici.

Antonio Liotta l’ho conosciuto per caso, poco dopo la visita alla mostra di architettura giapponese esposta al museo, e posso dire che la sua figura mi ha subito ispirato un senso di grande umiltà nella passione di trasferire il senso di alta cultura per cui è nato questo quartiere magico di Favara, uomo di alto spessore culturale che però trasferisce con umiltà e onore al senso di ospitalità tipico dei Siciliani che danno lustro a tutta l’isola.

Allo stesso modo ho trovato la mostra sull’architettura giapponese molto interessante, ma la critico per l’esasperato uso degli spazi ristretti che sembra essere ricorrente nel futuro prossimo, ma la “farm” non ha bisogno di esempi su architetture che ottimizzino gli spazi, Favara io penso che abbia bisogno di questo parco culturale per contrastare lo spopolamento, quindi dovrebbe interpretare i motivi di ampliamento, trasformare in esempi di bellezza quel disuso che ha intorno, rinfrescandolo e abbellendolo.

La riqualificazione urbana di Favara dovrebbe essere modello per altri posti con i loro centri in stato di abbandono, spazi vuoti da riempire, tenendo a mente il collegamento col territorio.

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Meno “food” e più “giacimenti gastronomici”, l’idea di “arancina meccanica” mi è parsa simpatica, semplice e geniale, un gioco di parole ben fatto che accosta globale e locale. Cercare i punti di unicità nella terra che ha la più elevata differenziazione agricola del mondo e difficoltà enormi a preservarla. Avere la consapevolezza che la cultura architettonica passi per il dialogo stretto con il territorio e che la comunicazione istituzionale siano di aiuto e non di ostacolo al divenire di maggiori e migliori spazi di rinnovamento.

Sotto certi aspetti “Farm Cultural Park” di Favara mi ha ricordato l’esperienza di Isaiah Zagar (di cui ho scritto qui) e del suo giardino magico a Philadelphia. Per Favara la sua “fattoria” è già molto di più perché ne è fulcro e riferimento per tutto il paese.

Per questa responsabilità che il parco porta con se, i nastri, facendo una battuta, li avrebbero dovuti mettere alle parole “buon food” che ho letto al posto di “buon mangiare” intraducibile nei fatti per inglesi o americani.

Il difetto che ho trovato io nella vostra “fattoria” se posso permettermi, è il poco spazio che avete dato proprio alla Fattoria stessa, al CIBO della SICILIA, all’AGNELLO pasquale, all’artigiano, all’agricoltore di giacimenti identitari, questo non vuol dire fare una cosa da Pro Loco ma connettersi in maniera specifica a quel luogo, che se poi andiamo a vedere dal latino il significato di “pro Loco” è proprio questo.

Nella versione italiana del sito la parola “buon food” non si può leggere, ecco allora a tal proposito, un punto di ripartenza per me sarebbe cambiare FUCK con FANCULO e FOOD con MANGIO SICILIANO, forse avreste più legacci di oggi, forse in tanti capirebbero la parolaccia esplicita, ma avreste di sicuro un mondo di unicità di cui parlare, come quell’opera intitolata “il gusto lungo di Messina” che è un capolavoro di arte contemporanea. Nella vostra “fattoria della cultura” sareste di certo più invidiati di oggi dalle burocrazie, avreste di sicuro ancora altra gente di poco valore contro di voi, ma sareste pronti a rafforzare quel baluardo di connessione tra identità e creatività che la “fattoria” dovrebbe essere.

Fate togliere quel velo di burocrazia alle vostre ali. Tuttavia, per me che sono uno dei tanti, “Cultural Farm” è stata un’esperienza entusiasmante.

L’opera d’arte che fa da copertina al pezzo si intitola ‘Cui Prodest’ ed è dell’artista MoMò Calascibetta. Info: artmomo.com

informazioni su tutto il ‘Farm cultural Park’: sito internet

Monreale tra i monumenti. Arte, coraggio e bontà.

Monreale è una cittadina monumentale sia per gli aspetti di questo titolo, sia per un quarto che li raccoglie tutti e tre; quello dell’ospitalità, peculiare in tutta la Sicilia. Posso dire che Elvira sia riuscita a trasferire l’emozione di Monreale, in maniera non artefatta ma sua, reale e autentica, una vera e propria casa siciliana, a poco più di 200 metri dal Duomo di Monreale, riceve i suoi ospiti con il calore, la gentilezza e la sapienza delle case tradizionali di quest’isola.

La sala di Elvira
La sala di Elvira

Conoscitrice delle radici e della storia della sua città, già  dalla colazione riesce a farti immergere in quell’atmosfera unica del suo paese di origine; infatti è stata proprio lei a raccontarmi dei biscotti ad “S” tipici di questa città e derivanti da una tradizione ecclesiastica delle suore Benedettine del Monastero Castrense nei primi dell’ottocento. Dolci che hanno addirittura ispirato Giuseppe Tomasi di Lampedusa che ne parla ne “Il Gattopardo”, descrivendo dettagliatamente le colazioni del principe Salina con questi biscotti immersi nel caffé.

Biscotti ad "S" di Monreale
Biscotti ad “S” di Monreale

Oggi la tradizione si rinnova giornalmente, grazie ai forni e le pasticcerie del centro che ne ripropongono i sapori ottimi ed immutati di un tempo, anche se con diverse consistenze, personalmente posso sottolineare i biscotti del forno di Maria Rosa Campanella che ho trovato ottimi insieme all’aspetto classico della bottega un luogo chiaramente e per fortuna, ancora fuori dal tempo. Tuttavia è chiaro che parlando di questo dolce, una menzione prioritaria sia dovuta all’antico biscottificio Modica che è nato nei primi dell’ottocento proprio per volere di una suora che ne caratterizzò chiaramente i tratti della propria famiglia trasportando immutata questa tradizione fino ai giorni nostri.

Monreale è ricca di fascino culturale, sia sotto l’aspetto gastronomico che storico artistico; salendo verso il Duomo

Interno del Duomo Monreale
Interno del Duomo Monreale

una piccola via passa sotto ad un’arco che apre in maniera spettacolare sulla piazza centrale, fulcro dell’intero centro storico. Inevitabile la visita all’interno della chiesa del Duomo con i suoi mosaici inestimabili.

Naturalmente conseguente ed altrettanto interessante è il Chiostro dei Benedettini, i cui sfarzi nei decori delle colonne plurime e degli archi, conferiscono un gioco di geometrie sinuose ed importanti a tutto l’ambiente, culminando in maniera elegante nella fontana angolare che richiama alla mente chiare atmosfere orientali.
Fontana del chiostro dei Benedettini
Fontana del chiostro dei Benedettini

Il passeggio per le vie centrali del paese fa inevitabilmente imbattere l’occhio nella lapide di Emanuele Basile, il coraggioso ufficiale dei Carabinieri ucciso qui per mano di “Cosa Nostra” nel 1980, quel marmo porta a riflettere riguardo alla complessa e contrastante bellezza di questi luoghi. Continuando la passeggiata, il crocifisso riprodotto in maiolica nella parete esterna della Collegiata merita una menzione per grandezza, colore e soprattutto per il richiamo alla presenza del Cristo miracoloso nel suo interno.

Il territorio molto ampio, quasi a cavallo di due province, quella di Palermo e di Trapani, fa di Monreale un centro

particolare delle colonne del chiostro
particolare delle colonne del chiostro

interessante che nelle serate estive, si anima di diversi locali, tutti fortemente caratteristici; un giro per le vie verso l’ora di cena, è una vera tentazione per il palato e rinunciare di assaggiare le prelibatezze di questo paese diviene un’impresa impossibile a cui tanto vale cedere. Una sosta per cena in uno dei tanti locali del borgo completa la visita deliziando il palato di sapori ed il naso di profumi semplicemente unici perché sono il risultato di contaminazioni di  arabo/normanne che con sapienza e semplicità hanno trovato loco nel contesto italico esaltandone le sensazioni.

Uscendo da Monreale due parole mi giravano per la testa, ed erano queste; “Sapienza e Semplicità”, entrambe iniziano per la lettera “S” e sono state proprio queste due la caratteristiche congruenti di questi luoghi. Una grande conoscenza delle proprie radici, quasi viscerale e sanguigna espressa però con la semplicità disarmante della franchezza.
Chissà se la chiave dei significati racchiusi nella forma di quei biscotti non sia proprio questa.
informazioni: Bed and Breakfast “Elvira al Duomo”

Verdicchio 50 anni di …vite! Quali programmi?

Manca meno di un mese al cinquantesimo compleanno della denominazione di origine controllata del Verdicchio di Matelica e c’è solo un manifesto che campeggia sotto la torre civica.

In effetti l’associazione di produttori e gli enti coinvolti, sembra facciano di tutto per tenere nascosto l’evento. Mi chiedo come si possa essere attrattivi con un programma che non è uscito nemmeno su internet, che se hai una struttura ricettiva non puoi nemmeno preparare un pacchetto last minute per un weekend, hanno programmato la comunicazione dell’iniziativa, esiste uno straccio di timeline? Si trova qualcosa giusto sul sito del comune e ogni tanto arriva qualche notizia qua e la sui social, su qualche cena di viticoltori che la organizzano da soli e questo se autentico è lodevole.

Quello che è chiaro però, è che non esiste una strategia, tutto sembra sia frutto del caso, qualche fumosa iniziativa singola di propaganda, o polemica senza capo ne coda di qualche politico locale. Tutto questo francamente è inaccettabile e porta la gente a sentirsi ancor più presa per il culo, perché se il verdicchio è identità, questa va condivisa e non preclusa. Non è possibile sentirsi attorniati da questo senso di chiusura verso un argomento che dovrebbe, viceversa, essere comune a tutti, soprattutto dopo quello che è successo con il terremoto, che per fortuna ha toccato Matelica meno di altri centri.

Potrebbe essere il festival della rinascita ma resta difficile continuarlo a sperare cercando motivazioni di ausilio, sostegno e collaborazione attiva con i paesi più colpiti, (anche perché qui ci abito finché regge casa ecco perché ancora spero) invece, sembra il festival del “noi semo noi e voi nun sete un cazzo!” Lo slogan non esiste, o meglio pare il manifesto di uno che festeggia 50 anni, con gli amici che gli hanno messo il poster in piazza. Il fatto di festeggiare un compleanno di per se non è una notizia. Come fai a trovare spunti per parlarne? Il tempo che passa è un’ovvietà. Sarebbe molto diverso argomentare un traguardo, fatto di collaborazioni, rapporti di amicizia nel segno della qualità, anche con altre realtà, che in Italia aspettano solo l’intelligenza di un inizio dialogo anche istituzionale. Invece le risposte sembrano disinteressate a tal punto che,  con questa spocchia, viene voglia di smettere addirittura di berlo il verdicchio, e allora si che il fallimento sarebbe totale e i soldi pubblici buttati.

Da matelicese sogno che questo possa divenire il festival della vicinanza con tutti quei luoghi ‘minori’ (perché comunque meno conosciuti) che sono rimasti senza niente, ma hanno ancora la solidità del saper fare eccellenze e lo spirito di collaborazione semplice tra persone, nonostante tutto. Mi sarebbe piaciuto vedere i produttori del Verdicchio essere primi sostenitori dei Sibillini colpiti, le loro genti i testimonial della resilienza con i loro prodotti per le vie del paese, qualcuno che ha potuto fra l’altro è già qui in paese. Allora si che diventerebbe, questo un must identitario, allora non servirebbero più i grandi vip, ma sarebbero gli stessi piccoli produttori di ciauscolo (meglio se senza igp), formaggi di sopravissana e altri prodotti colpiti a sentirsi ancora vivi, veri testimoni ed esempi di una rinascita di un intero territorio.

Invece l’impressione è quella della spocchia di chi sa come andare nel mondo senza, in realtà, accorgersi di niente. Snobbano tutto, fanno lo “street food” che ormai è trito e ritrito in tutte le sagre, invece di raccontare storie, creare percorsi dove il visitatore possa sentirsi parte di una storia che al tempo stesso è anche realtà di come si vive oggi tra queste valli.

Gli assaggi di verdicchio per una sera sola, ma che vuol dire? Che c’entra con l’identità territoriale, qual è il target di pubblico a cui è riferito l’evento? …i visitatori dei paraggi?

Sul programma addirittura si prendono a prestito altri eventi per arricchire il cartellone della festa, ma che è la minestra riscaldata? Che senso ha?

Quanto sarebbe più proficua una festa di scambi, inviti reciproci incontri sulla tutela della qualità enogastronomica? Quanta attenzione creerebbe l’idea di stringersi verso le eccellenze “sfollate”, amalgamando storie su come si riesce ancora, nonostante tutto ad essere coltivatori di eccellenze.

La vite che aiuta la vita, una stretta di amicizia con i prodotti dei monti sibillini, abbiamo Giorgio Calabrò a Matelica, uno dei migliori norcini d’italia, i suoi prodotti stanno nelle cucine dei grandi ristoranti, il financial times ha parlato di lui, e qui gli danno il contentino, il banchettino in piazza dove se vuole può fare gli assaggi, ma per favore!

Abbiamo esempi di resilienza identitaria a portata di mano e ci si affanna a chiamare i personaggi dello spettacolo, è la vittoria della plastica rispetto alla realtà semplice e straordinaria del coraggio di questi contadini, pastori, pasticceri e altri artigiani.

La comunicazione fatta al verdicchio in una versione sbiaditissima sulla falsa riga di un prodotto iper commerciale, quando dovrebbe essere il contrario esatto.

Circa 12 anni fa con Carlo Cambi scrivemmo un’idea di rassegna di vini bianchi italiani, un’idea di scambio e confronto fra le alte eccellenze italiane, la possibilità di affidare alla gente a chi il vino lo beve consapevolmente, di decidere quale fosse il miglior bianco d’Italia, il miglior “bianco dell’estate” votandolo fino al mare e, cercando di far partire così una spirale crescente di coinvolgimento con gran finale a Matelica. Niente si è realizzato, per la chiusura degli stessi produttori e altri politicanti ciechi, al grido della volontà di imporre loro stessi contro la paura della concorrenza a 2 euro dei discount, che gli stanno, oggi ome ieri, comunque sotto casa.

Non si riesce ancora a capire che tra produttori di qualità, è la squadra che vince e arriva anche il compratore se esiste una proposta intrisa di emozioni autentiche su questi paesaggi, mentre gli sgambetti, le invidie fra tanti singoli sono inutili, è la squadra vince, meglio se variegata di proposte, evidenziando differenze di valore, ma condividendo gli intenti. Magari è tardi per fare la squadra con i vini bianchi d’italia, ma c’è una montagna di prodotti gastronomici da abbinare e salvare, proprio qua attorno, allora perché non fare percorsi di un paio di giorni almeno (come si diceva con Giorgio l’altro giorno) proprio sui vicoli del paese quasi tutti agibili, affidando ad ognuno di essi un tema, una storia fra verdicchio e salumieri, pastori, apicoltori, pittori, musicisti e teatranti. Vie e racconti verso il futuro di una nuova coscienza identitaria. Questa sarebbe una notizia. Il racconto reale di quello che c’è dietro all’etichetta. Storie semplici su quello che siete e che siamo, apriamo le porte e facciamo aria, condividiamo la nostra identità e risolleviamoci rinnovando le tradizioni. Non svendiamo tutto agli avventori perché abbiamo la possibilità di tornare ad essere comunità, coscienti di quello che abbiamo.

E’ l’unica via per rinfrancare la società. Buon verdicchio a tutti.

matelica - Fonte Internet
matelica – Fonte Internet