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“Soave” come il castello, il paese, il vino.

Soave come il castello. Custodito da Mauro Nicolai che con passione guida anche i viandanti raccontando i momenti storici più particolari e le varie stanze della rocca scaligera.

Mauro Nicolai nel cortile del castello
Mauro Nicolai ed io nel cortile del castello.

La bella sensazione di essere accolto nella concreta semplicità con cui lui descrive momenti storici vissuti in quel castello; la stanza di Dante Alighieri nel suo periodo di soggiorno a Verona, la torre di guardia da dove venivano condannati e gettati banditi oppure gli oppositori, fino alla decisione di Cansignorio della Scala di ampliare la cinta muraria per permettere una fortificazione completa di tutto il paese, poiché le sole mura della rocca principale non bastavano, nei momenti di assalto, ad ospitare tutti gli abitanti che negli anni, intorno a quel mastio difensivo, avevano formato un villaggio abbastanza numeroso. Quel che rimane impresso di questo luogo, oltre al fatto di essere uno dei pochi paesi ancora completi di tutto il perimetro della cinta muraria, è il senso di familiarità e gentilezza spontanea, che ho potuto apprezzare un po’ in tutto il borgo.

Stele Camuzzoni
Stele Camuzzoni

La proprietà oggi è ancora della famiglia Camuzzoni, infatti nel 1892 il senatore del Regno Giulio Camuzzoni decise di rilevarlo per restaurarlo con il preciso intento di lasciare ai posteri una completa sensazione di immersione nel periodo medievale.

Soave come il paese (e quindi i suoi abitanti). E’ apprezzabile la cura messa nel coltivare bellezza; la noti sui balconi delle case del centro, la pulizia per le strade e quel senso di freschezza genuina tipica dell’atmosfera prealpina elevata dal plus della cinta muraria che ne segna i perimetri elevando tutto il paese in un unicum di calma e straordinari scorci fiabeschi. Per questo motivo passeggiare per il centro storico è un piacere che può durare da mezz’ora a tutta una giornata, parecchie sono le enoteche, tutte ovviamente fornitissime di ogni peculiarità locale, un intarsio di piccole botteghe caratteristiche e particolari e, anche diversi ristoranti, alcuni molto interessanti dove quella bellezza si tramuta in gusto.

Stradina fra i filari
Stradina fra i filari

Soave come il vino, (anzi i suoi vini e le sue cantine). Ottimi vini bianchi, la famosa doc che prende il nome appunto dal paese, ma anche ottimi rossi, perché questo territorio incrocia gran parte della vocazione vitivinicola della Valpolicella, quindi l’Amarone che qui viene prodotto risulta, in molti casi, di gran livello. Sono stato a Soave qualche settimana fa, in un giro che ha fatto tappa anche al Vinitaly; in qualche cantina del paese ho potuto vedere bandiere affisse con l’iniziativa “Vinitaly and the city”, scoprendo una pregevole iniziativa portata avanti insieme ai paesi di Valeggio e Bardolino che hanno creato momenti atti a veicolare il pubblico che in quei giorni ha fatto visita in massa a questa colossale manifestazione. Una bella idea per attuare il

Statua e merli.
Statua e merli.

concetto di “Terroir”. Fra l’altro ho scoperto che a breve si terrà proprio la festa medievale del Vino Bianco di Soave (informazioni link pagina fb Proloco)

Soave mi ha dato la bella impressione di essere un luogo dove le sue mura riescono ancora a preservare la propria identità ma le sue porte la condividono col mondo.

Informazioni: Ufficio turismo e Proloco

La Bottega dell’imballo

La Bottega dell’imballo, utile per chi viaggia l’isola e vuole spedirne un pezzo a casa sua. La famiglia Lombardo fa imballi dal 1958.
Vicino alle poste di Catania, una piccola bottega caratterizzata da una quantità di cartoni, gomma piuma e polistirolo, il tutto utile, ovviamente a migliorare la tenuta del pacco che si sta imballando.

Domenico alla fine degli anni 50 ha aperto le porte di questa attività artigianale che è rimasta sempre li, ma nel frattempo ha spedito di tutto e dappertutto e con gli anni, come da tradizione artigiana, ha trovato un aiutante che ha ora le redini della bottega, suo figlio Gianfranco.

La Bottega dell'imballo - mori da imballare
La Bottega dell’imballo – mori
Dalle maioliche di Caltagirone, i Mori, ai personaggi del presepe, fino alle cere di Gesù Bambino e Santi da oltre cinquant’anni da quel posto viene sigillato a dovere di tutto per essere poi consegnate presso l’ufficio postale che le invia a destinazione, e “sono arrivate sempre intatte!” come ci tiene Domenico a sottolineare.
Con l’autorizzazione del Ministero dello Sviluppo Economico, orgogliosamente esposta a sottolineare professionalità, la bottega rende veramente un gran servizio perché utile a chi magari sta in aereo ed è invaso dalle buste di ricordini e spesa varia, oppure semplicemente acquista un pezzo ingombrante e non può portarlo con se, in questo caso l’imballo corretto diviene fondamentale, e trovarsi un’attività a due passi dalla posta diviene per chi è in viaggio in Sicilia e si trova a Catania, una gran bella comodità che non trovi dappertutto.
Nel Paese dei mestieri e del saper fare bene, questa piccola e caratteristica bottega ne sottolinea ed evidenzia il valore di filiera, dalla buona manifattura alla spedizione che deve avere un imballo da manuale aggiungendo un tocco vintage al pacco, uno stile retrò che richiama all’eleganza della sostanza. Qui non ci sono, o quanto meno non sono la priorità, i lustrini e i colori della carta da regalo, qui il fascino sta nel pacco, nel vedere Gianfranco e Domenico, creare quei nodi dello spago attorno all’inscatolato, fino a creare una sorta di reticolo dell’imballaggio, per un attimo è impossibile non pensare ad atmosfere passate, ai viaggi di avventura a quanto sia attuale l’idea di proteggere le cose a cui tieni perché tengono vivo il ricordo di quanto si sta vivendo.
I Lombardo ricevono oggetti da spedire fuori dalla Sicilia da gran parte degli artisti o artigiani limitrofi, una volta fu commissionata loro l’imballaggio per la spedizione di un motore intero verso Maranello. Una bottega più unica che rara, un tassello che aggiunge fascino ad un’isola magnifica già di suo.
Esempio di sapienza artigianale, un mestiere utile e affascinante.

Info: La Bottega dell’Imballo, Via Rizzari, 10, 95124 Catania CT – Tel. 095.312036 (link a google maps)

Verdicchio 50 anni di …vite! Quali programmi?

Manca meno di un mese al cinquantesimo compleanno della denominazione di origine controllata del Verdicchio di Matelica e c’è solo un manifesto che campeggia sotto la torre civica.

In effetti l’associazione di produttori e gli enti coinvolti, sembra facciano di tutto per tenere nascosto l’evento. Mi chiedo come si possa essere attrattivi con un programma che non è uscito nemmeno su internet, che se hai una struttura ricettiva non puoi nemmeno preparare un pacchetto last minute per un weekend, hanno programmato la comunicazione dell’iniziativa, esiste uno straccio di timeline? Si trova qualcosa giusto sul sito del comune e ogni tanto arriva qualche notizia qua e la sui social, su qualche cena di viticoltori che la organizzano da soli e questo se autentico è lodevole.

Quello che è chiaro però, è che non esiste una strategia, tutto sembra sia frutto del caso, qualche fumosa iniziativa singola di propaganda, o polemica senza capo ne coda di qualche politico locale. Tutto questo francamente è inaccettabile e porta la gente a sentirsi ancor più presa per il culo, perché se il verdicchio è identità, questa va condivisa e non preclusa. Non è possibile sentirsi attorniati da questo senso di chiusura verso un argomento che dovrebbe, viceversa, essere comune a tutti, soprattutto dopo quello che è successo con il terremoto, che per fortuna ha toccato Matelica meno di altri centri.

Potrebbe essere il festival della rinascita ma resta difficile continuarlo a sperare cercando motivazioni di ausilio, sostegno e collaborazione attiva con i paesi più colpiti, (anche perché qui ci abito finché regge casa ecco perché ancora spero) invece, sembra il festival del “noi semo noi e voi nun sete un cazzo!” Lo slogan non esiste, o meglio pare il manifesto di uno che festeggia 50 anni, con gli amici che gli hanno messo il poster in piazza. Il fatto di festeggiare un compleanno di per se non è una notizia. Come fai a trovare spunti per parlarne? Il tempo che passa è un’ovvietà. Sarebbe molto diverso argomentare un traguardo, fatto di collaborazioni, rapporti di amicizia nel segno della qualità, anche con altre realtà, che in Italia aspettano solo l’intelligenza di un inizio dialogo anche istituzionale. Invece le risposte sembrano disinteressate a tal punto che,  con questa spocchia, viene voglia di smettere addirittura di berlo il verdicchio, e allora si che il fallimento sarebbe totale e i soldi pubblici buttati.

Da matelicese sogno che questo possa divenire il festival della vicinanza con tutti quei luoghi ‘minori’ (perché comunque meno conosciuti) che sono rimasti senza niente, ma hanno ancora la solidità del saper fare eccellenze e lo spirito di collaborazione semplice tra persone, nonostante tutto. Mi sarebbe piaciuto vedere i produttori del Verdicchio essere primi sostenitori dei Sibillini colpiti, le loro genti i testimonial della resilienza con i loro prodotti per le vie del paese, qualcuno che ha potuto fra l’altro è già qui in paese. Allora si che diventerebbe, questo un must identitario, allora non servirebbero più i grandi vip, ma sarebbero gli stessi piccoli produttori di ciauscolo (meglio se senza igp), formaggi di sopravissana e altri prodotti colpiti a sentirsi ancora vivi, veri testimoni ed esempi di una rinascita di un intero territorio.

Invece l’impressione è quella della spocchia di chi sa come andare nel mondo senza, in realtà, accorgersi di niente. Snobbano tutto, fanno lo “street food” che ormai è trito e ritrito in tutte le sagre, invece di raccontare storie, creare percorsi dove il visitatore possa sentirsi parte di una storia che al tempo stesso è anche realtà di come si vive oggi tra queste valli.

Gli assaggi di verdicchio per una sera sola, ma che vuol dire? Che c’entra con l’identità territoriale, qual è il target di pubblico a cui è riferito l’evento? …i visitatori dei paraggi?

Sul programma addirittura si prendono a prestito altri eventi per arricchire il cartellone della festa, ma che è la minestra riscaldata? Che senso ha?

Quanto sarebbe più proficua una festa di scambi, inviti reciproci incontri sulla tutela della qualità enogastronomica? Quanta attenzione creerebbe l’idea di stringersi verso le eccellenze “sfollate”, amalgamando storie su come si riesce ancora, nonostante tutto ad essere coltivatori di eccellenze.

La vite che aiuta la vita, una stretta di amicizia con i prodotti dei monti sibillini, abbiamo Giorgio Calabrò a Matelica, uno dei migliori norcini d’italia, i suoi prodotti stanno nelle cucine dei grandi ristoranti, il financial times ha parlato di lui, e qui gli danno il contentino, il banchettino in piazza dove se vuole può fare gli assaggi, ma per favore!

Abbiamo esempi di resilienza identitaria a portata di mano e ci si affanna a chiamare i personaggi dello spettacolo, è la vittoria della plastica rispetto alla realtà semplice e straordinaria del coraggio di questi contadini, pastori, pasticceri e altri artigiani.

La comunicazione fatta al verdicchio in una versione sbiaditissima sulla falsa riga di un prodotto iper commerciale, quando dovrebbe essere il contrario esatto.

Circa 12 anni fa con Carlo Cambi scrivemmo un’idea di rassegna di vini bianchi italiani, un’idea di scambio e confronto fra le alte eccellenze italiane, la possibilità di affidare alla gente a chi il vino lo beve consapevolmente, di decidere quale fosse il miglior bianco d’Italia, il miglior “bianco dell’estate” votandolo fino al mare e, cercando di far partire così una spirale crescente di coinvolgimento con gran finale a Matelica. Niente si è realizzato, per la chiusura degli stessi produttori e altri politicanti ciechi, al grido della volontà di imporre loro stessi contro la paura della concorrenza a 2 euro dei discount, che gli stanno, oggi ome ieri, comunque sotto casa.

Non si riesce ancora a capire che tra produttori di qualità, è la squadra che vince e arriva anche il compratore se esiste una proposta intrisa di emozioni autentiche su questi paesaggi, mentre gli sgambetti, le invidie fra tanti singoli sono inutili, è la squadra vince, meglio se variegata di proposte, evidenziando differenze di valore, ma condividendo gli intenti. Magari è tardi per fare la squadra con i vini bianchi d’italia, ma c’è una montagna di prodotti gastronomici da abbinare e salvare, proprio qua attorno, allora perché non fare percorsi di un paio di giorni almeno (come si diceva con Giorgio l’altro giorno) proprio sui vicoli del paese quasi tutti agibili, affidando ad ognuno di essi un tema, una storia fra verdicchio e salumieri, pastori, apicoltori, pittori, musicisti e teatranti. Vie e racconti verso il futuro di una nuova coscienza identitaria. Questa sarebbe una notizia. Il racconto reale di quello che c’è dietro all’etichetta. Storie semplici su quello che siete e che siamo, apriamo le porte e facciamo aria, condividiamo la nostra identità e risolleviamoci rinnovando le tradizioni. Non svendiamo tutto agli avventori perché abbiamo la possibilità di tornare ad essere comunità, coscienti di quello che abbiamo.

E’ l’unica via per rinfrancare la società. Buon verdicchio a tutti.

matelica - Fonte Internet
matelica – Fonte Internet

 

La gente solida!

Era una giornata calda di settembre dello scorso anno. L’aria frizzante dei pomeriggi di inizio autunno nelle zone di alta collina. Stavo a Pievebovigliana presso il Convento di San Francesco che adesso, credo, abbia più di qualche crepa, ma che presto, spero, torni a rivivere per quel bellissimo luogo che è stato.

In quella bella occasione ho conosciuto Alberta Paggi assessore del comune, con il piglio di una mamma più che di un politico. Un bellissimo evento, mi avevano chiamato per fare da speaker e reinventarmi una sorta di “Show Cooking” che poi è diventata una grande risata collettiva.

Ricordo il coro del Trentino che era in trasferta proprio lì, qualche turista, e un calore come quello di casa anche se non conoscevo nessuno.

Io li a parlare e cercando di strappare sorrisi alla gente, con la speranza di riuscire a far passare anche qualche contenuto d’identità culinaria, reinventando, insieme a Dino Casoni i piatti con gli ingredienti della tradizione antica di queste zone. A colpi di battute, nel descrivere cosa fosse la “Finocchiella” piuttosto che il “Ciauscolo” ai trentini che erano li, ho conosciuto un cuoco che oggi meriterebbe l’appellativo di Chef con la “C” maiuscola, non fosse altro che per la sua tenacia. Dino è il cuoco del Ristorante Hotel Carnevali di Muccia. Lo stabile è un pezzo di storia recente, la struttura è quella di un vecchio Motel Agip, tra i primi fatti costruire da un grande mio concittadino, Enrico Mattei. Oggi, quel luogo degli anni sessanta, ha seri problemi legati alle fortissime scosse di fine ottobre.

Ho rivisto Dino poco meno di una settimana fa e, la prima cosa che ha fatto è stata quella di sorridermi, con un uno di quei sorrisi spontanei, sinceri e diretti che fa la gente che ti vuole bene, quando ti incontra inaspettatamente. Muccia è un luogo fantasma, le persone rimaste sono pochissime, Dino ha preso in affitto un tendone davanti al suo locale, lì ha spostato provvisoriamente il bar per mantenere un minimo di servizio a chi si ferma in zona. Quel sorriso mi ha descritto oggettivamente la forza del suo carattere.

La caparbietà di voler ripartire nonostante oggi supplisca ad un’esigenza di carattere sociale, civile e morale, quella di ridare una “piazza provvisoria” a chi è rimasto in quel paese ferito. I sopralluoghi, per lo meno in via ufficiale, ancora non ci sono stati, assurdo mi è parso il vedere cosi tante pattuglie attorno a quella stazione di servizio, nessuna pattuglia però assegnata ad un sopralluogo sulla struttura per dichiararne lo stato effettivo di inagibilità, per accelerare la ripartenza di un punto nevralgico per la gente di questi luoghi. Non mi interessa montar polemica sui tempi e i modi lenti di un “ricominciare” così affannato, anzi ne vorrei cogliere gli aspetti involontariamente positivi rispetto ad apparati istituzionali inconcludenti, e soffermarmi solo a dire che, per fortuna qualcuno, un’anima ancora ce l’ha.

Per tutto il resto, questo è il terremoto dell’abbandono a se stessi, dove l’unico vanto in una catastrofe così grande, lo si può scovare proprio dietro il sorriso della gente come Dino, che, sono sicuro, ripartirà anche più forte di prima. Con queste due righe, per testimonianza e voglia di speranza, mando a lui e a quelli come lui un abbraccio grande, perché nonostante tutto, la voglia di ripartire è veemente.

Possiamo rinfrancare la voglia di rialzarsi grazie ad un sorriso di speranza come quello dello Chef Dino Casoni e della sua famiglia.

p.s. nella foto un selfie che ci siamo fatti quella bella giornata. Io Dino, Stefano, Alberta e tutta l’altra gente.

Boadas, a Barcellona i Cocktails nella storia

Tra una dedica di Mirò, una foto con attori di ieri e di oggi, un locale di pochi metri quadrati nella fatidica Rambla di Barcellona, stile retrò, dove la tradizione è un assioma ormai legato alla grande esperienza nel saper miscelare liquori di altissimo pregio.

Dalla Boteguita del Medio a Cuba all’inizio del secolo scorso, inventando, di fatto, il famoso Mjito, a Barcellona, “Boadas Cocktail” è una consuetudine storica per i Catalani che amano il buon bere. In questa vera e propria “bottega del saper fare”, immerse in un turbinio di opere d’arte di un recente passato, si trovano tracce inconfondibili del suo fondatore; Miguel Boadas che ne ha aperto i battenti nel lontano 1933, a seguito di una altrettanto interessante quanto avventurosa esperienza a Cuba, dove in precedenza era già divenuto l’anima del cocktail facendo parlare addirittura Hemingway  dei Daiquiri del “Floridita”, e dei Mojito da lui (Hemingway in persona) nella creativa e di avanguardia “Boteguita del Medio”. In entrambe quei locali della “Habana de Cuba” Miguel ha accresciuto e affinato la sua professionalità, creando equilibri di sapori fino a poco prima sconosciuti per poi tornare in patria aprendo il cult dei cocktail bar di Barcellona.

L’anima creativa e allo stesso tempo tradizionale è rimasta una costante stupefacente del Boadas, portato avanti nella linea della tradizione dei professionisti nel saper fare Cocktail, divenendo di fatto, da parecchi anni, una vera e propria istituzione di Barcellona. Personalmente posso dire che l’equilibrio che ho trovato nei gusti delle miscele preparate al momento in questo locale, mi hanno stupito, specialmente quelle con il Whisky.

Un’esperienza che consiglio a tutti quelli che si trovano a fare un giro per la Rambla di Barcellona.

Il Bancone del Boadas
Il Bancone del Boadas
Sorseggiando un cocktail, con Paolo e Ginepra
Sorseggiando un cocktail, con Paolo e Ginepra

Un viaggio nei sapori per il quale devo ringraziare il mio amico Paolo e soprattutto, una gran bella persona, conosciuta in Camerun, una vera artista che riesce a coniugare immagine e sostanza in modo maestoso, la mia amica Ginepra che ci ha “raccontato” questo pezzo di storia della sua Catalunya.

Orte che non ti aspetti!

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Orte stupisce.

Un posto che per molti (me compreso) ha rappresentato e sicuramente ancora è solo erroneamente un casello di collegamento autostradale per la via di Roma. In realtà la parte antica, il borgo di Orte è un agglomerato di bellezza e storia identitaria.

Uno dei territori della Tuscia viterbese, caratterizzati dagli arroccamenti di naturali depressioni geografiche, colline di tufo innalzate verso il cielo, naturali scrigni identitari nel cuore di un Paese come la nostra Italia, che in questi luoghi riassume la sua essenza.

La familiarità con cui ti accolgono i paesani di Orte è speciale, quell’odore di fresco, che si respira nelle case e nei palazzi ricchi di storie centenarie, è una dolce e piacevole sensazione. La genuinità dei suoi operatori turistici, che trasferiscono reale passione nel trasmettere questi luoghi. Calorosa e genuina l’accoglienza anche all’interno dei cosiddetti “uffici preposti”. E’ difficile che ultimamente io scriva di città o paesi che incontro, perché troppo spesso, purtroppo, c’è poco da scrivere. Orte è diversa, perché mi ha fatto percepire la volontà di far rifiorire e custodire la propria identità, nonostante la crisi, tesori nascosti come la parte sotterranea, sono stati da poco riaperti e resi visitabili grazie anche e soprattutto alla caparbietà di volontari, siano essi amministratori che cittadini comuni. Quando l’ho visitata, ho potuto osservarne il fascino sotterraneo; lunghi e stretti cunicoli che tagliano invisibili il centro storico, “il Prosciutto”, chiamano così i paesani il loro centro storico, per la particolare conformazione oblunga che ricorda la “coscia” del maiale.

Opere interessanti punteggiano l’interno della città vecchia, sollevata e allo stesso tempo protetta da maestosi tronconi di roccia che la innalzano con discreta eleganza, colonne naturali a protezione dei canoni di una millenaria bellezza italiana.

Orte antica vanta una continuità di vita dalla fine dell’età del Bronzo (XII sec. a.C.) fino ai giorni nostri. Nel corso di quasi 2500 anni di vita, sono state ricavate la rete di rifornimento idrico (cunicoli, cisterne, pozzi) e di evacuazione delle acque reflue, i magazzini, i depositi, le cantine, le stalle, le colombaie, alcuni vani di abitazione, i laboratori artigianali (per la lavorazione di lana e canapa), i lavatoi, le fontane, i triclini estivi, i vivai e i luoghi di delizie di giardini privati.
Un itinerario guidato riunisce i luoghi di maggiore interesse culturale dove il visitatore viene condotto alla scoperta di questi monumenti del sottosuolo urbano.

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Per info e prenotazioni (a cura dell’Ass. Culturale Veramente Orte)

Cell. 348.7672750
E-mail: visitaorte2@gmail.com

(Per questo pezzo voglio ringraziare in particolar modo il sindaco di Orte Moreno Polo, l’instancabile Luca Riccardi. Grazie a Patrizio per la selezione delle foto che ho scattato)

“Sienti’n può” …a Norcia che gusti !

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Norcia mi stupisce ogni volta che ci vado. E’ una cittadina tranquilla in una posizione fantastica, un perfetto equilibrio fra due opposti ambienti, la Valnerina e i Monti Sibillini. Terra di San Benedetto, ogni angolo sembra richiamare al senso del cattolicesimo e contemporaneamente anche il luogo dove si fa strada l’arte nella lavorazione del maiale; non a caso la parola “norcineria” deriva proprio da qui. Un paese di storia e di equilibri che paiono perfetti, dove si scorge dietro ai sorrisi, una genuina freschezza della sua gente. Ovviamente è probabile che anche questa cittadina viva la crisi come molti altri posti in Italia, ma riesce a creare curiosità, genera una sorta di “appeal” verso il visitatore; è uno di quei posti che ti mette voglia di scriverci sopra, come sto facendo.

Già a fine dello scorso anno rimasi positivamente sorpreso per l’evento “Prosciutti dal Mondo” una rassegna, secondo me, ben ideata, che parte da una base di stimolo al confronto fra i migliori livelli di qualità “norcine” (…appunto) di tutta Europa. Una bella idea quella di accrescere le proprie identità eno-gastronomiche tramite una rassegna, uno scambio di esperienze finalizzato ad un’accrescimento comune. L’opposto, in sostanza, della cultura da supermarket, anche una mossa astuta per destagionalizzare. Ovviamente fra gli eventi merita di essere sottolineata la oramai famosissima Mostra Mercato del Tartufo Nero che si tiene solitamente nei due fine settimana a cavallo fra Febbraio e Marzo.

Comunque quello stimolo in più lo trovi anche e soprattutto nelle persone, come ad esempio Stefania e Rodolfo che hanno deciso di tornare dal rifugio “Perugia” di Forca Canapine per dedicarsi alla loro più piccola ma non minore senza dubbio in qualità avventura ristorativa.

E’ sempre più difficile trovare oggi in giro un’osteria. Un posto dove mangiare cose semplici ma cucinate con cura ed amore. Inoltre, chi viaggia per lavoro, ha sempre più difficoltà a coniugare l’esigenza di “nutrirsi adeguatamente” con il poter spendere una cifra “non dissanguante” per il portamonete. Nonostante Trip Advisor.

Per adesso l’osteria “Sienti’n può” ce la fa alla grande. Il locale è piccolo ma i piatti sono proprio quello che ci si aspetta per un pranzo veloce o una serata con amici senza tanti fronzoli. La pasta è quasi tutta fatta in casa. Buoni gli equilibri di sapori e soprattutto di qualità anche la materia prima utilizzata. Il pane è fatto in loco con farine e cereali della casa, che sono coltivati biologicamente e provengono dall’azienda agricola di famiglia, che si trova all’interno del Parco Nazionale dei Monti Sibillini oltre i mille metri. Le verdure che utilizzano sono di stagione. I piatti che escono dalla cucina, per quanto semplici, ti danno quella sensazione del richiamo ai profumi delle montagne da dove proviene l’esperienza culinaria di Rodolfo. Io credo proprio che meritino buoni giudizi perché si vede che mettono amore in quello che fanno.

Come scritto nell’epigrafe affrescata in fondo alla sala; “L’Osteria allieta la vita”. … a volte capita.

Il mio modo di intendere Internet

La comunicazione mediata e filtrata da un video e tastiera è più semplice o forse addirittura più autentica?

Via web o sms siamo più noi o recitiamo meglio, creando un personaggio in effetti inesistente? Questa domanda dovrebbe consentire a ognuno di riflettere un po’ su un nuovo modello comunicativo.

Sembrerebbe quasi che lontano dall’occhio dell’altro ci sentiamo più liberi di far emergere la nostra parte più intima. Lo diceva già Sartre: l’altro come colui che ci guarda e non semplicemente come colui che noi vediamo. E così, forse, nel mondo virtuale lasciamo fluire liberi i pensieri perché ci dimentichiamo che l’altro ci guarda, perché in effetti “solo ci legge” o meglio legge solo.

Il Blog per me è anche un modo di esprimere ciò che penso. Un modo per dire agli altri, senza essere invasivi, le mie opinioni. Così chi vuole, viene, legge e si fa un’idea di chi sono e cosa penso. Poi se trova utile le mie argomentazioni, ben venga. In fondo è anche un modo per togliere la maschera di tutti i giorni.

E’ cercare di raggiungere la consapevolezza. In risposta ad un post una persona ha detto:

“Bambini, dopo avere sbucciato un mandarino, potete mangiarlo con consapevolezza o distrattamente.

Chi ci si ritrova può venire a commentare, come pure chi non ci si ritrova può dire, lo stesso ciò che vuole. Il filtro l’ho messo solo perchè frasi che offendano la pubblica morale vengono censurate.

A volte anche io mi autocensuro…

….si viaggiare

“Si viaggiare, evitando le buche più dure….”

Si potrà più viaggiare? Beh visti i prezzi che circolano dei carburanti ecc… sta diventando difficile la cosa. Ma che differenze ci sono fra chi viaggia e chi fa il turista. Posto alcune considerazioni sparse colte dal web e da chi ho visto venire qui a Treia (meta sicuramente adatta più a viaggiatori che ai turisti).

Il turismo è la pratica, l’azione svolta da coloro che viaggiano e visitano luoghi a scopo di svago, conoscenza e istruzione; secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale del Turismo (World Tourism Organization, un dipartimento delle Nazioni Unite), un turista è chiunque viaggi in paesi diversi da quello in cui ha la sua residenza abituale, al di fuori del proprio ambiente quotidiano, per un periodo di almeno una notte ma non superiore ad un anno e il cui scopo abituale sia diverso dall’esercizio di ogni attività remunerata all’interno del paese visitato. In questo termine sono inclusi coloro che viaggiano per: svago, riposo e vacanza; per visitare amici e parenti; per motivi di affari e professionali, per motivi di salute, religiosi/pellegrinaggio e altro. (fonte wikipedia)

Svelare se stessi attraverso il viaggio
Nel ventesimo secolo l’immagine del viaggiatore ha acquistato una connotazione sociologica di “estraneo”, una definizione, questa, che contiene ancora quelle caratteristiche cui pensavano gli antichi quando definivano il viaggiatore come “filosofo” e anche quelle idee che all’inizio dell’età moderna portarono all’attribuzione di una particolare dignità al viaggiatore che si comportava come osservatore oggettivo e “descrittore del mondo”.
In virtù della mobilità e della lontananza con cui valuta e giudica, l’”estraneo” può cogliere la generalità dei rapporti indipendentemente dalla situazione locale.
Le caratteristiche del viaggiatore sono, secondo Rimmel: la libertà, l’oggettività, la generalità e l’astrazione. Il viaggiatore osserva e registra. Egli può descrivere la realtà che osserva e conosce in modo maggiore o minore a seconda del suo livello di cultura. Ma “estraneo” significa anche “straniero” e lo straniero viene visto come estraneo dalla comunità che lo riceve e viceversa, un confronto dal quale  scaturiscono conflitti o elementi positivi.
Questo tipo di contatto, di rapporto con la comunità locale dev’essere analizzato, valutato, per poter interpretare lo stato mentale del viaggiatore, le sue inibizioni, le sue potenzialità di crescita.

Ci sono diversi tipi di viaggiatori

Chi interpreta il viaggio come penitenza. Viaggi di fede verso luoghi sacri per devozione. Questo tipo di viaggi oggi sono più o meno corrotti dal consumismo e dalle strategie di comunicazione effettuate che a mio parere risultano tutte più o meno stridenti. La fede va sentita e non mercificata.

Chi interpreta il viaggio per studio o ricerca. L’idea che il viaggio potenzi l’intelligenza di chi lo intraprende è antica. E lo stesso Ulisse, per Dante, viaggiò per seguire «virtude e conoscenza».

Si può poi viaggiare per imitazione, perché altri lo fanno e bisogna seguire le mode, per consumismo. Seguire le tendenze e le mode. Dove fa leva più di altro il marketing territoriale. Creare la tendenza appetibile da seguire. E’ la forma di turismo che può essere costruita. E’ quella che “rende” ma anche quella più sterile se non resa “sostenibile”.

Oggi ho voluto fare delle considerazioni sui vari modi di interpretare i vari modi di viaggiare (d’altronde da gestore di albergo dovrò pure capire cosa vuole chi mi viene a trovare o no ?).

D’altronde questo è il periodo in cui si pensa a viaggiare (… o almeno si dovrebbe avendone le possibilità vista l’aria di crisi che si respira)