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“Soave” come il castello, il paese, il vino.

Soave come il castello. Custodito da Mauro Nicolai che con passione guida anche i viandanti raccontando i momenti storici più particolari e le varie stanze della rocca scaligera.

Mauro Nicolai nel cortile del castello
Mauro Nicolai ed io nel cortile del castello.

La bella sensazione di essere accolto nella concreta semplicità con cui lui descrive momenti storici vissuti in quel castello; la stanza di Dante Alighieri nel suo periodo di soggiorno a Verona, la torre di guardia da dove venivano condannati e gettati banditi oppure gli oppositori, fino alla decisione di Cansignorio della Scala di ampliare la cinta muraria per permettere una fortificazione completa di tutto il paese, poiché le sole mura della rocca principale non bastavano, nei momenti di assalto, ad ospitare tutti gli abitanti che negli anni, intorno a quel mastio difensivo, avevano formato un villaggio abbastanza numeroso. Quel che rimane impresso di questo luogo, oltre al fatto di essere uno dei pochi paesi ancora completi di tutto il perimetro della cinta muraria, è il senso di familiarità e gentilezza spontanea, che ho potuto apprezzare un po’ in tutto il borgo.

Stele Camuzzoni
Stele Camuzzoni

La proprietà oggi è ancora della famiglia Camuzzoni, infatti nel 1892 il senatore del Regno Giulio Camuzzoni decise di rilevarlo per restaurarlo con il preciso intento di lasciare ai posteri una completa sensazione di immersione nel periodo medievale.

Soave come il paese (e quindi i suoi abitanti). E’ apprezzabile la cura messa nel coltivare bellezza; la noti sui balconi delle case del centro, la pulizia per le strade e quel senso di freschezza genuina tipica dell’atmosfera prealpina elevata dal plus della cinta muraria che ne segna i perimetri elevando tutto il paese in un unicum di calma e straordinari scorci fiabeschi. Per questo motivo passeggiare per il centro storico è un piacere che può durare da mezz’ora a tutta una giornata, parecchie sono le enoteche, tutte ovviamente fornitissime di ogni peculiarità locale, un intarsio di piccole botteghe caratteristiche e particolari e, anche diversi ristoranti, alcuni molto interessanti dove quella bellezza si tramuta in gusto.

Stradina fra i filari
Stradina fra i filari

Soave come il vino, (anzi i suoi vini e le sue cantine). Ottimi vini bianchi, la famosa doc che prende il nome appunto dal paese, ma anche ottimi rossi, perché questo territorio incrocia gran parte della vocazione vitivinicola della Valpolicella, quindi l’Amarone che qui viene prodotto risulta, in molti casi, di gran livello. Sono stato a Soave qualche settimana fa, in un giro che ha fatto tappa anche al Vinitaly; in qualche cantina del paese ho potuto vedere bandiere affisse con l’iniziativa “Vinitaly and the city”, scoprendo una pregevole iniziativa portata avanti insieme ai paesi di Valeggio e Bardolino che hanno creato momenti atti a veicolare il pubblico che in quei giorni ha fatto visita in massa a questa colossale manifestazione. Una bella idea per attuare il

Statua e merli.
Statua e merli.

concetto di “Terroir”. Fra l’altro ho scoperto che a breve si terrà proprio la festa medievale del Vino Bianco di Soave (informazioni link pagina fb Proloco)

Soave mi ha dato la bella impressione di essere un luogo dove le sue mura riescono ancora a preservare la propria identità ma le sue porte la condividono col mondo.

Informazioni: Ufficio turismo e Proloco

Terra Madre vs Figli di P…

Andare piano, cercare di riflettere è il senso di questo blog che ho iniziato con l’intento di cercare, per quanto possibile, di non trascurare il senso VERO del vivere osservando e comprendendo quello che mi trovo ad avere attorno.

La voglia di tornare a credere nella gente, condividere la sostanza delle identità locali prima della “forma” possibile del marketing. Evitare consulenze inutili e chiacchiere sempre troppo politiche.

Odio gli “sbicchieramenti” dei “fu” grandi vini, detesto gli elogi aggettivati in piatti sintetici, preferisco una porchetta ben fatta alla schizzinosa “mise en place”. Mi piace quando trovo, negli allevatori, contadini ed artigiani, piccoli bottegai e fruttivendoli, quella genuinità che non sa di sorriso finto da “starlette” di boutique, o modella new age. Preferisco l’incandescenza della lampadina impolverata di una casa di campagna, al bianco freddo del neon. Preferisco chi riconosce la “Terra Madre” ai figli di puttana.

Fra la genuinità che c’è in un vaffanculo dato oppure anche ricevuto, e la ruffianeria del “politically correct”, la prima opzione, anche se volgare, la preferisco alla grandissima.

Domenica pensavo di sentirmi come un pesce fuor d’acqua, a Gualdo credevo di avere di fronte il gruppo dei prescelti a commiato della morente cucina di tradizione, i consulenti dell’immagine di una storia passata, maestri del gusto di tradizioni ormai morte dietro al saluto del sindaco, la passerella degli assessori sotto i portici crollati di una politica asettica e inconcludente che mantiene in vita con la flebo al braccio la devota riconoscenza alla partitocrazia degli interessi, di posti di potere, poltrone e scambi di favore.

Invece no, ho visto un gruppo di gente motivata, interessata nel voler rimarcare la propria volontà di esserci, conoscere e sostenere chi oggi ha più bisogno di aiuto in maniera seria, non pretestuosa, una volontà propositiva. Un gruppo di produttori intenzionati ad esserci per voler rinascere consapevoli della necessità di ricevere risposte concrete. Per quanto mi riguarda, ho voluto contribuire per raccontare, semplicemente cose vissute, osservate e che spero di trasmettere per come le ho percepite io.

Spero nella volontà di volere mettere in primo luogo le persone, chi questi luoghi cerca di farli sopravvivere vivendoli, spesso in maniera viscerale come gli allevatori, i casari e i norcini che questi posti li presidiano sempre e comunque. Ho potuto sentire nelle parole di quella gente un’estrema voglia di voler esserci e non farsi prendere in giro da chi gli racconta la favoletta del faremo, vedremo e poi ne discuteremo.

Spero che questo sia motivo vero di rinascita, dopo un anno e tutte le stupidaggini partorite dalle istituzioni, ci sia la volontà di dare un segno di svolta, prendersi la responsabilità di ricucire l’aspetto di una comunità che stringe i denti ogni giorno, prima che sia troppo tardi davvero. Sono contento della bella giornata di aver visto un accenno di speranza in chi la stava perdendo ed un sentimento sincero da chi ho potuto conoscere, ho visto soprattutto persone, che oggi più che mai, hanno bisogno di ritrovare certezze per continuare ad essere se stesse.

Oggi che l’imperativo è correre, il suo opposto, la lentezza riflessiva, dovrebbe trovare lo spazio che merita in maniera semplice ma, allo stesso tempo, dirompente. Allora facciamo le cose che abbiano senso prima di iniziare a correre, qualsiasi sia la direzione, respiriamo e, soprattutto cerchiamone il senso, dentro le piccole cose, magari impariamo dai resilienti bistrattati dalla logica insensata di regole da rifare, ma gli unici rimasti a rispettare sul serio i ritmi lenti della “Terra Madre”; sensazioni che abbiamo il dovere di riuscire a preservare, con il coraggio e la voglia di perseguire azioni concrete, prima che chiacchiere, insieme a chi ci crede ancora nell’essere “uomo in armonia con la natura”. Avere la volontà di un rapporto più stretto con essa, fatto di tempi, stagioni e di quella “saggezza” romantica, semplice e allo stesso tempo sofisticata, riflessa nei sorrisi malinconici ma sinceri di chi, nonostante tutto, ancora spera, vive e sorride in faccia all’ipocrisia di una tecno-burocrazia che ci obbliga a nuovi schiavi da supermarket, omologati in un’utopica visione schizofrenica del vivere (in)civile.

Tutelare la gente che crede nella possibilità di perseguire questi scopi, ci migliora tutti perché ci rende consapevoli di quello che mangiamo. Ieri a Gualdo ho visto la fiammella della speranza, soprattutto negli occhi dei piccoli produttori che hanno vissuto e stanno vivendo la disgrazia infinita del sisma, a tratti avendo tutti contro, o peggio, vicini solo a parole.

Tuttavia quella luce accesa negli occhi fa trasparire una speranza ancora viva, il sorriso franco di chi presidia questi elementi di cultura primaria si fa elemento distintivo di quella gente che sa la differenza che c’è tra l’inutilità del campanilismo e l’estrema necessità di una forte tutela degli aspetti d’identità territoriali, armonia nella cura del paesaggio, sapienza agricola, uno sguardo dentro l’anima.

Un momento opportuno per rialzare la testa e tornare a vivere.

p.s. Quel paesaggio elegante, illuminato dal sole d’autunno che ho visto tornando a casa, poco fuori Gualdo mi ha fatto capire l’estrema necessità che c’è nell’ascoltarlo, condividerne la straordinaria e semplice convivenza non invasiva con tutte quelle persone semplici che nei tempi sono riusciti a capirne l’essenza.

La gente solida!

Era una giornata calda di settembre dello scorso anno. L’aria frizzante dei pomeriggi di inizio autunno nelle zone di alta collina. Stavo a Pievebovigliana presso il Convento di San Francesco che adesso, credo, abbia più di qualche crepa, ma che presto, spero, torni a rivivere per quel bellissimo luogo che è stato.

In quella bella occasione ho conosciuto Alberta Paggi assessore del comune, con il piglio di una mamma più che di un politico. Un bellissimo evento, mi avevano chiamato per fare da speaker e reinventarmi una sorta di “Show Cooking” che poi è diventata una grande risata collettiva.

Ricordo il coro del Trentino che era in trasferta proprio lì, qualche turista, e un calore come quello di casa anche se non conoscevo nessuno.

Io li a parlare e cercando di strappare sorrisi alla gente, con la speranza di riuscire a far passare anche qualche contenuto d’identità culinaria, reinventando, insieme a Dino Casoni i piatti con gli ingredienti della tradizione antica di queste zone. A colpi di battute, nel descrivere cosa fosse la “Finocchiella” piuttosto che il “Ciauscolo” ai trentini che erano li, ho conosciuto un cuoco che oggi meriterebbe l’appellativo di Chef con la “C” maiuscola, non fosse altro che per la sua tenacia. Dino è il cuoco del Ristorante Hotel Carnevali di Muccia. Lo stabile è un pezzo di storia recente, la struttura è quella di un vecchio Motel Agip, tra i primi fatti costruire da un grande mio concittadino, Enrico Mattei. Oggi, quel luogo degli anni sessanta, ha seri problemi legati alle fortissime scosse di fine ottobre.

Ho rivisto Dino poco meno di una settimana fa e, la prima cosa che ha fatto è stata quella di sorridermi, con un uno di quei sorrisi spontanei, sinceri e diretti che fa la gente che ti vuole bene, quando ti incontra inaspettatamente. Muccia è un luogo fantasma, le persone rimaste sono pochissime, Dino ha preso in affitto un tendone davanti al suo locale, lì ha spostato provvisoriamente il bar per mantenere un minimo di servizio a chi si ferma in zona. Quel sorriso mi ha descritto oggettivamente la forza del suo carattere.

La caparbietà di voler ripartire nonostante oggi supplisca ad un’esigenza di carattere sociale, civile e morale, quella di ridare una “piazza provvisoria” a chi è rimasto in quel paese ferito. I sopralluoghi, per lo meno in via ufficiale, ancora non ci sono stati, assurdo mi è parso il vedere cosi tante pattuglie attorno a quella stazione di servizio, nessuna pattuglia però assegnata ad un sopralluogo sulla struttura per dichiararne lo stato effettivo di inagibilità, per accelerare la ripartenza di un punto nevralgico per la gente di questi luoghi. Non mi interessa montar polemica sui tempi e i modi lenti di un “ricominciare” così affannato, anzi ne vorrei cogliere gli aspetti involontariamente positivi rispetto ad apparati istituzionali inconcludenti, e soffermarmi solo a dire che, per fortuna qualcuno, un’anima ancora ce l’ha.

Per tutto il resto, questo è il terremoto dell’abbandono a se stessi, dove l’unico vanto in una catastrofe così grande, lo si può scovare proprio dietro il sorriso della gente come Dino, che, sono sicuro, ripartirà anche più forte di prima. Con queste due righe, per testimonianza e voglia di speranza, mando a lui e a quelli come lui un abbraccio grande, perché nonostante tutto, la voglia di ripartire è veemente.

Possiamo rinfrancare la voglia di rialzarsi grazie ad un sorriso di speranza come quello dello Chef Dino Casoni e della sua famiglia.

p.s. nella foto un selfie che ci siamo fatti quella bella giornata. Io Dino, Stefano, Alberta e tutta l’altra gente.

Buongiorno a chi vorrebbe volare!

buongiorno

Buongiorno a tutta quella falsa ‘bella gente’ che mi fa ridere inconsapevolmente.

Ai galoppini di ogni partito, a quelli che hanno pensieri surrogati da altri.
…….a chi posta frasi virgolettate (come me adesso…) per avere il ‘suo quarto d’ora di popolarità’.
……a tutta quella ‘bella gente’ che oltre all’apparenza non ha niente.
……a chi se ne frega della foresta equatoriale, va in giro col suv, ma fa la differenziata ‘porta a porta’ e col cazzo che ti risponde se gli chiedi dove buttare il giallo quando parti da casa il lunedì e torni il venerdì.
Buongiorno a chi fa le cose per autocelebrazione costruendo il proprio marketing dell’ipocrisia, con tutti li sotto, ad applaudire l’ennesima presa per i fondelli …pedalando!

Buongiorno al presidente della Repubblica che fa gli auguri a tutti e dice che i terroristi e gli evasori fiscali sono al pari dei delinquenti, ma dimentica di sottolineare che lo stato sta in partnership con loro.

Buongiorno ai falsi, quelli che costruiscono il proprio niente sul sentito dire, a quelli che si sentono superiori a tutti, ma dimenticano di non valere un cazzo.
Buongiorno a chi nasconde la verità dietro quattro scribacchini corrotti.
Buongiorno ai leccaculo di ogni razza, paese e colore.
Buongiorno a tutta quella gente senz’anima che eviterei palesemente di incontrare per strada ma che saluto qui per educazione.

A tutti gli altri invece…quelli di un messaggio scritto col cuore se stanno lontano, gli amici veri che ti dicono le cose in faccia, le persone che aiutano il prossimo senza dirlo, quelle persone pronte a sorridere e a farti sorridere.

Gli Artisti di vita… chi costruisce ogni giorno il proprio capolavoro.
Quelle persone che credono o hanno creduto in te nonostante tutto…
A questa parte di umanità qui… non auguro nessun buongiorno… perché vorrei incontrarle anche solo per un abbraccio, so che in certi casi è difficile, ma spero con il cuore che SOLO per queste persone, ogni giorno sia fantastico!

Hedy Lamarr ed il concetto di Fascino (…almeno per me…)

« Non è difficile diventare una grande ammaliatrice: basta restare immobile e recitare la parte dell’oca. » – cit. di Hedy Lamarr –

Una figura particolare, un’attrice non per scelta, di sicuro una figura creativa con una vita molto convulsa, anche e soprattutto per il periodo che ha vissuto. La guerra, il cinema degli esordi e molto altro.

Originaria austriaca e naturalizzata negli USA, la sua mente creativa scoprì la possibilità di isolare i canali radiofonici.

Quindi un ruolo scientifico, la sua invenzione dei canali radio (Link) fu adottata dal governo USA sulle navi del blocco di Cuba.

 

E’ molto raro che mi metta a parlare di un “Doodle di Google”, perché ho sempre pensato che lo fanno quelli che non hanno niente da dire. In realtà oggi lo faccio perché questa figura mi ha fatto riflettere sul concetto di fascino.

Quello vero è intellettuale! Una donna può definirsi affascinante quando abbina alla capacità di “ammaliare” uno spessore di intelligenza, creatività, una volontà di essere originale e, allo stesso tempo, attraente per quello che dice e, non per come si veste. Allora la figura di un’attrice “per copertura”, come Hedy, diviene sintesi di femminilità vera.

Ed io, a pensarci bene (e qui faccio un’altra cosa che di solito non faccio mai, cioè parlare di me!), mi sono sempre invaghito o innamorato di questo tipo di donna, forte nei suoi limiti, ma intelligente, creativa, sincera e leale, poi per mancanza coerenza o di coraggio, o forse per testardaggine, spesso sono stato io a tagliare i fili. Comunque, a mente fredda, posso dire davvero che, questo tipo di donna è di gran lunga migliore degli uomini come me, sempre alla costante ricerca dell'”Isola che non c’è”.

Giornata della terra! …e Google mi ha detto che sono un drago di Komodo

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Google ha linkato un test veloce e simpatico sull’home page del portale. E’ venuto fuori che sono un Drago di Komodo.

Ora, sul fatto che sia affamato di vita, non ho niente da eccepire, ma che mangi capre intere, dovremmo metterci d’accordo.

Sicuramente però se prendiamo l’aspetto metaforico della frase, devo ammettere che quello ci sta tutto. Ultimamente infatti sono propenso a fare figure da “capra” senza rendermene conto e, per fortuna, ancora in occasioni non lavorative.

Inoltre è palese che ci siano capre che mangerei vive, intendo tutti quegli esseri che, senza cognizione di causa parlano ed esprimono considerazioni proprie senza sapere nemmeno di cosa dicono. Di quelle ce ne sono fin troppe.

Comunque l’evento si celebra da moltissimi anni. All’inizio era il 21 marzo di ogni anno, giorno d’ingresso della primavera ma ormai da parecchi anni (credo intorno agli anni ’70, poi se cercate su internet vedete con precisione) è stata ufficializzata la data al 22 aprile. La giornata della terra è una ricorrenza istituita per far riflettere sulle tematiche ambientali e sui modi in cui poter inquinare meno. Comunque maggiori informazioni potrete trovarle qui.

http://www.earthdayitalia.org/

P.S: Dovrebbe essere ogni giorno la “Giornata della Terra”. Parola di ….Drago di Komodo… Vedi te sto faccia da Google!

Decadenza colorata! … sensazioni italo americane, senza tempo.

"Decadent Polycrhomatic Bridge" - Marco Costarelli 2005
“Decadent Polycrhomatic Bridge” – Marco Costarelli 2005

 

Era il 2005, il mio secondo viaggio nella “Grande Mela”. Il primo lo avevo fatto nel 2004. Mi accorgo solo oggi di non aver mai scritto di quella bella avventura professionale ed emotiva.

Tuttavia ho deciso di non iniziare ancora a descrivere, nemmeno oggi, la parte professionale di quel viaggio, ma solo quella emotiva. Voglio narrare, per ora, ed in maniera esclusiva, il motivo ispiratore dell’opera che sta in foto.

La sensazione di essere approdato per la seconda volta nel cuore di una nazione coesa, quanto paradossalmente contraddittoria.

L’Impero Romano dell’occidente contemporaneo. La consapevolezza di un territorio e del suo popolo che, seppur ferito al cuore, stava trovando il coraggio a ricomporre la spinta verso l’alto per salvare la propria sorte, anche se erano passati solo 4 anni dal disastro del WTC.

I Newyorkesi apparivano umilmente solidali. Questo essere disponibili e aperti al prossimo stonava con l’immagine di un territorio così diretto verso il capitalismo sfrenato, verso l’interesse a tutti i costi. Vedevo due velocità, in due direzioni contrapposte. Quella delle istituzioni e del business che stavano, nonostante tutto, spingendo sul pedale economico perché la nazione mantenesse la sua leadership di continua e convulsa espansione verso il resto del mondo da una parte, e, dall’altra, un popolo, che nel contempo, cerca di cicatrizzare le sue ferite, nel modo più lento e doloroso possibile, attraverso il ricordo permanente ed indelebile delle vittime innocenti, intese come causa ed effetto dell’oppressione istituzionale sui controlli doganali, che stridevano con il simbolo della fiaccola alzata da Lady Libertà su Ellis Island.

La “Grande Mela” morsa, non tanto nella sua prodigiosa effervescenza tecnologica, quanto nel suo orgoglio di paese inattaccabile. Un paese di ponti che univano i territori multietnici della metropoli, ma che allo stesso tempo, stavano evidenziando anche i confini sociali fra razze sempre più stratificate e diversificate fra loro.

Quella interazione di genti e di culture, che ha fatto della “City” per eccellenza il luogo di fusione della policromia culturale, sembrava essere causa ed effetto di quel attacco inaspettato. 

Da questa riflessione nasce “Decadent Polycrhomatic Bridge” (foto all’inizio del pezzo). Sensazioni timidamente vivaci e non nitide di acrilico su tavoletta telata. Spero che vi piaccia.

Ninna nanna dei coglioni fino alla fame! … bonanotte!

A volte mi chiedo per chi scrivo, poi ho ascoltato questo video sopra di Proietti che recita “Ninna nanna di Trilussa” che mi sono detto “allora lui per chi scriveva se non per se stesso?” Quindi mi sono rimesso a scrivere.

Forse sono un coglione anche io che continuo quando la maggior parte della gente si è sempre schierata dietro al “forte” di turno. Poi tutti che cerchiamo i poteri forti, li andiamo a cercare senza nemmeno considerare che li alimentiamo noi, li creiamo noi, li sosteniamo noi, tutti noi. Loro si animano della rassegnazione popolare, nel dire “ma almeno s’è fa qualcosa”, nel “vabbè che ce voi fa?” davanti all’ennesimo comizio del politico con la faccia da cretino che arriva a guidare il Paese o i paesi (con la “p” maiuscola o minuscola cambia poco). Gli diamo ossigeno rassegnandoci al dirigente di turno in un’azienda qualsiasi che non ti da risposte ma spesso agevola il complicarsi di un problema fino ad arrivare, ad esempio a trasferire una multinazionale come la Fiat che so… a Detroit ?

Poi c’è l’alternativa politica. Quella di sempre, quella senza proposte intelligenti, progetti o spirito di collaborazione per attivare soluzioni possibili. Quelli che vivono di frasi fatte tipo “l’Italia potrebbe vivere solo di turismo”. Ho fatto un patto con me stesso e il prossimo che sento dire questa frase lo prendo a calci in culo. Pensate che è stata utilizzata da tutti i governi democristiani, probabilmente è di stampo andreottiano, ripetuta ogni volta che si andava allargando un cantiere industriale a scapito di qualche spiaggia del sud Italia.

Altra frase di merda è quella che dice “dobbiamo sostenere il km zero” oppure promuovere i “prodotti tipici”. Sul  “non significato” della parola “prodotti tipici”, nemmeno ci perdo tempo. Invece è interessante analizzare la puttanata del km zero! Spiegatemi che vuol dire no? Se sei di fianco ad una zona industriale che vuoi coltivare? Oppure quei geni “politically correct” che nelle mense dei bambini metterebbe solo prodotti IGP, DOC o DOP, in pratica solo formaggi, salumi e vino, e a leggere l’ottanta per cento dei disciplinari di produzione si preferirebbe andare a mangiare 8 giorni su sette al “mc drive”. Quindi per non essere solo critici ma costruttivi non sarà ora che qualche sapientone “movimentista”, “sindacalista” o “neo-anticonformista”, “Hypster” o “politichetto de borgata”, iniziasse a pretendere investimenti seri su progetti interessanti per la tutela REALE delle “identità locali”, dei “giacimenti gastronomici o artigianali”, conservazione delle “cultivar” ?(che di sto passo ne rimangono solo quelle delle culture massive). Oppure creazione e promozione di eventi fatti con criterio senza scimmiottature o prese di posizione per semplice lesa maestà da quelche politicaio o polisempronio? Altrimenti come si esce dalla crisi in questa nazione?

Dice: “Ma tu basta che parli e poi che fai?” – risposta – “Io in passato ho fatto molte cose a favore di questo, mi sarebbe piaciuto continuare in quel lavoro che era prioritariamente la mia passione! Non ho potuto per una questione di marchette! Politichetta e puttanai vari! Ma i risultati io a casa li ho portati sempre, con i progetti che ho messo in atto, basta che scorriate indietro e qualcosa troverete anche qui sul blog! Ah sono tutti ancora buoni!”

Oggi l’oligarchia politico/dirigenziale non vuole sviluppare progetti innovativi, perché la classe dirigente si è auto formata grazie anche alla gente che tendenzialmente è sempre più cogliona, segue il coglione che urla di più, non ragiona le soluzioni, ma tifa addirittura per la divisione partitocratica che alla fine non dice assolutamente una “beneamata minchia!”

Ecco allora che il senso delle istituzioni non può che disgregarsi dietro la totale complicità del popolo coglione, che se tale rimane, è inutile che si lamenta.

Roma equilibri fra arte e politica.

Roma è la città dell’eterna bellezza.

Muove la sua grandezza su equilibri instabili fra arte millenaria, culture secolari, e contraddizioni paradossali.

Il ponte verso l’Isola Tiberina nella città eterna

Passeggiarci al pomeriggio di una giornata di sole, a fine inverno, vuol dire tuffarsi dentro a un sogno. Tocca l’anima, nonostante tutto, insediamento del nuovo governo Renzi compreso, che di fronte a Palazzo Chigi è stato accolto al massimo da un migliaio di turisti, passanti per caso, me incluso, e sono rimasto stupefatto nel vedere che ho potuto contare meno autoblindo fra Governo e Montecitorio che ad una partita di calcio in serie “D” del mio paese e, questo non è un complimento ne per l’uno, ne per l’altro.

Roma è l’unicità di scorci magnifici, scenografie architettoniche uniche al mondo, la concentrazione di genialità artistiche ineguagliabili, sommatesi nell’arco di una storia millenaria, che tolgono il fiato a chiunque. Allietano i sensi. Aprono il cuore.

Roma assolata di fresco, con qualche ferita aperta a seguito dell’alluvione, coi curati, gli artigiani, l’arruffoni, gli artisti, i politici e i soloni. Rimane sempre unica e meravigliosamente straordinaria.



La cappella Contarelli nella chiesa di San Luigi dei Francesi, fra Palazzo Madama e Piazza Navona, ospita tre opere di Caravaggio che sono il ciclo pittorico di San Matteo, (vocazione, ispirazione e martirio). Particolarmente interessante, oltre all’utilizzo della luce, caratteristica principale dell’artista, la lettura didascalica delle opere, soprattutto se ne esaminassimo il senso didascalico contemporaneo, senza fermarsi esclusivamente sulle omonimie politiche. Se un profano della storia dell’arte come me, è riuscito a cogliere queste particolari analogie, vuol dire che può riuscirci chiunque. Ma andiamo con ordine. Le opere d’arte, sono collocate dentro la chiesa di San Luigi dei francesi, (questi francesi…), in pratica di fianco a Palazzo Madama, sede del Senato, la cui riforma sembra essere l’oggetto principale della campagna di rinnovamento da parte del neo Premier. La vocazione del Santo, avvenuta su chiamata diretta di Gesù Cristo e San Pietro che lo eleggono a loro portavoce, riferimenti contemporanei a Napolitano e De Benedetti, sono puramente casuali. Altro dipinto interessante è “l’ispirazione” dove lo stesso San Matteo scrive sotto dettatura dell’angelo che ne scandisce i punti essenziali della sua missione. In conclusione, “il martirio” dove il Merisi si mostra in un autoritratto al centro della tela, piangendo. Fossi del PD io Caravaggio ce lo prenderei come monito, non si sa mai. 

La rivoluzione è la bellezza, la sconsolazione è pubblica!

(Ho inserito questa canzone di Adriano Celentano con un video fatto da un genio anonimo di internet con sottotitoli in RUSSO!)

Mi sono occupato di promozione del territorio fino al 2009.  Ho gestito una cooperativa che ho chiuso per lutto appunto 3 anni fa. Tante iniziative fatte, bei successi sia in termini di riscontro economico sul territorio che a livello umano. Ancora oggi sostengo che questo tipo di attività creativa sia utile come l’acqua pulita. Ma serve se fatto bene e con professionalità. Nella creazione degli eventi che ambiscono a suscitare appetibilità turistica, ad esempio, un fattore fondamentale oltre all’analisi dei punti di forza rispetto ai contenuti, che si vogliono trasmettere, è fondamentale l’adeguata pianificazione ed il budget a disposizione.

Fino al 2009 il sottoscritto ha coordinato una manifestazione di carattere nazionale per l’accrescimento in ambito musicale dei bambini. Con un gruppo di professionisti musicisti, artisti ed insegnanti di caratura nazionale, la manifestazione è cresciuta fino a raggiungere oltre 1500 partecipanti da tutta Italia (isole comprese) che, per essere presenti all’evento, programmavano la loro gita scolastica qui a Matelica e nelle zone circostanti.

Da un evento di carattere puramente culturale, ci siamo resi conto in pochi anni dei risvolti turistico/economici che la stessa iniziativa procurava al nostro entroterra. Certamente non saranno stati milioni di euro ma erano pur sempre l’introito maggiormente verificabile in termini di pernotti direttamente riscontrabili che ci sia mai stato in zona. Basti pensare che gli stessi partecipanti all’iniziativa solo di pernotto e prima colazione spendevano presso le strutture del nostro territorio circa 25 euro cadauno e che la permanenza era di 2, 3 o 4 giorni. A questo vanno aggiunti i pasti da 7 euro in convenzione, in su.

Il problema più grande a cui si doveva far fronte era sempre la pianificazione, cioè il poter avere il benestare al progetto da parte degli enti preposti al finanziamento nei tempi utili ad una adeguata programmazione, altrimenti risultavano inutili  stanziamenti importanti se fatti ad evento concluso. Mille rivoli burocratici, soldi anticipati e lavori fatti gratuitamente dal sottoscritto e da chi, soprattutto con passione, collaborava all’iniziativa. Le soddisfazioni che avevamo a livello nazionale erano perfettamente controbilanciate dai muri di gomma e dalle delusioni che arrivavano dalle istituzioni coinvolte. Primo in classifica il Comune di Matelica da cui ricevetti una diffida nel 2009/10 perché mi permisi senza comunicazione formale a “sua maestà” di andare a descrivere il progetto all’onorevole Luigi Berlinguer Presidente del Comitato nazionale per l’apprendimento della Musica. Da quella visita scaturì, lo stesso anno, un patrocinio dal Ministero della Pubblica Istruzione, udite udite, indirizzato al diffidato, …io.

La cosa buffa fu che ricevetti le due lettere contemporaneamente. Dopo questa cosa e altre che non descrivo perché rischierei di annoiare chi legge, persi sinceramente le speranze e rinunciai all’iniziativa chiudendo baracca e burattini.

Ovviamente chi vive qui oggi può ben notare come l’iniziativa non esista più e, soprattutto, come paradossalmente, si possano “(s)valorizzare” determinate aree per insediamenti ad alto rischio di incidente rilevante perché, dice il sindaco, altrimenti quei lotti rimarrebbero fermi e non si venderebbero. Vogliamo chiamarlo masochismo politico questo atteggiamento? Ignoranza burocratica? Non saprei dire. Parafrasando Adriano potremmo chiamarla “Pubblica Ottusità”

Di una cosa sono certo. Oggi è tremendamente difficoltoso aprire e mantenere un piccolo albergo o un agriturismo con “tutto in regola” oppure una piccola bottega artigianale, mentre altre attività sembra che abbiano quasi un lascia passare contro cui non si possa far nulla.

Il futuro è tornare ad una dimensione umana più lenta, meno inquinata e fatta dei valori artistici della manualità, e della bellezza. La vera rivoluzione è questa. Cambiamo rotta se siamo ancora in tempo!