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Quando il Gilet è più usato del Bidet

Sono tornato da Parigi e faccio qualche considerazione.

Innanzitutto voglio condividere una domanda ironica che rimarrà senza risposta. Come mai il bidet nonostante sia una parola di origine francese, proprio nella sua patria non ce n’è nemmeno l’ombra?

Una cosa certa è che oltralpe non ci badano molto a trovare una risposta a questa domanda, buon per loro. Ma passiamo subito a qualche considerazione riguardo questo piccolo viaggio.

Passeggiando per Parigi, soprattutto nelle zone non eccessivamente turistiche si nota una forte attenzione alla tutela della propria cultura soprattutto dal punto di vista enogastronomico ed artistico. Mediamente ho notato che la vita a Parigi costa mediamente circa un 20% in più rispetto all’Italia. Maggiore costo che è compensato da un livello salariale che di media è probabilmente più alto oltre ad un livello maggiore di efficienza nei servizi anche se le rivolte di questi giorni che chiedono un innalzamento al minimo dei salari a circa 1300 euro sembrano comunicarci il contrario. Queste cose a mio avviso, unite al fatto di un popolo che i propri diritti quando li rivendica fa sul serio, compensano di molto il fatto che il Paese sia privo del piccolo lavabo da bagno. Chiaramente non voglio fare un’analisi statistica, i dati non sono sufficienti per poter specificare quale sia la situazione nei dettagli, ma attraverso un’occhiata veloce, qualcosa sono riuscito a vederla. In primo luogo è lampante l’idea nazionalista dei francesi, loro sono patria al di là delle diverse posizioni partitocratiche di destra o sinistra.

Questa cosa l’ho percepita molto bene e la si nota evidente nella tutela delle caratteristiche che connotano anche le loro iniziative, siano esse culturali, enogastronomiche o artistiche. Parigi è una città multietnica anche per effetto delle attività coloniali e questo non deve essere considerato un elemento di secondaria importanza anche sul livello di occupazione delle genti di duplice nazionalità. 

All'ombra della torre. Una piccola analisi di un popolo che non si fa mettere i piedi in testa facilmente.
All'ombra della torre. Una piccola analisi di un popolo che non si fa mettere i piedi in testa facilmente.
La vista dalla Torre un cannocchiale e la Senna
La vista dalla Torre un cannocchiale e la Senna

Parigi mostra con orgoglio la propria diversità, la mette a sistema e riesce a veicolare una serie di suggestioni interessanti, dal cibo a quant’altro, in un marketing diretto che evoca l’idea di un Paese che, in primo luogo, attraverso i suoi abitanti, non si svende all’Europa. In questo senso risulta naturale che al di là delle posizioni politiche, nascano proprio oltralpe i gilet gialli, perché la benzina deve rimanere ad un costo accessibile e questo è fuori da ogni dibattito. 

Simpaticamente, non me ne vogliano quei francesi che mi leggono, si potrebbe dire che ai francesi “pizzica il culo” a differenza di noi italiani che troppo spesso ricorriamo alla comodità di un bidet per farci passare sopra tranquillamente i vezzi di una classe dirigente che, troppo spesso, viene messa li per farci prendere per quel profondo prepuzio. C’è in quel paese una cultura diretta all’economia reale che non è eccessivamente vessata da balzelli spesso controproducenti come qui da noi, gli artigiani vengono percepiti come mestieri culturali da difendere, insieme alla stessa cultura del vino, dei formaggi, la frollatura delle carni, il rapporto col territorio non è vessato da eccessive attività spesso eccessivamente disciplinate e che alla fine, snaturano l’essenza territoriale delle produzioni, il concetto di terroir è qualcosa che parte dalla coscienza dei francesi e poi diviene processo produttivo. 

Qui nel Bel Paese, invece, troppo spesso in questi ultimi anni è successo e succede il contrario. 

Sono tornato in Italia con la convinzione che forse stiamo diventando purtroppo un popolo peggiore dei francesi, dove la protesta passa solo per la rete e non nei fatti come accade in questo periodo in Francia. Forse, con una più attenta vicinanza alla realtà dell’economia e della società, potremmo mantenere e rilanciare la straordinaria diversità locale di cui la nostra penisola è punteggiata e ritornare ad essere quella nazione che eravamo. 

Chissà che non sia proprio colpa del bidet se ci abbandoniamo intermittenti a questa pigrizia del non c’è più niente da fare?

Link a seguire sugli altri pezzi del mio piccolo viaggio a Parigi.

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Attorno alla Tour Eiffel, non c’è solo la Francia

Attorno alla Tour Eiffel non c’è solo la Francia. Quell’intreccio di ferri, che fu oggetto di enormi polemiche, messo in piedi per l’Expo del 1889, ma già iniziato due anni prima, rimase per oltre un trentennio l’opera più alta al mondo, simbolo della nuova civiltà nel “Vecchio Continente”. Le critiche durissime di poeti e letterati dell’epoca comunque non riuscirono a farla cadere ed oggi, la Tour Eiffel è l’indiscusso simbolo di Parigi per eccellenza. Sono arrivato alla torre passando da Rue New York costeggiandone per un tratto la Senna fino alla fiaccola della Libertà, posta sopra il tunnel de l’Alma. Da quell’incrocio simbolicamente si intersecano 3 realtà collegate e differenti; Francia, Regno Unito e Stati Uniti.

Dal Ponte la Senna, gli alberi e la Torre.
Dal Ponte la Senna, gli alberi e la Torre.

La fiaccola dove sono appoggiati i fiori a vivo ricordo del tragico incidente del 1997, in cui perse la vita una donna acclamata “Principessa del Popolo”, quella Diana di cui anche il suo nome risulta descrittivo dei tratti caratteriali, combattiva nei confronti dello status quo, la fiamma dorata sembra essere stata messa li per lei più che per il ringraziamento da parte degli USA al restauro della Statua della Libertà di New York, che fu ideata da Auguste Bartholdi insieme a Gustave Eiffel creatore dell’omonima torre. Diana sotto quel tunnel, ironia della sorte, spense la sua vita, ma di certo non il suo mito, la sua tenacia combattiva di donna fu più reale che regale; quelle foto sotto la fiaccola mi hanno richiamato alla mente la canzone di Elton Jhon “Candle in the wind”. 

Camminando di fianco alla Senna, sorpassato il Pont de L’Alma, le sfumature grigio-azzurre del fiume lasciano spazio ai colori accesi e caldi dell’autunno, un lungo viale di foglie verdi, gialle e rosse, costeggiato di palazzi interessanti ed esempi di giardini verticali, porta direttamente ai piedi del luogo simbolo di Parigi. 

Il laghetto, i salici ed il piccolo parco attorno alla torre richiamano momenti di calma e silenzio che vengono interrotti solo dal vocio dei tanti turisti che affollano in lunghe file le biglietterie d’ingresso alla torre. 

Scelgo di passare per la biglietteria con meno coda, ma devo per forza fare due livelli di scale a piedi. Oltre ad evitare la fila, vedere Parigi che si abbassa piano piano da dentro l’impalcatura del suo simbolo per eccellenza è una bellissima sensazione. 

Comunque sembra che in cima alla torre, pochi anni dopo la sua costruzione, avessero messo una stamperia che rilasciava qualsiasi tipo di certificato a chi aveva il coraggio di salire fin lassù, però dato che questa cosa si è persa nella leggenda, che non ho bisogno di certificati e, che gli scalini credo siano in totale circa più di 1700, al primo livello della torre mi tuffo dentro l’ascensore e arrivo fino alla punta.

Ci sono due biglietti per la torre, uno col quale si arriva fino a metà e l’altro che invece da l’accesso fino in cima, è inutile dirvi che una volta lì, la differenza di prezzo c’è, ma se vieni dall’Italia che fai, rimani a metà?

 

La Tour Eiffel da sotto nel contro luce di una giornata di sole
La Tour Eiffel da sotto nel contro luce di una giornata di sole
La "tour" sulla fontana di Piazza. Foto gentilmente concessa dalla collezione privata della famiglia Murani Mattozzi
La "tour" sulla fontana di Piazza. Foto gentilmente concessa dalla collezione privata della famiglia Murani Mattozzi

Al top scopro la parte più interessante della mia visita, alcuni video e tavole didascaliche che riportano descrizioni di quanto questa torre fosse stata ispiratrice d’arte e anche di tendenze e nuovi modi di “toccare il cielo”, una raccolta multimediale di vecchie e nuove foto che illustrano le “copie” della stessa torre in giro per il mondo, da Las Vegas, Tokyo, Brasilia, Riga ecc. fino a paesi più piccoli anche d’Italia. Mi ritorna in mente Matelica la città in cui vivo e sono nato, una mostra di foto antiche che facemmo in paese più di 10 anni fa chiamata Matelica d’altri tempi dove scoprimmo insieme ad alcuni amici che intorno a quegli anni ci furono un gruppo di avventori che fecero anche in paese una sorta di torre e la montarono intorno alla fontana del paese. Questa foto è della collezione di una famiglia locale. Con questo ricordo misto a quello di film o altri romanzi ispirati all’ombra della torre, imbraccio la macchina fotografica e inizio da turista a fare foto come se non ci fosse un domani e chissà che non ispiri anche me l’aria dell’autunno parigino.

 

Una passeggiata fino alla Tour Eiffel, in un giorno di sole, credo sia un ottimo consiglio soprattutto in autunno, perché gli occhi si riempiono di colori meravigliosi e si può respirare un pezzo di storia recente. 

Ma anche di sera la torre ha il suo fascino straordinario, passeggiare sotto le sue luci è davvero una bella sensazione. Brasserie, bistrot e locali di ogni genere la punteggiano, d’altronde “Parigi è sempre una buona idea”. In questa zona ho trovato per puro caso un ristorante bistrot che mi ha trattato davvero bene. Ha un ottima anatra e anche gli altri piatti sono interessanti. Buona anche la selezione dei vini e soprattutto il proprietario parla italiano, il che, non lo nascondo, fa sempre un gran piacere. Il posto si trova tra Invaldes e la Tour Eiffel, si chiama Bistrot Chez France. Buon viaggio.

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Place de la Contrescarpe, viaggio nel “savoire faire”

Contrescarpe è “savoire faire”. 

Chissà cosa penserebbe Hemingway se vedesse oggi la sua Place de la Contrescarpe? Chissà se la troverebbe “troppo turistica” oppure abbastanza mantenuta nei suoi tratti essenziali?

 

 

Mi sono posto questa domanda appena ho trovato la casa del suo soggiorno parigino, proprio vicino a quella piazza da dove parlava del freddo che, “a Parigi arriva da un giorno all’altro, senza avvisare”. Ho constatato che è ancora così.

Contrescarpe è Savoire Faire -Io sotto casa di Hemingway.
Contrescarpe è Savoire Faire - Io sotto casa di Hemingway.

Parigi allora era molto diversa, probabilmente molto meno cosmopolita di oggi ma penso che la tenacia dei francesi di sicuro sia stata molto simile ad oggi.

 

Stimo i francesi anche se non li amo molto, per il loro saper vivere la loro identità nazionale che non da peso eccessivo al “padrone di turno”.

 

In questo senso non è un caso che la traduzione di “savoire faire” sia “sapere come fare”. Non si buttano appresso ad ogni folata di vento, sono convinti di rappresentare se stessi e non blaterano soluzioni ambiziose se non supportate da una logica fattuale. 

 

Lo vedi dai loro modi di mantenere vive le tradizioni culturali. Ho assaggiato una Crepe piena di Francia, buonissima anche se quasi stomachevole perché dentro c’era la sintesi di tutto il Paese. 

 

Attraverso quei bistrot in cui si respira un romantico profumo del tempo che passa ma non muta, ci si accorge di un modo di vita differente, non migliore di quel che era il nostro, qui in Italia, anche più radicato. Ecco allora che le carni frollate diventano un elemento sostanziale della cultura gastronomica locale; si da “enfasi” a chi produce espedienti creativi valorizzando i propri elementi distintivi.

 

Forse è anche per questo motivo che la crepe nel mondo sia più conosciuta della piadina. Quell’essenza di tutela degli elementi sociali come cibo ed arte vengono valorizzati più dei supermercati aperti la domenica, sono considerati elementi propedeutici per la determinazione della propria coscienza nazionale, che qui è una cosa seria.

 

Da questo punto di vista è certo che la confusione distruttiva di una globalizzazione inutile quanto terribile viene rallentata. 

 

Credo che noi italiani dovremmo prendere esempio dalla loro tutela delle questioni territoriali.

In Italia questo senso di tutela la troviamo forse al nord verso le Dolomiti ed ai piedi del monte Grappa, e in qualche altro piccolo paese, ma ne parlerò più avanti. (Ecco il link)

 

Tornando dal mio giro intorno alla Place de la Contrescarpe, passeggiare per quelle vie, mi ha dato modo di scoprire un angolo di Parigi che sono riuscito a vivere più da curioso viaggiatore che da turista. 

 

Ecco perché alla “Contrescarpe” ho pensato al “savoire faire”, e di certo ho capito che il “saper fare” dei francesi era proprio anche di Hemingway e si mostra chiaro nel pragmatismo dei suoi scritti, non a caso, visse periodi della sua vita a Parigi ed in Italia ai piedi del monte Grappa.

 

Place de la Contrescarpe è Savoire Faire - alberi addobbati per il natale
Place de la Contrescarpe è Savoire Faire - alberi addobbati per il natale
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Al Louvre senza italiano

Louvre, non è cosa da poco anche se a primo impatto, non mi ha trasferito una bellissima sensazione. Sono un italiano, nonostante le contraddizioni in cui viviamo nel Bel Paese, quel senso di distacco snob mi ha dato un po’ fastidio.

Si perché infastidisce trovare la mappa di benvenuto scritta nelle lingue più disparate ma, guarda caso non in lingua italiana. Eppure l’opera di maggior successo del Museo è senza ombra di dubbio “Monnalisa” di Leonardo da Vinci, il dipinto più famoso di tutti i tempi. Tuttavia se riflettiamo sulla composizione dell’esposizione, sale l’orgoglio italiano per sprofondare subito, un attimo dopo, rendendoci conto di come siamo messi in patria oggi.

Tuttavia le opere d’arte fanno rifiorire l’anima; “Amore e Psiche”di Canova lascia col fiato sospeso, lo stesso vale per i busti di Michelangelo, una straordinaria collezione di opere di Raffaello Sanzio, altri pittori del Rinascimento italiano riempiono di bellezza e contenuti le gallerie principali dell’intero museo. Di certo le stanze sono ricche anche di reperti provenienti da tutto il mondo, ma questo snobbare l’italianità, se da una parte mi ha dato fastidio, dall’altra mi ha fatto capire che forse, dovremmo ritrovare il nostro senso profondo, e tornare a vivere come quel popolo di artisti e creatori che eravamo. 

Ricominciare a cercare la bellezza, difendere la creatività ed il genio dell’uomo, Louvre è uno scrigno di conoscenza unico al mondo e bisogna dare atto che oltralpe riescono molto meglio di noi a dare un senso pregevole di tutela e valorizzazione delle opere culturali e artistiche. Passeggiare per le gallerie fra le maestose opere pittoriche, in un palazzo che interseca le più disparate civiltà, è inebriante per l’anima. Non basta di certo solo un giorno per visitare tutto il museo e una volta dentro, il tempo vola sulle ali del genio artistico dei racconti dipinti, opere che sintetizzano il sublime. 

Quindi è chiaro che se fate un viaggio a Parigi, il Louvre diviene una tappa obbligatoria. 

Se una stazione ferroviaria, un aeroporto o una fermata di una metro rappresentano “non luoghi” perché sono strumenti di collegamento, passaggi senza contesto, quasi tutti uguali, fatta eccezione del cartello che ne identifica il sito, un museo al contrario è una riserva di unicità e di identità, e questo più degli altri risulta eccezionale anche perché nel tempo, a mio avviso, è divenuto il “Luogo dei luoghi”. 

E’ il luogo per eccellenza, non tanto e non solo per le opere più importanti, ma soprattutto per quelle meno conosciute al pubblico, perché destano meraviglia e molte ti riportano con la mente a casa. Imbattersi in opere di Lorenzo Lotto, di Raffaello o di Marco Palmezzano, è stato senza dubbio un richiamo alla mia terra, fra l’altro proprio su Lorenzo Lotto c’è una bella mostra che consiglio di visitare a Macerata in questo periodo.

Il Louvre rappresenta un estratto dell’arte nel mondo. Tornando alla mappa di benvenuto del museo non tradotta in italiano, quella che in un primo momento avevo preso come una specie di provocazione populista a sfondo calcistico, in realtà mi ha indotto una riflessione più profonda, come di un avvertimento a dover tornare indietro dalla deriva di un’italianità imbruttita dall’immagine a tutti i costi che non riesce più a produrre sostanza, bellezza e confronto. Un avvertimento per cui quella lingua “…dove il sì suona” forse siamo arrivati a non meritarla più perché troppo aulica rispetto alla manica di idioti che siamo diventati. Chissà che non abbiano fatto la traduzione in italiano proprio per questo motivo?

Sono uscito col dubbio e con la certezza che anche la Parigi dei grandi intellettuali si sia genuflessa alla società dei consumi. Devo dire però che la meraviglia dei luoghi e dei momenti rimane sempre. In questo periodo, nemmeno a farlo apposta, c’è una mostra che richiama il sogno d’Italia intitolata proprio “Un Reve d’Italie – la collezione del Marchese Campana”, andateci se potete. Per quanto mi riguarda, le scuse son finite, dovrò mettermi sotto ad imparare il francese.

Info: Sito Internet Ufficiale

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Montmartre quartiere d’arte

Parigi – Montmartre. Con l’aereo scesi a Charles de Gaulle e fra RER e Metro, si arriva a Montmartre. La curiosità di quel posto mi assaliva in tutto il viaggio. L’idea d’incontrare quegli artisti con l’ombrellino, incrociare i ritrattisti lungo i piccoli vialetti che circondano la basilica del Sacro Cuore, fermarsi a visionare le tecniche di pittura, i tipi di pennelli, le spatole oppure gli altri oggetti usati per dare un significato al colore: il senso di creare arte. 

Montmartre è la genuinità di Parigi, i suoi artisti, alcuni fantastici, sono quelli che rappresentano, il senso più romantico di vivere l’esperienza dell’arte. In questa piazza sono passati artisti del calibro di Pissarro, Steinlen, Modigliani, Picasso ed altri ancora, l’essenza dell’artista in piazza con l’ombrellino non indica minor valore, ne aumenta il verso romantico. Un’emozione per gli occhi, se un’opera riesce a trasmettermi, sincerità, intuizione e conoscenza della tecnica per me acquista valore insieme a quella genuinità improvvisa e mai improvvisata di voler fissare su qualsiasi supporto qualcosa che riesca a trasmettere emozioni e sentimenti, ritorna utile nell’arte, impronta un pezzo di se stessi verso il pubblico. 

 

Montmartre e la sua place du Tertre è stata per me un’iniezione di spunti creativi, un tuffo nel passato, un richiamo alla Belle Epoque alla spensierata ricerca di nuove avanguardie fino ai covi d’intellettuali che hanno donato nuova linfa al mondo di cui però continuerò a parlare in un altro pezzo. A Montmartre ci ho passeggiato due volte di sera appena arrivato, ed in tarda mattinata. Due stupori diversi. La prima volta quella serale, dopo aver costeggiato il Sacro Cuore ho raggiunto la piazzetta, c’erano seduti non più di una decina di artisti per lo più chi faceva ritratti. Da lontano uno di loro mi dice: “italiano vuoi un ritratto?” – io sbalordito perché stavo pure zitto in quel momento, gli domando – “Come l’hai capito che sono italiano?” – “ce l’avete scritto in faccia che siete italiani, voi …italien!” poi mi sorride e si volta salutandomi. Anche io sorrido e continuo, di certo quel momento lì ha avuto la sua valenza immateriale, di stupore, sorriso, battute. In quel momento, anche quelle emozioni sono state una forma d’arte. A pensarci bene avrei dovuto fermarmi e tornare e farmi fare quel ritratto che mi avrebbe ricordato e forse, chissà avrebbe aumentato anche il suo valore nel tempo. Continuando la passeggiata tra vicoli e bistrò, la chiesa del Sacro Cuore era ancora aperta. Bella maestosa, da quella collinetta che domina e protegge Parigi. Se Montmartre sotto certi aspetti ricorda la nostra Trastevere, quella basilica è il balcone del Gianicolo. Guarda Parigi con gli occhi di una madre, è un messaggio di pace evidente e rigenerante. 

Montmartre di sera l’ho notata tranquilla e cordiale ma attenzione perché tutti avvertono di stare attenti al portafogli, e forse anche Maurice Leblanc ne sarà stato ispirato quando ha inventato Lupin.

Quando sono tornato di giorno, Montmartre era un’emozione diversa, fatta di luce e di un autunno ancora caldo anche se per poco. I colori accesi delle foglie gialle e rosse, le famose vigne che danno un tocco romantico ad un quartiere già unico e sinuoso. Le piccole botteghe aperte sono piene di visitatori, non solo turisti, anche autenticità. I ritrattisti ti fermano per le piccole viuzze acciottolate ed altri ancora sono in place du Tertre insieme agli artisti di paesaggio, di figure  fantastiche o di astratti. Un vecchio pittore ha appena terminato da poco 4 piccole tele ad olio fatte a spatola, l’odore dei colori e la luce d’autunno rende unico questo luogo, colmo ancora di grande autenticità. Sembra che qui la globalizzazione sia stata in qualche modo fermata dalla creatività, rimango attratto da un astrattista che sembrava impazzire sopra i suoi acquerelli, getta acqua sul cartoncino e la toglie con frenesia, più avanti, altre opere di altri artisti che rimandavano il pensiero indietro nel tempo, agli inizi del secolo scorso. Intrecci di passato, presente e futuro donano continuità all’essenza dell’arte.

Le vigne a Montmartre - I toni rossi delle foglie di Vite
Le vigne a Montmartre - I toni rossi delle foglie di Vite
Montmartre - Sapori semplici di tradizione Francese
Montmartre - Sapori semplici di tradizione Francese

Vicino alla piazzetta una piccola locanda da fuori abbastanza anonima e di certo non pulitissima ma, una volta dentro sembra tornare indietro di 100 anni, l’inizio del ‘900. Posateria d’argento e costi molto equilibrati per essere a Parigi, buon vino rosso, selezione di formaggi interessante e un arrosto d’oca davvero equilibrato di casa, di rispetto per la tradizione. Oltre al cibo interessante anche i clienti sembrano calati in una gestualità che ricorda molto quella gentilezza ereditata dalla étiquette e dal costume di quegli anni. 

Montmartre - Le Vieux Chalet un posto davvero interessante
Montmartre - Le Vieux Chalet un posto davvero interessante
Paul dietro al bancone è stato davvero gentilissimo
Paul dietro al bancone è stato davvero gentilissimo

Un altro locale molto interessante si chiama “Le Caulaincourt” e si trova nella zona omonima. Mi ha servito Paul (foto a sinistra) con molta cortesia e professionalità dato che il mio francese risulta di fatto inesistente. Accenno a questo locale perché è stato aperto da pochi mesi ed è un gruppo di ragazzi a gestirlo. Mi è sembrato molto interessante il richiamo alla tradizione parigina. Buono anche l’abbinamento con i vini soprattutto nel rapporto qualità prezzo.

Terrina di oca, cipolla rossa e salsa, piatto molto equilibrato e interessante
Terrina di oca, cipolla rossa e salsa, piatto molto equilibrato e interessante
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Peppe Cotto da Loro Piceno a Parigi!

Partirà il 14 Luglio verso le 5 di mattino Giuseppe dell’Orso in arte Peppe Cotto il macellaio artista di Loro Piceno.

In sella alla sua bicicletta da corsa percorrerà in completa solitudine circa 1350 km. Un eclettico, artigiano della carne, cultore del buon vivere, dallo spirito bohémien, un creativo, inventore di un aperitivo, il “PeppeCotto” del tutto particolare ed esclusiva espressione di “Terroir”, una fetta di Ciauscolo a far da bordo calice al Vino Cotto di Loro Piceno.

Ogni volta che si passa per la sua bottega, Peppe ti strabilia con le sue poesie comiche ma con uno sfondo di riflessione malinconica sui tempi di oggi.

Un artista che riesce ad infondere spontaneamente i contenuti del suo lavoro. Peppe racconta se stesso ed il suo lavoro di macellaio, tramandato dal nonno a cui ha dedicato l’Euro Coppa, appunto la coppa di testa con il gioco di parole calcistico, che invece è il suo nome.

Quella piccola bottega diventa miracolosamente grandissima quando parte la musica, si perché da Peppe la prerogativa è il racconto ancor prima che la spesa, e quel posto riversa sensazioni a tutto il territorio dei Sibillini, che, dietro al suo bancone della fantasia, diviene, per ovvi motivi, “TerriTORO”. I tagli di carne appaiono come scenografie di racconti, lo scudo Piceno, una sua invenzione interessante, Peppe Cotto crea il pretesto per parlare di tradizione con le sue poesie, ti racconta come venivano insaccate le salsicce senza conservanti, com’era il pranzo della domenica nelle case Loresi e quanto sia oggettivamente azzeccato l’abbinamento tra salumi e VinoCotto.

Questa volta però, in veste di naturale contrasto con lo stereotipo da macellaio, spiazza tutti e prende il pretesto di partire per dare testimonianza del suo mondo ferito, ma non distrutto. Peppe salirà in bicicletta per raggiungere il capoluogo della Francia a 1350 km c.a da casa sua.

Ha già fatto una poesia su questa sua impresa senza dubbio straordinaria raccontata in questo video.

Farà diverse soste ovviamente, dove ci saranno i suoi amici ad attenderlo, come ad Abbiate Grasso a cui partecipa ogni anno per Abbiate Gusto come porta bandiera degli artigiani della gastronomia marchigiana.

Peppe in questa cosa mi ricorda un po’ Gino Bartali, certo non porterà documenti falsi dentro la canna della bicicletta per far espatriare nessuno, ma questo suo viaggio offrirà l’importante motivazione di infondere tenacia, perché la rinascita delle strutture tradizionali di questi luoghi è ancora possibile, ed è l’unica via da percorrere.

Peppe Cotto è la risposta neorealista italiana alla superbia satirica francese che a volte non ci ha fatto nemmeno tanto ridere.

Porterà fino ai piedi della Bastiglia, il “testimone” solidale di una comunità che ha l’estremo bisogno di rimettersi in piedi, non di essere deportata negli Hotel della costa.

Il viaggio di Peppe in maniera silenziosa e per questo eclatante, amplifica la richiesta di atti di coraggio ad un’Europa pigra per accorgersi che la gente già si è rimboccata le maniche ed è salita “in sella”, nel frattempo che l’elìte si coordini per decidere il da farsi. La corsa di Peppe quindi diviene esemplare e rappresentativo di tutta la popolazione del terremoto, che è salita in sella subito dopo le scosse, nonostante tutto gli avesse remato contro, quella gente rimane li orgogliosa di dialogare consapevolmente con una Natura che ha i suoi tempi e, per questo, va rispettata. Peppe in questo viaggio è la gente che non vuole essere svenduta al miglior offerente, chiede coraggio per rimanere nelle proprie terre per vivere tranquillamente e poter continuare a riaprire ogni giorno quel meraviglioso palcoscenico di innumerevoli differenze che ne compongono la propria straordinaria bellezza.