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L’Italia del buco

Siamo l’Italia del buco, la nazione di quelli che prima l’identità, se non fosse che poi, l’unica cosa buona diviene scannarsi su razzismo, fascismo e antifascismo, con metodiche da stadio, nessuna analisi razionale delle possibili salvaguardie territoriali, baluardi dei territori, nessuna domanda su quale sia il significato di tutela dell’identità, su quali possano essere le azioni solide e semplici per uno sviluppo locale sostenibile, dove c’entra di più la tutela della biodiversità, la tutela del patrimonio artistico e culturale e chi in questo ci lavora ma spesso viene sfruttato, sia esso bianco, giallo o nero, piuttosto che emigrante. Essere sovranisti in assenza di idee su cosa sia il concetto di sovranità popolare è sempre troppo comodo.
Ecco che allora assistiamo a scontri fantomatici tra finta destra contro finta sinistra che non presenta fatti, ragionamenti o proposte.
 
Insomma siamo disposti ad andare dietro al primo che alza la voce, se ne costruisce attorno un’aurea di protesta progressiva e strutturata solo nella sua comunicazione individuale e poi, alla resa dei conti, rimane con un pugno di mosche in mano, e fa saltare il tavolo. E’ sempre così, è il giro tondo italiano, il motivo per cui non siamo più credibili agli occhi del mondo perché i pensieri nobili o sensati vengono subissati dalle questioni di pancia, dai vuoti mentali, da nessuna lettura del territorio in termini d’identità. Ci troviamo con strade nuove spesso inutili, nessuna lettura contestuale del territorio, parliamo di democrazia e ci troviamo ad eleggere, ormai troppo spesso, “yes men” senza sostanza.
 
Siamo diventati la gente di borgata che vuole tutto ed il contrario di tutto, tifa e non pensa, ma troppo spesso, purtroppo, si accontenta di un rutto. 
Siamo sapientemente ignoranti, logorroici sostenitori di tifoserie partitocratiche, pieni di frasi patetiche come “senza se e senza ma”, “ampio respiro”, “larghe vedute” ed “aree vaste” popolate di nullità e “chi più ne ha più ne metta”. 
Nemmeno uno straccio di visione reale e a lungo termine, progetti coinvolgenti, tutto enfatizzato nell’ideologia del “fare tanto per fare”, senza nemmeno più cercare di “agire per essere efficaci”. Così tiriamo a campare dentro una gabbia di criceto, dando la colpa a tutto e al contrario di tutto, ci tiriamo dentro anche l’economia, la esasperiamo dopandola con la finanza, giochiamo in borsa se ce lo possiamo permettere, e poi, se diventiamo poveri, allora vanno bene le slot machine, che tanto vince sempre chi intuisce l’algoritmo giusto.
 
Vediamo la politica come il calcio, viviamo di tifoserie e non di metodi efficaci per “agire bene” che tanto a fare male sono buoni tutti, così finiamo per stare dietro al più furbo di turno, accreditando qualsiasi politico che ci promette un bengodi di boiate senza prospettive, contenti di marcare il cartellino, lavorare conto terzi, in una spirale sempre più fantozziana dove il ricco è progressista ed il pezzente, per controbilanciare diventa fascista o liberista, ma entrambi, depressi e contenti postano gattini rossi e neri su un Social Network il giorno dopo.
 
Intanto chi ci ruba la vita, chi fa i soldi è proprio quel social network che fattura miliardi grazie alla nostra sudditanza repressa, diviene padrone e ci tiene tutti sotto scacco mentre quel buco rimane li e non lo sistema più nessuno.
Le priorità sono sempre altre e fintamente più alte, senza logica, perdiamo le nostre radici per sfinimento, disossando avidamente, scomodando Pasolini, ogni “realtà particolare”; vediamo le risorse economiche impegnate sempre di più in massicce quantità per giustificare investimenti megalomani senza futuro.
L'Italia del buco. Un buco su una via di un centro storico dove in questo caso ci pensa la piuma sopra la ragnatela a donargli quasi eleganza.
L'Italia del buco. Un buco su una via di un centro storico dove in questo caso ci pensa la piuma sopra la ragnatela a donargli quasi eleganza.
Ma a noi che ce ne frega siamo il popolo del cazzaro rosso, verde o chissà, forse un giorno anche bianco, giallo o nero. Svendiamo piano piano tutto il paese al soldo di colpi di governo, finto nazionalismo e sovranismo ormai perduto dietro ai teatranti della politica col sottofondo delle tifoserie da stadio, senza guardare alcuna proposta, inseguendo solo il comodo tornaconto d’immagine. 

Per questo dobbiamo renderci conto che non meritiamo rappresentanza che gli italiani sono la banda del buco e che “non è difficile governarli ma inutile” e questa è l’unica cosa condivisibile da parte mia che disse il Duce.

Non si riesce a divenire società, ognuno va verso la propria e progressiva smania di egocentrismo, esasperato senza logica tanto che per avere un Presidente del Consiglio presentabile, si è dovuto sceglierlo a caso tra i “non politici”. 
Il trionfo della banda del buco, che apprezza e poi svende, che tifa e non ragiona, che esclama senza conoscere, perché tanto qualcuno che gli sta dietro a tifarlo ci rimarrà sempre, con “testa e cuore”, se non fosse che l’una è marcia e l’altro è impietrito.
 
Non riusciamo a restaurare centri storici millenari devastati da un sisma di oltre tre anni fa, non si contano quanti siano stati i soldi già spesi, ma siamo li a delegare responsabilità a chi dimostra, ormai troppo spesso incompetenza scansando serietà e pragmatismo.
Ci facciamo prendere dal senso di appartenenza a partiti post-ideologici che al massimo hanno 10 anni, e denigriamo i comunisti, i poveri, o tutti quelli che la pensano diversamente, ma andiamo tutti a messa la domenica per purificarci un’anima che non abbiamo neanche più. 
Ci guardiamo allo specchio senza osservarci, convinti che lo sgorbio sociale che siamo diventati, rappresenti il meglio dell’essere umano, mentre è la plasticità del nostro sopravvivere da parassiti, l’unica cosa che riusciamo a nascondere bene sotto al botox.
 
Siamo lobotomizzati dai post, mentre ci lasciamo mangiare la vita vera da qualche capopopolo che ci prende di pancia, perché tanto siamo così, un popolo di tifosi che tengono per la propria squadra, che vinca nonostante tutto anche se non c’è più un campionato vero, tanto tutto è virtualmente connesso e umanamente disconnesso. 
 

Va bene qualsiasi cosa in questo girone di perdenti, anche comprarsi la partita, basta che si arrivi prima avendo i numeri per vincere e governare questo Paese costruito sul “fantacalcio mercato” di una politica che ci manda tutti in fuori gioco. 

Buona vita, a tutti nonostante tutto gente, tranquilli tanto quel buco rimarrà così lo stesso. Palla al centro, sperando che non finisca in quel…buco.
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Viareggio è tanta roba!

In questa parte dell’Italia nella toscana settentrionale è uno slang che usano veramente in tanti per dire che quello a cui si assiste è fatto bene davvero. 

Martedì grasso ho deciso di passarlo a Viareggio per l’ultima sfilata del Carnevale più scenografico e grande d’Italia e ne è valsa la pena assolutamente. E’ stato anche il giro di boa di un percorso casuale, nato fra amici a Novembre scorso. Venne l’idea proprio a Fabio di andare a Viareggio da Silvio che abita lì. Decidemmo di partire quasi all’ultimo e lo facemmo.

A Novembre, visitammo la Cittadella del Carnevale grazie a Giuseppe un appassionato di fotografia, veramente disponibile e cordiale (ha anche un gruppo fotografico su Facebook link qui)

 

Carnevale di Viareggio. La bocca della Balena piena di incrostazioni e di rifiuti un grande messaggio ambientale.
Carnevale di Viareggio. La bocca della Balena piena di incrostazioni e di rifiuti un grande messaggio ambientale.
Frida Kalo nel carro "Adelante", uno spettacolo musicale e scenografico grandissimo.
Il carro vincitore per la 2' Categoria, con la Bonino e le sue farfalle.
Il carro vincitore per la 2' Categoria, con la Bonino e le sue farfalle.

Un posto di straordinaria creatività e artistica e artigianale. Fra i pochi artisti della cartapesta ce n’era uno particolarmente, cordiale, disponibile, ed appassionato, Jacopo Allegrucci (link al pezzo di Novembre). Dopo un giro attorno al carro in costruzione, capimmo quanto lavoro ci fosse dietro la realizzazione di un’idea che tramuta in realtà la fantasia e la mostra al pubblico, emana emozioni, nei movimenti, nelle scene e nel racconto del messaggio che trasmette.

Con una bella sensazione nel cuore, decisi che per uno dei corsi mascherati del 2019 sarei dovuto tornare per forza. Così lunedì sera ho deciso che all’indomani sarei partito per vedere l’ultimo corso mascherato.

E’ stato entusiasmante, “Ultima Biancaneve” di Allegrucci ha addirittura vinto il carnevale con il suo messaggio tra fiabesco e reale lanciando l’allarme di un ambiente che chiede aiuto e che non può più reggere un ritmo di inquinamento così stressante, incessante e tossico per la vita, e anche per l’anima.

 

Biancaneve Madrenatura morente sopra i rifiuti
Biancaneve Madrenatura morente sopra i rifiuti
Il carro "Medea" una scenografia strabiliante.
Il carro "Medea" una scenografia strabiliante.
Satira immancabile, qui Salvini, Di Maio e il premier Conte.

Quella favola antica che tutti conoscono viene riadattata e riportata tremendamente ai giorni nostri, così la strega appare da un immenso sacco di rifiuti con una maschera antigas porge la mela tossica ad una Biancaneve che è in realtà una Madre Natura bellissima seppur morente, accasciata al suolo fra le immondizie.

 

Un messaggio forte e chiaro diretto, impattante, coinvolgente, dove ho notato esplicita, la connessione con la realtà, infatti alcuni inserti nella base del carro erano bottiglie di plastica vere, vuoti di detersivi, ho scorso anche un paraurti di un’auto, rifiuti insomma messi li a descrivere la condizione realistica portata dentro al Carnevale col richiamo della fiaba, un’opera d’arte che fa riflettere e che, come le favole ha una morale forte, diretta, urla di fermarsi, di non consumarlo più questo mondo asfissiato.

"Ultima Biancaneve" il carro che ha vinto il Carnevale.
Una Maschera Isolata che mi ha colpito particolarmente, il messaggio è impattante.
Una Maschera Isolata che mi ha colpito particolarmente, il messaggio è impattante.

Ne scrivo perché credo che quel messaggio sia in piena sintonia anche con questo blog, che cerca di trovare modi, attraverso i racconti, per riflettere e smettere di correre senza motivo.

Un bellissimo Carnevale, con tanto sole, la gente allegra, una parata di innumerevoli maschere, i carri tutti davvero straordinari, soprattutto la gente piena di sorrisi autentici. 

Una città che vanta un lungo mare da favola, un posto che riesce ancora a farti sognare e credere nelle favole. Grazie per questi bei momenti.  

Viareggio al tramonto con Burlamacco in controluce. spero di tornare presto a vedere questi tramonti sul mare unici.
Viareggio al tramonto con Burlamacco in controluce. spero di tornare presto a vedere questi tramonti sul mare unici.
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Diversão – Divertimento

Mentre il mondo va avanti comunque, non ho voglia di stargli appresso, quindi, con molto piacere, pubblico questa bella poesia che mi ha mandato una carissima lettrice; lei si chiama Camille Relvas vive in Brasile insieme a suo figlio Francesco. Di seguito l’originale in portoghese e la traduzione in Italiano. Trovo le sue parole piene di quella dolcezza che una mamma nutre verso suo figlio. Sono le cose belle come le poesie  delle mamme verso i propri figli a rendere il mondo un posto migliore. Buona lettura e buon inizio di stagione a tutti.

“Diversão”.

Divirta-se, a falar sobre o céu,
as estrelas, os planetas,
Sobre a lua que “não apareceu”,
o mundo, a natureza.

A conversar sem fim sobre o dia que passou,
sobre o sol que se pôs.
Ou talvez sobre a chuva,
o vento, a neve.

Divirta-se em um jantar em família,
tomando sorvete com os amigos;
Rindo, jogando xadrez, cartas,
bola ou bolinha de gude!

Correndo na praia, se jogando na água,
Sem pensar no tempo,
Nem no antes, nem no depois,
Apenas estar alí,

Estar presente,
Sem artifícios,
Divirta-se, sem esperar demais,
Com quem, e, onde estiver!

Seja com um livro, um quadro, um “affresco”
Um museu, um parque, uma rua,
Cliclovia, calçadão,
Ou sozinho, em silêncio!

Pode ir, queira ir,
Ao teatro, à outro país,
À outra cidade, ao bairro vizinho,
Em companhia, vá!

Divirta-se observando,
Divirta-se estudando!
Trocando ideias,
A abusar da criatividade.

Divirta-se,
Construa bons momentos,
Não pelos momentos,
Mas pelas pessoas,

Pela amizade,
Por amor,
Pela vida,
Por diversão.

Divirta-se!

Dedico ao meu amado filho, Francesco, que completou 9 anos.


Traduzione in Italiano.

Divertimento
Divertiti a parlare del cielo, 
Delle stelle, dei pianeti, 
Della luna che “non appare sempre”
Del mondo, della natura.
A parlare senza fine della giornata che è finita, 
Del tramonto, 
O forse della pioggia, 
Del vento, della neve.
Divertiti a cenare in famiglia, 
A mangiare un gelato con i tuoi amici;
Ridendo, giocando a scacchi, 
gioca a palla o battimuro.
Corri sulla spiaggia, gioca dentro l’acqua, 
Senza pensare al tempo che passa, 
Non pensare né al prima né al dopo, 
Cogli l’attimo!
Sii presente, 
senza artifici, 
Divertiti senza aspettare a lungo, 
Con chi e ovunque tu sia.
Che sia un libro, un quadro, un affresco, 
Un museo, un parco, una strada,
In bicicletta, sul lungo mare, 
O da solo, in silenzio!
Puoi andare se vuoi,
a teatro, in un altro paese, 
in un’altra città o nel borgo vicino, 
in buona compagnia, vai!
Divertiti quando osservi,
Divertiti quando studi!
o quando cambi idea,
e utilizza tutta la tua creatività.
Divertiti! 
a costruire bei momenti,
Non tanto per i momenti,
Ma per le persone.
Per l’amicizia, 
Per l’amore, 
Per la vita, 
Per l’allegria. 
Buon divertimento!
Dedicata a mio figlio Francesco nel suo nono compleanno

Il bambù, la rosa e… la tazza

Oggi pensavo al bambù che tengo sullo scaffale del bagno. Vive bene sulla stessa acqua stagnante. Il bambù è rigoglioso se l’acqua che lo nutre rimane sempre quella, non va cambiata, semmai solo aggiunta. Tempo fa ho rischiato di farlo morire perché per una settimana cambiavo sempre l’acqua che teneva ammollo le sue radici. Quell’acqua va solo rabboccata. Il bambù è una pianta dallo stile esotico ma secondo me è fortemente democristiana. Ha bisogno di rabbocchi costanti, ma non deve essere mai cambiata. Mi piace il bambù anche se preferisco, in cuor mio la bellezza estrema della rosa, oppure il profumo intenso della lavanda, o ancora l’inebriante carezza olfattiva del glicine.

A pensarci bene quella stecca verde con il ciuffetto non odora, sta li, fa arredo in bagno, è un suppellettile globalista, lo compri arricciato in qualsiasi supermercato, è parte di una bellezza standard, piatta senza emotività, stagnante come l’acqua che lo nutre. In fondo siamo tutti un po’ bambù, chiediamo tutti il cambiamento ma poi, appena ci dicono di cambiare di una virgola le nostre abitutidini, iniziamo ad appassire, ad aver paura, a pensare che forse quel che vogliamo è solo un sorso di acqua nuova. Per non rischiare di affogare pensiamo a sopravvivere, senza renderci conto che, nel frattempo, vivono gli altri al posto nostro. Siamo come il mio bambù del bagno, incazzati e ricurvi sopra la tavoletta del cesso a declamare post come se non ci fosse un domani.

Senza passato senza futuro, in mezzo ad uno stagno finto, di fronte al cesso, modellati a piacere dal potente di turno. Mi alzo dalla tazza, con glutei e quadricipiti addormentati ed indolenziti, tiro lo sciacquone, penso al prossimo commento,  mentre sogno di essere una rosa, di quelle nere, quelle che profumano l’aria. Cerco di afferrare la vita per raggiungere un angolo di felicità.

Qui sotto una delle più belle interpretazioni di Michele Placido in un film che è una fotografia puntuale del nostro Paese, e non solo.

Peppe Cotto da Loro Piceno a Parigi!

Partirà il 14 Luglio verso le 5 di mattino Giuseppe dell’Orso in arte Peppe Cotto il macellaio artista di Loro Piceno.

In sella alla sua bicicletta da corsa percorrerà in completa solitudine circa 1350 km. Un eclettico, artigiano della carne, cultore del buon vivere, dallo spirito bohémien, un creativo, inventore di un aperitivo, il “PeppeCotto” del tutto particolare ed esclusiva espressione di “Terroir”, una fetta di Ciauscolo a far da bordo calice al Vino Cotto di Loro Piceno.

Ogni volta che si passa per la sua bottega, Peppe ti strabilia con le sue poesie comiche ma con uno sfondo di riflessione malinconica sui tempi di oggi.

Un artista che riesce ad infondere spontaneamente i contenuti del suo lavoro. Peppe racconta se stesso ed il suo lavoro di macellaio, tramandato dal nonno a cui ha dedicato l’Euro Coppa, appunto la coppa di testa con il gioco di parole calcistico, che invece è il suo nome.

Quella piccola bottega diventa miracolosamente grandissima quando parte la musica, si perché da Peppe la prerogativa è il racconto ancor prima che la spesa, e quel posto riversa sensazioni a tutto il territorio dei Sibillini, che, dietro al suo bancone della fantasia, diviene, per ovvi motivi, “TerriTORO”. I tagli di carne appaiono come scenografie di racconti, lo scudo Piceno, una sua invenzione interessante, Peppe Cotto crea il pretesto per parlare di tradizione con le sue poesie, ti racconta come venivano insaccate le salsicce senza conservanti, com’era il pranzo della domenica nelle case Loresi e quanto sia oggettivamente azzeccato l’abbinamento tra salumi e VinoCotto.

Questa volta però, in veste di naturale contrasto con lo stereotipo da macellaio, spiazza tutti e prende il pretesto di partire per dare testimonianza del suo mondo ferito, ma non distrutto. Peppe salirà in bicicletta per raggiungere il capoluogo della Francia a 1350 km c.a da casa sua.

Ha già fatto una poesia su questa sua impresa senza dubbio straordinaria raccontata in questo video.

Farà diverse soste ovviamente, dove ci saranno i suoi amici ad attenderlo, come ad Abbiate Grasso a cui partecipa ogni anno per Abbiate Gusto come porta bandiera degli artigiani della gastronomia marchigiana.

Peppe in questa cosa mi ricorda un po’ Gino Bartali, certo non porterà documenti falsi dentro la canna della bicicletta per far espatriare nessuno, ma questo suo viaggio offrirà l’importante motivazione di infondere tenacia, perché la rinascita delle strutture tradizionali di questi luoghi è ancora possibile, ed è l’unica via da percorrere.

Peppe Cotto è la risposta neorealista italiana alla superbia satirica francese che a volte non ci ha fatto nemmeno tanto ridere.

Porterà fino ai piedi della Bastiglia, il “testimone” solidale di una comunità che ha l’estremo bisogno di rimettersi in piedi, non di essere deportata negli Hotel della costa.

Il viaggio di Peppe in maniera silenziosa e per questo eclatante, amplifica la richiesta di atti di coraggio ad un’Europa pigra per accorgersi che la gente già si è rimboccata le maniche ed è salita “in sella”, nel frattempo che l’elìte si coordini per decidere il da farsi. La corsa di Peppe quindi diviene esemplare e rappresentativo di tutta la popolazione del terremoto, che è salita in sella subito dopo le scosse, nonostante tutto gli avesse remato contro, quella gente rimane li orgogliosa di dialogare consapevolmente con una Natura che ha i suoi tempi e, per questo, va rispettata. Peppe in questo viaggio è la gente che non vuole essere svenduta al miglior offerente, chiede coraggio per rimanere nelle proprie terre per vivere tranquillamente e poter continuare a riaprire ogni giorno quel meraviglioso palcoscenico di innumerevoli differenze che ne compongono la propria straordinaria bellezza.

 

I miei tagliolini tra Matelica e Cetara.

ingredienti che ho utilizzato
gli ingredienti che ho utilizzato

Tagliolini con la colatura di alici, a metà tra Matelica e Cetara. Qualcuno mi ha chiesto di postare una ricetta. Giusto l’altra sera ne ho reinventata una dopo essere tornato dalla costiera amalfitana. Ho visitato Cetara, magari in un prossimo pezzo racconto anche le tante cose interessanti che ho visto in quelle zone. In questo pezzo invece racconto come ho cercato di reinterpretare e coniugare i gusti di due zone d’Italia, Cetara e Matelica. Non esistono motivazioni storiche o particolari, li accosto solo perché in un posto ci vivo, mentre l’altro è davvero affascinante. Gli ingredienti sono semplici e facilmente reperibili, forse la colatura di alici se non siete di Cetara avrete difficoltà a reperirla anche se si trova su internet, comunque io l’ho presa sul posto, e comunque qualche negozio specializzato la tiene anche in altre zone fuori dalla “Costiera”. Apparte questo ho utilizzato una pasta lunga all’uovo, di solito a casa mi preparo da solo le tagliatelle ma siccome ho promesso facilità, ho utilizzato le caserecce all’uovo Mosconi, per due motivi, buon rapporto qualità prezzo, soprattutto per la loro rugosità, aggrappano molto bene il sapore del sugo e poi sono matelicesi. Poi ho usato pomodorini freschi, meglio se Pachino, germogli di Vitalbe o Viticchi, rubati dietro la fratta della Tipografia Francia, che poi, siccome lì sono terminati perché li ho presi tutti io, vi posto la foto così potete raccoglierli dove volete senza disturbare il tipografo, che lui deve stampare. Poi occorre, l’olio extravergine di oliva, possibilmente italiano e di produttore fidato, peperoncino fresco, se diavolicchio calabrese o jalapeno meglio ancora; il peperoncino non deve essere estremamente piccante, altrimenti rovinate tutto. Alla fine deve venire fuori un piatto delicato e le sfumature di sapore, se si eccede in piccantezza, se ne andrebbero a quel paese. Non da ultimo, il prezzemolo e, appunto, queste vitalbe.

vitalbe o viticchi germogli
vitalbe o viticchi, germogli

A proposito, per chi non avesse ancora capito che cosa siano questi strani germogli, chiedete ai vostri genitori o comunque a qualcuno che era adolescente tra gli anni 60 e 70, fate proprio questa domanda “dove stanno le (“vitalle” – per quelli del centro Italia) piante rampicanti (per gli altri) che vi fumavate?”.

Sono sicuro che in questo modo non avrete problemi a riconoscerle, tra l’altro sono buone anche nella frittata, mentre la parte del tronchetto era utile per l’altro scopo sessantottino… Tornando alla ricetta, ho utilizzato anche qualche mandorla e una schiacciata di un forno locale.

Adesso che avete l’occorrente togliete l’animella all’aglio, tagliatelo a pezzettini e fatelo soffriggere a fuoco bassissimo con l’olio, nel frattempo mettete a bollire l’acqua senza salarla. Tagliate a pezzetti o a spicchi i pomodorini e appena inizia a soffriggere l’aglio aggiungeteli insieme al trito di prezzemolo e viticchi per 4 o 5 minuti, il tempo di cottura della pasta che nel frattempo avrete gettato in pentola perché l’acqua è arrivata a bollitura.

Scolate la pasta e fatela saltare nella padella calda non più di un minuto, se occorre aggiungete acqua di cottura. Mi raccomando aggiungete la colatura di alici solo alla fine, senza fuoco sotto la padella perché “altrimenti il sapore del mare se ne scappa” come dicono a Cetara. Alla fine si può aggiungere la sbriciolatura grossolana di mandorle e la schiacciata del forno. Un filo di olio a crudo che sta sempre bene e buon appetito.

Di vino io ho bevuto un rosso Canovaccio dell’azienda agricola Colpaola, che è stata una piacevole scoperta, ma andrebbe benissimo un verdicchio o un buon bianco campano non eccessivamente corposo, e soprattutto che sia fatto… solo …con l’uva.

Per questo pezzo ringrazio Gianluca D’uva ed il suo chef Stefano Cavaliere un grandissimo in bocca a lupo per la nuova bottega del gusto ‘Alici come prima’ proprio a Cetara, hanno aperto solo da qualche giorno. Bravi e simpaticissimi i loro spaghettoni alla colatura coi taralli quaresimali e cavolfiori, mi hanno ispirato il pezzo.

sogni in scatola

Sfollati che sbarcano a Lampedusa o in altri posti delle frontiere del sud. Africani deportati, emigranti voluti da popoli bulimici, occidentalismi esasperati di stati che spolpano ancora il continente nero, sotto l’ipocrisia solidale dell’Unione Europea.

Il paradosso è che in questa spartizione di materie prime non mi pare ci sia l’Italia, che è probabilmente ancora ferma a pagare il dazio al pensiero unico dell’iperliberismo del profitto ad ogni costo. Denazionalizzati per aver inventato e fatto funzionare la “terza via”, quella del dialogo con quei popoli. Che tristezza essere circondato da miopie politiche astratte, soprattutto vivendo nella terra di Enrico Mattei, che di quella via ne fu il fautore.

Siamo un’ex nazione in balia di governanti farlocchi, camerieri pilotati dall’alta finanza, che in nome di una dittatura travestita da democrazia, indossano il vestito buono della solidarietà per convenienza.

Abbiamo rimosso Gheddafi, qualche idiota lo ha voluto morto, e adesso siamo tutti a piangere per i troppi barconi che arrivano in frontiera, ora ne paghiamo tutti le conseguenze.

Siamo colpevoli volenti o nolenti di aver esportato il nostro vile modello occidentale all’equatore, abbiamo rincoglionito l’Africa con un “Occidentalis Karma” fatto di stress, tv, auto con i catalizzatori rotti, olio di palma per l’industria del cibo spazzatura e telefonini usati.

Dovremmo avvertire quei popoli che non conviene barattare la rincorsa agli “status symbol” con la pienezza di una “vita propria”.

I paesi moderni fanno la finta gara con i protocolli internazionali per abbassare le emissioni di CO2, mentre i paesi in via di sviluppo diventano immense discariche di quello che non usano più i primi. Un popolo lento per natura e concezioni di vita è stato “dopato” di modernismo per generazioni, addestrati a diventare consumatori depensanti e adesso ci si meraviglia se vengono a frotte sui barconi per invaderci. Fa paura vedere come siano nervose queste genti nelle grandi baraccopoli importate sul modello dei paesi sviluppati.

Ho disegnato un bambino al palo che si diverte. Potrebbe fare l’altalena con la leva del pozzo dell’acqua, oppure immaginare che quel travetto, possa essere trampolino di sogni; di fianco ho messo un computer che nonostante tutto è uno strumento di innovazione tecnologica prima di essere oggetto di consumo. La speranza è che sia anche uno strumento per liberare la mente da falsi miti di un occidente che non riesce nemmeno a curarsi da solo.

L’ho chiamato “Sogni in scatola”, la speranza è che la scatola tecnologica possa iniziare a servire per evolvere e non involvere l’uomo.

P.S. Grazie ad organizzazioni come www.agapeonlus.it  e all’umanità e forza di volontà di grandi persone come Padre Sergio Ianeselli www.promhandicam.org si potrebbe sul serio rimettere questi popoli sulla via di uno sviluppo sostenibile e autonomo.

L’irrefrenabile costanza dei sogni

Si sfioravano le labbra ad occhi chiusi, come nei sogni. Più del sesso che si accendeva tra di loro, c’era quell’atmosfera di calore, di cose dolci, di un posto sicuro, ovunque. Perché in quei baci si celava il profumo dolce di casa. In qualsiasi parte del mondo se li fossero scambiati, la dolcezza di quei momenti era sublime e costante. Un momento di delicata essenza del vivere per sognare.

Mary era lì di fronte a John, in un tempo indeterminato di un posto qualunque nel mondo, consapevoli della sola volontà di riprendersi la loro vita. Ad ogni costo, inseguire quella pragmatica utopia di essere felici. In fondo, dentro quei baci erano racchiusi momenti che avrebbero lasciato un sapore indelebile nelle loro anime.

La forza di quel volersi entrambi, nonostante tutto, era irrefrenabile, accarezzava i loro cuori portandoli dentro un volo di sola andata per la felicità. Mozzafiato, la costante volontà di incrociare di nuovo i loro sguardi, dare aria ai loro gemiti, per riuscire a nutrire un’irrefrenabile voglia di respirare la vita a pieni polmoni.

times square

Le Olimpiadi e la globalizzazione

Acqua verde piscina tuffi - fonte internet- olimpiadi
Acqua verde piscina tuffi alle olimpiadi – fonte internet

Un fil rouge anti identitario che attraversa il pianeta?

Le olimpiadi di un Paese che cerca di rincorrere il cosiddetto “primo Mondo”.

Come se il pianeta possa essere suddiviso in sottoinsiemi, per giunta, tutti uguali.

Nel 2009 dalle notizie dei giornali lo passavano come un sogno da raggiungere, oggi il Brasile, mentre gli italiani superano le 200 medaglie e i filippini diventano simpatici a tutti per i loro tuffi clamorosamente sbagliati, sta attraversando un periodo di crisi identitaria e politica molto forte. Da una parte la bellezza di Rio, rinnovata in gran parte per l’evento sportivo, e dall’altra una crisi politico-economica grandissima, dove chi alla fine ci rimette sono sempre le classi più povere. Da una parte gli sfarzi dei giochi olimpici, dall’altra le favelas povere e l’impeachment di Dilma Rousseff per cui il senato sembra aver votato a favore proprio in queste ore (notizia riportata qui dall’ANSA). Inoltre a febbraio per costruire il villaggio olimpico, è stata distrutta anche una casa della religione spirituale anche centro di integrazione degli afro-brasiliani dove opera Heloisa Helena Costa Berto, ma questo ovviamente, non ha fatto scalpore fra i media globali.

Uno stato di incertezza dopo una dominazione di oltre 13 anni del PT (Partito dei Lavoratori) che tuttavia sembra avere moltissime assonanze con il PD nostrano.

La polarizzazione della politica in queste Olimpiadi della globalizzazione, per cui ogni parte del mondo ha un suo centro destra e un suo centro sinistra che alla fine dicono e fanno le stesse cose e sembrano voler deviare il dibattito dalle esigenze reali della società.

Ma l’analisi delle congruenze politiche le lascio agli analisti della partitocrazia.

Quello che vorrei cercare di capire, o meglio, analizzare in queste righe è come mai, in ogni parte del mondo oggi ci sia questa voglia di generare incertezza. Il Brasile che fino a poco tempo fa non temeva attentati terroristici oggi si dice che rischiano, magari solo per via dei giochi, fatto sta che i media hanno iniziato la propaganda per la sicurezza, allora per logica viene da pensare che più i vari Paesi tentano di avvicinarsi al “modello economico globale”  (utopicamente? mi chiedo a questo punto) più accadono cose che disegnano, limitazioni delle libertà e crisi sempre più forti nelle classi più deboli.

Più ci si avvicina all’occidente, più la popolazione diviene sofferente, si tendono ad appiattire le diversità fra i popoli a favore di una economia che porta ad essere incredibilmente tutti uguali; “dove non è riuscito il fascismo o i governi totalitari, sta riuscendo benissimo la civiltà dei consumi” – diceva Pasolini. In sostanza si sta tutti a cercare i Pokemon dietro qualche vicolo.

Si va tutti al supermarket dove troviamo i prodotti globali, perdendo clamorosamente le identità territoriali.

Chissà se i produttori del formaggio di Minas (Quejio de Minas descritto bene qui, guarda caso sul sito di “Terra Madre” ultimo baluardo reale della tutela delle identità) stanno risentendo di questa arrampicata, non priva di impeachment, verso il mondo occidentale. Chiaramente non sarebbe giusto paragonare il Brasile all’Italia soprattutto perché diversi i territori e gli spazi antropizzati perché diversi sono semplicemente differenti i territori. Per questo motivo però mi chiedo, come mai da un punto di vista sociale ci sono tutti questi aspetti comuni? Come mai sembra che nonostante non paragonabili i due Paesi dovrebbero avere esigenze similari? Saranno mica imposte queste esigenze? A dire che tutto il mondo è paese, si rischia di cadere nel qualunquismo ma altrimenti si stagna nel globalizzante, cosa è meglio fra le due opzioni?

Correre all’impazzata verso una guerra persa in partenza.

Verso la frenesia assoluta dell’essere conformi alla tendenza globale (ho scoperto casualmente che anche i Brasile oggi è divenuto di moda aprire birrerie artigianali) Una guerra costruita nell’illusione di amalgamare tutto in un unico contenitore dominante, dove non ci sono, perché semplicemente non permesse, non si sa da chi, non credo nemmeno più tanto al fatto che questo sia voluto dalle grandi organizzazioni finanziarie, anzi a rifletterci, forse tutto è voluto semplicemente dallo spettro cretino di una società ipocrita, che si batte per idee non proprie, e non sto a farne esempi, ma estremamente superficiale e menefreghista se non addirittura discriminante verso la tutela delle differenze identitarie fra popoli o regioni nei vari Paesi. Allora mi piace pensare che quell’acqua della piscina tuffi, che dicono sia diventata verde per un problema ai filtri, alla fine ci fa riflettere sul fatto che siamo tutti diversi e non solo alle olimpiadi.

Vorrei ringraziare per questo pezzo, la mia amica Camille Relvas che vive e insegna in Brasile. Anzi mi scuso già da ora con lei se non ho messo tutte le informazioni che mi ha dato.

 

L’artista di Fiuggi

Se hai il blocco e non ti riesce di continuare a dipingere, chiudi gli occhi e disegna…”

“Fantastico!” Ho sussurrato a me stesso quando Anna Maceroni mi ha detto questa frase.

Una “bottega d’arte” anche se, in questo caso sarebbe da dire “LA” Bottega d’Arte, una piccola esposizione al centro storico di una Fiuggi di inizio aprile, purtroppo semi vuota e dove, il passaggio della crisi unito ad un coordinamento turistico non sempre adeguato, hanno lasciato segni evidenti. Ma di certo, una città affascinante.

Un luogo tranquillo dove comunque, non mancano incontri interessanti con persone come Anna che, prima di essere una grandissima maestra d’arte è una strepitosa  dispensa di emozioni.

Dai suoi dipinti ad olio percepisci oltre alla forza dei colori, la delicatezza leggiadra delle sfumature, un’attenzione ai toni di luci ed ombre e, soprattutto una straordinaria umanità.

Una passione quasi viscerale per i cani, il suo oramai vecchiotto sembra vivere in simbiosi con lei. Una “sorcina” convinta, seguace di un grande cantante pop italiano, Renato Zero. Dalle sue opere, traspare la voglia di raccontare cose vissute, non solo osservate. Non smette mai di intingere il pennello sulla tavolozza, si definisce iperattiva, sicuramente una bravissima mamma.

E’ stata la prima volta che ho visitato Fiuggi, una città tranquilla, dove è evidente una sorta di difficoltà a far tornare il numero dei visitatori di qualche tempo fa.

Salumi tipici e Cesanese; accortezze di selezione da parte dei gentilissimi ragazzi de "La Canestra"
Salumi tipici e Cesanese; accortezze di selezione da parte dei gentilissimi ragazzi de “La Canestra”

Di fronte alla bottega di Anna, un locale aperto da poco tempo, allo stesso tempo una “vetrina reale” dei prodotti della propria terra. “La Canestra” un piccolo posto di enogastronomia, dove la selezione accurata delle materie prime sono una regola ferrea e auto imposta, oltre alla gentilezza competente dei suoi addetti che aprono le porte della “storia del cibo locale” a chi visita per la prima volta questa cittadina. Ottima la selezione di salumi e formaggi della Ciociaria, così come mi risulta essere interessante il vino Cesanese, sia “del Piglio” che “di Affile”.

Fiuggi dopo questi incontri potrei sintetizzarla così: “intelligenza e tranquillità”.

Il riflesso stupefatto di una bellissima città in dormiveglia, dove un minimo di passione istituzionale verso il proprio territorio, la potrebbero riportare alla fama di un tempo.

Questo, mi auguro fortemente da italiano che, questo Paese, più lo conosce e più le ama, nonostante tutto.