Archivi tag: società

Siamo come i porci nel fango

Mentre in Italia ci rendiamo conto che esistono cantanti trap che sanno più di trash solo quando arrivano i morti in una discoteca che non doveva contenere tutta quella gente;

mentre diamo la colpa del cambiamento climatico a satana;

mentre ce la prendiamo col prossimo e decidiamo che il populismo sia da considerare un insulto.

Mentre denigriamo per questioni di tifoserie partitocratiche la nostra identità, la nostra storia e quello che è stata in passato questa Penisola.

Mentre rimaniamo così schifosamente superficiali;

mentre mostriamo sensibilità solo quando andiamo dietro al culo di una soubrette o della più figa del paese.

Mentre noi siamo attenti solo a migliorare il nostro status sociale leccando il culo a tutti e schiacciando il prossimo pur di arrivare ad essere quello che non saremo mai.

Mentre in montagna a pochi passi da me si è alle porte di un Natale colmo ancora di sofferenze, strutture abitative marce e promesse non mantenute.

Mentre accade tutto questo siamo immobili a far spallucce e nemmeno ci rendiamo più conto che la società è ormai alla deriva.

Da qualche altra parte c’è un popolo che si compatta per riavere dignità, ma a noi non importa, noi siamo diventati questa merda qui e ci piace nuotarci dentro come…

… i porci nel fango.

Un porco dal muso simpatico
Porci nel fango, questo almeno si affaccia ed ha il muso simpatico. 😀

I have a dream

“I have a dream” ovvero “Ho un sogno”. E’ passata da poco Pasqua e oggi cade anche il cinquantenario della morte di Martin Luther King. Allora voglio condividere qui una riflessione che ho fatto con me stesso. Di solito quando faccio questi pensieri attacco il mio vecchio 33 giri collegato “a ponte” su due amplificatori, perché il giradischi ha bisogno dell’ingresso Phone che rimbalza il segnale per “l’amplificatore moderno”. Così alla fine mi trovo un giradischi anni 70 collegato al 5.1 del salone. Pensate che quel giradischi l’ho trovato anni fa, per caso tra la spazzatura e quando lo faccio funzionare, mi sento orgoglioso di me stesso. Un contrasto concettuale di equilibri utili a farmi ascoltare meglio il dettaglio ed il fruscio della puntina sul vinile, il suono imperfetto di una musica sudata, l’imperfezione riprodotta fedelmente per non perdere niente anche delle imperfezioni che ci stanno dentro. Ci ho attaccato il filo delle cuffie per mettere su questo ponte tra “passato e futuro”.

Sono passati 50 anni da quando è morto Martin Luther King e chissà se le sue parole oggi sono solo slogan da T-shirt e comunque non credo che siano state comprese del tutto. Sembra di essere sempre più gli uni contro gli altri, persi dentro la società liquida della rete, a farci concorrenza, ad andare a passo svelto verso noi stessi. Ci piangiamo addosso per aver perso il senso della bellezza e poi non ridiamo più. Abbiamo tutti i mezzi ma ci siamo persi gli scopi per cui vale la pena vivere. Il senso profondo di essere una “catena sociale” utili tutti per vivere nel migliore dei modi, in semplicità. Penso, rifletto, e mi rendo conto che a volte devo stare da solo con me stesso e spegnere tutto, il diritto alla solitudine, anche perché, li fuori è tutto un vieni qui che stai meglio, compra questo che fa miracoli ecc.

Mi rendo conto anche passare del tempo solo con me stesso diviene debilitante a volte, ma piuttosto che correre senza motivo, riflettere mette a posto tante cose e dona spazio alla bellezza della semplicità (ci ho fatto questo blog apposta). Forse sarò vittima di me stesso, delle mie fisime ma resto convinto quando mi fermo a pensare che fuori la società è sempre più schizofrenica al punto tale che non si diverte più. Allora quel che è certo è che se non impariamo a vivere insieme, periremo insieme come stolti. E’ proprio questo il “sogno” M. Luther King secondo me. C’è un bel articolo oggi sul “The Guardian”, mi ci sono imbattuto per caso, parla di un nuovo “King” che lotta per la giustizia. E’ bello sapere che ci sono ancora persone che seguono quel sogno di “fratellanza” e “uguaglianza”, in maniera laica o religiosa non è questo il punto. Il punto è secondo me tornare a sentirsi una società che riesce a vivere insieme al di la delle strumentalizzazioni di sorta, perché in fondo il problema non è essere di un colore diverso, di un genere diverso, o altro. Il problema è non essere superficiali e cercare di entrare dentro alle cose, altrimenti vincono gli stolti e ci tirano dentro tutti. La stupidità non è razzista, ma io sono razzista verso la stupidità, specie se questa è dettata dall’egoismo.

Mettersi in dubbio senza credere per forza in certezze, ma con la pretesa di voler conoscere, capire che senso abbia quel vecchio giradischi che fa gracchiare le casse, migliorare il fruscio elegante del vinile e rimuovere i disturbi della puntina, vuol dire in un certo senso porsi l’obiettivo e andare fino in fondo. Non lo so se potrò mai capire quale esempio trarre da quello che siamo stati e quello che ci apprestiamo ad essere, ma ci sto provando. Con la volontà di rimanere se stessi, nel rispetto altrui con la voglia di costruire per dare un senso alla vita, mettere a frutto le proprie esperienze per essere utile a costruire semplicemente un futuro migliore, magari più bello e più ragionato, forse più povero di cose futili e migliore nel senso delle proprie azioni che valgono la pena di essere compiute.

Grazie all’esempio di uomini veri come Martin Luther King, ancora oggi, quando metto da parte tutta la tecnologia, si fanno strada questi momenti di riflessione, dimentico tutti i tweet e tutti i post. Ma il senso di vivere per inseguire “il sogno” arriva lo stesso. In quel momento finisce il fruscio e inizia la vita.

 

P.S. Il disegno sopra l’ho fatto a matita, carboncino e acquarello su carta Fabriano fatta a mano nella seconda metà del 900 o almeno così mi hanno detto a Fabriano alla cartoleria Lotti.

La frase che ho riportato di Martin Luther King è la seguente “Dobbiamo imparare a vivere insieme come fratelli o periremo insieme come stolti” ah …quello in alto a destra è lo stolto 😀

Tramonto facile

Il tramonto facile, l’idea di essere fascisti o antifascisti in questo periodo di profonda crisi sociale mi fa ridere, perché puoi parlare di razzismo e comunque, in qualsiasi caso, questa sarebbe solo una via superficiale per dar spazio ai problemi futili, messi in circolo da quattro idioti che non sanno nemmeno dove vivono.
Le questioni, quelle vere, dei deportati dall’Africa, dei missionari devoti o laici che siano, delle persone semplici che faticano ad arrivare a fine mese, e spesso ancora senza casa, sono celate dietro queste buffonate “vintage” che fanno esaltare solo gli estremisti ignoranti, che sbandierano fatti forse raccontati dai nonni.
Ideologie fittizie perché tirate fuori solo insieme alla bandiera e riposte, insieme ad essa, subito dopo. Spesso celano interessi di bottega, strumentali ed utili solo a confondere le masse, sempre più rincretinite dietro i post dei politicanti di carriera che difendono i loro sponsor, senza capire nemmeno, il più delle volte, che stanno facendo solo marchette!
Sdrammatizzo, immerso in questo niente di pensieri, sorrido perché se mi metto a riflettere seriamente, dovrei piangere nel vedere la stupidità profonda di cui si anima la gente in questo periodo, su come ti additano le masse informi di ignoranti, per come appari. L’apparire è tutto in questa massa inutile di idiozie ammucchiate sopra le rovine della burocrazia trionfante.
Ambientalisti a frotte che giustificano lo smantellamento delle montagne per un pezzo di carta firmato dall’autorità del momento. Giustifichiamo canzoni già sentite come inedite, accettiamo una classe dirigente ammuffita, rozza, marcia, basta che abbia un altro simbolo o cambi stile nel linguaggio.
Siamo talmente social addicted che ci facciamo portare per il culo anche nei nostri spazi pseudo privati, contenti di rimanere nella schiavitù neoliberista del pensiero unico del “cambiamo tutto ma solo di domenica dalle due alle quattro”, così tutto rimane uguale a se stesso, domani avremo ancora un motivo per continuare a lamentarci.
Senza senso dentro un pensiero globalista in cui i pazzi diventano idoli e gli artisti sono sempre più soli.
Sono razzista anche io, odio gli stupidi!
Vorrei che ci si spogliasse di questo velo ipocrita per scongiurare un tramonto (a)sociale fin troppo facile perché privo di sogni, ma che non ha nulla di semplice, al contrario di questo disegno, fatto di colori probabilmente troppo densi, forse anche vecchi, ma, almeno loro,  liberi dai “tubetti”.

Siamo tutti terroristi… sine qua non

Terroristi di noi stessi, una pagina bianca di sentimenti inutili, sprazzi di vita buttati nel cesso dietro ai condizionamenti di un marketing versato su tutto, anche sulla spiritualità che abbiamo oramai delegato agli smartphone e di cui siamo schiavi inconsapevoli.

Si sopravvive sotto gli egoismi di paesi sfrattati, svuotati dentro, morti nello spirito di una identità storica surclassata dagli slogan delle vetrine imponenti dei centri commerciali aperti di domenica.

Siamo le pecore del consumismo, schiavi vogliosi di miti irraggiungibili, vuoti dentro la falsa sicurezza di lavori fatui, scatole nere di sopravvivenza marcia.

Siamo una società colma di terrore, maschere piene di falsi altruismi, in preda al panico del non essere, viviamo una vita dietro la rincorsa affannata di ciò che non ci apparterrà mai.

Vittime e carnefici pronti a puntare il dito contro il diverso, verso il male altrui, coltiviamo il razzismo, senza mai provare a guardare il marcio che abbiamo dentro noi stessi. Il male, per noi risiede nei diversi, senza specificare mai che i cretini stanno tra i neri, i bianchi, i gialli e sono tutti marroni dentro… ma non come la cioccolata.

Siamo noi quella gente che fa schifo, si azzuffa nelle piazze e se ne frega di regalare un sorriso. Si incazza per il fallo, il calcio di rigore, il semaforo rosso, l’autovelox e le cose che non funzionano, pieni di stress, sempre pronti a parlare di arte storia e cultura apprezzandola per sentito dire, senza coglierne internamente le emozioni per cui è stata progettata, trattiamo l’arte e la creatività allo stesso modo della rata del mutuo che scade, strumenti per rinfrescare il nostro status symbol, per celare il nulla che abbiamo dentro. Abbiamo abbandonato la creatività per inseguire la logica di una vita di agi fasulli che ci porta lo stress di una tecnologia incontrollabile e subdola.

Abbiamo la pubblicità fin sotto al culo, le immagini di condizionamento ci riempiono le giornate, ma ci sta bene così. Siamo pieni di fard, lamette e tatuaggi per essere anticonformisti nella folla che alla fine se ne frega dei nostri appunti sulla pelle. Viviamo per apparire anche verso il nostro spirito, ce ne freghiamo della natura, ma facciamo i vegani, siamo contro l’olio di palma, ma ogni anno rinnoviamo il parquet di teak o la cucina iper accessoriata per sentirci più vivi nella nostra caparbietà all’indebitamento.

Andiamo a messa perché così si deve fare e poi lasciamo sempre più soli gli anziani perché tanto alla casa di cura hanno tinteggiato di fresco le pareti. Diventiamo ambientalisti per dare un senso alla nostra vita senza preoccuparci di essere invasi dagli stessi rifiuti che contribuiamo ad ammucchiare. Tendiamo all’auto giustificazione col sorrisetto fasullo, su tutto, non ammettiamo mai una volontà non conforme con quello che vuole la società.

Siamo quelli che critichiamo, abbiamo paura di chi si fa esplodere perché stiamo implodendo, finti e sfiniti dentro una società che è piena di mezzi e priva di scopi.

Siamo terroristi della vita, indissoluti e scaltri a prendercela con tutti quelli che non la pensano come noi, perché alla fine nessuno riflette più, in pochissimi sentono chi parla per quello che dice e non per chi è o per chi rappresenta. Lecchiamo il culo al più potente con la smania di poter avere una briciola in cambio, di raggiungere il punto più vicino alla vetta di una vita vissuta per sentito dire.

Non riusciamo più ad avere uno spirito critico, usciamo per confrontarci, ci parliamo per cortesia e non per volontà, si portano i figli verso una vita piena di attività, in piscina, in palestra, a tennis, basket, calcio, calcetto e religione, poi ci si meraviglia se da maggiorenni sono stanchi di non aver vissuto.

Scoppiano le guerre sante, scaturite da altri cretini come noi che per deficienza totale, invece di riflettere, segue dogmi inutili di devianze religiose, ma infondo ci importa di striscio, perché siamo impegnati a correre anche se non ce n’è bisogno.

Viviamo un surrogato di vita che ci auto imponiamo in questa società dei consumi, siamo schiavi felici di una modernizzazione imposta e subita. Ci celiamo dietro una chat oppure dietro un monitor per fare a gara su chi è più coglione.

Ce ne freghiamo di scoprire e conoscere il mondo perché ci basta vederlo ma non riusciamo più a viverlo.

Viviamo programmati da step innaturali che ci rendono zombie inutili che percorrono strade impossibili con la cretinaggine e l’ipocrisia di esseri che hanno perso la volontà di riflettere.

Siamo il popolo dell’immaginario che diviene realtà, personaggi che non cercano più nemmeno l’autore perché la società decide per loro e guai ad andare contro senso.

Tutti ammaestrati da modi di vita comuni e avvicendati tra loro. Tutti attaccati al guadagno, alla carriera, allo stress, ai tranquillanti, agli psicofarmaci e anche alla cocaina. Siamo bombe ad orologeria pronte ad esplodere in noi stessi al primo sussulto, alla prima paura, al primo fiato di vento.

Siamo quelli che dibattono per i diritti degli omosessuali anche se non arrivano a pagare il mutuo a fine mese. Siamo quelli di tendenza. La tendenza ad autodistruggersi.

Siamo sulla buona strada, la buona scuola, i buoni vaccini, i buoni prodotti tipici, le buone maniere, le buone prassi, i buonisti, i buoni pasto, la buona vita avvelenata che spero di cambiare prima di essere sommersi da tutto questo buono schifo.

Pulp Sisma (2) Il festival degli orrori!

-parte seconda-antipopolare (qui la parte prima)
Aiuti in playback e canzoni dal vivo. L’aiuto che si proclama ma non si vede. Sindaci sull’orlo della disperazione nelle zone colpite dal sisma. Una sovraesposizione mediatica ma solo “per sentito dire”, al soldo del pensiero unico per una terra che non c’è più. Crozza stavolta la spara grossa sull’irpef degli aiuti per i terremotati.
La zona franca dovrebbe essere lontano da Sanremo!
Mentre fuori da qui il nulla, alle porte di Camerino, tra poco potranno metterci un cartello con scritto “the End” perché scrivere “da qui si va per le città dolenti” sarebbe scomodare poesia aulica che un ammasso di analfabeti funzionali, eccetto l’Università, non potrebbe mai capire.
Tutti guardano Sanremo mentre Michele s’impicca senza provare nemmeno ad arrivare “nel mezzo del cammin della sua vita”, già perso da anni nella selva oscura della precarietà obsoleta, di una civiltà idiota che dal divano della sala ti dice di startene zitto perché balla Ricky Martin.
Nella prigione dorata, di un sistema a senso unico, se non paghi l’irpef sei uno sfigato perché non contribuisci all’ennesimo stipendio inutile al parlamentare fancazzista di turno. Però stiamo tutti zitti che Albano stecca, non ha più la voce, è invecchiato come quel sindaco che urla imprecazioni contro istituzioni farlocche ma potenti e anche contro il suo popolo coglione che gli chiede raccomandazioni, che, anche se senza casa si fa sempre più suddito di una democrazia strappata dall’ennesima droga televisiva, che mostra scintillante tutta l’ipocrisia della società dove rischiamo di soffocare. “Meglio Sanremo della politica!” senti dire nei commenti dei bar rimasti aperti, la Raggi è “depensante” anche per Grillo mentre parla con Sgarbi e poi chiede di smentirlo, chissà se sarebbe tornata utile una polizza sulla vita anche alla mamma che urlava scappando di casa in quella serata di pioggia a fine ottobre mentre veniva giù tutto.
Allora vai con l’essemmesse solidale perché fa figo essere elemosinanti da divano, totalmente ipocriti, in questo teatro dell’assurdo pieno di matasse talmente intrecciate che non ha più senso districare.
M’impongo di scrivere la mia incomprensione perché forse non ci arrivo a capirle le cose, ci ho provato anche ieri a capire qualcosa, ma a dir la verità sono rimasto sulla tazza del cesso per mezz’ora, solo, a riflettere quanto faccia cagare questo sistema ingolfato su se stesso. Alla fine ho evacuato e quanto vorrei evacuare da qui. Voglio lasciarlo scritto qui, nel mio diario digitale, il fatto che non riesco più a dare un senso ai controsensi che vedo ogni giorno.
Ho sentito che canta anche Gigi, è stato a Civitanova a fine anno, vicino ma non troppo, al cratere della catastrofe naturale più grande da due secoli. Tutti cantano Sanremo anche gli animali, tranne quelli senza stalla, rimasti gelati sotto la neve, mi viene in mente l’asino che canta la promo di questa “sagra nazionale della canzone italiana”. Quanti super ospiti nel cratere della sciagura, che qualcuno vorrebbe farci anche un programma, “l’isola dei terremotati”, ma preferirei “roulotte da incubo”, anche se Errani non ha proprio il piglio di Gordon Ramsey. Il contributo per l’autonoma sistemazione sembra che non sia ancora arrivato a nessuno, mentre l’emblema del dipendente modello che da 30 anni non ha preso nemmeno un giorno di malattia, sta li scintillante sul palco dell’Ariston a consacrare l’imperialismo travestito da democrazia e lo share ha raggiunto il 50% facendo saltare il jackpot della raccolta pubblicitaria a mamma Rai.
Sui social la mia foto di Accumoli di circa un anno e mezzo fa è diventata un pezzo unico, non l’ho mai nemmeno stampata, l’ho fatta prima che quel posto venisse giù e fosse conosciuto dal resto del mondo dopo la sua caduta, eppure una società di gente attenta a quel che mangia, almeno la frazione di Grisciano avrebbe dovuto conoscerla da prima dello scorso anno, almeno dai radical chic Eataliani, perchè la Griscia nasce lì, invece niente, anche se la mangiano tutti senza nemmeno sapere da dove deriva.
Sei visite del capo dello stato sui luoghi della catastrofe. Parole di sostegno per una forza esortativa come dice lui, verso un transatlantico di rovine. A sentire le dichiarazioni di alcuni senatori come D’anna, sembra quasi che questa vicinanza si traduca in  semplice noia e voglia di prendere e iniziare con l’up-load del vaffanculo, ossia i calci nel culo.
Tutto il resto è noia, canta: Franco Califano che non c’è più, purtroppo, a differenza dell’immenso mare di politica inconcludente in uno stato che proclama e poi non fa nulla, ingessato verso pseudo debiti di istituti finanziari antitetici alla coerenza sociale, nessuno che sappia cosa fare, tutti invocano elemosina e volontariato mentre sembra che l’appalto per le casette di legno l’abbia vinto gente vicina a “mafia capitale” e che costino più delle case nuove che non arriveranno mai come mai sembra finisca questa chermesse di lustrini in tv, proclami e sorrisi falsi.
Zitti che tra poco cantano gli Zero Assoluto, ma non è il gruppo, è quello che sta accadendo qui vicino a me. Io ho spento la tv, questa prigionia è asfissiante, questo paese non merita la cultura e la bellezza di cui è invaso!

Il terremoto … ancora?

Un clima anomalo, il silenzio, il temporale, si muove tutto, salta la luce e il terremoto cambia lo scenario.
Ti guardi intorno e anche se apparentemente sembra tutto come prima, inevitabilmente qualcosa è cambiato. Sono quasi le 19 e 30 e per fortuna non ci sono danni. Chiami ma le linee sono interrotte. Forse lo sono state solo 5 minuti che in quel momento sono un’eternità. Decidi di andare dai tuoi, tutto è come prima, almeno sembra, quella pioggia anomala da temporale estivo che non c’entra niente con ottobre continua a scendere, incessante come il presentimento che non sia finita. Mangi di fronte la TV con la Gruber che ad Otto e mezzo ha invitato il sismologo per parlare degli effetti di questa scossa. L’epicentro a meno di 30 km da casa.
Finisci le tagliatelle e poi anche un po’ di minestrone buonissimo, che era rimasto di oggi. Tua madre commenta di fianco a te il sismologo che abbassa gli occhi. “Non è finita vedi, mica lo dicono”. Sono passate le nove di sera nemmeno da un quarto d’ora. Cazzo andiamo fuori che qui si muove tutto. In due secondi stai sul piazzale. La scossa è passata, non ci sono feriti, ma fuori è panico. Casa tua ha retto bene ma l’edificio a fianco non tanto. Escono urlando sotto la pioggia. Questi momenti sono peggiori di quelli in cui senti muoversi il terreno.
Vedi un pezzo di società che va ricostruita, famiglie in panico con la domanda che nessuno fa su cosa succede domani. Quel domani in cui, nonostante la TV e i giornali parlino di come ricostruire, alla vicinanza dei governanti e della promessa dei loro finanziamenti a cui non crede più nessuno, è sempre più sfuocata. Quel domani in cui si fa finta che la vita continui nonostante tutto.
Il giorno dopo ci si abitua alla catastrofe. I marchigiani sono schivi, per natura, ma solidi. Ma la paura di perdere tutto apre le loro anime.
Il giorno dopo ti ritrovi a vedere gente che si fa i selfie dietro le crepe e ti domandi se il terremoto abbia fatto i danni o se sia certa gente ad essere già fallata di suo. Una conferenza stampa che pone l’accento su come ricomporre i cocci rotti, dell’Università, delle chiese e dei monumenti, ma nessuno da spazio al fatto che gli stessi monumenti aggiustati dopo il 97 non hanno tenuto. Quella chiesa di cui è crollato il campanile sopra una casa distruggendola. Questa ipocrisia subdola fa paura più del terremoto. Solo il parroco o il vescovo dichiara una responsabilità laica nella necessità di ricucire una società. Sembra un paradosso ma si nota questo a poco tempo da un sisma che ha evidenziato, come sempre le caratteristiche di chi ha una coscienza rispetto a chi, si butta dietro un selfie o un’intervista.
Chi è umano da chi appare per il gusto di apparire. Gli uomini allora rimangono soli, nonostante tutto, in mezzo ai flash dei media che quando si spegneranno le luci lasceranno “la scena” come l’hanno trovata. Da quel momento la tempra dei marchigiani di razza dovrà venire a galla e lo farà, non curante di come e quanto si sia speculato dietro al sisma. In bocca al lupo a tutti e questa volta me compreso.

…Barbie copia la realtà!

La gamma della nuova Barbie - fonte internet
La gamma della nuova Barbie – fonte internet –

La celebre bambola della Mattel si troverà presto nella versione “curvy”, “tall”, “petit” e già il TIME le dedica la copertina; a mio avviso fa proprio bene. Sicuramente si tratta di un’intuizione per aumentare le vendite, ma in un mondo sempre più uniformato dall’immagine plasticata delle bambole, se il must di questa disillusione cerca spunto dalla realtà, lascia un messaggio importante su come, in fin dei conti, i sogni migliori (compresi quelli dell’idea di bellezza) sono quelli che si fanno ad occhi aperti, quelli che ci proiettano nella vita vera.

la copertina del TIME - fonte internet -
la copertina del TIME – fonte internet –

Alla faccia dei grandi manager della moda che si affannano nella ricerca delle tante modelle plasticate stile “Barbie” appunto così ricercate fino ad oggi, ma che a seguito di questa operazione della Mattel, dovranno, gioco forza, riconsiderare l’umanità come esempio su cui ricominciare  a disegnare nuovi modelli, tralasciando la perfezione utopica dello “standard plasticato”.

Mi auguro che le giovani donne e le ragazzine, quelle suscettibili alle mode o alle tendenze, possano prendere spunto da questa mossa commerciale (ma non per questo meno importante anche da un punto di vista sociale), e finalmente accettarsi come sono. Per le altre, quelle meno suscettibili alla bellezza evanescente, quelle realiste del tipo “pizza e birra” che se ne fregano dello stile Barbie, forse oggi quasi la maggioranza, per quella fascia di mercato lì, penso che l’augurio di diventare “nuove clienti” se lo faccia proprio la Mattel.

L’idea di creare una bambola che non sia più uno stereotipo irraggiungibile (se non chirurgicamente), ma, viceversa, più vicina alla donna reale, più bassa, più alta oppure più grassa, lancia inequivocabilmente un messaggio di diversità da accettare, dove risulta chiaro che la vera bellezza sta nel sapersi mostrare agli altri nella propria unicità di donne e perché no, anche di uomini*. 

Con buona pace di chi è ancora alla ricerca spasmodica della razza “ariana”!

*(… un Ken o BigGIM con la pancetta o col pelo naturale…ancora non lo hanno tirato fuori, …ma servirebbe per gli stessi motivi…anzi… forse al giorno d’oggi anche più di Barbie)

…a Sangmelima ….quando i bambini fanno ooooh!

Camerun, Sangmelima, 13 maggio 2015

 

Iniziata dall’opera dell’instancabile ‘mon pére’ Sergio Ianeselli, a Sangmelima i volontari di Agape sostengono un orfanotrofio. Suor Christine è la coordinatrice anziana. Una donna che ha iniziato il suo cammino spirituale aiutando i piccoli bambini abbandonati dentro la propria casa oramai 30 anni or sono.

Riguardo l’abbandono dei minori, bisogna sottolineare che, la tradizione animista di questi paesi dell’Africa nera, non lo concepiva.

Nei villaggi infatti, avevano la tradizione della ‘famiglia allargata’ per cui la solidarietà di sostegno ai più piccoli in caso di necessità, era dovuta per religione e legge. Poi agli inizi dell’ottocento sono arrivati i coloni, per lo più, tedeschi e francesi, hanno impiantato i grandi agglomerati urbani, con i loro problemi conosciuti anche nei cosiddetti paesi evoluti, compreso l’abbandono.
Oggi sono quasi 50 i bambini ospitati completamente presso la struttura di Sangmelima.

Qui Daniele Ortolani e Cristiana Consalvi fanno un grande lavoro di supervisione dall’Italia con Agape, attraverso viaggi costanti in Africa, cercando donazioni, istituendo adozioni a distanza e iniziative di propaganda diretta in Italia, per l’ausilio e il sostegno alla casa di accoglienza.
Sangmelima trasferisce l’allegria consapevole di una sofferenza passata da piccoli esseri umani.

Trovare il senso…

Solitudine bianco e nero
Solitudine bianco e nero – foto di Enea Francia

Trovare il senso delle cose,verificare se tutto può essere allineato.

Pensare, tacere, parlare, ridere, soffrire poi rinascere.

Essere qualcosa di diverso, di irripetibile, decidere se tutto fa parte di noi stessi.

 

Riposto in un cassetto dei ricordi, quell’oggetto che ti dice chi eri, non si muove,

ti guarda in silenzio, aspetta di essere raccolto, usato, attende il tuo coraggio di bambino.

 

Fregarsene delle opinioni della gente che ti osserva

come cornacchie appese al filo della pubblica ipocrisia,

gracchianti e avide, mentre tu sei il contadino che

sta seminando al meglio il campo della vita.

 

Sentirsi un seme di quel campo, in attesa di germogliare di nuovo,

apparentemente sordo al fastidioso e stridente gracchiare degli uccellacci.

In solitudine, nell’attesa inerme che qualcosa possa sbocciare di nuovo.

Qualcosa che riesca a dare un senso al tutto.

Qualcosa che sia in grado di tracciare il solco,

per tornare a sorridere e a capire chi sono.

 

Il problema non è il risultato del voto, ma l’ipocrisia.

Piazza che vai, vita che trovi
Con la curiosità di un bambino – foto di Marco Costarelli

Ho scritto un pezzo riguardo gli esiti delle elezioni, una risposta a chi per strada mi ferma e mi critica riguardo al mio rifiuto della scheda elettorale.

Ho scritto di un popolo che non ha il coraggio di protestare, di alzare la testa perché troppo coinvolto dentro le sue false debolezze.

Ho scritto di un trentasettenne capo del Governo che ha la fiducia di chi è oramai artefatto in usi, costumi e gesti, ed al quale fa specchio una serie di sindaci eletti con lo stesso suo modo di infondere (in)sicurezze virtuali.

Volevo far passare la colpa al mondo, sulla scia della frase di George Orwell “Un popolo che elegge corrotti, impostori ladri e traditori non è vittima. E’ complice”.

Poi mi sono visto allo specchio ed ho riflettuto sulla mia vita, le mie scelte passate. Poi ho risposto al cellulare, ho visto la PlayStation spenta in sala di fianco al tv a led 3D e mi sono detto. “Ma che cazzo scrivo? Alla fine sono come tutti gli altri, magari solo un po’ più masochista.” Mi sono chiesto che senso avesse riportare una lamentela come se io fossi qualcos’altro rispetto al sistema.

Io faccio parte di questo ordine di cose, quindi che cambia se critico ma non faccio più niente per cambiarle? Che senso ha se non cambio io per primo?

Ho cancellato tutto!

Ho ripensato a quando, qualche anno fa, arrancavo per arrivare alla fine del mese, però mi sentivo ripagato dal sorriso di un gruppo di bambini e di ragazzi in cui ci vedevo la voglia di esserci, di esprimere le proprie convinzioni, incanalare nel verso giusto le emozioni. Riuscivo quasi a sentire i loro animi, mi sentivo parte di un processo di crescita sana. Nutrivano una freschezza contagiosa. Sentivo che quel ruolo conquistato a forza, era utile ed poteva essere esemplare per migliorare gli altri. Oggi no. Per carità sono più tranquillo economicamente, ho il posto e lo stipendio (finché dura) a fine mese e forse, anche 80 euro in più, ma posso dire onestamente con me stesso di essere felice? Dico che campo nel costante tentativo, a volte mal riuscito di frenare le emozioni. Ma forse la felicità è qualcosa di altro. E’ nella dolce freschezza di un abbraccio, un sentimento del cuore, un gesto che ti scalda l’anima che proviene da una frase, da uno sguardo di affetto, da una risata.

Forse ho solo paura che quella freschezza la stia perdendo piano piano per rincorrere una sicurezza “beffarda” anche io come gli altri.

Poi però ti capitano delle magie inaspettate, qualcuno che quel colore acceso negli occhi ancora ce l’ha, identico a quello che vedevo negli sguardi di quei bambini tempo fa, quella brillantezza iridescente che hai solo quando fai le cose in cui credi.

Per un attimo sono tornato a crederci, a credere nella possibilità di riconquistare più umanità, di riprendermi la voglia di dimostrare che cambiare il mondo in meglio in fondo non sia poi così impossibile.

Forse la vera rivoluzione sta nell’abbattere il potere dell’ipocrisia.